Stanotte ho fatto un sogno. In un caffè in stile liberty – forse si trattava del
“Caffè degli Spacchi”, la grotta di porcellana di Dino Campana, a Genova; o
forse, invece, del “Caffè letterario” in Prospettiva Nevskij, a San
Pietroburgo; e in ogni caso, comunque, di uno di quei caffè avvezzi a ospitare
molte conversazioni inutili e digressive e, dunque, spesso illuminanti –
sedevano attorno a un tavolo tre uomini come tanti. Erano Osip Mandel’štam, un
diligente poeta italiano contemporaneo dell’oggettività – il nome del quale, per
discrezione ma soprattutto per irrilevanza, preferisco tacere –, e naturalmente
io stesso (l’io non manca mai, nemmeno nei sogni), coinvolto, chissà perché, in
una conversazione che ben presto ha smesso di riguardare la poesia “in generale”
per trasformarsi in qualcosa di più ambiguo e profondo: un discorso a più teste
sulla possibilità che la parola poetica trascenda l’oggetto invece di
limitarvisi.
Va da sé che il tema di convergenza radicale della conversazione non avrebbe
potuto che essere il simbolo. E però non il simbolo ridotto a emblema culturale
o a meccanismo interpretativo, né il Simbolo dei simbolisti. Non quei tipi di
simboli, che non sono simboli, in realtà, ma segni e allegorie. Nel mio sogno
Mandel’štam, con sapienza allusiva, sembrava accennare a qualcosa di molto più
concreto e insieme più sfuggente: l’attitudine del poeta di portare al
mondo simbolicamente un oggetto nel momento stesso in cui lo nomina.
Parlava con lentezza, volendo (secondo me) evitare di irrigidire il suo pensiero
in formule teoriche. Eppure da ogni sua osservazione emergeva, quantomeno per
quanto riuscivo a darmene contezza, una qualità che la poesia contemporanea ha
quasi interamente smarrito: la capacità del simbolo di “fare-cosa”, in senso
agente, dantesco. Non, perciò, di rappresentare semplicemente un significato
ulteriore, più “alto” e “spirituale” della realtà, ma di rendere gli oggetti,
pur nella loro dura consistenza materica, attraversabili dalla trascendenza – o,
anzi, addirittura, di renderli anch’essi, come noi, attori di trascendenza.
Una pietra, un pane, un tratto di selciato, una stanza – in Mandel’štam nulla
del mondo reale resta confinato nella sua statica evidenza (certi filosofi
direbbero magari: nella sua datità) empirica. Nei suoi versi ogni cosa subisce
una pressione verticale. L’oggetto è sé stesso ma simultaneamente, e
direi misteriosamente, eccede sé stesso. Nel sogno, mentre lo ascoltavo parlare
non ho potuto evitare di tornare a pensare, ancora una volta, che proprio qui –
nella propensione trasfigurativa della parola poetica – risieda la differenza
decisiva tra la grande poesia dei grandi poeti e l’implacabile, logorroica
imitazione agita dai molti che la scimmiottano.
Il poeta dell’oggettività, fino a quel momento piuttosto taciturno, ha aperto
finalmente il proprio quaderno.
Ha letto alcuni versi che aveva dedicato alla frutta nei supermercati, più un
paio di testi ispirati dal malfunzionamento di un pulsante di un distributore
automatico e a un neon che pare vibri all’angolo di una rotatoria di Vimercate o
Viggiù, non mi ricordo bene. Tutto in quei versi, di non maldestra fattura
artigianale, risultava abbastanza esatto. Tutto era sorvegliato e poeticamente
impiegatizio. Tutto era irrimediabilmente morto.
Perciò, commento ora – con buona pace dei diligenti poeti contemporanei della
oggettività: in Mandel’stam la fedeltà al reale non ha che superficiali tangenze
col realismo della realtà. Il perché è presto detto: perché è fede. Cioè a dire
è fiducia nella parola come veicolo di verità e significato metafisico (che
stanno in una sorta di sovra-realtà verbalmente stratigrafica) dell’Essere,
mentre nell’esercito dei diligenti poeti dell’oggettività tale fedeltà si
riduce, di fatto, a una banale registrazione dell’esistente, o a un pettegolezzo
pieno di cosine buffe. Nei loro testi nessuna combustione simbolica pervade gli
oggetti. Una banana, lì, non è che una banana. Un neon periferico di Vimercate o
Viggiù resta un neon periferico di Vimercate o Viggiù.
