Stanotte ho fatto un sogno. In un caffè in stile liberty – forse si trattava del
“Caffè degli Spacchi”, la grotta di porcellana di Dino Campana, a Genova; o
forse, invece, del “Caffè letterario” in Prospettiva Nevskij, a San
Pietroburgo; e in ogni caso, comunque, di uno di quei caffè avvezzi a ospitare
molte conversazioni inutili e digressive e, dunque, spesso illuminanti –
sedevano attorno a un tavolo tre uomini come tanti. Erano Osip Mandel’štam, un
diligente poeta italiano contemporaneo dell’oggettività – il nome del quale, per
discrezione ma soprattutto per irrilevanza, preferisco tacere –, e naturalmente
io stesso (l’io non manca mai, nemmeno nei sogni), coinvolto, chissà perché, in
una conversazione che ben presto ha smesso di riguardare la poesia “in generale”
per trasformarsi in qualcosa di più ambiguo e profondo: un discorso a più teste
sulla possibilità che la parola poetica trascenda l’oggetto invece di
limitarvisi.
Va da sé che il tema di convergenza radicale della conversazione non avrebbe
potuto che essere il simbolo. E però non il simbolo ridotto a emblema culturale
o a meccanismo interpretativo, né il Simbolo dei simbolisti. Non quei tipi di
simboli, che non sono simboli, in realtà, ma segni e allegorie. Nel mio sogno
Mandel’štam, con sapienza allusiva, sembrava accennare a qualcosa di molto più
concreto e insieme più sfuggente: l’attitudine del poeta di portare al
mondo simbolicamente un oggetto nel momento stesso in cui lo nomina.
Parlava con lentezza, volendo (secondo me) evitare di irrigidire il suo pensiero
in formule teoriche. Eppure da ogni sua osservazione emergeva, quantomeno per
quanto riuscivo a darmene contezza, una qualità che la poesia contemporanea ha
quasi interamente smarrito: la capacità del simbolo di “fare-cosa”, in senso
agente, dantesco. Non, perciò, di rappresentare semplicemente un significato
ulteriore, più “alto” e “spirituale” della realtà, ma di rendere gli oggetti,
pur nella loro dura consistenza materica, attraversabili dalla trascendenza – o,
anzi, addirittura, di renderli anch’essi, come noi, attori di trascendenza.
Una pietra, un pane, un tratto di selciato, una stanza – in Mandel’štam nulla
del mondo reale resta confinato nella sua statica evidenza (certi filosofi
direbbero magari: nella sua datità) empirica. Nei suoi versi ogni cosa subisce
una pressione verticale. L’oggetto è sé stesso ma simultaneamente, e
direi misteriosamente, eccede sé stesso. Nel sogno, mentre lo ascoltavo parlare
non ho potuto evitare di tornare a pensare, ancora una volta, che proprio qui –
nella propensione trasfigurativa della parola poetica – risieda la differenza
decisiva tra la grande poesia dei grandi poeti e l’implacabile, logorroica
imitazione agita dai molti che la scimmiottano.
Il poeta dell’oggettività, fino a quel momento piuttosto taciturno, ha aperto
finalmente il proprio quaderno.
Ha letto alcuni versi che aveva dedicato alla frutta nei supermercati, più un
paio di testi ispirati dal malfunzionamento di un pulsante di un distributore
automatico e a un neon che pare vibri all’angolo di una rotatoria di Vimercate o
Viggiù, non mi ricordo bene. Tutto in quei versi, di non maldestra fattura
artigianale, risultava abbastanza esatto. Tutto era sorvegliato e poeticamente
impiegatizio. Tutto era irrimediabilmente morto.
Perciò, commento ora – con buona pace dei diligenti poeti contemporanei della
oggettività: in Mandel’stam la fedeltà al reale non ha che superficiali tangenze
col realismo della realtà. Il perché è presto detto: perché è fede. Cioè a dire
è fiducia nella parola come veicolo di verità e significato metafisico (che
stanno in una sorta di sovra-realtà verbalmente stratigrafica) dell’Essere,
mentre nell’esercito dei diligenti poeti dell’oggettività tale fedeltà si
riduce, di fatto, a una banale registrazione dell’esistente, o a un pettegolezzo
pieno di cosine buffe. Nei loro testi nessuna combustione simbolica pervade gli
oggetti. Una banana, lì, non è che una banana. Un neon periferico di Vimercate o
Viggiù resta un neon periferico di Vimercate o Viggiù.
L’ostinazione descrittiva e il culto del dettaglio – quando va bene, e non ci si
ritrova, come capita, dentro a una narrazione metaforizzata di un quasi-nulla
mentale che parla di un quasi-nulla esistenziale – vengono scambiati per rigore
poetico, mentre nella stragrande maggioranza dei casi, in effetti, non sono che
impotenza immaginativa elevata a metodo.
Nel mio sogno ho osservato Mandel’štam ascoltare quei versi-cembali con una
cortesia quasi dolorosa. Egli sapeva – e forse anch’io lo so, perfino fuor di
sogno – che il gran problema della poesia non consiste nell’aderire agli oggetti
ma nel liberarli dalla loro muta opacità. La poesia autentica non fotografa il
mondo, né semplicemente lo “dice”: quel che d’interessante essa fa è
costringerlo, nel dirlo, a eccedere sé stesso.
