Pubblichiamo per gentile concessione le pagine di Al vento delle steppe (De
Piante, 2026; prefazione di Antonio Armano) dove Vittorio Beonio
Brocchieri descrive la visita a Jasnaja Poljana, la tenuta dei conti Tolstoj.
Siamo nel 1934, il potere di Stalin è sempre più assoluto. A breve ci sarà
l’omicidio Kirov, pretesto per una deriva autoritaria e avvio delle purghe.
All’ingresso della tenuta una scritta con il giudizio di Lenin su Tolstoj:
grandissimo artista ma cattivo filosofo. Il figlio Sergej vive recluso nella
tenuta con il servitore che ha portato lo scrittore verso il suo ultimo viaggio
in carrozza nell’inverno del 1910. Lo stesso servitore porterà Vittorio Beonio
Brocchieri di notte in carrozza a prendere il treno per riprendere il viaggio.
Quella nella casa di campagna di Tolstoj è una delle ultime tappe di un viaggio
di 17mila chilometri su un biplano Caproni scoperto e senza
copilota. Dall’Ucraina della carestia indotta da Stalin fino alla Siberia dei
deportati, Vittorio Beonio Brocchieri compie una straordinaria esplorazione
dell’universo sovietico. Dei cieli ma soprattutto della terra. La fame ovunque
tranne che nei banchetti ufficiali, l’entusiasmo ingenuo o di maniera per le
conquiste del socialismo, l’onnipresenza dei servizi segreti il cui nome non si
può nemmeno pronunciare, come quello di Dio tra gli ebrei, la miseria e le
meschinità della coabitazione. Il “filosofo volante”, docente di storia delle
dottrine politiche a Pavia, detto anche “el matt”, non concede al nuovo regime
nemmeno il beneficio degli inizi e il giudizio che emerge per quell’esperimento
è senza appello. Nonostante questo, la curiosità soprattutto umana e il gusto
per gli incontri fuori programma per la gente comune testimoniano un’autentica
passione per il popolo russo. I nomi e i toponimi sono traslitterati alla
vecchia maniera (Tolstoi e così via). Ma il racconto è quantomai fresco e
intenso. Finalmente Al vento delle steppe torna in libreria dopo quasi un secolo
di inspiegabile e ingiusta assenza.
**
Nella casa di Leone Tolstoi
Il treno che viene da Mosca sulla linea di Karkow ferma a una piccola stazione;
poi sono circa cinque chilometri di strada campestre. La carrozza corre
attraverso il piano erboso, lungo un fascio molle di solchi. Il passo dei
cavalli sul terreno intriso d’umidore è silenzioso, come sopra un tappeto di
sughero. Non ascolti che il tremolio del campanello, il cigolare delle stanghe e
la voce del guidatore.
A destra e a sinistra del passaggio respirano gli abeti dalla scorza fine, si
rizzano gli olmi rabescati di edera vecchia. Quando la stagione cade i rami si
fanno trasparenti e il viandante scorge di là dall’intrico vegetale la fuga
ondosa di altri poderi, e il fumigare del sole rosso incline all’orizzonte. I
campi odorano di foglie e di acquitrino. La carrozza si ferma all’ingresso di un
viale guardato da due pilastri. Qui comincia il parco interno della tenuta che
apparteneva ai Conti Tolstoi. Si chiama Jasnaja Poliana, che in russo vuol dire
“chiara campagna”. Fuori dal recinto è il villaggio dei contadini; in fondo al
viale sorge la casa del poeta.
Un fattore, menandomi a piedi lungo il sentiero ghiaioso sparso di ramuscoli, mi
ha detto che avrei potuto incontrare il figlio Sergio e la nipote. Dalla morte
del Grande, questi relitti dell’antica famiglia vivono appartati fra le mura e
gli alberi, quasi a custodirne i ricordi.
Ora un corpo di fabbricato è ridotto a museo; serve anche per la foresteria. Un
viale di tigli corre davanti alla casa. Una iscrizione di data recente
sull’architrave tarlato dice:
> “Tolstoi fu grandissimo artista ma cattivo filosofo. La sua dottrina
> debilitante prova l’impotenza della vecchia classe aristocratica a realizzare
> un ordine nuovo”.
Firmato: “LENIN”.
Entra nella casa un contadino: barba lunga, tunica grigia, gambali di pelle come
usava al tempo antico. Qui dentro nulla è mutato.
Il vestibolo terreno è ingombro di selle, di staffe, di cavezze, di briglie: c’è
un odore diffuso di frutta conservata e di mele autunnali. Il guardiano dice:
“In questa casa abitava Alessandra, la figlia più giovane”. Erano tanti
fratelli; ma quattro sono morti piccini; e fuori di Sergio Lvovic, gli altri
sono andati a vivere nei più diversi paesi del mondo. La camera è rischiarata a
ponente e i materassi hanno aroma di fieno secco; stando seduti sulla sponda del
lettuccio si vede la chioma di un alberello giovane profilato contro il cielo
chiaro. Tra l’uno e l’altro edificio sorgeva un’antica costruzione in legno che
il nonno del poeta aveva fatta erigere sul vecchio stile russo. Poi fu venduta e
trasportata trave a trave quaranta verste lontano. Ora lo spazio è vuoto e da
questa cameretta si scorge il tetto dell’altra casa.