L’ostinazione descrittiva e il culto del dettaglio – quando va bene, e non ci si
ritrova, come capita, dentro a una narrazione metaforizzata di un quasi-nulla
mentale che parla di un quasi-nulla esistenziale – vengono scambiati per rigore
poetico, mentre nella stragrande maggioranza dei casi, in effetti, non sono che
impotenza immaginativa elevata a metodo.
Nel mio sogno ho osservato Mandel’štam ascoltare quei versi-cembali con una
cortesia quasi dolorosa. Egli sapeva – e forse anch’io lo so, perfino fuor di
sogno – che il gran problema della poesia non consiste nell’aderire agli oggetti
ma nel liberarli dalla loro muta opacità. La poesia autentica non fotografa il
mondo, né semplicemente lo “dice”: quel che d’interessante essa fa è
costringerlo, nel dirlo, a eccedere sé stesso.
Ed è qui che la distanza tra Mandel’stam e il diligente poeta contemporaneo
dell’oggettività assume rilevanza flagrante.
Da una parte c’è il poeta medio di oggi, persuaso che in fondo in fondo basti
nominare la cosiddetta realtà, liberamente e a modo suo, perché si produca
verità. Dall’altra c’è l’ebreo di cultura ortodossa cristiana Osip Mandel’štam –
un non devoto di fede ontologica dotato –, per il quale ogni parola autentica
conserva traccia del Verbo e possiede, dunque, nell’esercizio della sua funzione
nominatrice, una forza trasformativa, che non eventua o descrive soltanto, ma
anche consacra; che non cataloga soltanto, ma anche attraversa.
In Mandel’štam colpisce soprattutto una certezza: il mondo non è muto. La realtà
non è solo materia, ma nemmeno puro segno mentale. È unità vivente di visibile e
invisibile… e silenziosamente ci parla. Ogni cosa possiede una densità
spirituale che merita attenzione, un’aura che chiede d’essere percepita e
tradotta in parole. Ed è per questo, in fondo, che il poeta, per lui, non è
semplicemente un autore di testi, ma è qualcuno, piuttosto, che, proprio col suo
scrivere poesia, custodisce il senso della responsabilità umana verso tutto ciò
che esiste. Il poeta canta l’esistente – le cose e gli esseri nella loro
creaturale povertà –, ma lo fa guardando verso un spazio-tempo edenico,
adamitico, perché è solo in quel mitico, arcaico spazio-tempo metastorico che è
possibile nominare il mondo originario, prima della separazione tra parola e
verità.
Quando nel suo mirabile saggio su Dante, Mandel’stam descrive la Commedia come
un organismo vivente, quasi una corrente respiratoria della lingua, ci ricorda
che la poesia è anche, per essenza, movimento trasformativo della coscienza di
un essere umano chiaroveggente, chiamato a ritrovare un rapporto non mutilato
con il reale.
Anche appoggiandomi, Deo gratias, alla qualità visionaria dell’occhio mentale di
Mandel’stam, penso perciò di poter affermare con sobria inquietudine una cosa.
Questa cosa è una cosa triste, ed è che la maggior parte della poesia
novecentesca e contemporanea, nel suo terrore anti-romantico dell’enfasi e della
trascendenza, ha progressivamente rinunciato al simbolo, portando a compimento
il processo di riduzione della parola da veicolo della potenza del nome –
com’era ab illo tempore – a strumento d’amministrazione minimalistica
dell’evidenza, e il flusso versale a una registrazione “esistenzialistica” di
fibrillazioni psichiche senza risonanze. Come se oggi la rinuncia all’altezza
(alla profondità) spirituale garantisse autenticità. Ma una cosa, una res, in
quanto parte dei molteplici realia, penso io – e forse, chissà, lo pensava anche
Mandel’stam? –, consegnata (abbandonata) per verba alla propria mera cosalità,
finisce per risultare insignificante. O, perlomeno, poco significante,
quand’anche funga da correlativo-protesi del sentimento…
La conversazione nel bel caffè di non so dove è proseguita sino a tarda sera,
nel mio sogno. Il poeta dell’oggettività ha continuato a raccontare dei propri
oggetti, dei propri critici-lettori e dei propri premi con una serietà che
suscitava in me una tristezza via via sempre più compassionevole, non priva
d’ironia. Mandel’štam invece taceva sempre più spesso, sapendo bene che il
simbolo non può essere spiegato troppo a lungo senza degradarlo in simulacro
ideologico, in strumento d’uso per cervelli simbolisti.
