Le crocerossine che sfidarono Stalin. Una storia straordinaria e terribile

Pangea - Saturday, May 23, 2026

Ottant’anni or sono, nello spietato inverno polacco del 1946, la giovane dottoressa e ufficiale della sanità militare francese Madeleine Pauliac perdeva la vita su una strada ghiacciata nel cuore della notte, in un presunto incidente d’auto. Stava rientrando a Varsavia, da dove era stata smobilitata alla fine dell’anno precedente al calare inesorabile della Cortina di ferro, che tagliò in due l’Europa. Dopo uno strano Natale trascorso in famiglia nella sua Villeneuve-sur-Lot, conteso tra l’utopia di una serenità ormai dimenticata e ritrovata in tempo di pace e i focolai di orrore che la fine della guerra non aveva spento, aveva scelto di tornare in Polonia.

Doveva portare a termine una missione. Non quella ufficiale, per cui era arrivata (e in modo piuttosto rocambolesco) da Parigi a Varsavia passando per Mosca, su un aereo che sorvolava scenari di desolante devastazione e a bordo di un treno che attraversava sferragliando stazioni fantasma. Non la missione di cui lei, una delle prime donne francesi a essere ammessa all’Ordine dei Medici e a prendere parte alla Resistenza, era stata incaricata dall’allora generale de Gaulle, a cominciare dalla gestione dell’Ospedale francese di Varsavia.

Si trattava bensì di una missione personale e segreta, di cui pochissimi erano al corrente. Nei mesi precedenti, la notte, dopo interminabili ore di lavoro in ospedale, si allontanava di nascosto, sola, e si inoltrava nel cuore della foresta vicina per raggiungere le suore di un convento profanato dagli eserciti di passaggio, tedesco prima e sovietico poi. Vittime di violenze indicibili, se avessero denunciato gli orrori subiti sarebbero cadute vittima anche della gogna pubblica del giudizio sociale e dell’anticlericalismo delle autorità filosovietiche, che avrebbero chiuso il convento e le avrebbero consegnate a un mondo cui non appartenevano più.

L’unica loro salvezza era Madeleine, medico, donna e straniera. Le avrebbe aiutate ad affrontare la gravidanza e la maternità, e soprattutto quello che sarebbe avvenuto dopo: avrebbe creato all’interno delle mura del convento un orfanotrofio, che ospitasse anche i bambini resi orfani dalla guerra e bilanciasse l’alto numero di neonati, che avrebbe potuto apparire sospetto. Una perfetta via di uscita per permettere alle sorelle che avessero voluto crescere i propri bambini di non doverli abbandonare, e a coloro che invece, per il trauma o per l’incompatibilità della propria vocazione, non avessero potuto tenerli con sé, di affidarli alle cure delle consorelle, prima che venissero espatriati con l’aiuto sotterraneo della Croce Rossa polacca e americana.

Una storia straordinaria rimasta nascosta nelle pieghe del tempo e dei delicati equilibri di potere, se non fosse che quella notte di Natale del 1945 Madeleine non riuscì più a portare questo peso solo sulle proprie spalle senza scontrarsi con l’incomprensione della sorella Anne-Marie di fronte alla propria volontà di tornare in Polonia. Scelse quindi di condividere con lei questo fardello, che la sorella custodì nel cuore fino al 2006, quando poco prima di morire decise di affidarlo al figlio, Philippe Maynial, perché ne preservasse la memoria.

Da sempre operante nel mondo del cinema, Maynial è stato per diversi anni responsabile dei diritti esteri per la casa di produzione Gaumont, ha ideato il Premio Sopadin per la sceneggiatura ed è ora direttore generale di Babylone Productions. Non stupisce quindi che abbia portato questa storia di famiglia sul grande schermo, affinché raggiungesse una platea potenzialmente infinita e facesse vibrare le corde che solo la narrazione sa toccare.

Dieci anni dopo nasceva così il film Les Innocentes, uscito nelle sale italiane con il titolo Agnus Dei. Diretto da Anne Fontaine e candidato a quattro premi César, è accompagnato da una colonna sonora di struggente delicatezza composta da Max Richter, candidato agli ultimi Oscar per la colonna sonora di Hamnet, altrettanto intensa nel suo essere “in punta di piedi”. Qui Madeleine è Mathilde, una giovanissima dottoressa entrata a far parte della Croce Rossa prima ancora di completare gli studi per dare il suo contributo alla Resistenza: non è primario dell’Ospedale francese ma assistente di un medico (uomo), e non ha quindi l’autorevolezza e il ruolo cruciale del personaggio storico a cui è ispirata, il che rende agli occhi dello spettatore la sua missione ancora più fuori scala.

