Stanotte ho sognato Mandel’štam. (Ovvero: sulla poesia come veicolo di verità)

Pangea - Monday, May 25, 2026

Stanotte ho fatto un sogno. In un caffè in stile liberty – forse si trattava del “Caffè degli Spacchi”, la grotta di porcellana di Dino Campana, a Genova; o forse, invece, del “Caffè letterario” in Prospettiva Nevskij, a San Pietroburgo; e in ogni caso, comunque, di uno di quei caffè avvezzi a ospitare molte conversazioni inutili e digressive e, dunque, spesso illuminanti – sedevano attorno a un tavolo tre uomini come tanti. Erano Osip Mandel’štam, un diligente poeta italiano contemporaneo dell’oggettività – il nome del quale, per discrezione ma soprattutto per irrilevanza, preferisco tacere –, e naturalmente io stesso (l’io non manca mai, nemmeno nei sogni), coinvolto, chissà perché, in una conversazione che ben presto ha smesso di riguardare la poesia “in generale” per trasformarsi in qualcosa di più ambiguo e profondo: un discorso a più teste sulla possibilità che la parola poetica trascenda l’oggetto invece di limitarvisi.

Va da sé che il tema di convergenza radicale della conversazione non avrebbe potuto che essere il simbolo. E però non il simbolo ridotto a emblema culturale o a meccanismo interpretativo, né il Simbolo dei simbolisti. Non quei tipi di simboli, che non sono simboli, in realtà, ma segni e allegorie. Nel mio sogno Mandel’štam, con sapienza allusiva, sembrava accennare a qualcosa di molto più concreto e insieme più sfuggente: l’attitudine del poeta di portare al mondo simbolicamente un oggetto nel momento stesso in cui lo nomina.

Parlava con lentezza, volendo (secondo me) evitare di irrigidire il suo pensiero in formule teoriche. Eppure da ogni sua osservazione emergeva, quantomeno per quanto riuscivo a darmene contezza, una qualità che la poesia contemporanea ha quasi interamente smarrito: la capacità del simbolo di “fare-cosa”, in senso agente, dantesco. Non, perciò, di rappresentare semplicemente un significato ulteriore, più “alto” e “spirituale” della realtà, ma di rendere gli oggetti, pur nella loro dura consistenza materica, attraversabili dalla trascendenza – o, anzi, addirittura, di renderli anch’essi, come noi, attori di trascendenza.

Una pietra, un pane, un tratto di selciato, una stanza – in Mandel’štam nulla del mondo reale resta confinato nella sua statica evidenza (certi filosofi direbbero magari: nella sua datità) empirica. Nei suoi versi ogni cosa subisce una pressione verticale. L’oggetto è sé stesso ma simultaneamente, e direi misteriosamente, eccede sé stesso. Nel sogno, mentre lo ascoltavo parlare non ho potuto evitare di tornare a pensare, ancora una volta, che proprio qui – nella propensione trasfigurativa della parola poetica – risieda la differenza decisiva tra la grande poesia dei grandi poeti e l’implacabile, logorroica imitazione agita dai molti che la scimmiottano.

Il poeta dell’oggettività, fino a quel momento piuttosto taciturno, ha aperto finalmente il proprio quaderno.

Ha letto alcuni versi che aveva dedicato alla frutta nei supermercati, più un paio di testi ispirati dal malfunzionamento di un pulsante di un distributore automatico e a un neon che pare vibri all’angolo di una rotatoria di Vimercate o Viggiù, non mi ricordo bene. Tutto in quei versi, di non maldestra fattura artigianale, risultava abbastanza esatto. Tutto era sorvegliato e poeticamente impiegatizio. Tutto era irrimediabilmente morto.

Perciò, commento ora – con buona pace dei diligenti poeti contemporanei della oggettività: in Mandel’stam la fedeltà al reale non ha che superficiali tangenze col realismo della realtà. Il perché è presto detto: perché è fede. Cioè a dire è fiducia nella parola come veicolo di verità e significato metafisico (che stanno in una sorta di sovra-realtà verbalmente stratigrafica) dell’Essere, mentre nell’esercito dei diligenti poeti dell’oggettività tale fedeltà si riduce, di fatto, a una banale registrazione dell’esistente, o a un pettegolezzo pieno di cosine buffe. Nei loro testi nessuna combustione simbolica pervade gli oggetti. Una banana, lì, non è che una banana. Un neon periferico di Vimercate o Viggiù resta un neon periferico di Vimercate o Viggiù.