Quando infine ci si siamo alzati, ho notato, per un istante, che il cucchiaino
che il gigante dello spirito aveva posto al lato sinistro della sua tazza
sembrava trattenere una luce ulteriore, un quid che tendeva a orientare il mio
organo della vista al di là del semplice metallo di cui era fatto. E poi mi sono
svegliato.
Massimo Morasso
*In copertina: Osip Mandel’štam (1891-1938); nel testo, alcune copertine dei
suoi libri
L'articolo Stanotte ho sognato Mandel’štam. (Ovvero: sulla poesia come veicolo
di verità) proviene da Pangea.
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Partiamo da una foto – quella riprodotta in copertina. È l’estate del 1914,
siamo a San Pietroburgo, nello studio dell’insigne fotografo Karl Bulla. Alla
sinistra di chi guarda c’è Osip Mandel’štam: sguardo penetrante, tra la colomba
e la volpe, cristalleria della sprezzatura; l’anno prima aveva pubblicato la
prima raccolta, Kamen’.Quello al fianco di Mandel’štam – sguardo aperto,
capelli-elmo e baffetti – è Kornej Čukovskij (in realtà Nikolaj Kornejčukov):
anglista, amava Lewis Carroll; eccelleva nello scrivere favole, per cui divenne
famosissimo (alcune sono tutt’ora tradotte in Italia) – la figlia, Lidija
Čukovskaja, ci ha lasciato straordinarie testimonianze dei suoi incontri con
Anna Achmatova e Marina Cvetaeva. Insieme a Jurij Annenkov – l’ultimo a destra,
quello dallo sguardo più serio, svagato, l’unico a non fissare l’obiettivo –,
l’artista che ci ha lasciato i più bei ritratti dei poeti russi della cosiddetta
“Epoca d’argento” – virili, rapaci, ‘vorticisti’ –, allievo, a Parigi, di Félix
Vallotton e amico di Matisse, Kornej Čukovskij sorregge il più aitante del
gruppo. Sguardo fiero, da falchetto, sorriso irresponsabile, testa rasata,
giacca, maglia a collo alto: Benedikt Livšic è l’unico che indossa gli stivali.
Benedikt Livšic era nato il giorno di Natale del 1886 a Odessa: il padre, di
origine ebraica, era socio di una fabbrica di mattoni, guidava un negozio di
generi alimentari. Laureatosi in Giurisprudenza a Kiev, Benedikt dimostrò quasi
subito un talento naturale per la poesia: preferiva Ovidio alla Bibbia, Omero a
Virgilio, “un poeta affetto da pallore letterario, troppo pudico” – traduceva
Orazio. Benché stimasse gli ‘acmeisti’, guidati dalla coppia Achmatova-Gumilëv,
fu svezzato al contemporaneo dai fratelli David e Vladimir Burljuk (entrambi,
come lui, di ucraini natali): grazie a loro, fu intruppato tra i Cubofuturisti
dove si stava facendo strada un poeta-Sansone, Vladimir Majakovskij.
Il 1914, in effetti, fu un anno importante per Benedikt Livšic. Aveva pubblicato
– con un certo sonoro successo – la seconda raccolta, “Il sole dei lupi”;
soprattutto, si era dimostrato il più reattivo antagonista di Filippo Tommaso
Marinetti, nei giorni – fine gennaio, inizi di febbraio – in cui il papà del
Futurismo aveva attraversato San Pietroburgo e Mosca. In sostanza, Benedikt
Livšic stigmatizzò gli atteggiamenti ‘borghesi’ del poeta italiano
avanguardista, da gagà in gita lirica fuori porta; riteneva che il Futurismo
‘alla russa’ avesse specificità proprie, imparagonabili alle moine marinettiane.
