Ottant’anni or sono, nello spietato inverno polacco del 1946, la giovane
dottoressa e ufficiale della sanità militare francese Madeleine Pauliac perdeva
la vita su una strada ghiacciata nel cuore della notte, in un presunto incidente
d’auto. Stava rientrando a Varsavia, da dove era stata smobilitata alla fine
dell’anno precedente al calare inesorabile della Cortina di ferro, che tagliò in
due l’Europa. Dopo uno strano Natale trascorso in famiglia nella sua
Villeneuve-sur-Lot, conteso tra l’utopia di una serenità ormai dimenticata e
ritrovata in tempo di pace e i focolai di orrore che la fine della guerra non
aveva spento, aveva scelto di tornare in Polonia.
Doveva portare a termine una missione. Non quella ufficiale, per cui era
arrivata (e in modo piuttosto rocambolesco) da Parigi a Varsavia passando per
Mosca, su un aereo che sorvolava scenari di desolante devastazione e a bordo di
un treno che attraversava sferragliando stazioni fantasma. Non la missione di
cui lei, una delle prime donne francesi a essere ammessa all’Ordine dei Medici e
a prendere parte alla Resistenza, era stata incaricata dall’allora generale de
Gaulle, a cominciare dalla gestione dell’Ospedale francese di Varsavia.
Si trattava bensì di una missione personale e segreta, di cui pochissimi erano
al corrente. Nei mesi precedenti, la notte, dopo interminabili ore di lavoro in
ospedale, si allontanava di nascosto, sola, e si inoltrava nel cuore della
foresta vicina per raggiungere le suore di un convento profanato dagli eserciti
di passaggio, tedesco prima e sovietico poi. Vittime di violenze indicibili, se
avessero denunciato gli orrori subiti sarebbero cadute vittima anche della gogna
pubblica del giudizio sociale e dell’anticlericalismo delle autorità
filosovietiche, che avrebbero chiuso il convento e le avrebbero consegnate a un
mondo cui non appartenevano più.
L’unica loro salvezza era Madeleine, medico, donna e straniera. Le avrebbe
aiutate ad affrontare la gravidanza e la maternità, e soprattutto quello che
sarebbe avvenuto dopo: avrebbe creato all’interno delle mura del convento un
orfanotrofio, che ospitasse anche i bambini resi orfani dalla guerra e
bilanciasse l’alto numero di neonati, che avrebbe potuto apparire sospetto. Una
perfetta via di uscita per permettere alle sorelle che avessero voluto crescere
i propri bambini di non doverli abbandonare, e a coloro che invece, per il
trauma o per l’incompatibilità della propria vocazione, non avessero potuto
tenerli con sé, di affidarli alle cure delle consorelle, prima che venissero
espatriati con l’aiuto sotterraneo della Croce Rossa polacca e americana.
Una storia straordinaria rimasta nascosta nelle pieghe del tempo e dei delicati
equilibri di potere, se non fosse che quella notte di Natale del 1945 Madeleine
non riuscì più a portare questo peso solo sulle proprie spalle senza scontrarsi
con l’incomprensione della sorella Anne-Marie di fronte alla propria volontà di
tornare in Polonia. Scelse quindi di condividere con lei questo fardello, che la
sorella custodì nel cuore fino al 2006, quando poco prima di morire decise di
affidarlo al figlio, Philippe Maynial, perché ne preservasse la memoria.
Da sempre operante nel mondo del cinema, Maynial è stato per diversi anni
responsabile dei diritti esteri per la casa di produzione Gaumont, ha ideato il
Premio Sopadin per la sceneggiatura ed è ora direttore generale di Babylone
Productions. Non stupisce quindi che abbia portato questa storia di famiglia sul
grande schermo, affinché raggiungesse una platea potenzialmente infinita e
facesse vibrare le corde che solo la narrazione sa toccare.