La nipote del poeta vive là dentro con la consegna di guardare i cimeli. Sergio
è musicista.
Qualche volta nelle sere dolci di mezza estate le note del pianoforte si
diffondono nel giardino. Dalla fattoria qualcuno esce in ascolto e siede ai
piedi dell’albero secolare dove un tempo il vegliardo radunava a convegno la
gente sua. I contadini più anziani commentano a bassa voce: “Questa è la musica
che piaceva tanto a lui”.
Sergio Tolstoi, avvertito del mio arrivo, manda ora una ragazzina bionda a dirmi
che sarò ospite accetto. Egli mi attende sull’atrio della palazzina. Una figura
alta e corposa; dal ciglio arruffato, dall’occhio pungente, come il padre suo.
Ma si vede che è stanco, carico di anni. Vicino a Sergio, Elena, canuta sotto
una cuffia nera, con uno zimarrino bianco, le pianelle di fibra, la gonna
pieghettata a volanti, sorride con le guance accese e lustre, stringendo le
pupille miopi dietro gli occhialetti a stanga. Sua madre era sorella del Grande.
Un ritratto è appeso alla parete e la somiglianza fa prova di eredità.
Al mio apparire stanno quasi perplessi. Gente avvezza al silenzio, anime
segregate. Ora vengo introdotto in un salottino, tra mobili dell’Ottocento,
tendaggi verdi sdruciti, fotografie giallastre, scaffali polverosi, gremiti di
vecchi libri. L’uscio a vetri cigolando si richiude. Eccoci risaliti di mezzo
secolo, avvolti nel passato, presi in quest’atmosfera di pace pensosa e di
meditazione vigilante. Una scala ripida conduce al piano di sopra. Qui c’è la
luce, le cose diventano vive. Si trattiene il respiro, si cammina in punta di
piedi. La contessa dice: “In questa casa egli mi ha conosciuta bambina, quando
tornai dalla Francia e dall’Inghilterra. Non pronunciavo parola di russo; fu
proprio lui ad insegnarmi la lingua madre”.
Questa pia gentildonna parla con voce sottile, grandi pause, nessun gesto, un
vago tremito nelle pupille. Non è abituata a con dare memorie con gente
forestiera.
Passiamo in una grande sala rischiarata dalle pareti opposte; il riflesso degli
alberi e del cielo la inonda di luce verde e azzurrina. Una tavola rettangolare
occupa il centro; mobili, pianoforte e divani sono conservati come allora: la
posizione delle seggiole, dei vasi, delle lampade è immutata. A capo tavola era
il suo posto: questi i suoi piatti, questa la sua scodella e la posata che
adoperò fino all’ultimo giorno.
Una grande metodicità caratterizzava la vita del Maestro.
> “Egli mangiava separatamente da noi”, dice il figlio. “Fino a mezzogiorno si
> tratteneva nel suo studio a lavorare. Poi lo vedevamo comparire da quell’uscio
> con la sua veste da camera lunga, un libro in mano; girava lento intorno alla
> tavola, si interessava alla salute nostra, si affacciava qualche istante alle
> finestre e poi sedeva qui”.
I due fissano il posto vuoto e restano alcuni istanti con gli occhi fermi. Alla
parete sono appesi diversi ritratti: il vecchio conte che edificò la villa
ampliando i poderi, il padre del poeta e poi la moglie sua; da un lato è
riprodotto a tinte vivacissime il busto di una giovinetta dalle grandi trecce
nere arrotolate sulla nuca. La contessa Elena alza lo sguardo verso di lei e
indicandomela esclama:
> “Questa è Natascia che ha tanta parte nella vicenda di Guerra e pace. Infatti
> aveva una voce bellissima e due occhi splendenti, come sta scritto nel libro.
> Quest’altro che avete osservato è pure un personaggio del maggiore romanzo: il
> padre del Principe Andrea, colui che in punto di morte fa ammenda dell’aspro
> suo carattere e piega a mitezza. Era un avo di Tolstoi. E lo ha dipinto con
> cruda verità. Al contrario osservate qui: è il ritratto della moglie: colei
> che appare in Anna Karenina sotto il nome e la veste di Kitty: la sposa
> fedele. Non vi sembra che anche fisicamente le somigli?”.