La trama, necessariamente romanzata (al di là dei processi di adattamento da storia a cinema, nessuno è a conoscenza di chi fossero le suore che furono pazienti della dottoressa Pauliac), è uno strumento per fare emergere un aspetto fondamentale della vera storia di Madeleine: aiuto reciproco, abnegazione, sorellanza, oltre ogni ruolo, confine, partito o credo, sono l’ultimo baluardo dell’umanità di fronte alle guerre a cui sembra che non sappiamo porre un freno, oggi come allora. E così Mathilde, atea come Madeleine e qui fervente comunista, e il suo primario (e amante), ebreo e quindi guardato con sospetto dalle suore in quanto non battezzato, riusciranno a farsi accogliere da queste donne preda del terrore per le violenze subite e di una regola che vietava loro persino di lasciarsi visitare, e a vincere i propri pregiudizi. È la vittoria dell’umano e della fratellanza.

Ma questa storia, che già avrebbe i toni dell’epica, è solo un capitolo di una storia molto più ampia, che si snoda attraverso l’affresco della grande Storia. Una storia al femminile e corale, perché Madeleine non era sola. Il suo coraggio fu anche quello delle undici infermiere e autiste appena ventenni della Croce Rossa francese, le ragazze del leggendario Squadrone blu (dal colore delle uniformi donate dagli americani), inviate a Varsavia per aiutare Madeleine nella missione di rimpatrio dei 300.000 soldati rimasti bloccati negli ospedali o nei campi di prigionia, detenuti da Stalin. Insieme, porteranno a termine oltre 200 missioni e percorreranno circa 40.000 km sulle strade devastate di un mondo in rovina, sfidando la minaccia sovietica.

Una storia che Philippe Maynial, con l’aiuto della moglie Barbara, è riuscito a ricostruire attraverso lettere, diari, fotografie, testimonianze dirette delle “Blu” e dei loro discendenti, viaggi e ricerche d’archivio, restituendoci un vivace e commovente ritratto di dodici eroine dimenticate nel suo libro Madeleine Pauliac. L’Insoumise, pubblicato nel 2017 in Francia da XO Editions e rivisto e aggiornato per l’edizione statunitense del 2025 edita da Rowman & Littlefield (Bloomsbury), da cui è tratta la traduzione italiana, che ho avuto il privilegio di curare per le Edizioni Ares, Le ragazze dello Squadrone blu. Madeleine Pauliac e le Crocerossine che sfidarono Stalin (1945-1946) (maggio 2026).

E allo schermo questa storia è tornata, ora in versione completa, con il documentario Les Filles de l’Escadron Bleu di Emmanuelle Nobécourt, di cui Maynial è co-autore e co-produttore e al quale nel 2020 è stato assegnato il Premio Historia, dedicato ai documentari storici. Una ricostruzione di rara potenza, anche grazie alla “voce” diretta delle fotografie d’epoca e dell’inchiostro di lettere e diari.

Il linguaggio visivo ha poi incontrato la pagina, e a gennaio, in vista dell’80° anniversario di Madeleine, le avventure sue e delle “Blu” sono diventate anche un graphic novel, L’Escadron bleu, 1945, a cura di Le Pon e Ollagnier, dell’editore francese Dupuis.

E così, una storia che sembrava perduta continua a viaggiare tra forme narrative e a ispirare lettori e spettatori, oltrepassando ogni confine come fecero le sue protagoniste nelle loro missioni.

«Mentre ero a Varsavia, qualche tempo fa, dalla finestra del mio albergo, nel grigiore del mattino, mi sembrò di scorgere Madeleine e le piccole Blu, mano nella mano. Quando mi capita di andare a Villeneuve-sur-Lot, non manco mai di salutare, con un peso sul cuore, il grande cedro centenario che si erge sulla strada verso il cimitero. In estate, tutt’intorno, crescono piccoli fiori blu».

(Philippe Maynial)

Chiara Bianchi

*In copertina: Madeleine Pauliac (a sinistra) e alcune ragazze dello “Squadrone blu”

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