Dieci anni dopo nasceva così il film Les Innocentes, uscito nelle sale italiane
con il titolo Agnus Dei. Diretto da Anne Fontaine e candidato a quattro premi
César, è accompagnato da una colonna sonora di struggente delicatezza composta
da Max Richter, candidato agli ultimi Oscar per la colonna sonora di Hamnet,
altrettanto intensa nel suo essere “in punta di piedi”. Qui Madeleine è
Mathilde, una giovanissima dottoressa entrata a far parte della Croce Rossa
prima ancora di completare gli studi per dare il suo contributo alla Resistenza:
non è primario dell’Ospedale francese ma assistente di un medico (uomo), e non
ha quindi l’autorevolezza e il ruolo cruciale del personaggio storico a cui è
ispirata, il che rende agli occhi dello spettatore la sua missione ancora più
fuori scala.
La trama, necessariamente romanzata (al di là dei processi di adattamento da
storia a cinema, nessuno è a conoscenza di chi fossero le suore che furono
pazienti della dottoressa Pauliac), è uno strumento per fare emergere un aspetto
fondamentale della vera storia di Madeleine: aiuto reciproco, abnegazione,
sorellanza, oltre ogni ruolo, confine, partito o credo, sono l’ultimo baluardo
dell’umanità di fronte alle guerre a cui sembra che non sappiamo porre un freno,
oggi come allora. E così Mathilde, atea come Madeleine e qui fervente comunista,
e il suo primario (e amante), ebreo e quindi guardato con sospetto dalle suore
in quanto non battezzato, riusciranno a farsi accogliere da queste donne preda
del terrore per le violenze subite e di una regola che vietava loro persino di
lasciarsi visitare, e a vincere i propri pregiudizi. È la vittoria dell’umano e
della fratellanza.
Ma questa storia, che già avrebbe i toni dell’epica, è solo un capitolo di una
storia molto più ampia, che si snoda attraverso l’affresco della grande Storia.
Una storia al femminile e corale, perché Madeleine non era sola. Il suo coraggio
fu anche quello delle undici infermiere e autiste appena ventenni della Croce
Rossa francese, le ragazze del leggendario Squadrone blu (dal colore delle
uniformi donate dagli americani), inviate a Varsavia per aiutare Madeleine nella
missione di rimpatrio dei 300.000 soldati rimasti bloccati negli ospedali o nei
campi di prigionia, detenuti da Stalin. Insieme, porteranno a termine oltre 200
missioni e percorreranno circa 40.000 km sulle strade devastate di un mondo in
rovina, sfidando la minaccia sovietica.
Una storia che Philippe Maynial, con l’aiuto della moglie Barbara, è riuscito a
ricostruire attraverso lettere, diari, fotografie, testimonianze dirette delle
“Blu” e dei loro discendenti, viaggi e ricerche d’archivio, restituendoci un
vivace e commovente ritratto di dodici eroine dimenticate nel suo
libro Madeleine Pauliac. L’Insoumise, pubblicato nel 2017 in Francia da XO
Editions e rivisto e aggiornato per l’edizione statunitense del 2025 edita da
Rowman & Littlefield (Bloomsbury), da cui è tratta la traduzione italiana, che
ho avuto il privilegio di curare per le Edizioni Ares, Le ragazze dello
Squadrone blu. Madeleine Pauliac e le Crocerossine che sfidarono Stalin
(1945-1946) (maggio 2026).
E allo schermo questa storia è tornata, ora in versione completa, con il
documentario Les Filles de l’Escadron Bleu di Emmanuelle Nobécourt, di cui
Maynial è co-autore e co-produttore e al quale nel 2020 è stato assegnato il
Premio Historia, dedicato ai documentari storici. Una ricostruzione di rara
potenza, anche grazie alla “voce” diretta delle fotografie d’epoca e
dell’inchiostro di lettere e diari.
Il linguaggio visivo ha poi incontrato la pagina, e a gennaio, in vista dell’80°
anniversario di Madeleine, le avventure sue e delle “Blu” sono diventate anche
un graphic novel, L’Escadron bleu, 1945, a cura di Le Pon e Ollagnier,
dell’editore francese Dupuis.