Insomma: i veri ‘rivoluzionari’ erano Majakovskij & Co. La storia gli avrebbe
dato ragione. Intanto, insieme all’amico Velimir Chlebnikov, Benedikt Livšic
ideò un manifesto al veleno, interessante per capire i rapporti culturali che
intercorrono, da sempre, tra Russia e resto del mondo occidentale. I due,
infatti, si ribellavano a quelli che “cadono ai piedi di Marinetti”, vili
traditori, perché “costringono l’Asia a chinare il suo nobile collo sotto il
giogo dell’Europa”. Angelo Maria Ripellino – in: Majakovskij e il teatro russo
d’avanguardia, Einaudi, 1959 – ricorda che i Cubofuturisti erano soliti
travestirsi, per incutere, allo stesso tempo, timore e risate nel pubblico:
David Burljuk “passeggiava per Mosca con le guance dipinte, l’occhialino, il
cilindro e panciotti vistosi sul massiccio ventre”; Livšic lo seguiva, “aveva
scelto a ornamento la gorgiera increspata di Pierrot”.
Nel 1914, per altro, in aprile, Livšic aveva abbracciato la Chiesa Ortodossa: di
qui la potenza profetica, fuori asse rispetto ai compagni di avanguardia, del
poeta. In Russia, era naturale per il poeta consegnarsi a una fede: era la fede,
infine, a conferire carisma, tensione, avvenire ai versi. In molti si nutrirono
della fede nella Rivoluzione, nel Partito-Chiesa; altri optarono per la teosofia
o per una sorta di religione personale, per pochi – Chlebnikov, ad esempio –,
intrisa di sciamanesimo e di soteriologia d’Oriente.
La fotografia doveva fungere da ricordo benaugurale. Benedikt Livšic, infatti,
stava partendo per il fronte. Aveva incrociato gli amici sulla Nevskij
Prospekt, aveva mollato la falange, obbligandoli a immortalare l’incontro.
Benedikt Livšic aveva un carattere leonino – gli amici lo chiamavano ‘Ben’.
Ferito presso Lublino, ‘Ben’ fu decorato, per il coraggio dimostrato in
battaglia, con la Croce di San Giorgio. Ritornato in Russia nel 1915, portò
all’altare Vera Arngold, la cugina del poeta tuttologo Andrej Belyj. La coppia
ebbe un figlio, Alexander, morto a dieci anni di scarlattina. Il poeta, nel
frattempo, si era unito a Ekaterina Konstantinovna: ballerina, ben più giovane
di ‘Ben’, gli diede un figlio, Kirill, nato, come il padre, il giorno di Natale
– morirà, neppure ventenne, durante la battaglia di Stalingrado.
In Italia, Benedikt Livšic è noto per lo più per la sua “Autobiografia del
futurismo russo”. Il libro, scritto con genio, una gioia per i lettori una manna
per gli storici, s’intitola L’Arciere dall’occhio e mezzo: uscito nel 1933, con
ampia tiratura (5300 copie), è stato tradotto da Laterza nel 1968 e da
hopefulmonster nel 1989. Ripellino lo ha definito “lirico piuttosto vicino agli
acmeisti e intenditore di poesia francese”. Eccellente traduttore di Laforgue,
Corbière e Rimbaud, nel 1934 Benedikt Livšic preparò in effetti un’antologia
della poesia francese Dai Romantici ai Surrealisti che gli diede fama. Si fa un
torto a Livšic, però, dimenticando la sua poesia che spesso si eleva, per
qualità formali e doti visionarie, su quella di diversi compagni di ribalderie
letterarie, spesso troppo stretti nelle maglie dell’ideologia avanguardista.
Benedikt Livšic, per chi ama le sigle, è il punto d’unione tra due movimenti
inconciliabili, l’acmeismo e il cubofuturismo.
La fotografia del ’14, tuttavia, svela, dietro la campitura dei sorrisi
diversamente in germoglio, qualcosa di tragico. Dei quattro lì ritratti,
soltanto Čukovskij e Annenkov scamparono alle purghe organizzate da Stalin.
