Tradurre: arte da trapper.
Sfogliando la “Treccani” siamo naturalmente in sintonia con il secondo
significato del lemma. “Escursionista che viaggia con un equipaggiamento
elementare, alla ricerca di un contatto diretto con la natura”. Ecco, con
esattezza, ciò che fa il traduttore. “Viaggia” – cioè: si muove in luoghi ignoti
– “con un equipaggiamento elementare” – cioè: al netto di sé, quasi nudo, senza
orpelli, leggero – “alla ricerca di un contatto diretto con la natura” –
cioè: contattando, toccando chi deve tradurre. Vicenda, dunque, di tende,
stelle, alberi, fiumi. Ricongiungersi a un Oriente: orientarsi. O meglio:
imparare a perdersi.
Che paradosso: tradurre è un esercizio di spoliazione. Si comprende la propria
voce – il proprio volto – dando voce a un altro. Servizio è questo
scortecciarsi, verbo dopo verbo. Voce come sinonimo di ascia – di lasciare.
È però col primo significato della parola trapper che dobbiamo fare i conti.
“Cacciatore di pellicce”. Trapperproviene da to trap: interrare trappole.
Tradurre: rivestirsi della pelle/pelliccia di un altro. Vendere la pelliccia di
un altro. Vendere cara la pelle.
Interrare trappole, cioè: le strategie verbali che servono per intrappolare il
tradotto. Il linguaggio, inevitabilmente, è una gabbia – il linguaggio uccide.
Il linguaggio-esca. Il linguaggio-escamotage. Il linguaggio non esce mai allo
scoperto – si copre, si fa scoprire. Scotenna. Tradurre è azione che riguarda la
malizia, l’odore, l’attesa, la ricerca. La sessualità. L’agguato. La morte.
Bisogna intrappolare la lingua dell’altro.
Intrappolare, a volte, è un sinonimo di liberare.
In un modo o in un altro tradurre riguarda uno sconfinamento – si va in terre
diverse, riemerse; a volte ostili – e un atto di predazione. Non si dà
traduzione senza lotta – ciò che resta al lettore è un sentore di sangue alle
labbra.
C’è chi dice che la traduzione è impossibile; basta intendersi sul senso del
tradurre. Secondo alcuni, invece, è nel tradurre – cioè: nella morte
dell’originale – che si realizza compiutamente un testo. Un testo si realizza
quando viene trascinato in un’altra lingua, cioè in un’altra casa. Che gusto
avrà ora? Le parole originarie si scoprono quando perdono ogni origine. Le
parole si scoprono quando rompono il servizio buono, quando irrompono, spaccano
i bicchieri, fanno arrabbiare i frontalieri del galateo.
Detto in modo analogo: tradurre è camminare. Nel cammino, la semente di parole
in bisaccia può diventare leggenda, può levitare in cielo, in ghepardo, in
capodoglio. Oppure, possiamo sprecarla. Gettarla via. Darla alle lepri di turno.
Tornare dal viaggio privi di lingua – ammutoliti. Sul quaderno, qualche disegno
di panorami abnormi e di castelli in aria. Del tradotto, non c’è più traccia:
l’abbiamo bevuto come latte. Ci ha salvati – ci ha permesso di tornare sani e
salvi a casa. Una casa, però, alla luce del viaggio, che non è più casa – è una
candela, ora; la fissiamo mentre si consuma.
Tradurre è un esercizio rischioso perché rischiamo, compiendolo, di consumarci.
Di erodere la propria lingua fino al silenzio. Che fortuna, allora, non avere
più riparo e ricostruire un linguaggio dalla terra, dai bramiti, dalle stelle.
In un libro uscito per Gallimard trent’anni fa, D’une lyre à cinq cordes,
Philippe Jaccottet, il grande poeta svizzero di lingua francese, assembla
diverse, occasionali traduzioni, spesso dall’italiano (Petrarca, Tasso,
Leopardi, Ungaretti, Montale, Luzi…). È interessante la prospettiva traduttiva
di Jaccottet, animata, scrive il poeta, da un “desiderio di cancellarmi, di
cancellazione”. Il poeta è intimidito dagli “artifici, dagli ingegnosi e
superflui cambi di tono, dagli eccessivi ornamenti che avrebbero prodotto
soltanto, a mio parere, monotonia, insipidezza, banalità”. Naturalmente,
Jaccottet è consapevole che “ogni pretesa di trasparenza, cioè di servire il
testo originale senza interferire, è in larga misura un’illusione quando non una
follia”. È un principio fisico: il punto di osservazione e
l’osservatore determinano in qualche misurabile misura – o dismisura –
l’osservato. Non esiste innocenza né ingenuità al mondo:
esistono rapporti (ingegnosamente ingenui).
Ad ogni modo, c’è una cosa fatalmente mirabile in ciò che scrive Jaccottet. Un
poeta traduce cancellandosi. Perché una lingua splenda bisogna che la propria
lingua scompaia. Questa sparizione, in realtà, è come la bassa marea: ciò che
appare è un mondo, altrimenti ignoto, mai visto prima, di molluschi, figure
anfibie, pietre che brillano di un brillio che sembra il capovolgimento delle
costellazioni. Il mare che si fa terra e che si fa cielo. Ecco cos’è il
tradurre.
In questo esercizio, poi, abbiamo mescolato ulteriormente le carte. Traduzione
dalle traduzioni di Jaccottet (compresi i reflui biografici degli autori).