È uno stranissimo discorso. Gli intimi famigliari chiedono a me, estraneo, una
conferma di somiglianza e di identità. Quei personaggi, quei volti sembrano
staccarsi e prendere vita al richiamo di tanta evocazione. Ed io mi rendo conto
che i rapporti si invertono. Le immagini restano vive nel ricordo di questi
medesimi superstiti non perché riproducono persone di carne, ma perché diedero
suggerimento alla fantasia di quell’immenso artefice. È il romanzo che li ha
resuscitati e che li conserva in piena forza di anima e di passione. La seconda
vita prevale sulla prima. La finzione poetica li ha resi più reali della stessa
realtà. Mi sento chiedere se io rammento la bella voce di questa fanciulla e il
suo temperamento irriflesso, e la sua personalità inquietante, o se tengo a
memoria l’incidente del ritardo che scompigliò le nozze del poeta. Anche questo
è narrato nelle pagine immortali di un libro suo, e l’episodio cessa di
appartenere alla cronaca intima di una famiglia per diventare patrimonio
dell’umanità. Mai come ora ho sentito la forza miracolosa della creazione
artistica. Così i frammenti di questa casa ridanno vivo ad ogni istante l’uomo
grandissimo che toccando le cose caduche dell’esistenza le ha rese eterne ed
universali.
> “Questo è lo studio. Anna Karenina fu terminata lì, sullo scrittoio. Qui venne
> anche composto il racconto dell’epopea napoleonica: il poema santo del popolo
> russo”.
Io mi siedo sullo scanno bassissimo. I gomiti, scrivendo, restano alzati e il
mento quasi urta contro il margine della tavola. “Ha voluto così”, dice Sergio
Tolstoi, “perché la miopia l’obbligava a tenere l’occhio vicinissimo al foglio”.
C’è una stampa di Raffaello alla parete e sotto la stampa un divano assai
largo.
Sono venuti al mondo su quel divano quattro figli del poeta. Per questo egli lo
volle sempre accanto a sé: di quando in quando, alzandosi dallo scrittoio, vi si
andava a riposare. Mi si mostra in un angolo dello studio un tavolino più
piccolo.
> “Qui, dalla mano di mia madre, il manoscritto di Guerra e pace fu ricopiato
> sei volte”.
La contessa dormiva in un’altra camera: grande, tutta sparsa di fotografie
com’era in uso al finire del secolo. Amava circondarsi delle immagini di tutti i
suoi figlioli. Il segreto di quella tormentatissima vita coniugale fu reso noto
dalla pubblicazione di un diario postumo. Sergio rammenta la malattia della
madre, rammenta la chiusa disperazione del padre. I due si amavano e non si
intendevano. Ciascuno urtava contro i limiti della personalità dell’altro; ne
soffriva il peso e la resistenza. Destinati a incontrarsi oltre i limiti della
vita. Entrambi credevano all’eternità.
Passiamo alla camera dove Tolstoi si ridusse negli anni estremi. Qui egli
scrisse certe parole potenti e vertiginose del diario suo, quando abbandonati i
campi dell’arte si cimentava sugli strapiombi nudi della meditazione tendendo le
braccia a Dio.
> “Il corpo mi pesa, bisogna guardare con gioia alla sua distruzione”, oppure:
> “La morte è certamente un prender sonno e probabilmente un risveglio”.
Il figlio lo ricorda vivo e parlante nel travaglio arroventato di quell’epoca.
Insofferente davanti ai medici, insofferente degli ospiti che profanavano la
solitudine sua. Lunghe assenze nei boschi, cavalcate invernali sotto la neve.
Poi l’infermità del corpo si inasprisce e rende più viva la fiamma dello
spirito. Non nasce in lui pensiero che non porti scolpita dentro la morte.
Perché egli guarda e giudica le cose del mondo cogli occhi avvezzi a contemplare
l’infinito.
> “Io ricordo”, mi dice Sergio posando una mano sul guanciale, “i giorni della
> prima rivoluzione, 1905. Egli soffriva in tutte le fibre. Cercava di non
> incontrare anima viva. Seduto non poteva rimanere. Scriveva durante la notte e
> non mangiava che pochissimo. Non rispondeva agli appelli dei famigliari. Un
> giorno gli chiesi che cosa egli pensasse dei cruenti moti operai: se a
> giudizio suo le masse lavoratrici avevano o non avevano diritto di combattere
> per la conquista di una maggiore giustizia sociale. Mio padre fatto pensoso
> rispose a me con una parabola, che non dimenticherò mai…”.
Qui Sergio si interrompe un attimo, passando la mano sulla fronte altissima. La
nipote Elena, aggiustata la cuffietta sulle trecce bianche, lo guarda fisso.