E così, una storia che sembrava perduta continua a viaggiare tra forme narrative
e a ispirare lettori e spettatori, oltrepassando ogni confine come fecero le sue
protagoniste nelle loro missioni.
> «Mentre ero a Varsavia, qualche tempo fa, dalla finestra del mio albergo, nel
> grigiore del mattino, mi sembrò di scorgere Madeleine e le piccole Blu, mano
> nella mano. Quando mi capita di andare a Villeneuve-sur-Lot, non manco mai di
> salutare, con un peso sul cuore, il grande cedro centenario che si erge sulla
> strada verso il cimitero. In estate, tutt’intorno, crescono piccoli fiori
> blu».
>
> (Philippe Maynial)
Chiara Bianchi
*In copertina: Madeleine Pauliac (a sinistra) e alcune ragazze dello “Squadrone
blu”
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terribile proviene da Pangea.
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Partiamo da una foto – quella riprodotta in copertina. È l’estate del 1914,
siamo a San Pietroburgo, nello studio dell’insigne fotografo Karl Bulla. Alla
sinistra di chi guarda c’è Osip Mandel’štam: sguardo penetrante, tra la colomba
e la volpe, cristalleria della sprezzatura; l’anno prima aveva pubblicato la
prima raccolta, Kamen’.Quello al fianco di Mandel’štam – sguardo aperto,
capelli-elmo e baffetti – è Kornej Čukovskij (in realtà Nikolaj Kornejčukov):
anglista, amava Lewis Carroll; eccelleva nello scrivere favole, per cui divenne
famosissimo (alcune sono tutt’ora tradotte in Italia) – la figlia, Lidija
Čukovskaja, ci ha lasciato straordinarie testimonianze dei suoi incontri con
Anna Achmatova e Marina Cvetaeva. Insieme a Jurij Annenkov – l’ultimo a destra,
quello dallo sguardo più serio, svagato, l’unico a non fissare l’obiettivo –,
l’artista che ci ha lasciato i più bei ritratti dei poeti russi della cosiddetta
“Epoca d’argento” – virili, rapaci, ‘vorticisti’ –, allievo, a Parigi, di Félix
Vallotton e amico di Matisse, Kornej Čukovskij sorregge il più aitante del
gruppo. Sguardo fiero, da falchetto, sorriso irresponsabile, testa rasata,
giacca, maglia a collo alto: Benedikt Livšic è l’unico che indossa gli stivali.
Benedikt Livšic era nato il giorno di Natale del 1886 a Odessa: il padre, di
origine ebraica, era socio di una fabbrica di mattoni, guidava un negozio di
generi alimentari. Laureatosi in Giurisprudenza a Kiev, Benedikt dimostrò quasi
subito un talento naturale per la poesia: preferiva Ovidio alla Bibbia, Omero a
Virgilio, “un poeta affetto da pallore letterario, troppo pudico” – traduceva
Orazio. Benché stimasse gli ‘acmeisti’, guidati dalla coppia Achmatova-Gumilëv,
fu svezzato al contemporaneo dai fratelli David e Vladimir Burljuk (entrambi,
come lui, di ucraini natali): grazie a loro, fu intruppato tra i Cubofuturisti
dove si stava facendo strada un poeta-Sansone, Vladimir Majakovskij.
Il 1914, in effetti, fu un anno importante per Benedikt Livšic. Aveva pubblicato
– con un certo sonoro successo – la seconda raccolta, “Il sole dei lupi”;
soprattutto, si era dimostrato il più reattivo antagonista di Filippo Tommaso
Marinetti, nei giorni – fine gennaio, inizi di febbraio – in cui il papà del
Futurismo aveva attraversato San Pietroburgo e Mosca. In sostanza, Benedikt
Livšic stigmatizzò gli atteggiamenti ‘borghesi’ del poeta italiano
avanguardista, da gagà in gita lirica fuori porta; riteneva che il Futurismo
‘alla russa’ avesse specificità proprie, imparagonabili alle moine marinettiane.