Esercizi di brigantaggio, a valicare ogni frontiera. Esercizio di chimera. Del
loto lotto dei tradotti, abbiamo preferito i predestinati: poeti sgangherati dal
regime, votati alla poesia fino alla morte (Osip Mandel’štam); poeti costretti
al silenzio da poteri vili e avversi (Jan Skácel); poetesse issate sull’abisso
interiore (Christine Lavant), armate di indifesa solitudine (Erika
Burkart). Ciascun poeta si sceglie i propri lari: Jaccottet era in sintonia con
il dire di Rilke e di Hölderlin; ha tradotto Robert Musil, Carlo Cassola,
l’Odissea. Eppure, forse, per un poeta sono più importanti le traduzioni
inattese, occasionali, giunte da un altrove dei propri gusti. Sono quei
poeti-guastatori a intrappolarci. Ecco che il rapporto, non più governato, si
rovescia: è il tradotto il vero trapper– intrappola il traduttore, lo arretra
nella resa, gli fa lo scalpo.
**
Osip Mandel’štam
(1891-1938)
“Più che per ogni altro poeta, occorre pudore nel ridurre a biografia il destino
di un uomo che, come ha scritto Josif Brodskij, ‘ha lavorato trent’anni per la
poesia russa e la sua poesia resisterà finché resisterà la poesia russa’,
stroncato dal regime sovietico all’età di quarantasette anni… Insieme ad Anna
Achmatova, Boris Pasternak e Marina Cvetaeva è una delle figure più importanti
della poesia del XX secolo”.
Mi lavo, è notte, nel cortile
e il cielo brilla di stelle barbare.
Il loro bagliore è come sale sull’ascia
e il catino, colmo fino all’orlo, si fa freddo.
Il chiavistello chiude il portale
e la terra, in coscienza, è rude.
Trama più pura di questa verità
di questa franca tela, non puoi trovare.
Nel catino, la stella si scioglie come sale
e l’acqua gelida diventa nera
la morte è più pura, la sventura è salata
e la terra diventa vera, formidabile.
*
Alle mie labbra porto queste erbe
questa fangosa legislazione di foglie
questa terra idolatra, madre
di bucaneve, aceri, querce.
Guarda come divento cieco e forte
sottomesso alle misere radici:
non è forse troppa luce per gli
occhi questo parco in fiamme?
I rospi come biglie di mercurio
creano un globo con le loro voci
ramificate, i rami mutano in mani
la nebbia è una chimera di latte.
**
Christine Lavant
(1915-1973)
“Figlia di un minatore nella valle di Lavant, in Carinzia, nata Christine
Habernig Tonhauser, visse in condizioni di estrema povertà, tormentata da gravi
malattie. Costretta a lasciare la scuola a quattordici anni, imparò a lavorare
la maglia, suo mezzo di sostentamento. Scrisse dal 1932, giovanissima: bruciò i
suoi manoscritti dopo il rifiuto di pubblicare infertole da un editore. Nel 1939
sposò un pittore di trent’anni più anziano di lei. Nel 1945 riprese a scrivere
dopo aver letto, stupefatta, Rilke. Le sue raccolte principali apparvero tra il
1956 e il 1962. Piacque a Thomas Bernhard”.
Che bello: sono per sempre nascosta.
Il mio io – per meglio contrastare la terra –
si è unito alla luna: ora puoi
dormire tranquillo.
Il luogo in cui ci siamo incontrati
non appartiene al tempo.
Perdonami, ti ho esumato
da strati di solitudine – questo solo so.
Forse anche il tuo cuscino
è pregno di rugiada, forse
dalla cima del trespolo
ti sembra stridulo il canto del gallo.
Forse il mattino, limpido
come un vetro, sorge dal tetto
mentre crolli
perché non hai dormito.
Dunque, non sono io a tormentarti
io sono la serva che al chiaro di luna
sbuccia le mele senza mangiarle.
*
Ferite, ghiaia, piccoli incendi –
era doloroso non camminare sul velluto
ma ora devo sopportare questa pena
e sentire le crepe del cranio
allargarsi prima della marea
di questa incoercibile solitudine –
che angoscia! È una bestia e grida
e una pietra fa il miracolo
se la tieni per la punta.
L’uccello era così gentile e spesso
così pieno di gioia che è fuggito, impaurito.
Signora, ora hai tutto il bottino
che potevi avere dalla razzia.
A parte me! Barbara e chiara
mi isso sul mio alto violento coraggio
e attendo senza timore la tua marea.
*
Riporta da ogni commemorazione
il tuo astioso nome
riportalo prima che il rosso gallo
intenerisca una buona volta il mio cuore.
Tra poco vedremo fiammeggiare
l’albero delle stelle, dopo la curva,
la pietra sotto la stazione, tre quarti di città
e il misericordioso volto del Potente.
Ogni umana bocca
da cui inavvertitamente è sfuggito il nome
brucerà e il tuo annuale accerchiarmi sarà cenere
nel dolente albero della mia vita.
Riporta il tuo nome senza indugi!
Ho esaurito le ultime forze
deponendolo sul cuore di mia madre morta:
sarà consumato – anch’esso – dal dolore.