Costantemente vessato dal regime, Mandel’štam fece la fine che sappiamo:
arrestato definitivamente nel 1938, costretto ai lavori forzati, morì a fine
anno, in un campo di transito presso Vladivostok. Benedikt Livšic fu arrestato
il 25 ottobre del 1937 nell’ambito di una immane operazione di polizia che
coinvolse diversi scrittori. Accusato di far parte di una “organizzazione
terroristica trotskista anti-sovietica intenta a compiere atti di sabotaggio”,
Benedikt Livšic si difese da par suo. Secondo i documenti del caso, Livšic
avrebbe ritrattato, dopo aver subito tortura; era amico di Valentin Stenich,
traduttore di Joyce, di Chesterton e di Jack London in russo, figlio di un ricco
mercante ebreo, mecenate d’arte, voce critica contro l’imperiale Stalin. Livšic
fu condannato e fucilato il 21 settembre del ’38; di concerto, fu arrestata la
moglie, Ekaterina, condannata a cinque anni di reclusione e alla perdita di ogni
diritto. Il figlio di ‘Ben’ e di Ekaterina fu affidato a un orfanotrofio.
Incidentalmente, Ekaterina era amica di Nadežda, la moglie di Mandel’štam.
Così vivevano i poeti, in Russia – così morivano. Il poeta fu riabilitato,
insieme a tanti altri, nel 1957 – nei suoi versi, il sussurro dell’erba si
mescola all’armonia delle superne sfere.
**
Nel gorgo universo, dove regna
e domina la spada del verbo
a volte ho composto qualche verso
parola non mia – di divino scalpo.
Ma le mie poesie, ora, sono
imprigionate tra i dialetti del tempo
e devo estrarle zappando la memoria
nei calanchi dell’altrove.
Canto con l’erba, urlo nel vento
mio solo compagno, l’eterno desiderio
di forgiare un unico poema
che mi incagli all’anima universale.
*
“In principio era il Verbo”, è detto.
Ma di chi è questo verbo? oso pensare
da quando una parola – spada sguainata dalle
sue fauci – mi ha espulso dalla coscienza del mondo.
La terra è avvolta da fumi violacei
(tutto da lontano sembra sprofondare)
la terra su cui non mi alzerò più
occhi forati in cui crolla chi mi ama.
Sussurro all’orecchio, vivo come mi è dato
ma ho dimenticato la via delle stelle
che porta verso la Santa Trinità: vivo al di là
del tempo terreno, continuo a camminare.
*
Non capisco le voci dei contemporanei
a poco a poco il battito assordante
del sangue è soffocato. Se pieghi i cieli
ti mescolerai al fragore delle chitarre.
Verrai al canto grigio delle colombe
busserai alla mia porta, servile ruffiana
ma non so più ciò che era né ciò che
eri, non so più la gloria e l’Eterno tuono.
Sono caduto nel tempo, ossificato essere
in un campo straniero, arato da sconosciuti:
apri l’arida gola, spaventapasseri di ghiaccio,
memoria esausta di antichi lampi.
Inclinare i cieli, tenerli in mano
svelare senza indugio i pilastri del mondo.
Ma come puoi annientare il grido degli inumani
astri e riempire il vuoto con lo sgattaiolare della chitarra?
La musica delle sfere è invincibile, è troppo
per me: non posso accontentarmi del garrire
dei corvi – tra noi si frappone una verità
rabbiosa: la condurrò verso altre vie.
*
No, non è per mancanza di fede
che il verde vello della terra mi è caro:
da tempo l’impassibile mondo
e il suo destino mi lasciano indifferente.
Segmenti. Corde. Un angolo. La modernità.
Cicaleccio di rivali. Piedi puntati su una panca.
Non è forse questo – direbbe Madame de Récamier –
il plusvalore di Marx su una sdraio?
Latitudini. Meridiani. Nessuno
ha udito il giuramento delle egerie:
O, anima mia! O Psiche! O pulcino!
Nessuno ti scalzerà dal nido.
Se solo potessimo, alla vigilia di un addio,
assaporare l’aria come un sorso di vino:
oltre al sonno, sapremmo serbare
il discreto fascino delle mezze verità.
