
Consteggiando il mito. Viaggio in Bessarabia, nei luoghi dell’esilio dorato di Puškin
Pangea - Wednesday, April 8, 2026Passeggiando per il centro di Chișinău, percorrendo la ampia Stefan cel Mare (Stefano il Grande), arteria principale della capitale moldava dedicata all’eroe e santo della Chiesa ortodossa, a un certo punto si incrocia la via Puškin. Nulla di singolare, ogni città o contrada russa o che per lungo tempo ha gravitato nell’orbita della Santa Madre – e la Moldova lo ha fatto per molto e in diverse occasioni – ha una strada, una piazza, un viale dedicati all’autore riconosciuto come il padre del russo moderno e della lingua letteraria russa.
Quello fra Aleksandr Sergeevič Puškin e la piccola capitale della ex Repubblica socialista sovietica di Moldova, però, è un legame ben più profondo rispetto a quello che può emergere da una ordinaria scelta toponomastica. Per approfondirlo bisogna percorrere qualche passo fuori dal cuore pulsante di Chișinău, lasciandosi alle spalle la cattedrale e l’arco di trionfo simboli della città. Difatti, sulla vicina stradina intitolata al musicista e folclorista romeno Anton Pann, nascosto fra alberi, piccoli broli e altre casucce tutte uguali a un piano o due, troviamo un edificio bianco con le imposte brunastre cui è affissa una targa con su scritto in romeno: “Casa-muzeu A. Pușkin”.
Fermiamoci sulla soglia e scopriamo cosa ci fa a Chișinău un museo dedicato all’autore dell’Evgenij Onegin, la “bibbia” della letteratura russa. È necessario tornare al 1820. Il 21 settembre di quell’anno, il ventunenne Aleksandr Puškin arrivava nella città che al tempo portava il nome russo di Kišinëv. Non si trattava di un viaggio di piacere, ma di una tappa del suo lungo esilio.

Giovane funzionario del Ministero degli Esteri e autore di componimenti apprezzati da una platea sempre più eterogenea, Puškin fu esiliato dallo zar Alessandro I, nipote di Caterina la Grande, per i suoi legami con presunti cospiratori del potere e per il contenuto delle sue poesie, eccessivamente liberali agli occhi del sovrano, e, pertanto, bollate come antizariste. Spedito prima nella Nuova Russia – a Ekaterinoslav, la attuale città ucraina di Dnipro –, Puškin fu poi indirizzato ancora più a Sud, ancora più ai margini dell’Impero, nella povera Bessarabia, sulla riva sinistra del Dnestr, un’area scarsamente abitata fino agli ultimi decenni dell’Ottocento.
Al tempo, la Bessarabia, col suo nome che sa di incanto e di spezie, corrispondeva alla più piccola e perifericagubernija del grande Impero russo, strappata agli ottomani al termine della guerra russo-turca del 1806-1812. Un’area, da sempre contesa e al centro di contrasti e di commistioni etniche, culturali e religiose, in cui per tutto l’Ottocento fu portata avanti la russificazione del popolo.
Tenerlo lontano dalla temperie culturale e dal fermento intellettuale di Pietroburgo, dalle dame e dai gentiluomini – soprattutto dalle dame – e dai salottini della “città più astratta e premeditata di tutto il globo terrestre”, nelle intenzioni di Alessandro avrebbe rappresentato una punizione esemplare per l’eccentrico poeta. Il suo estro si sarebbe sfibrato fino a spezzarsi col duro confino in quelle lande abitate da chissà quale razza di bifolchi. In realtà Puškin era conosciutissimo anche lì, alle estreme periferie dell’Impero, fra quella gente assai meno incolta rispetto a quanto credeva il regnante. A Chișinău il giovane poeta fu accolto come una stella, talento più fulgido della nuova poesia russa, con fiori e omaggi, tanto dal popolo quanto dai vertici politici locali.
Nell’odierna capitale della Moldova, ad Aleksandr Puškin fu riservata l’abitazione del generale Ivan Inzov, pluridecorato comandante dell’Impero russo durante la campagna di Napoleone in Russia, nominato governatore della Bessarabia e capo del comitato per i coloni della Russia meridionale. Inzov, che alla rettitudine e durezza del generale univa una sensibilità inusuale per un militare del suo rango, instaurò subito un rapporto di fidanza col cantore russo e lo presentò all’aristocrazia locale.

