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“Fuggirono i dì miei – come di cervo obliqua corsa”. Osip Mandel’štam traduce Petrarca
Superbe aquile volano nei cieli dell’Armenia, tracciando audaci traiettorie tra l’ocra e l’azzurro. La scrittura armena – quegli svolazzi a prima vista così simili – sembra nascere dalle mani di ardenti anacoreti. Una dolce fierezza disegna i lineamenti degli abitanti; residui di bellezza scitica si annidano negli occhi delle donne. Il ritmo dei giorni permette insperate evasioni nella felicità.  A questo e a tanto altro avrà forse pensato Osip Mandel’štam, che in Armenia trascorre sei mesi indimenticabili nel 1930. La breve ma intensa permanenza in questo piccolo angolo di Caucaso, lo sappiamo, è decisiva: il poeta, di ritorno a Mosca, interrompe un digiuno poetico durato ormai quasi cinque anni. Vedono la luce i primi versi dei Quaderni di Mosca, la cui gestazione tiene impegnato il poeta fino al 1934. La maggior parte delle poesie di questa raccolta esemplare – una delle vette della letteratura novecentesca – sarà pubblicata post mortem. In questa seconda fase della sua vita creativa, il dettato poetico di Mandel’štam si apre a un fervido sperimentalismo: la vena classica che attraversava le opere precedenti si assottiglia, dando spazio a un’inquieta e pulsante mescolanza di temi, forme e registri. Fanno parte dei Quaderni, tra quelle presenti, le poesie ispirate al soggiorno in Armenia, le oscure e meravigliose Ottave e la traduzione di quattro sonetti dal Canzoniere di Petrarca.  Noto è l’amore di Mandel’štam per la letteratura italiana. A Dante è dedicato uno dei suoi libri più importanti – quasi un manifesto di poetica. Le sue poesie sono ricche di riferimenti ai grandi poeti della tradizione letteraria italiana: oltre a Dante e Petrarca, figurano anche Ariosto e Tasso. Verso il sommo poeta fiorentino lo spingono il vasto respiro creativo, l’eco di una solida tradizione culturale, e forse un’identificazione personale con la sua storia di esule. Ma soprattutto, diremmo, lo avvicina a Dante l’ammirazione per la sua lingua “anfibia”, pietrosa, che del mondo minerale conserva ad un tempo l’asprezza e la misteriosa geometria compositiva. Perché il poeta russo decide di tradurre dal Canzoniere di Petrarca? Mi muovo, e chiedo venia per questo, in un ambito di ipotesi e congetture balenate durante la lettura come una scia di piccoli meteoriti nell’orizzonte notturno. In un luogo e in un tempo dove il libero fiorire di una personalità creativa è osteggiato in maniera sistematica e brutale, che senso ha tradurre i versi di uno dei fondatori della lirica moderna, che fa del proprio “Io” la fonte del suo dettato poetico? Rispondo, proprio per questo. Accostarsi a un poeta vissuto più di settecento anni prima, perlopiù un poeta ripiegato nella sua interiorità, è un gesto ancor più potente in un’epoca sanguinosa di “poeticidi”. Legami invisibili vengono svelati, corrispondenze interiori si accendono tra due poeti così distanti nel tempo e nello spazio: l’uno che scruta l’orizzonte stellato dell’altro. Ingenuo idealismo, forse, o la testimonianza vibrante che i versi trionfano sulla storia, che alla fine lo sguardo delle volpi poetiche incendia le fortezze e le torri del potere. Tradurre Petrarca, per Mandel’štam, significa anche agire all’interno di un cantiere dove la lingua è incessantemente sottoposta ad un processo di trasformazione: le immagini sfumate e morbide del poeta toscano incorporano, nella traduzione in russo, l’asprezza e il pathos privato del dettato poetico e della biografia di Mandel’štam. Non siamo di fronte a un mero traghettamento da una lingua all’altra, ma di una vera e propria riscrittura rispetto a un testo poetico di