L'articolo “Vivo al di là del tempo”. Gloria & morte di Benedikt Livšic, poeta
proviene da Pangea.
Superbe aquile volano nei cieli dell’Armenia, tracciando audaci traiettorie tra
l’ocra e l’azzurro. La scrittura armena – quegli svolazzi a prima vista così
simili – sembra nascere dalle mani di ardenti anacoreti. Una dolce fierezza
disegna i lineamenti degli abitanti; residui di bellezza scitica si annidano
negli occhi delle donne. Il ritmo dei giorni permette insperate evasioni nella
felicità.
A questo e a tanto altro avrà forse pensato Osip Mandel’štam, che in Armenia
trascorre sei mesi indimenticabili nel 1930. La breve ma intensa permanenza in
questo piccolo angolo di Caucaso, lo sappiamo, è decisiva: il poeta, di ritorno
a Mosca, interrompe un digiuno poetico durato ormai quasi cinque anni. Vedono la
luce i primi versi dei Quaderni di Mosca, la cui gestazione tiene impegnato il
poeta fino al 1934. La maggior parte delle poesie di questa raccolta esemplare –
una delle vette della letteratura novecentesca – sarà pubblicata post mortem. In
questa seconda fase della sua vita creativa, il dettato poetico di Mandel’štam
si apre a un fervido sperimentalismo: la vena classica che attraversava le opere
precedenti si assottiglia, dando spazio a un’inquieta e pulsante mescolanza di
temi, forme e registri. Fanno parte dei Quaderni, tra quelle presenti, le poesie
ispirate al soggiorno in Armenia, le oscure e meravigliose Ottave e la
traduzione di quattro sonetti dal Canzoniere di Petrarca.
Noto è l’amore di Mandel’štam per la letteratura italiana. A Dante è dedicato
uno dei suoi libri più importanti – quasi un manifesto di poetica. Le sue poesie
sono ricche di riferimenti ai grandi poeti della tradizione letteraria italiana:
oltre a Dante e Petrarca, figurano anche Ariosto e Tasso. Verso il sommo poeta
fiorentino lo spingono il vasto respiro creativo, l’eco di una solida tradizione
culturale, e forse un’identificazione personale con la sua storia di esule. Ma
soprattutto, diremmo, lo avvicina a Dante l’ammirazione per la sua lingua
“anfibia”, pietrosa, che del mondo minerale conserva ad un tempo l’asprezza e la
misteriosa geometria compositiva.
Perché il poeta russo decide di tradurre dal Canzoniere di Petrarca? Mi muovo, e
chiedo venia per questo, in un ambito di ipotesi e congetture balenate durante
la lettura come una scia di piccoli meteoriti nell’orizzonte notturno. In un
luogo e in un tempo dove il libero fiorire di una personalità creativa è
osteggiato in maniera sistematica e brutale, che senso ha tradurre i versi di
uno dei fondatori della lirica moderna, che fa del proprio “Io” la fonte del suo
dettato poetico? Rispondo, proprio per questo. Accostarsi a un poeta vissuto più
di settecento anni prima, perlopiù un poeta ripiegato nella sua interiorità, è
un gesto ancor più potente in un’epoca sanguinosa di “poeticidi”. Legami
invisibili vengono svelati, corrispondenze interiori si accendono tra due poeti
così distanti nel tempo e nello spazio: l’uno che scruta l’orizzonte stellato
dell’altro. Ingenuo idealismo, forse, o la testimonianza vibrante che i versi
trionfano sulla storia, che alla fine lo sguardo delle volpi poetiche incendia
le fortezze e le torri del potere. Tradurre Petrarca, per Mandel’štam, significa
anche agire all’interno di un cantiere dove la lingua è incessantemente
sottoposta ad un processo di trasformazione: le immagini sfumate e morbide del
poeta toscano incorporano, nella traduzione in russo, l’asprezza e il pathos
privato del dettato poetico e della biografia di Mandel’štam. Non siamo di
fronte a un mero traghettamento da una lingua all’altra, ma di una vera e
propria riscrittura rispetto a un testo poetico di partenza. Ecco che l’aria
“calda et serena” di sospiri diventa “valle di giuramenti piena e di sussurri
roventi” e i “dolci sentieri” si trasformano in “terra crepata su ardui
pendii”. Piuttosto che la levigata superficie delle foglie, si canta la
granitica struttura e la millenaria stratificazione delle rocce (non a caso si
intitola Pietra la prima raccolta di versi del 1913).