*
Erika Burkart
(1922-2010)
“Dopo molti anni dediti all’insegnamento, ha vissuto in campagna dividendo il
tempo tra le faccende domestiche, la cura del giardino e del frutteto,
l’attività letteraria. Ha pubblicato diversi romanzi e diverse raccolte di
versi, frutto di una amorevole contemplazione del mondo naturale, riflesso in
una profonda esperienza interiore”.
Voci dall’alba
Attendo l’arrivo
del primo uccello.
Una lingua che dice
ciò che non so dire.
Ho gli occhi chiusi
ho aperto il corpo
in direzione
delle voci.
La rugiada inzuppa
l’erba. Il sonno
ha smosso il presagio
del sole.
*
Il tavolo
Ricoperto di edera
il tavolo arrugginito del giardino
coperto di foglie e di verdi ombre
verde o soleggiato
maculato di rosso
dimentica di essere
un tavolo, che uomini e donne
si sono seduti, qui, passandosi
tè e pasticcini sulla tovaglia
sfrecciando sguardi
chiacchierando in estate
oppure preferendo il silenzio –
popoli hanno sparecchiato
questo stesso tavolo
prima di tornare ciascuno
al proprio inverno.
**
Jan Skácel
(1922-1989)
“Dopo aver studiato filosofia a Brno, Jan Skácel ha lavorato come redattore
in alcune riviste e per la radio. Dal 1968 gli fu impedito di pubblicare, ma la
sua opera, radicata nella poesia popolare e di grande densità formale, trovò
comunque risonanza. Morì nel 1989, poco dopo aver ricevuto il premio Petrarca a
Lucca. In quell’occasione, Peter Handke elogiò la sua poesia, che dava ‘la
sensazione del calore dell’erba sotto i piedi nudi, d’estate’, accostando, con
ragione, la sua arte a quella di Mozart e di Schubert”.
Qualche quartina
amico, ho la città da traversare
le strade sono ancora vive
conficcano l’orgoglio alla croce
mentre cerchi il martello
*
desidero e ancora ho paura della notte
scusami, ho paura come un bambino
che dice non posso, la paura ha occhi
grandi come un gatto e buca la notte
*
e siamo di nuovo muti, la culla
scollata dal linguaggio è vuota
chiunque tocchi il silenzio
ormai lo scuote invano
*
si asciuga il silenzio appeso ai fienili
l’orso dei miei sogni ha svuotato gli alveari
il tempo arretra in un avvenire lontano
dietro casa è acquattato per sempre il passato
**
Sulla cima dell’estate
È giusto
che l’estate penda dal crepuscolo
sui rami il sorbo è intatto
e il tempo non ha gravità
agosto è prossimo come il cardo
sul sentiero, i giorni hanno i piedi stretti
lembi di dialogo sotto fragili stelle
è difficile credere che nel bosco
si approssimi autunno
gli alberi sono ancorati all’estate
e sembrano campane
la certezza pesa
è sorprendente che ogni lamento sia inutile
*In copertina: Józef Chełmoński, Estate indiana, 1875
L'articolo Per sempre nascosto. Qualcosa sull’arte di tradurre proviene da
Pangea.
Tag - Osip Mandel’štam
Stanotte ho fatto un sogno. In un caffè in stile liberty – forse si trattava del
“Caffè degli Spacchi”, la grotta di porcellana di Dino Campana, a Genova; o
forse, invece, del “Caffè letterario” in Prospettiva Nevskij, a San
Pietroburgo; e in ogni caso, comunque, di uno di quei caffè avvezzi a ospitare
molte conversazioni inutili e digressive e, dunque, spesso illuminanti –
sedevano attorno a un tavolo tre uomini come tanti. Erano Osip Mandel’štam, un
diligente poeta italiano contemporaneo dell’oggettività – il nome del quale, per
discrezione ma soprattutto per irrilevanza, preferisco tacere –, e naturalmente
io stesso (l’io non manca mai, nemmeno nei sogni), coinvolto, chissà perché, in
una conversazione che ben presto ha smesso di riguardare la poesia “in generale”
per trasformarsi in qualcosa di più ambiguo e profondo: un discorso a più teste
sulla possibilità che la parola poetica trascenda l’oggetto invece di
limitarvisi.
Va da sé che il tema di convergenza radicale della conversazione non avrebbe
potuto che essere il simbolo. E però non il simbolo ridotto a emblema culturale
o a meccanismo interpretativo, né il Simbolo dei simbolisti. Non quei tipi di
simboli, che non sono simboli, in realtà, ma segni e allegorie. Nel mio sogno
Mandel’štam, con sapienza allusiva, sembrava accennare a qualcosa di molto più
concreto e insieme più sfuggente: l’attitudine del poeta di portare al
mondo simbolicamente un oggetto nel momento stesso in cui lo nomina.
Parlava con lentezza, volendo (secondo me) evitare di irrigidire il suo pensiero
in formule teoriche. Eppure da ogni sua osservazione emergeva, quantomeno per
quanto riuscivo a darmene contezza, una qualità che la poesia contemporanea ha
quasi interamente smarrito: la capacità del simbolo di “fare-cosa”, in senso
agente, dantesco. Non, perciò, di rappresentare semplicemente un significato
ulteriore, più “alto” e “spirituale” della realtà, ma di rendere gli oggetti,
pur nella loro dura consistenza materica, attraversabili dalla trascendenza – o,
anzi, addirittura, di renderli anch’essi, come noi, attori di trascendenza.
