Passeggiando per il centro di Chișinău, percorrendo la ampia Stefan cel Mare
(Stefano il Grande), arteria principale della capitale moldava dedicata all’eroe
e santo della Chiesa ortodossa, a un certo punto si incrocia la via Puškin.
Nulla di singolare, ogni città o contrada russa o che per lungo tempo ha
gravitato nell’orbita della Santa Madre – e la Moldova lo ha fatto per molto e
in diverse occasioni – ha una strada, una piazza, un viale dedicati all’autore
riconosciuto come il padre del russo moderno e della lingua letteraria russa.
Quello fra Aleksandr Sergeevič Puškin e la piccola capitale della ex Repubblica
socialista sovietica di Moldova, però, è un legame ben più profondo rispetto a
quello che può emergere da una ordinaria scelta toponomastica. Per approfondirlo
bisogna percorrere qualche passo fuori dal cuore pulsante di Chișinău,
lasciandosi alle spalle la cattedrale e l’arco di trionfo simboli della città.
Difatti, sulla vicina stradina intitolata al musicista e folclorista romeno
Anton Pann, nascosto fra alberi, piccoli broli e altre casucce tutte uguali a un
piano o due, troviamo un edificio bianco con le imposte brunastre cui è affissa
una targa con su scritto in romeno: “Casa-muzeu A. Pușkin”.
Fermiamoci sulla soglia e scopriamo cosa ci fa a Chișinău un museo dedicato
all’autore dell’Evgenij Onegin, la “bibbia” della letteratura russa. È
necessario tornare al 1820. Il 21 settembre di quell’anno, il ventunenne
Aleksandr Puškin arrivava nella città che al tempo portava il nome russo di
Kišinëv. Non si trattava di un viaggio di piacere, ma di una tappa del suo lungo
esilio.
Giovane funzionario del Ministero degli Esteri e autore di componimenti
apprezzati da una platea sempre più eterogenea, Puškin fu esiliato dallo zar
Alessandro I, nipote di Caterina la Grande, per i suoi legami con presunti
cospiratori del potere e per il contenuto delle sue poesie, eccessivamente
liberali agli occhi del sovrano, e, pertanto, bollate come antizariste. Spedito
prima nella Nuova Russia – a Ekaterinoslav, la attuale città ucraina di Dnipro
–, Puškin fu poi indirizzato ancora più a Sud, ancora più ai margini
dell’Impero, nella povera Bessarabia, sulla riva sinistra del Dnestr, un’area
scarsamente abitata fino agli ultimi decenni dell’Ottocento.
Al tempo, la Bessarabia, col suo nome che sa di incanto e di
spezie, corrispondeva alla più piccola e perifericagubernija del grande Impero
russo, strappata agli ottomani al termine della guerra russo-turca del
1806-1812. Un’area, da sempre contesa e al centro di contrasti e di commistioni
etniche, culturali e religiose, in cui per tutto l’Ottocento fu portata avanti
la russificazione del popolo.
Tenerlo lontano dalla temperie culturale e dal fermento intellettuale di
Pietroburgo, dalle dame e dai gentiluomini – soprattutto dalle dame – e dai
salottini della “città più astratta e premeditata di tutto il globo terrestre”,
nelle intenzioni di Alessandro avrebbe rappresentato una punizione esemplare per
l’eccentrico poeta. Il suo estro si sarebbe sfibrato fino a spezzarsi col duro
confino in quelle lande abitate da chissà quale razza di bifolchi. In realtà
Puškin era conosciutissimo anche lì, alle estreme periferie dell’Impero, fra
quella gente assai meno incolta rispetto a quanto credeva il
regnante. A Chișinău il giovane poeta fu accolto come una stella, talento più
fulgido della nuova poesia russa, con fiori e omaggi, tanto dal popolo quanto
dai vertici politici locali.
Nell’odierna capitale della Moldova, ad Aleksandr Puškin fu riservata
l’abitazione del generale Ivan Inzov, pluridecorato comandante dell’Impero russo
durante la campagna di Napoleone in Russia, nominato governatore della
Bessarabia e capo del comitato per i coloni della Russia meridionale. Inzov, che
alla rettitudine e durezza del generale univa una sensibilità inusuale per un
militare del suo rango, instaurò subito un rapporto di fidanza col cantore russo
e lo presentò all’aristocrazia locale.
Seppur il primo impatto non fu esattamente esaltante – il poeta esule scrisse di
Chișinău come di “città maledetta”, “città oscura”, che “la lingua non si stanca
mai di insultarti” –, il periodo moldavo di Puškin fu senza dubbio formativo e
distinto da notevole ispirazione poetica.