Le traduzioni di Mandel’štam orientano i versi nella direzione del dettato
poetico più aspro e inquieto del Dante delle Rime: l’esito è l’evocazione di una
natura che, restando aliena ai piagnistei di una solitudine compiaciuta, diventa
vera e propria “alcova” poetica dove la poesia, per usare una stupenda immagine
di Mandel’štam, ha trascorso la notte lasciando il letto con le lenzuola
sgualcite. Il bestiario creato dai versi del poeta russo compartecipa a questa
atmosfera poetica: non c’è spazio per gli uccelli di bosco, ma per “fiere dai
sensi acuti e pesci muti”, e i falchi depositano le aeree spoglie sulla terra
dopo la muta stagionale. Anche quando la natura smorza il suo impeto e pare che
il mondo torni docile e sereno – “nell’animo delle fiere quiete di cigno scende”
–, nel petto del poeta s’accendono la ben nota angoscia e gli annosi patimenti –
“lacci e reti”. Un senso di attesa frustrata e di acuta nostalgia si dispiegano
nell’anima, e su tutto un velo di vanitas vanitatum: come la corsa obliqua di un
cervo fuggono i giorni, e “l’incanto del mondo non dura più di un battito di
ciglia”.
Non è casuale la scelta dei quattro sonetti petrarcheschi. In ciascuno di essi
c’è infatti una sorta di amara distillata saggezza che, simile a un fiume
carsico, pare congiungersi con l’attualità del poeta. Forse, solo attraversando
il paesaggio che si apre attorno a noi nasce talvolta il sospetto di una muta
complicità. Bandita dai versi è ogni traccia umana, se non quella impressa a
fuoco dall’ardente punzone dell’io (e quanto è affascinante in russo la prima
persona singolare del pronome – я – sembra chiudere come in un cerchio perfetto
la sonorità agrodolce della lingua e attrarre verso di sé le carezze e gli
strali della nostra vicenda privata). La stessa Laura, prima vagheggiata, poi
evocata dal regno delle ombre, è segno di un errare infinito del cuore che
s’inoltra ora gagliardo e ora sconfitto nella notte grama… L’alba di un nuovo
giorno forse rivelerà il poeta alla ricerca di “convergenze ben note, dolci
plessi”.
Eppure non tutto sembra votato allo scacco. Il tempo che ci fa entrare nella
storia – talvolta dalla parte del suo mortifero rovescio – può avere in serbo
degli antidoti contro la velenosa serpe del potere. Osip Mandel’štam scompare in
un bianco bagliore nel 1938, ma nei versi:
> “mille volte al dì, con mia stessa meraviglia,
> devo in verità morire, per risorger poi
> altrettanto straordinariamente”.
*
Or che ’l ciel e la terra e ’l vento tace
Or che la terra dorme e si spegne la calura,
e nell’animo delle fiere quiete di cigno scende,
va la notte in giro col filato ardente
e lo zefiro culla la possanza dell’acqua marina, –
io sento, ardo, bramo e piango – ma lei, lei sempre,
in una irrefrenabile vicinanza, non mi ode –
tutta la notte veglia, e felicità lontana
dall’intera sua figura spira.
Una sola la sorgente, contraddittoria l’acqua –
mezza dura, mezza dolce, – può mai
la stessa amata aver due facce…
Mille volte al dí, con mia stessa meraviglia,
devo in verità morire, per risorger poi
altrettanto straordinariamente.
Dicembre 1933 – gennaio 1934
Traduzione di Pina Napolitano e Raissa Raskina, da O. Mandel’štam, Quaderni di
Mosca, Einaudi, 2021.
Lorenzo Giacinto
L'articolo “Fuggirono i dì miei – come di cervo obliqua corsa”. Osip Mandel’štam
traduce Petrarca proviene da Pangea.