Insomma: i veri ‘rivoluzionari’ erano Majakovskij & Co. La storia gli avrebbe
dato ragione. Intanto, insieme all’amico Velimir Chlebnikov, Benedikt Livšic
ideò un manifesto al veleno, interessante per capire i rapporti culturali che
intercorrono, da sempre, tra Russia e resto del mondo occidentale. I due,
infatti, si ribellavano a quelli che “cadono ai piedi di Marinetti”, vili
traditori, perché “costringono l’Asia a chinare il suo nobile collo sotto il
giogo dell’Europa”. Angelo Maria Ripellino – in: Majakovskij e il teatro russo
d’avanguardia, Einaudi, 1959 – ricorda che i Cubofuturisti erano soliti
travestirsi, per incutere, allo stesso tempo, timore e risate nel pubblico:
David Burljuk “passeggiava per Mosca con le guance dipinte, l’occhialino, il
cilindro e panciotti vistosi sul massiccio ventre”; Livšic lo seguiva, “aveva
scelto a ornamento la gorgiera increspata di Pierrot”.
Nel 1914, per altro, in aprile, Livšic aveva abbracciato la Chiesa Ortodossa: di
qui la potenza profetica, fuori asse rispetto ai compagni di avanguardia, del
poeta. In Russia, era naturale per il poeta consegnarsi a una fede: era la fede,
infine, a conferire carisma, tensione, avvenire ai versi. In molti si nutrirono
della fede nella Rivoluzione, nel Partito-Chiesa; altri optarono per la teosofia
o per una sorta di religione personale, per pochi – Chlebnikov, ad esempio –,
intrisa di sciamanesimo e di soteriologia d’Oriente.
La fotografia doveva fungere da ricordo benaugurale. Benedikt Livšic, infatti,
stava partendo per il fronte. Aveva incrociato gli amici sulla Nevskij
Prospekt, aveva mollato la falange, obbligandoli a immortalare l’incontro.
Benedikt Livšic aveva un carattere leonino – gli amici lo chiamavano ‘Ben’.
Ferito presso Lublino, ‘Ben’ fu decorato, per il coraggio dimostrato in
battaglia, con la Croce di San Giorgio. Ritornato in Russia nel 1915, portò
all’altare Vera Arngold, la cugina del poeta tuttologo Andrej Belyj. La coppia
ebbe un figlio, Alexander, morto a dieci anni di scarlattina. Il poeta, nel
frattempo, si era unito a Ekaterina Konstantinovna: ballerina, ben più giovane
di ‘Ben’, gli diede un figlio, Kirill, nato, come il padre, il giorno di Natale
– morirà, neppure ventenne, durante la battaglia di Stalingrado.
In Italia, Benedikt Livšic è noto per lo più per la sua “Autobiografia del
futurismo russo”. Il libro, scritto con genio, una gioia per i lettori una manna
per gli storici, s’intitola L’Arciere dall’occhio e mezzo: uscito nel 1933, con
ampia tiratura (5300 copie), è stato tradotto da Laterza nel 1968 e da
hopefulmonster nel 1989. Ripellino lo ha definito “lirico piuttosto vicino agli
acmeisti e intenditore di poesia francese”. Eccellente traduttore di Laforgue,
Corbière e Rimbaud, nel 1934 Benedikt Livšic preparò in effetti un’antologia
della poesia francese Dai Romantici ai Surrealisti che gli diede fama. Si fa un
torto a Livšic, però, dimenticando la sua poesia che spesso si eleva, per
qualità formali e doti visionarie, su quella di diversi compagni di ribalderie
letterarie, spesso troppo stretti nelle maglie dell’ideologia avanguardista.
Benedikt Livšic, per chi ama le sigle, è il punto d’unione tra due movimenti
inconciliabili, l’acmeismo e il cubofuturismo.
La fotografia del ’14, tuttavia, svela, dietro la campitura dei sorrisi
diversamente in germoglio, qualcosa di tragico. Dei quattro lì ritratti,
soltanto Čukovskij e Annenkov scamparono alle purghe organizzate da Stalin.