Una pietra, un pane, un tratto di selciato, una stanza – in Mandel’štam nulla
del mondo reale resta confinato nella sua statica evidenza (certi filosofi
direbbero magari: nella sua datità) empirica. Nei suoi versi ogni cosa subisce
una pressione verticale. L’oggetto è sé stesso ma simultaneamente, e
direi misteriosamente, eccede sé stesso. Nel sogno, mentre lo ascoltavo parlare
non ho potuto evitare di tornare a pensare, ancora una volta, che proprio qui –
nella propensione trasfigurativa della parola poetica – risieda la differenza
decisiva tra la grande poesia dei grandi poeti e l’implacabile, logorroica
imitazione agita dai molti che la scimmiottano.
Il poeta dell’oggettività, fino a quel momento piuttosto taciturno, ha aperto
finalmente il proprio quaderno.
Ha letto alcuni versi che aveva dedicato alla frutta nei supermercati, più un
paio di testi ispirati dal malfunzionamento di un pulsante di un distributore
automatico e a un neon che pare vibri all’angolo di una rotatoria di Vimercate o
Viggiù, non mi ricordo bene. Tutto in quei versi, di non maldestra fattura
artigianale, risultava abbastanza esatto. Tutto era sorvegliato e poeticamente
impiegatizio. Tutto era irrimediabilmente morto.
Perciò, commento ora – con buona pace dei diligenti poeti contemporanei della
oggettività: in Mandel’stam la fedeltà al reale non ha che superficiali tangenze
col realismo della realtà. Il perché è presto detto: perché è fede. Cioè a dire
è fiducia nella parola come veicolo di verità e significato metafisico (che
stanno in una sorta di sovra-realtà verbalmente stratigrafica) dell’Essere,
mentre nell’esercito dei diligenti poeti dell’oggettività tale fedeltà si
riduce, di fatto, a una banale registrazione dell’esistente, o a un pettegolezzo
pieno di cosine buffe. Nei loro testi nessuna combustione simbolica pervade gli
oggetti. Una banana, lì, non è che una banana. Un neon periferico di Vimercate o
Viggiù resta un neon periferico di Vimercate o Viggiù.
L’ostinazione descrittiva e il culto del dettaglio – quando va bene, e non ci si
ritrova, come capita, dentro a una narrazione metaforizzata di un quasi-nulla
mentale che parla di un quasi-nulla esistenziale – vengono scambiati per rigore
poetico, mentre nella stragrande maggioranza dei casi, in effetti, non sono che
impotenza immaginativa elevata a metodo.
Nel mio sogno ho osservato Mandel’štam ascoltare quei versi-cembali con una
cortesia quasi dolorosa. Egli sapeva – e forse anch’io lo so, perfino fuor di
sogno – che il gran problema della poesia non consiste nell’aderire agli oggetti
ma nel liberarli dalla loro muta opacità. La poesia autentica non fotografa il
mondo, né semplicemente lo “dice”: quel che d’interessante essa fa è
costringerlo, nel dirlo, a eccedere sé stesso.
Ed è qui che la distanza tra Mandel’stam e il diligente poeta contemporaneo
dell’oggettività assume rilevanza flagrante.
Da una parte c’è il poeta medio di oggi, persuaso che in fondo in fondo basti
nominare la cosiddetta realtà, liberamente e a modo suo, perché si produca
verità. Dall’altra c’è l’ebreo di cultura ortodossa cristiana Osip Mandel’štam –
un non devoto di fede ontologica dotato –, per il quale ogni parola autentica
conserva traccia del Verbo e possiede, dunque, nell’esercizio della sua funzione
nominatrice, una forza trasformativa, che non eventua o descrive soltanto, ma
anche consacra; che non cataloga soltanto, ma anche attraversa.
In Mandel’štam colpisce soprattutto una certezza: il mondo non è muto. La realtà
non è solo materia, ma nemmeno puro segno mentale. È unità vivente di visibile e
invisibile… e silenziosamente ci parla. Ogni cosa possiede una densità
spirituale che merita attenzione, un’aura che chiede d’essere percepita e
tradotta in parole. Ed è per questo, in fondo, che il poeta, per lui, non è
semplicemente un autore di testi, ma è qualcuno, piuttosto, che, proprio col suo
scrivere poesia, custodisce il senso della responsabilità umana verso tutto ciò
che esiste. Il poeta canta l’esistente – le cose e gli esseri nella loro
creaturale povertà –, ma lo fa guardando verso un spazio-tempo edenico,
adamitico, perché è solo in quel mitico, arcaico spazio-tempo metastorico che è
possibile nominare il mondo originario, prima della separazione tra parola e
verità.
Quando nel suo mirabile saggio su Dante, Mandel’stam descrive la Commedia come
un organismo vivente, quasi una corrente respiratoria della lingua, ci ricorda
che la poesia è anche, per essenza, movimento trasformativo della coscienza di
un essere umano chiaroveggente, chiamato a ritrovare un rapporto non mutilato
con il reale.
Anche appoggiandomi, Deo gratias, alla qualità visionaria dell’occhio mentale di
Mandel’stam, penso perciò di poter affermare con sobria inquietudine una cosa.