L’esilio durò tre anni. Un esilio dorato, potremmo dire, grazie alla eccezionale
fiducia accordatagli da Inzov. Il governatore si preoccupò di favorire al
condannato l’instaurazione di rapporti sociali, gestì con indulgenza le sue
passioni giovanili e concesse al poeta financo la possibilità di viaggiare per
la regione. Un privilegio per un proscritto dello zar. Nella vivace e
multietnica Bessarabia e fra i bucolici paesaggi della Moldova, l’originale
genio creativo di Puškin maturò.
A Chișinău scrisse lunghe parti de Il prigioniero del Caucaso e de La fontana di
Bachčisaraj, dopo una visita alla città della Crimea. Ispirato all’esilio in
Bessarabia nacque poi il poema Gli zingari:
> “Gli zingari in chiassosa folla
> Vagano per la Bessarabia,
> Oggi sul fiume
> Nelle lacere tende pernottano.
> Come la libertà è giocondo il loro giaciglio
> E pacifico sonno sotto il cielo”.
Negli anni di esilio, Aleksandr Puškin mise le basi anche della sua opera più
celebre, l’Evgenij Onegin, “immortale ed inarrivabile poema” secondo
Dostoevskij, capolavoro in versi della letteratura russa di ogni tempo, “nel
quale è incarnata la vera vita russa, con una tale forza creativa e con una tale
perfezione, quale non era mai esistita prima di Puškin”.
Quella che alle nostre latitudini chiameremmo, meno propriamente, la casa del
confino di Puškin è stata cancellata dai conflitti, dalle devastazioni e dagli
stravolgimenti geopolitici che hanno segnato Chișinău e l’inquieta Europa
dell’Est nel corso del Novecento, ma la dimora del soggiorno dell’illustre
ospite è stata riallestita, fedele ai gusti e ai costumi dell’epoca, nel terreno
su cui doveva sorgere duecento e passa anni orsono.
La Casa-museo, ufficialmente aperta nel 1948 e inserita nella lista dei
monumenti nazionali della Moldova,conserva materiali originali dalla fine del
Diciottesimo secolo alla prima metà del Diciannovesimo. Le sale rimandano alla
cultura rurale bessarabica e all’ambiente letterario e sociale del tempo con una
collezione di cimeli d’epoca e vedute, e poi mezzibusti, lettere, schizzi,
stralci di manoscritti originali, lettere e ritratti, non soltanto di Puškin, ma
pure di amici, artisti contemporanei e maestri del poeta. Fra questi Lord Byron,
affascinante e ribelle poeta romantico, nume tutelare del giovane Puškin che lo
ricordava come il “maestro dei miei pensieri”.
Nel parchetto attorno alla dimora, inoltre, si incontra un busto dell’aedo russo
realizzato dallo scultore Mikhail Anikushin, già autore del monumento di Puškin
collocato nella stazione Puškinskaja della metropolitana di San Pietroburgo.
Un’altra statua raffigurante il genio dell’Onegin si trova nel parco Stefan cel
Mare, lungo l’omonimo viale della capitale moldava. Il monumento fu innalzato
grazie al contributo degli abitanti di Chișinău, che raccolsero del denaro per
ricordare il passaggio di Puškin in città una volta concluso il suo confino.
L’esilio nelle regioni di frontiera dell’Impero russo terminò alla fine del
1825. Trasferito negli ultimi anni di pena a Odessa e poi nell’oblast’ di Pskov
– nei pressi di Michailovskoe, la città oggi intitolata al poeta col nome di
Puškinskie Gory –, Puškin rientrò a Pietroburgo grazie alla decisione di Nicola
I, succeduto al fratello Alessandro alla morte di questi, di cancellare il
provvedimento del precedente imperatore.
Seguì il matrimonio con la bella e raffinata Natal’ja Gončarova, sposata nel
1831, e la prematura morte a duello, nel febbraio 1837 a soli trentasette anni,
per mano del barone Georges d’Anthès, perdigiorno dal sangue blu e banale
amatore impenitente, di cui aveva il forte sospetto, fomentatogli nell’animo da
alcune lettere anonime, fosse l’amante della moglie. Un autentico finale alla
russa, uno sgambetto del fato.
Antonio Pagliuso
*In copertina: Orest Kipenskij, “Ritratto di Puškin”, 1827; le fotografie dalla
Casa-museo di Puškin a Chișinău sono di Antonio Pagliuso
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dorato di Puškin proviene da Pangea.