Silenzio intorno a noi: nella piccola camera, sul letto deserto la sera riflette
un bagliore di nubi erranti. Allora il figlio evoca direttamente le parole del
genitore: “Nel tempo che ero giovane mi accadde di compiere un viaggio con un
compagno ufficiale cadetto: un temperamento iroso e prepotente. Ci mettemmo
sulla slitta. Dopo la prima tappa la strada apparve subitamente sbarrata; il
transito era interrotto. Il mio compagno irritato scese dalla slitta e ingaggiò
un aspro diverbio contro coloro che apparivano responsabili del guaio. Poi
passando alle vie di fatto distribuì tale scarica di legnate che tutti ne
presero spavento. Fu tolto lo sbarramento e la slitta passò. Allora il cadetto
mi chiese con aria trionfante se io fossi contento del risultato. Io ero
contento di proseguire il viaggio… ma il mezzo adoperato dall’altro non finì di
piacermi e la coscienza mi ammoniva che sarebbe forse stato meglio portare
pazienza ed aspettare il nostro turno, anziché ricorrere alla violenza e alla
brutalità”. Così ha risposto senza aggiungere altro. Una parabola di stile
evangelico: colui che può capire, capisca. E soggiunge:
> “È ben meglio che il mio povero padre sia morto prima della grande
> rivoluzione. Dio gli ha risparmiato un nuovo tormento”.
Ma l’epilogo fu terribile. Per questa porta è disceso l’ultima sera. Temeva di
svegliare la moglie, di suscitare l’allarme, di essere inseguito. È passato di
qui: un pertugio conduce alla scala di servizio. Noi scendiamo: i passi fanno
rumore sordo. Pareti intonacate di grigio, odore di vecchio ripostiglio. In una
camera terrena dormiva il dottore. Egli lo ha svegliato dicendogli: “Bisogna
partire”. Il resto è noto. Ordine di apprestare la carrozza. Una corsa sulla
neve verso la stazione ferroviaria, l’arrivo a convento dove la sorella badessa
lo accoglie sfatto nell’anima e nel corpo.
“Vostra madre non vi ha mai con dato particolari di quell’incontro?”. Elena un
po’ curva poggiando il gomito allo stipite della porta annuisce col capo,
abbassa lo sguardo, come chi fruga dentro le viscere della memoria.
> “Mia madre mi disse che vedendolo entrare nel parlatorio del convento ebbe al
> primo istante timore che egli procombesse sfinito. Poi si accorse che
> un’immensa, disperata energia spirituale sorreggeva il corpo fragile. Non fece
> a tempo a offrirgli ospitalità che egli manifestò il proposito di ripartire
> subito. Temeva di essere inseguito. Voleva morire in povertà, solo. Nessuno
> riuscì a trattenerlo. Sorretto dal medico riprese poco dopo in ferrovia il
> cammino del sud. Il male lo arrestò a mezzo…”.
Giunsero più tardi i figli attorno al suo capezzale in quel ricovero
improvvisato nell’ora estrema.
“Voi ricordate quei momenti?”, chiedo a Sergio Tolstoi, mentre usciamo dalla
camera terrena verso il giardino. È quasi notte: il bosco stormisce, la terra
odora, la voce dei campi è spenta, un contadino passeggia sotto l’albero gigante
dinanzi alla casa antica.
> “Nell’ultima ora egli era sereno”, dice a me il figlio, “completamente
> pacificato con la coscienza propria, con gli uomini, con la vita. Rammento che
> egli mi riconobbe chiaramente all’atto in cui passai la soglia. Mi fece un
> cenno debole della testa. Poi disse: ‘Perché vi occupate tanto di Leone
> Tolstoi? Occupatevi di coloro che hanno più bisogno di me’. In questo modo
> morì”.
Ora il contadino si avvicina a noi, domanda a che ora voglio ripartire questa
notte da Jasnaja Poliana.
“Verso le due”, rispondo, “per giungere in tempo al treno del mattino”.
“Sarà pronta la vettura”.
“Quest’uomo”, esclama Sergio, “è il medesimo che portò il padre mio nell’ultimo
viaggio. Ora il governo gli ha passato un assegno modesto; egli vive con noi di
ricordanza”.
Pioviggina; i due ospiti si trattengono salutandomi sulla soglia di casa. Ma un
desiderio mi punge ancora, e lo confido al vecchio servo; con lui entro nella
foresta. È notte, biancheggia soltanto la scorza dei platani. L’uomo regge la
lanterna ed apre il cammino dentro il groviglio di arbusti. La pioggia fu
suonare il bosco. Un viottolo conduce in un luogo solitario sul limite di un
burroncello tra piante d’alto fusto. D’un tratto il contadino si arresta, toglie
il berretto e mostra un monticolo di terra bruna, sparsa di foglie morte e
intrisa di rugiada. Abbassando la voce esclama: “Sta sepolto qui”.
Vittorio Beonio Brocchieri
L'articolo “Scriveva durante la notte e non mangiava che pochissimo”. Gita a
casa Tolstoj proviene da Pangea.
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Ottant’anni or sono, nello spietato inverno polacco del 1946, la giovane
dottoressa e ufficiale della sanità militare francese Madeleine Pauliac perdeva
la vita su una strada ghiacciata nel cuore della notte, in un presunto incidente
d’auto. Stava rientrando a Varsavia, da dove era stata smobilitata alla fine
dell’anno precedente al calare inesorabile della Cortina di ferro, che tagliò in
due l’Europa. Dopo uno strano Natale trascorso in famiglia nella sua
Villeneuve-sur-Lot, conteso tra l’utopia di una serenità ormai dimenticata e
ritrovata in tempo di pace e i focolai di orrore che la fine della guerra non
aveva spento, aveva scelto di tornare in Polonia.