Questa cosa è una cosa triste, ed è che la maggior parte della poesia
novecentesca e contemporanea, nel suo terrore anti-romantico dell’enfasi e della
trascendenza, ha progressivamente rinunciato al simbolo, portando a compimento
il processo di riduzione della parola da veicolo della potenza del nome –
com’era ab illo tempore – a strumento d’amministrazione minimalistica
dell’evidenza, e il flusso versale a una registrazione “esistenzialistica” di
fibrillazioni psichiche senza risonanze. Come se oggi la rinuncia all’altezza
(alla profondità) spirituale garantisse autenticità. Ma una cosa, una res, in
quanto parte dei molteplici realia, penso io – e forse, chissà, lo pensava anche
Mandel’stam? –, consegnata (abbandonata) per verba alla propria mera cosalità,
finisce per risultare insignificante. O, perlomeno, poco significante,
quand’anche funga da correlativo-protesi del sentimento…
La conversazione nel bel caffè di non so dove è proseguita sino a tarda sera,
nel mio sogno. Il poeta dell’oggettività ha continuato a raccontare dei propri
oggetti, dei propri critici-lettori e dei propri premi con una serietà che
suscitava in me una tristezza via via sempre più compassionevole, non priva
d’ironia. Mandel’štam invece taceva sempre più spesso, sapendo bene che il
simbolo non può essere spiegato troppo a lungo senza degradarlo in simulacro
ideologico, in strumento d’uso per cervelli simbolisti.
Quando infine ci si siamo alzati, ho notato, per un istante, che il cucchiaino
che il gigante dello spirito aveva posto al lato sinistro della sua tazza
sembrava trattenere una luce ulteriore, un quid che tendeva a orientare il mio
organo della vista al di là del semplice metallo di cui era fatto. E poi mi sono
svegliato.
Massimo Morasso
*In copertina: Osip Mandel’štam (1891-1938); nel testo, alcune copertine dei
suoi libri
L'articolo Stanotte ho sognato Mandel’štam. (Ovvero: sulla poesia come veicolo
di verità) proviene da Pangea.
Partiamo da una foto – quella riprodotta in copertina. È l’estate del 1914,
siamo a San Pietroburgo, nello studio dell’insigne fotografo Karl Bulla. Alla
sinistra di chi guarda c’è Osip Mandel’štam: sguardo penetrante, tra la colomba
e la volpe, cristalleria della sprezzatura; l’anno prima aveva pubblicato la
prima raccolta, Kamen’.Quello al fianco di Mandel’štam – sguardo aperto,
capelli-elmo e baffetti – è Kornej Čukovskij (in realtà Nikolaj Kornejčukov):
anglista, amava Lewis Carroll; eccelleva nello scrivere favole, per cui divenne
famosissimo (alcune sono tutt’ora tradotte in Italia) – la figlia, Lidija
Čukovskaja, ci ha lasciato straordinarie testimonianze dei suoi incontri con
Anna Achmatova e Marina Cvetaeva. Insieme a Jurij Annenkov – l’ultimo a destra,
quello dallo sguardo più serio, svagato, l’unico a non fissare l’obiettivo –,
l’artista che ci ha lasciato i più bei ritratti dei poeti russi della cosiddetta
“Epoca d’argento” – virili, rapaci, ‘vorticisti’ –, allievo, a Parigi, di Félix
Vallotton e amico di Matisse, Kornej Čukovskij sorregge il più aitante del
gruppo. Sguardo fiero, da falchetto, sorriso irresponsabile, testa rasata,
giacca, maglia a collo alto: Benedikt Livšic è l’unico che indossa gli stivali.
Benedikt Livšic era nato il giorno di Natale del 1886 a Odessa: il padre, di
origine ebraica, era socio di una fabbrica di mattoni, guidava un negozio di
generi alimentari. Laureatosi in Giurisprudenza a Kiev, Benedikt dimostrò quasi
subito un talento naturale per la poesia: preferiva Ovidio alla Bibbia, Omero a
Virgilio, “un poeta affetto da pallore letterario, troppo pudico” – traduceva
Orazio. Benché stimasse gli ‘acmeisti’, guidati dalla coppia Achmatova-Gumilëv,
fu svezzato al contemporaneo dai fratelli David e Vladimir Burljuk (entrambi,
come lui, di ucraini natali): grazie a loro, fu intruppato tra i Cubofuturisti
dove si stava facendo strada un poeta-Sansone, Vladimir Majakovskij.
Il 1914, in effetti, fu un anno importante per Benedikt Livšic. Aveva pubblicato
– con un certo sonoro successo – la seconda raccolta, “Il sole dei lupi”;
soprattutto, si era dimostrato il più reattivo antagonista di Filippo Tommaso
Marinetti, nei giorni – fine gennaio, inizi di febbraio – in cui il papà del
Futurismo aveva attraversato San Pietroburgo e Mosca. In sostanza, Benedikt
Livšic stigmatizzò gli atteggiamenti ‘borghesi’ del poeta italiano
avanguardista, da gagà in gita lirica fuori porta; riteneva che il Futurismo
‘alla russa’ avesse specificità proprie, imparagonabili alle moine marinettiane.