Costantemente vessato dal regime, Mandel’štam fece la fine che sappiamo:
arrestato definitivamente nel 1938, costretto ai lavori forzati, morì a fine
anno, in un campo di transito presso Vladivostok. Benedikt Livšic fu arrestato
il 25 ottobre del 1937 nell’ambito di una immane operazione di polizia che
coinvolse diversi scrittori. Accusato di far parte di una “organizzazione
terroristica trotskista anti-sovietica intenta a compiere atti di sabotaggio”,
Benedikt Livšic si difese da par suo. Secondo i documenti del caso, Livšic
avrebbe ritrattato, dopo aver subito tortura; era amico di Valentin Stenich,
traduttore di Joyce, di Chesterton e di Jack London in russo, figlio di un ricco
mercante ebreo, mecenate d’arte, voce critica contro l’imperiale Stalin. Livšic
fu condannato e fucilato il 21 settembre del ’38; di concerto, fu arrestata la
moglie, Ekaterina, condannata a cinque anni di reclusione e alla perdita di ogni
diritto. Il figlio di ‘Ben’ e di Ekaterina fu affidato a un orfanotrofio.
Incidentalmente, Ekaterina era amica di Nadežda, la moglie di Mandel’štam.
Così vivevano i poeti, in Russia – così morivano. Il poeta fu riabilitato,
insieme a tanti altri, nel 1957 – nei suoi versi, il sussurro dell’erba si
mescola all’armonia delle superne sfere.
**
Nel gorgo universo, dove regna
e domina la spada del verbo
a volte ho composto qualche verso
parola non mia – di divino scalpo.
Ma le mie poesie, ora, sono
imprigionate tra i dialetti del tempo
e devo estrarle zappando la memoria
nei calanchi dell’altrove.
Canto con l’erba, urlo nel vento
mio solo compagno, l’eterno desiderio
di forgiare un unico poema
che mi incagli all’anima universale.
*
“In principio era il Verbo”, è detto.
Ma di chi è questo verbo? oso pensare
da quando una parola – spada sguainata dalle
sue fauci – mi ha espulso dalla coscienza del mondo.
La terra è avvolta da fumi violacei
(tutto da lontano sembra sprofondare)
la terra su cui non mi alzerò più
occhi forati in cui crolla chi mi ama.
Sussurro all’orecchio, vivo come mi è dato
ma ho dimenticato la via delle stelle
che porta verso la Santa Trinità: vivo al di là
del tempo terreno, continuo a camminare.
*
Non capisco le voci dei contemporanei
a poco a poco il battito assordante
del sangue è soffocato. Se pieghi i cieli
ti mescolerai al fragore delle chitarre.
Verrai al canto grigio delle colombe
busserai alla mia porta, servile ruffiana
ma non so più ciò che era né ciò che
eri, non so più la gloria e l’Eterno tuono.
Sono caduto nel tempo, ossificato essere
in un campo straniero, arato da sconosciuti:
apri l’arida gola, spaventapasseri di ghiaccio,
memoria esausta di antichi lampi.
Inclinare i cieli, tenerli in mano
svelare senza indugio i pilastri del mondo.
Ma come puoi annientare il grido degli inumani
astri e riempire il vuoto con lo sgattaiolare della chitarra?
La musica delle sfere è invincibile, è troppo
per me: non posso accontentarmi del garrire
dei corvi – tra noi si frappone una verità
rabbiosa: la condurrò verso altre vie.
*
No, non è per mancanza di fede
che il verde vello della terra mi è caro:
da tempo l’impassibile mondo
e il suo destino mi lasciano indifferente.
Segmenti. Corde. Un angolo. La modernità.
Cicaleccio di rivali. Piedi puntati su una panca.
Non è forse questo – direbbe Madame de Récamier –
il plusvalore di Marx su una sdraio?
Latitudini. Meridiani. Nessuno
ha udito il giuramento delle egerie:
O, anima mia! O Psiche! O pulcino!
Nessuno ti scalzerà dal nido.
Se solo potessimo, alla vigilia di un addio,
assaporare l’aria come un sorso di vino:
oltre al sonno, sapremmo serbare
il discreto fascino delle mezze verità.
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