Doveva portare a termine una missione. Non quella ufficiale, per cui era
arrivata (e in modo piuttosto rocambolesco) da Parigi a Varsavia passando per
Mosca, su un aereo che sorvolava scenari di desolante devastazione e a bordo di
un treno che attraversava sferragliando stazioni fantasma. Non la missione di
cui lei, una delle prime donne francesi a essere ammessa all’Ordine dei Medici e
a prendere parte alla Resistenza, era stata incaricata dall’allora generale de
Gaulle, a cominciare dalla gestione dell’Ospedale francese di Varsavia.
Si trattava bensì di una missione personale e segreta, di cui pochissimi erano
al corrente. Nei mesi precedenti, la notte, dopo interminabili ore di lavoro in
ospedale, si allontanava di nascosto, sola, e si inoltrava nel cuore della
foresta vicina per raggiungere le suore di un convento profanato dagli eserciti
di passaggio, tedesco prima e sovietico poi. Vittime di violenze indicibili, se
avessero denunciato gli orrori subiti sarebbero cadute vittima anche della gogna
pubblica del giudizio sociale e dell’anticlericalismo delle autorità
filosovietiche, che avrebbero chiuso il convento e le avrebbero consegnate a un
mondo cui non appartenevano più.
L’unica loro salvezza era Madeleine, medico, donna e straniera. Le avrebbe
aiutate ad affrontare la gravidanza e la maternità, e soprattutto quello che
sarebbe avvenuto dopo: avrebbe creato all’interno delle mura del convento un
orfanotrofio, che ospitasse anche i bambini resi orfani dalla guerra e
bilanciasse l’alto numero di neonati, che avrebbe potuto apparire sospetto. Una
perfetta via di uscita per permettere alle sorelle che avessero voluto crescere
i propri bambini di non doverli abbandonare, e a coloro che invece, per il
trauma o per l’incompatibilità della propria vocazione, non avessero potuto
tenerli con sé, di affidarli alle cure delle consorelle, prima che venissero
espatriati con l’aiuto sotterraneo della Croce Rossa polacca e americana.
Una storia straordinaria rimasta nascosta nelle pieghe del tempo e dei delicati
equilibri di potere, se non fosse che quella notte di Natale del 1945 Madeleine
non riuscì più a portare questo peso solo sulle proprie spalle senza scontrarsi
con l’incomprensione della sorella Anne-Marie di fronte alla propria volontà di
tornare in Polonia. Scelse quindi di condividere con lei questo fardello, che la
sorella custodì nel cuore fino al 2006, quando poco prima di morire decise di
affidarlo al figlio, Philippe Maynial, perché ne preservasse la memoria.
Da sempre operante nel mondo del cinema, Maynial è stato per diversi anni
responsabile dei diritti esteri per la casa di produzione Gaumont, ha ideato il
Premio Sopadin per la sceneggiatura ed è ora direttore generale di Babylone
Productions. Non stupisce quindi che abbia portato questa storia di famiglia sul
grande schermo, affinché raggiungesse una platea potenzialmente infinita e
facesse vibrare le corde che solo la narrazione sa toccare.
Dieci anni dopo nasceva così il film Les Innocentes, uscito nelle sale italiane
con il titolo Agnus Dei. Diretto da Anne Fontaine e candidato a quattro premi
César, è accompagnato da una colonna sonora di struggente delicatezza composta
da Max Richter, candidato agli ultimi Oscar per la colonna sonora di Hamnet,
altrettanto intensa nel suo essere “in punta di piedi”. Qui Madeleine è
Mathilde, una giovanissima dottoressa entrata a far parte della Croce Rossa
prima ancora di completare gli studi per dare il suo contributo alla Resistenza:
non è primario dell’Ospedale francese ma assistente di un medico (uomo), e non
ha quindi l’autorevolezza e il ruolo cruciale del personaggio storico a cui è
ispirata, il che rende agli occhi dello spettatore la sua missione ancora più
fuori scala.
La trama, necessariamente romanzata (al di là dei processi di adattamento da
storia a cinema, nessuno è a conoscenza di chi fossero le suore che furono
pazienti della dottoressa Pauliac), è uno strumento per fare emergere un aspetto
fondamentale della vera storia di Madeleine: aiuto reciproco, abnegazione,
sorellanza, oltre ogni ruolo, confine, partito o credo, sono l’ultimo baluardo
dell’umanità di fronte alle guerre a cui sembra che non sappiamo porre un freno,
oggi come allora. E così Mathilde, atea come Madeleine e qui fervente comunista,
e il suo primario (e amante), ebreo e quindi guardato con sospetto dalle suore
in quanto non battezzato, riusciranno a farsi accogliere da queste donne preda
del terrore per le violenze subite e di una regola che vietava loro persino di
lasciarsi visitare, e a vincere i propri pregiudizi. È la vittoria dell’umano e
della fratellanza.