Insomma: i veri ‘rivoluzionari’ erano Majakovskij & Co. La storia gli avrebbe
dato ragione. Intanto, insieme all’amico Velimir Chlebnikov, Benedikt Livšic
ideò un manifesto al veleno, interessante per capire i rapporti culturali che
intercorrono, da sempre, tra Russia e resto del mondo occidentale. I due,
infatti, si ribellavano a quelli che “cadono ai piedi di Marinetti”, vili
traditori, perché “costringono l’Asia a chinare il suo nobile collo sotto il
giogo dell’Europa”. Angelo Maria Ripellino – in: Majakovskij e il teatro russo
d’avanguardia, Einaudi, 1959 – ricorda che i Cubofuturisti erano soliti
travestirsi, per incutere, allo stesso tempo, timore e risate nel pubblico:
David Burljuk “passeggiava per Mosca con le guance dipinte, l’occhialino, il
cilindro e panciotti vistosi sul massiccio ventre”; Livšic lo seguiva, “aveva
scelto a ornamento la gorgiera increspata di Pierrot”.
Nel 1914, per altro, in aprile, Livšic aveva abbracciato la Chiesa Ortodossa: di
qui la potenza profetica, fuori asse rispetto ai compagni di avanguardia, del
poeta. In Russia, era naturale per il poeta consegnarsi a una fede: era la fede,
infine, a conferire carisma, tensione, avvenire ai versi. In molti si nutrirono
della fede nella Rivoluzione, nel Partito-Chiesa; altri optarono per la teosofia
o per una sorta di religione personale, per pochi – Chlebnikov, ad esempio –,
intrisa di sciamanesimo e di soteriologia d’Oriente.
La fotografia doveva fungere da ricordo benaugurale. Benedikt Livšic, infatti,
stava partendo per il fronte. Aveva incrociato gli amici sulla Nevskij
Prospekt, aveva mollato la falange, obbligandoli a immortalare l’incontro.
Benedikt Livšic aveva un carattere leonino – gli amici lo chiamavano ‘Ben’.
Ferito presso Lublino, ‘Ben’ fu decorato, per il coraggio dimostrato in
battaglia, con la Croce di San Giorgio. Ritornato in Russia nel 1915, portò
all’altare Vera Arngold, la cugina del poeta tuttologo Andrej Belyj. La coppia
ebbe un figlio, Alexander, morto a dieci anni di scarlattina. Il poeta, nel
frattempo, si era unito a Ekaterina Konstantinovna: ballerina, ben più giovane
di ‘Ben’, gli diede un figlio, Kirill, nato, come il padre, il giorno di Natale
– morirà, neppure ventenne, durante la battaglia di Stalingrado.
In Italia, Benedikt Livšic è noto per lo più per la sua “Autobiografia del
futurismo russo”. Il libro, scritto con genio, una gioia per i lettori una manna
per gli storici, s’intitola L’Arciere dall’occhio e mezzo: uscito nel 1933, con
ampia tiratura (5300 copie), è stato tradotto da Laterza nel 1968 e da
hopefulmonster nel 1989. Ripellino lo ha definito “lirico piuttosto vicino agli
acmeisti e intenditore di poesia francese”. Eccellente traduttore di Laforgue,
Corbière e Rimbaud, nel 1934 Benedikt Livšic preparò in effetti un’antologia
della poesia francese Dai Romantici ai Surrealisti che gli diede fama. Si fa un
torto a Livšic, però, dimenticando la sua poesia che spesso si eleva, per
qualità formali e doti visionarie, su quella di diversi compagni di ribalderie
letterarie, spesso troppo stretti nelle maglie dell’ideologia avanguardista.
Benedikt Livšic, per chi ama le sigle, è il punto d’unione tra due movimenti
inconciliabili, l’acmeismo e il cubofuturismo.
La fotografia del ’14, tuttavia, svela, dietro la campitura dei sorrisi
diversamente in germoglio, qualcosa di tragico. Dei quattro lì ritratti,
soltanto Čukovskij e Annenkov scamparono alle purghe organizzate da Stalin.
Costantemente vessato dal regime, Mandel’štam fece la fine che sappiamo:
arrestato definitivamente nel 1938, costretto ai lavori forzati, morì a fine
anno, in un campo di transito presso Vladivostok. Benedikt Livšic fu arrestato
il 25 ottobre del 1937 nell’ambito di una immane operazione di polizia che
coinvolse diversi scrittori. Accusato di far parte di una “organizzazione
terroristica trotskista anti-sovietica intenta a compiere atti di sabotaggio”,
Benedikt Livšic si difese da par suo. Secondo i documenti del caso, Livšic
avrebbe ritrattato, dopo aver subito tortura; era amico di Valentin Stenich,
traduttore di Joyce, di Chesterton e di Jack London in russo, figlio di un ricco
mercante ebreo, mecenate d’arte, voce critica contro l’imperiale Stalin. Livšic
fu condannato e fucilato il 21 settembre del ’38; di concerto, fu arrestata la
moglie, Ekaterina, condannata a cinque anni di reclusione e alla perdita di ogni
diritto. Il figlio di ‘Ben’ e di Ekaterina fu affidato a un orfanotrofio.
Incidentalmente, Ekaterina era amica di Nadežda, la moglie di Mandel’štam.
Così vivevano i poeti, in Russia – così morivano. Il poeta fu riabilitato,
insieme a tanti altri, nel 1957 – nei suoi versi, il sussurro dell’erba si
mescola all’armonia delle superne sfere.
**
Nel gorgo universo, dove regna
e domina la spada del verbo
a volte ho composto qualche verso
parola non mia – di divino scalpo.
Ma le mie poesie, ora, sono
imprigionate tra i dialetti del tempo
e devo estrarle zappando la memoria
nei calanchi dell’altrove.