L’ostinazione descrittiva e il culto del dettaglio – quando va bene, e non ci si ritrova, come capita, dentro a una narrazione metaforizzata di un quasi-nulla mentale che parla di un quasi-nulla esistenziale – vengono scambiati per rigore poetico, mentre nella stragrande maggioranza dei casi, in effetti, non sono che impotenza immaginativa elevata a metodo.

Nel mio sogno ho osservato Mandel’štam ascoltare quei versi-cembali con una cortesia quasi dolorosa. Egli sapeva – e forse anch’io lo so, perfino fuor di sogno – che il gran problema della poesia non consiste nell’aderire agli oggetti ma nel liberarli dalla loro muta opacità. La poesia autentica non fotografa il mondo, né semplicemente lo “dice”: quel che d’interessante essa fa è costringerlo, nel dirlo, a eccedere sé stesso.

Ed è qui che la distanza tra Mandel’stam e il diligente poeta contemporaneo dell’oggettività assume rilevanza flagrante.

Da una parte c’è il poeta medio di oggi, persuaso che in fondo in fondo basti nominare la cosiddetta realtà, liberamente e a modo suo, perché si produca verità. Dall’altra c’è l’ebreo di cultura ortodossa cristiana Osip Mandel’štam – un non devoto di fede ontologica dotato –, per il quale ogni parola autentica conserva traccia del Verbo e possiede, dunque, nell’esercizio della sua funzione nominatrice, una forza trasformativa, che non eventua o descrive soltanto, ma anche consacra; che non cataloga soltanto, ma anche attraversa.

In Mandel’štam colpisce soprattutto una certezza: il mondo non è muto. La realtà non è solo materia, ma nemmeno puro segno mentale. È unità vivente di visibile e invisibile… e silenziosamente ci parla. Ogni cosa possiede una densità spirituale che merita attenzione, un’aura che chiede d’essere percepita e tradotta in parole. Ed è per questo, in fondo, che il poeta, per lui, non è semplicemente un autore di testi, ma è qualcuno, piuttosto, che, proprio col suo scrivere poesia, custodisce il senso della responsabilità umana verso tutto ciò che esiste. Il poeta canta l’esistente – le cose e gli esseri nella loro creaturale povertà –, ma lo fa guardando verso un spazio-tempo edenico, adamitico, perché è solo in quel mitico, arcaico spazio-tempo metastorico che è possibile nominare il mondo originario, prima della separazione tra parola e verità.

Quando nel suo mirabile saggio su Dante, Mandel’stam descrive la Commedia come un organismo vivente, quasi una corrente respiratoria della lingua, ci ricorda che la poesia è anche, per essenza, movimento trasformativo della coscienza di un essere umano chiaroveggente, chiamato a ritrovare un rapporto non mutilato con il reale.

Anche appoggiandomi, Deo gratias, alla qualità visionaria dell’occhio mentale di Mandel’stam, penso perciò di poter affermare con sobria inquietudine una cosa. Questa cosa è una cosa triste, ed è che la maggior parte della poesia novecentesca e contemporanea, nel suo terrore anti-romantico dell’enfasi e della trascendenza, ha progressivamente rinunciato al simbolo, portando a compimento il processo di riduzione della parola da veicolo della potenza del nome – com’era ab illo tempore – a strumento d’amministrazione minimalistica dell’evidenza, e il flusso versale a una registrazione “esistenzialistica” di fibrillazioni psichiche senza risonanze. Come se oggi la rinuncia all’altezza (alla profondità) spirituale garantisse autenticità. Ma una cosa, una res, in quanto parte dei molteplici realia, penso io – e forse, chissà, lo pensava anche Mandel’stam? –, consegnata (abbandonata) per verba alla propria mera cosalità, finisce per risultare insignificante. O, perlomeno, poco significante, quand’anche funga da correlativo-protesi del sentimento…

La conversazione nel bel caffè di non so dove è proseguita sino a tarda sera, nel mio sogno. Il poeta dell’oggettività ha continuato a raccontare dei propri oggetti, dei propri critici-lettori e dei propri premi con una serietà che suscitava in me una tristezza via via sempre più compassionevole, non priva d’ironia. Mandel’štam invece taceva sempre più spesso, sapendo bene che il simbolo non può essere spiegato troppo a lungo senza degradarlo in simulacro ideologico, in strumento d’uso per cervelli simbolisti.

Quando infine ci si siamo alzati, ho notato, per un istante, che il cucchiaino che il gigante dello spirito aveva posto al lato sinistro della sua tazza sembrava trattenere una luce ulteriore, un quid che tendeva a orientare il mio organo della vista al di là del semplice metallo di cui era fatto. E poi mi sono svegliato.

Massimo Morasso

*In copertina: Osip Mandel’štam (1891-1938); nel testo, alcune copertine dei suoi libri

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