Ma questa storia, che già avrebbe i toni dell’epica, è solo un capitolo di una
storia molto più ampia, che si snoda attraverso l’affresco della grande Storia.
Una storia al femminile e corale, perché Madeleine non era sola. Il suo coraggio
fu anche quello delle undici infermiere e autiste appena ventenni della Croce
Rossa francese, le ragazze del leggendario Squadrone blu (dal colore delle
uniformi donate dagli americani), inviate a Varsavia per aiutare Madeleine nella
missione di rimpatrio dei 300.000 soldati rimasti bloccati negli ospedali o nei
campi di prigionia, detenuti da Stalin. Insieme, porteranno a termine oltre 200
missioni e percorreranno circa 40.000 km sulle strade devastate di un mondo in
rovina, sfidando la minaccia sovietica.
Una storia che Philippe Maynial, con l’aiuto della moglie Barbara, è riuscito a
ricostruire attraverso lettere, diari, fotografie, testimonianze dirette delle
“Blu” e dei loro discendenti, viaggi e ricerche d’archivio, restituendoci un
vivace e commovente ritratto di dodici eroine dimenticate nel suo
libro Madeleine Pauliac. L’Insoumise, pubblicato nel 2017 in Francia da XO
Editions e rivisto e aggiornato per l’edizione statunitense del 2025 edita da
Rowman & Littlefield (Bloomsbury), da cui è tratta la traduzione italiana, che
ho avuto il privilegio di curare per le Edizioni Ares, Le ragazze dello
Squadrone blu. Madeleine Pauliac e le Crocerossine che sfidarono Stalin
(1945-1946) (maggio 2026).
E allo schermo questa storia è tornata, ora in versione completa, con il
documentario Les Filles de l’Escadron Bleu di Emmanuelle Nobécourt, di cui
Maynial è co-autore e co-produttore e al quale nel 2020 è stato assegnato il
Premio Historia, dedicato ai documentari storici. Una ricostruzione di rara
potenza, anche grazie alla “voce” diretta delle fotografie d’epoca e
dell’inchiostro di lettere e diari.
Il linguaggio visivo ha poi incontrato la pagina, e a gennaio, in vista dell’80°
anniversario di Madeleine, le avventure sue e delle “Blu” sono diventate anche
un graphic novel, L’Escadron bleu, 1945, a cura di Le Pon e Ollagnier,
dell’editore francese Dupuis.
E così, una storia che sembrava perduta continua a viaggiare tra forme narrative
e a ispirare lettori e spettatori, oltrepassando ogni confine come fecero le sue
protagoniste nelle loro missioni.
> «Mentre ero a Varsavia, qualche tempo fa, dalla finestra del mio albergo, nel
> grigiore del mattino, mi sembrò di scorgere Madeleine e le piccole Blu, mano
> nella mano. Quando mi capita di andare a Villeneuve-sur-Lot, non manco mai di
> salutare, con un peso sul cuore, il grande cedro centenario che si erge sulla
> strada verso il cimitero. In estate, tutt’intorno, crescono piccoli fiori
> blu».
>
> (Philippe Maynial)
Chiara Bianchi
*In copertina: Madeleine Pauliac (a sinistra) e alcune ragazze dello “Squadrone
blu”
L'articolo Le crocerossine che sfidarono Stalin. Una storia straordinaria e
terribile proviene da Pangea.
Partiamo da una foto – quella riprodotta in copertina. È l’estate del 1914,
siamo a San Pietroburgo, nello studio dell’insigne fotografo Karl Bulla. Alla
sinistra di chi guarda c’è Osip Mandel’štam: sguardo penetrante, tra la colomba
e la volpe, cristalleria della sprezzatura; l’anno prima aveva pubblicato la
prima raccolta, Kamen’.Quello al fianco di Mandel’štam – sguardo aperto,
capelli-elmo e baffetti – è Kornej Čukovskij (in realtà Nikolaj Kornejčukov):
anglista, amava Lewis Carroll; eccelleva nello scrivere favole, per cui divenne
famosissimo (alcune sono tutt’ora tradotte in Italia) – la figlia, Lidija
Čukovskaja, ci ha lasciato straordinarie testimonianze dei suoi incontri con
Anna Achmatova e Marina Cvetaeva. Insieme a Jurij Annenkov – l’ultimo a destra,
quello dallo sguardo più serio, svagato, l’unico a non fissare l’obiettivo –,
l’artista che ci ha lasciato i più bei ritratti dei poeti russi della cosiddetta
“Epoca d’argento” – virili, rapaci, ‘vorticisti’ –, allievo, a Parigi, di Félix
Vallotton e amico di Matisse, Kornej Čukovskij sorregge il più aitante del
gruppo. Sguardo fiero, da falchetto, sorriso irresponsabile, testa rasata,
giacca, maglia a collo alto: Benedikt Livšic è l’unico che indossa gli stivali.