Canto con l’erba, urlo nel vento
mio solo compagno, l’eterno desiderio
di forgiare un unico poema
che mi incagli all’anima universale.
*
“In principio era il Verbo”, è detto.
Ma di chi è questo verbo? oso pensare
da quando una parola – spada sguainata dalle
sue fauci – mi ha espulso dalla coscienza del mondo.
La terra è avvolta da fumi violacei
(tutto da lontano sembra sprofondare)
la terra su cui non mi alzerò più
occhi forati in cui crolla chi mi ama.
Sussurro all’orecchio, vivo come mi è dato
ma ho dimenticato la via delle stelle
che porta verso la Santa Trinità: vivo al di là
del tempo terreno, continuo a camminare.
*
Non capisco le voci dei contemporanei
a poco a poco il battito assordante
del sangue è soffocato. Se pieghi i cieli
ti mescolerai al fragore delle chitarre.
Verrai al canto grigio delle colombe
busserai alla mia porta, servile ruffiana
ma non so più ciò che era né ciò che
eri, non so più la gloria e l’Eterno tuono.
Sono caduto nel tempo, ossificato essere
in un campo straniero, arato da sconosciuti:
apri l’arida gola, spaventapasseri di ghiaccio,
memoria esausta di antichi lampi.
Inclinare i cieli, tenerli in mano
svelare senza indugio i pilastri del mondo.
Ma come puoi annientare il grido degli inumani
astri e riempire il vuoto con lo sgattaiolare della chitarra?
La musica delle sfere è invincibile, è troppo
per me: non posso accontentarmi del garrire
dei corvi – tra noi si frappone una verità
rabbiosa: la condurrò verso altre vie.
*
No, non è per mancanza di fede
che il verde vello della terra mi è caro:
da tempo l’impassibile mondo
e il suo destino mi lasciano indifferente.
Segmenti. Corde. Un angolo. La modernità.
Cicaleccio di rivali. Piedi puntati su una panca.
Non è forse questo – direbbe Madame de Récamier –
il plusvalore di Marx su una sdraio?
Latitudini. Meridiani. Nessuno
ha udito il giuramento delle egerie:
O, anima mia! O Psiche! O pulcino!
Nessuno ti scalzerà dal nido.
Se solo potessimo, alla vigilia di un addio,
assaporare l’aria come un sorso di vino:
oltre al sonno, sapremmo serbare
il discreto fascino delle mezze verità.
L'articolo “Vivo al di là del tempo”. Gloria & morte di Benedikt Livšic, poeta
proviene da Pangea.
Superbe aquile volano nei cieli dell’Armenia, tracciando audaci traiettorie tra
l’ocra e l’azzurro. La scrittura armena – quegli svolazzi a prima vista così
simili – sembra nascere dalle mani di ardenti anacoreti. Una dolce fierezza
disegna i lineamenti degli abitanti; residui di bellezza scitica si annidano
negli occhi delle donne. Il ritmo dei giorni permette insperate evasioni nella
felicità.
A questo e a tanto altro avrà forse pensato Osip Mandel’štam, che in Armenia
trascorre sei mesi indimenticabili nel 1930. La breve ma intensa permanenza in
questo piccolo angolo di Caucaso, lo sappiamo, è decisiva: il poeta, di ritorno
a Mosca, interrompe un digiuno poetico durato ormai quasi cinque anni. Vedono la
luce i primi versi dei Quaderni di Mosca, la cui gestazione tiene impegnato il
poeta fino al 1934. La maggior parte delle poesie di questa raccolta esemplare –
una delle vette della letteratura novecentesca – sarà pubblicata post mortem. In
questa seconda fase della sua vita creativa, il dettato poetico di Mandel’štam
si apre a un fervido sperimentalismo: la vena classica che attraversava le opere
precedenti si assottiglia, dando spazio a un’inquieta e pulsante mescolanza di
temi, forme e registri. Fanno parte dei Quaderni, tra quelle presenti, le poesie
ispirate al soggiorno in Armenia, le oscure e meravigliose Ottave e la
traduzione di quattro sonetti dal Canzoniere di Petrarca.
Noto è l’amore di Mandel’štam per la letteratura italiana. A Dante è dedicato
uno dei suoi libri più importanti – quasi un manifesto di poetica. Le sue poesie
sono ricche di riferimenti ai grandi poeti della tradizione letteraria italiana:
oltre a Dante e Petrarca, figurano anche Ariosto e Tasso. Verso il sommo poeta
fiorentino lo spingono il vasto respiro creativo, l’eco di una solida tradizione
culturale, e forse un’identificazione personale con la sua storia di esule. Ma
soprattutto, diremmo, lo avvicina a Dante l’ammirazione per la sua lingua
“anfibia”, pietrosa, che del mondo minerale conserva ad un tempo l’asprezza e la
misteriosa geometria compositiva.