Seppur il primo impatto non fu esattamente esaltante – il poeta esule scrisse di Chișinău come di “città maledetta”, “città oscura”, che “la lingua non si stanca mai di insultarti” –, il periodo moldavo di Puškin fu senza dubbio formativo e distinto da notevole ispirazione poetica.
L’esilio durò tre anni. Un esilio dorato, potremmo dire, grazie alla eccezionale fiducia accordatagli da Inzov. Il governatore si preoccupò di favorire al condannato l’instaurazione di rapporti sociali, gestì con indulgenza le sue passioni giovanili e concesse al poeta financo la possibilità di viaggiare per la regione. Un privilegio per un proscritto dello zar. Nella vivace e multietnica Bessarabia e fra i bucolici paesaggi della Moldova, l’originale genio creativo di Puškin maturò.
A Chișinău scrisse lunghe parti de Il prigioniero del Caucaso e de La fontana di Bachčisaraj, dopo una visita alla città della Crimea. Ispirato all’esilio in Bessarabia nacque poi il poema Gli zingari:
“Gli zingari in chiassosa folla
Vagano per la Bessarabia,
Oggi sul fiume
Nelle lacere tende pernottano.
Come la libertà è giocondo il loro giaciglio
E pacifico sonno sotto il cielo”.
Negli anni di esilio, Aleksandr Puškin mise le basi anche della sua opera più celebre, l’Evgenij Onegin, “immortale ed inarrivabile poema” secondo Dostoevskij, capolavoro in versi della letteratura russa di ogni tempo, “nel quale è incarnata la vera vita russa, con una tale forza creativa e con una tale perfezione, quale non era mai esistita prima di Puškin”.
Quella che alle nostre latitudini chiameremmo, meno propriamente, la casa del confino di Puškin è stata cancellata dai conflitti, dalle devastazioni e dagli stravolgimenti geopolitici che hanno segnato Chișinău e l’inquieta Europa dell’Est nel corso del Novecento, ma la dimora del soggiorno dell’illustre ospite è stata riallestita, fedele ai gusti e ai costumi dell’epoca, nel terreno su cui doveva sorgere duecento e passa anni orsono.

La Casa-museo, ufficialmente aperta nel 1948 e inserita nella lista dei monumenti nazionali della Moldova,conserva materiali originali dalla fine del Diciottesimo secolo alla prima metà del Diciannovesimo. Le sale rimandano alla cultura rurale bessarabica e all’ambiente letterario e sociale del tempo con una collezione di cimeli d’epoca e vedute, e poi mezzibusti, lettere, schizzi, stralci di manoscritti originali, lettere e ritratti, non soltanto di Puškin, ma pure di amici, artisti contemporanei e maestri del poeta. Fra questi Lord Byron, affascinante e ribelle poeta romantico, nume tutelare del giovane Puškin che lo ricordava come il “maestro dei miei pensieri”.
Nel parchetto attorno alla dimora, inoltre, si incontra un busto dell’aedo russo realizzato dallo scultore Mikhail Anikushin, già autore del monumento di Puškin collocato nella stazione Puškinskaja della metropolitana di San Pietroburgo.
Un’altra statua raffigurante il genio dell’Onegin si trova nel parco Stefan cel Mare, lungo l’omonimo viale della capitale moldava. Il monumento fu innalzato grazie al contributo degli abitanti di Chișinău, che raccolsero del denaro per ricordare il passaggio di Puškin in città una volta concluso il suo confino.
L’esilio nelle regioni di frontiera dell’Impero russo terminò alla fine del 1825. Trasferito negli ultimi anni di pena a Odessa e poi nell’oblast’ di Pskov – nei pressi di Michailovskoe, la città oggi intitolata al poeta col nome di Puškinskie Gory –, Puškin rientrò a Pietroburgo grazie alla decisione di Nicola I, succeduto al fratello Alessandro alla morte di questi, di cancellare il provvedimento del precedente imperatore.
Seguì il matrimonio con la bella e raffinata Natal’ja Gončarova, sposata nel 1831, e la prematura morte a duello, nel febbraio 1837 a soli trentasette anni, per mano del barone Georges d’Anthès, perdigiorno dal sangue blu e banale amatore impenitente, di cui aveva il forte sospetto, fomentatogli nell’animo da alcune lettere anonime, fosse l’amante della moglie. Un autentico finale alla russa, uno sgambetto del fato.
Antonio Pagliuso
*In copertina: Orest Kipenskij, “Ritratto di Puškin”, 1827; le fotografie dalla Casa-museo di Puškin a Chișinău sono di Antonio Pagliuso
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