partenza. Ecco che l’aria “calda et serena” di sospiri diventa “valle di giuramenti piena e di sussurri roventi” e i “dolci sentieri” si trasformano in “terra crepata su ardui pendii”. Piuttosto che la levigata superficie delle foglie, si canta la granitica struttura e la millenaria stratificazione delle rocce (non a caso si intitola Pietra la prima raccolta di versi del 1913). Le traduzioni di Mandel’štam orientano i versi nella direzione del dettato poetico più aspro e inquieto del Dante delle Rime: l’esito è l’evocazione di una natura che, restando aliena ai piagnistei di una solitudine compiaciuta, diventa vera e propria “alcova” poetica dove la poesia, per usare una stupenda immagine di Mandel’štam, ha trascorso la notte lasciando il letto con le lenzuola sgualcite. Il bestiario creato dai versi del poeta russo compartecipa a questa atmosfera poetica: non c’è spazio per gli uccelli di bosco, ma per “fiere dai sensi acuti e pesci muti”, e i falchi depositano le aeree spoglie sulla terra dopo la muta stagionale. Anche quando la natura smorza il suo impeto e pare che il mondo torni docile e sereno – “nell’animo delle fiere quiete di cigno scende” –, nel petto del poeta s’accendono la ben nota angoscia e gli annosi patimenti – “lacci e reti”. Un senso di attesa frustrata e di acuta nostalgia si dispiegano nell’anima, e su tutto un velo di vanitas vanitatum: come la corsa obliqua di un cervo fuggono i giorni, e “l’incanto del mondo non dura più di un battito di ciglia”. Non è casuale la scelta dei quattro sonetti petrarcheschi. In ciascuno di essi c’è infatti una sorta di amara distillata saggezza che, simile a un fiume carsico, pare congiungersi con l’attualità del poeta. Forse, solo attraversando il paesaggio che si apre attorno a noi nasce talvolta il sospetto di una muta complicità. Bandita dai versi è ogni traccia umana, se non quella impressa a fuoco dall’ardente punzone dell’io (e quanto è affascinante in russo la prima persona singolare del pronome – я – sembra chiudere come in un cerchio perfetto la sonorità agrodolce della lingua e attrarre verso di sé le carezze e gli strali della nostra vicenda privata). La stessa Laura, prima vagheggiata, poi evocata dal regno delle ombre, è segno di un errare infinito del cuore che s’inoltra ora gagliardo e ora sconfitto nella notte grama… L’alba di un nuovo giorno forse rivelerà il poeta alla ricerca di “convergenze ben note, dolci plessi”. Eppure non tutto sembra votato allo scacco. Il tempo che ci fa entrare nella storia – talvolta dalla parte del suo mortifero rovescio – può avere in serbo degli antidoti contro la velenosa serpe del potere. Osip Mandel’štam scompare in un bianco bagliore nel 1938, ma nei versi: > “mille volte al dì, con mia stessa meraviglia, > devo in verità morire, per risorger poi > altrettanto straordinariamente”. * Or che ’l ciel e la terra e ’l vento tace Or che la terra dorme e si spegne la calura, e nell’animo delle fiere quiete di cigno scende, va la notte in giro col filato ardente e lo zefiro culla la possanza dell’acqua marina, – io sento, ardo, bramo e piango – ma lei, lei sempre, in una irrefrenabile vicinanza, non mi ode – tutta la notte veglia, e felicità lontana dall’intera sua figura spira. Una sola la sorgente, contraddittoria l’acqua – mezza dura, mezza dolce, – può mai la stessa amata aver due facce… Mille volte al dí, con mia stessa meraviglia, devo in verità morire, per risorger poi altrettanto straordinariamente. Dicembre 1933 – gennaio 1934 Traduzione di Pina Napolitano e Raissa Raskina, da O. Mandel’štam, Quaderni di Mosca, Einaudi, 2021. Lorenzo Giacinto L'articolo “Fuggirono i dì miei – come di cervo obliqua corsa”. Osip Mandel’štam traduce Petrarca proviene da Pangea.
April 1, 2026 / Pangea