Perché il poeta russo decide di tradurre dal Canzoniere di Petrarca? Mi muovo, e
chiedo venia per questo, in un ambito di ipotesi e congetture balenate durante
la lettura come una scia di piccoli meteoriti nell’orizzonte notturno. In un
luogo e in un tempo dove il libero fiorire di una personalità creativa è
osteggiato in maniera sistematica e brutale, che senso ha tradurre i versi di
uno dei fondatori della lirica moderna, che fa del proprio “Io” la fonte del suo
dettato poetico? Rispondo, proprio per questo. Accostarsi a un poeta vissuto più
di settecento anni prima, perlopiù un poeta ripiegato nella sua interiorità, è
un gesto ancor più potente in un’epoca sanguinosa di “poeticidi”. Legami
invisibili vengono svelati, corrispondenze interiori si accendono tra due poeti
così distanti nel tempo e nello spazio: l’uno che scruta l’orizzonte stellato
dell’altro. Ingenuo idealismo, forse, o la testimonianza vibrante che i versi
trionfano sulla storia, che alla fine lo sguardo delle volpi poetiche incendia
le fortezze e le torri del potere. Tradurre Petrarca, per Mandel’štam, significa
anche agire all’interno di un cantiere dove la lingua è incessantemente
sottoposta ad un processo di trasformazione: le immagini sfumate e morbide del
poeta toscano incorporano, nella traduzione in russo, l’asprezza e il pathos
privato del dettato poetico e della biografia di Mandel’štam. Non siamo di
fronte a un mero traghettamento da una lingua all’altra, ma di una vera e
propria riscrittura rispetto a un testo poetico di partenza. Ecco che l’aria
“calda et serena” di sospiri diventa “valle di giuramenti piena e di sussurri
roventi” e i “dolci sentieri” si trasformano in “terra crepata su ardui
pendii”. Piuttosto che la levigata superficie delle foglie, si canta la
granitica struttura e la millenaria stratificazione delle rocce (non a caso si
intitola Pietra la prima raccolta di versi del 1913).
Le traduzioni di Mandel’štam orientano i versi nella direzione del dettato
poetico più aspro e inquieto del Dante delle Rime: l’esito è l’evocazione di una
natura che, restando aliena ai piagnistei di una solitudine compiaciuta, diventa
vera e propria “alcova” poetica dove la poesia, per usare una stupenda immagine
di Mandel’štam, ha trascorso la notte lasciando il letto con le lenzuola
sgualcite. Il bestiario creato dai versi del poeta russo compartecipa a questa
atmosfera poetica: non c’è spazio per gli uccelli di bosco, ma per “fiere dai
sensi acuti e pesci muti”, e i falchi depositano le aeree spoglie sulla terra
dopo la muta stagionale. Anche quando la natura smorza il suo impeto e pare che
il mondo torni docile e sereno – “nell’animo delle fiere quiete di cigno scende”
–, nel petto del poeta s’accendono la ben nota angoscia e gli annosi patimenti –
“lacci e reti”. Un senso di attesa frustrata e di acuta nostalgia si dispiegano
nell’anima, e su tutto un velo di vanitas vanitatum: come la corsa obliqua di un
cervo fuggono i giorni, e “l’incanto del mondo non dura più di un battito di
ciglia”.
Non è casuale la scelta dei quattro sonetti petrarcheschi. In ciascuno di essi
c’è infatti una sorta di amara distillata saggezza che, simile a un fiume
carsico, pare congiungersi con l’attualità del poeta. Forse, solo attraversando
il paesaggio che si apre attorno a noi nasce talvolta il sospetto di una muta
complicità. Bandita dai versi è ogni traccia umana, se non quella impressa a
fuoco dall’ardente punzone dell’io (e quanto è affascinante in russo la prima
persona singolare del pronome – я – sembra chiudere come in un cerchio perfetto
la sonorità agrodolce della lingua e attrarre verso di sé le carezze e gli
strali della nostra vicenda privata). La stessa Laura, prima vagheggiata, poi
evocata dal regno delle ombre, è segno di un errare infinito del cuore che
s’inoltra ora gagliardo e ora sconfitto nella notte grama… L’alba di un nuovo
giorno forse rivelerà il poeta alla ricerca di “convergenze ben note, dolci
plessi”.
Eppure non tutto sembra votato allo scacco. Il tempo che ci fa entrare nella
storia – talvolta dalla parte del suo mortifero rovescio – può avere in serbo
degli antidoti contro la velenosa serpe del potere. Osip Mandel’štam scompare in
un bianco bagliore nel 1938, ma nei versi:
> “mille volte al dì, con mia stessa meraviglia,
> devo in verità morire, per risorger poi
> altrettanto straordinariamente”.
*
Or che ’l ciel e la terra e ’l vento tace
Or che la terra dorme e si spegne la calura,
e nell’animo delle fiere quiete di cigno scende,
va la notte in giro col filato ardente
e lo zefiro culla la possanza dell’acqua marina, –
io sento, ardo, bramo e piango – ma lei, lei sempre,
in una irrefrenabile vicinanza, non mi ode –
tutta la notte veglia, e felicità lontana
dall’intera sua figura spira.
Una sola la sorgente, contraddittoria l’acqua –
mezza dura, mezza dolce, – può mai
la stessa amata aver due facce…
Mille volte al dí, con mia stessa meraviglia,
devo in verità morire, per risorger poi
altrettanto straordinariamente.
Dicembre 1933 – gennaio 1934
Traduzione di Pina Napolitano e Raissa Raskina, da O. Mandel’štam, Quaderni di
Mosca, Einaudi, 2021.
Lorenzo Giacinto
L'articolo “Fuggirono i dì miei – come di cervo obliqua corsa”. Osip Mandel’štam
traduce Petrarca proviene da Pangea.