Benedikt Livšic era nato il giorno di Natale del 1886 a Odessa: il padre, di
origine ebraica, era socio di una fabbrica di mattoni, guidava un negozio di
generi alimentari. Laureatosi in Giurisprudenza a Kiev, Benedikt dimostrò quasi
subito un talento naturale per la poesia: preferiva Ovidio alla Bibbia, Omero a
Virgilio, “un poeta affetto da pallore letterario, troppo pudico” – traduceva
Orazio. Benché stimasse gli ‘acmeisti’, guidati dalla coppia Achmatova-Gumilëv,
fu svezzato al contemporaneo dai fratelli David e Vladimir Burljuk (entrambi,
come lui, di ucraini natali): grazie a loro, fu intruppato tra i Cubofuturisti
dove si stava facendo strada un poeta-Sansone, Vladimir Majakovskij.
Il 1914, in effetti, fu un anno importante per Benedikt Livšic. Aveva pubblicato
– con un certo sonoro successo – la seconda raccolta, “Il sole dei lupi”;
soprattutto, si era dimostrato il più reattivo antagonista di Filippo Tommaso
Marinetti, nei giorni – fine gennaio, inizi di febbraio – in cui il papà del
Futurismo aveva attraversato San Pietroburgo e Mosca. In sostanza, Benedikt
Livšic stigmatizzò gli atteggiamenti ‘borghesi’ del poeta italiano
avanguardista, da gagà in gita lirica fuori porta; riteneva che il Futurismo
‘alla russa’ avesse specificità proprie, imparagonabili alle moine marinettiane.
Insomma: i veri ‘rivoluzionari’ erano Majakovskij & Co. La storia gli avrebbe
dato ragione. Intanto, insieme all’amico Velimir Chlebnikov, Benedikt Livšic
ideò un manifesto al veleno, interessante per capire i rapporti culturali che
intercorrono, da sempre, tra Russia e resto del mondo occidentale. I due,
infatti, si ribellavano a quelli che “cadono ai piedi di Marinetti”, vili
traditori, perché “costringono l’Asia a chinare il suo nobile collo sotto il
giogo dell’Europa”. Angelo Maria Ripellino – in: Majakovskij e il teatro russo
d’avanguardia, Einaudi, 1959 – ricorda che i Cubofuturisti erano soliti
travestirsi, per incutere, allo stesso tempo, timore e risate nel pubblico:
David Burljuk “passeggiava per Mosca con le guance dipinte, l’occhialino, il
cilindro e panciotti vistosi sul massiccio ventre”; Livšic lo seguiva, “aveva
scelto a ornamento la gorgiera increspata di Pierrot”.
Nel 1914, per altro, in aprile, Livšic aveva abbracciato la Chiesa Ortodossa: di
qui la potenza profetica, fuori asse rispetto ai compagni di avanguardia, del
poeta. In Russia, era naturale per il poeta consegnarsi a una fede: era la fede,
infine, a conferire carisma, tensione, avvenire ai versi. In molti si nutrirono
della fede nella Rivoluzione, nel Partito-Chiesa; altri optarono per la teosofia
o per una sorta di religione personale, per pochi – Chlebnikov, ad esempio –,
intrisa di sciamanesimo e di soteriologia d’Oriente.
La fotografia doveva fungere da ricordo benaugurale. Benedikt Livšic, infatti,
stava partendo per il fronte. Aveva incrociato gli amici sulla Nevskij
Prospekt, aveva mollato la falange, obbligandoli a immortalare l’incontro.
Benedikt Livšic aveva un carattere leonino – gli amici lo chiamavano ‘Ben’.
Ferito presso Lublino, ‘Ben’ fu decorato, per il coraggio dimostrato in
battaglia, con la Croce di San Giorgio. Ritornato in Russia nel 1915, portò
all’altare Vera Arngold, la cugina del poeta tuttologo Andrej Belyj. La coppia
ebbe un figlio, Alexander, morto a dieci anni di scarlattina. Il poeta, nel
frattempo, si era unito a Ekaterina Konstantinovna: ballerina, ben più giovane
di ‘Ben’, gli diede un figlio, Kirill, nato, come il padre, il giorno di Natale
– morirà, neppure ventenne, durante la battaglia di Stalingrado.
In Italia, Benedikt Livšic è noto per lo più per la sua “Autobiografia del
futurismo russo”. Il libro, scritto con genio, una gioia per i lettori una manna
per gli storici, s’intitola L’Arciere dall’occhio e mezzo: uscito nel 1933, con
ampia tiratura (5300 copie), è stato tradotto da Laterza nel 1968 e da
hopefulmonster nel 1989. Ripellino lo ha definito “lirico piuttosto vicino agli
acmeisti e intenditore di poesia francese”. Eccellente traduttore di Laforgue,
Corbière e Rimbaud, nel 1934 Benedikt Livšic preparò in effetti un’antologia
della poesia francese Dai Romantici ai Surrealisti che gli diede fama. Si fa un
torto a Livšic, però, dimenticando la sua poesia che spesso si eleva, per
qualità formali e doti visionarie, su quella di diversi compagni di ribalderie
letterarie, spesso troppo stretti nelle maglie dell’ideologia avanguardista.
Benedikt Livšic, per chi ama le sigle, è il punto d’unione tra due movimenti
inconciliabili, l’acmeismo e il cubofuturismo.
La fotografia del ’14, tuttavia, svela, dietro la campitura dei sorrisi
diversamente in germoglio, qualcosa di tragico. Dei quattro lì ritratti,
soltanto Čukovskij e Annenkov scamparono alle purghe organizzate da Stalin.
Costantemente vessato dal regime, Mandel’štam fece la fine che sappiamo:
arrestato definitivamente nel 1938, costretto ai lavori forzati, morì a fine
anno, in un campo di transito presso Vladivostok. Benedikt Livšic fu arrestato
il 25 ottobre del 1937 nell’ambito di una immane operazione di polizia che
coinvolse diversi scrittori. Accusato di far parte di una “organizzazione
terroristica trotskista anti-sovietica intenta a compiere atti di sabotaggio”,
Benedikt Livšic si difese da par suo. Secondo i documenti del caso, Livšic
avrebbe ritrattato, dopo aver subito tortura; era amico di Valentin Stenich,
traduttore di Joyce, di Chesterton e di Jack London in russo, figlio di un ricco
mercante ebreo, mecenate d’arte, voce critica contro l’imperiale Stalin. Livšic
fu condannato e fucilato il 21 settembre del ’38; di concerto, fu arrestata la
moglie, Ekaterina, condannata a cinque anni di reclusione e alla perdita di ogni
diritto. Il figlio di ‘Ben’ e di Ekaterina fu affidato a un orfanotrofio.
Incidentalmente, Ekaterina era amica di Nadežda, la moglie di Mandel’štam.
Così vivevano i poeti, in Russia – così morivano. Il poeta fu riabilitato,
insieme a tanti altri, nel 1957 – nei suoi versi, il sussurro dell’erba si
mescola all’armonia delle superne sfere.
**
Nel gorgo universo, dove regna
e domina la spada del verbo
a volte ho composto qualche verso
parola non mia – di divino scalpo.
Ma le mie poesie, ora, sono
imprigionate tra i dialetti del tempo
e devo estrarle zappando la memoria
nei calanchi dell’altrove.
Canto con l’erba, urlo nel vento
mio solo compagno, l’eterno desiderio
di forgiare un unico poema
che mi incagli all’anima universale.
*
“In principio era il Verbo”, è detto.
Ma di chi è questo verbo? oso pensare
da quando una parola – spada sguainata dalle
sue fauci – mi ha espulso dalla coscienza del mondo.
La terra è avvolta da fumi violacei
(tutto da lontano sembra sprofondare)
la terra su cui non mi alzerò più
occhi forati in cui crolla chi mi ama.
Sussurro all’orecchio, vivo come mi è dato
ma ho dimenticato la via delle stelle
che porta verso la Santa Trinità: vivo al di là
del tempo terreno, continuo a camminare.
*
Non capisco le voci dei contemporanei
a poco a poco il battito assordante
del sangue è soffocato. Se pieghi i cieli
ti mescolerai al fragore delle chitarre.
Verrai al canto grigio delle colombe
busserai alla mia porta, servile ruffiana
ma non so più ciò che era né ciò che
eri, non so più la gloria e l’Eterno tuono.
Sono caduto nel tempo, ossificato essere
in un campo straniero, arato da sconosciuti:
apri l’arida gola, spaventapasseri di ghiaccio,
memoria esausta di antichi lampi.
Inclinare i cieli, tenerli in mano
svelare senza indugio i pilastri del mondo.
Ma come puoi annientare il grido degli inumani
astri e riempire il vuoto con lo sgattaiolare della chitarra?
La musica delle sfere è invincibile, è troppo
per me: non posso accontentarmi del garrire
dei corvi – tra noi si frappone una verità
rabbiosa: la condurrò verso altre vie.
*
No, non è per mancanza di fede
che il verde vello della terra mi è caro:
da tempo l’impassibile mondo
e il suo destino mi lasciano indifferente.
Segmenti. Corde. Un angolo. La modernità.
Cicaleccio di rivali. Piedi puntati su una panca.
Non è forse questo – direbbe Madame de Récamier –
il plusvalore di Marx su una sdraio?
Latitudini. Meridiani. Nessuno
ha udito il giuramento delle egerie:
O, anima mia! O Psiche! O pulcino!
Nessuno ti scalzerà dal nido.
Se solo potessimo, alla vigilia di un addio,
assaporare l’aria come un sorso di vino:
oltre al sonno, sapremmo serbare
il discreto fascino delle mezze verità.
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