Ed è qui che la distanza tra Mandel’stam e il diligente poeta contemporaneo
dell’oggettività assume rilevanza flagrante.
Da una parte c’è il poeta medio di oggi, persuaso che in fondo in fondo basti
nominare la cosiddetta realtà, liberamente e a modo suo, perché si produca
verità. Dall’altra c’è l’ebreo di cultura ortodossa cristiana Osip Mandel’štam –
un non devoto di fede ontologica dotato –, per il quale ogni parola autentica
conserva traccia del Verbo e possiede, dunque, nell’esercizio della sua funzione
nominatrice, una forza trasformativa, che non eventua o descrive soltanto, ma
anche consacra; che non cataloga soltanto, ma anche attraversa.
In Mandel’štam colpisce soprattutto una certezza: il mondo non è muto. La realtà
non è solo materia, ma nemmeno puro segno mentale. È unità vivente di visibile e
invisibile… e silenziosamente ci parla. Ogni cosa possiede una densità
spirituale che merita attenzione, un’aura che chiede d’essere percepita e
tradotta in parole. Ed è per questo, in fondo, che il poeta, per lui, non è
semplicemente un autore di testi, ma è qualcuno, piuttosto, che, proprio col suo
scrivere poesia, custodisce il senso della responsabilità umana verso tutto ciò
che esiste. Il poeta canta l’esistente – le cose e gli esseri nella loro
creaturale povertà –, ma lo fa guardando verso un spazio-tempo edenico,
adamitico, perché è solo in quel mitico, arcaico spazio-tempo metastorico che è
possibile nominare il mondo originario, prima della separazione tra parola e
verità.
Quando nel suo mirabile saggio su Dante, Mandel’stam descrive la Commedia come
un organismo vivente, quasi una corrente respiratoria della lingua, ci ricorda
che la poesia è anche, per essenza, movimento trasformativo della coscienza di
un essere umano chiaroveggente, chiamato a ritrovare un rapporto non mutilato
con il reale.
Anche appoggiandomi, Deo gratias, alla qualità visionaria dell’occhio mentale di
Mandel’stam, penso perciò di poter affermare con sobria inquietudine una cosa.
Questa cosa è una cosa triste, ed è che la maggior parte della poesia
novecentesca e contemporanea, nel suo terrore anti-romantico dell’enfasi e della
trascendenza, ha progressivamente rinunciato al simbolo, portando a compimento
il processo di riduzione della parola da veicolo della potenza del nome –
com’era ab illo tempore – a strumento d’amministrazione minimalistica
dell’evidenza, e il flusso versale a una registrazione “esistenzialistica” di
fibrillazioni psichiche senza risonanze. Come se oggi la rinuncia all’altezza
(alla profondità) spirituale garantisse autenticità. Ma una cosa, una res, in
quanto parte dei molteplici realia, penso io – e forse, chissà, lo pensava anche
Mandel’stam? –, consegnata (abbandonata) per verba alla propria mera cosalità,
finisce per risultare insignificante. O, perlomeno, poco significante,
quand’anche funga da correlativo-protesi del sentimento…
La conversazione nel bel caffè di non so dove è proseguita sino a tarda sera,
nel mio sogno. Il poeta dell’oggettività ha continuato a raccontare dei propri
oggetti, dei propri critici-lettori e dei propri premi con una serietà che
suscitava in me una tristezza via via sempre più compassionevole, non priva
d’ironia. Mandel’štam invece taceva sempre più spesso, sapendo bene che il
simbolo non può essere spiegato troppo a lungo senza degradarlo in simulacro
ideologico, in strumento d’uso per cervelli simbolisti.
Quando infine ci si siamo alzati, ho notato, per un istante, che il cucchiaino
che il gigante dello spirito aveva posto al lato sinistro della sua tazza
sembrava trattenere una luce ulteriore, un quid che tendeva a orientare il mio
organo della vista al di là del semplice metallo di cui era fatto. E poi mi sono
svegliato.
Massimo Morasso
*In copertina: Osip Mandel’štam (1891-1938); nel testo, alcune copertine dei
suoi libri
L'articolo Stanotte ho sognato Mandel’štam. (Ovvero: sulla poesia come veicolo
di verità) proviene da Pangea.
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La morte di Orfeo, in Gustave Moreau, avviene in un tempo che non coincide più
con quello dell’azione. Sulla tela tutto è già accaduto, e tuttavia tutto
continua. Il gesto assassino si è consumato altrove. E ciò che resta del
misfatto è una presenza. L’immagine non trattiene l’evento, ma il suo effetto
più profondo: la coscienza che, separata dal corpo, permane come figura.
Così isolata ed esposta, la testa di Orfeo non appare un membro disperso di
alcunché. Sembra piuttosto raccogliere, in un punto dello spazio, ciò che in un
altro spazio-tempo era diffuso e compartecipato: la voce, il pensiero, il flusso
del canto. La separazione della testa dal resto carnale del poeta non ha
dissolto niente; al contrario, ha concentrato. Ciò che – colui il quale – non ha
più possibilità di agire continua a esistere come pura intensità. La coscienza,
privata della sua estensione corporea, si è contratta e si è resa interamente
visibile.
Moreau sembra indugiare proprio su questo passaggio cruciale. Il canto ha
cessato di muovere il mondo, ma non ha cessato di essere, di darsi. Se non
ordina più la natura, se non ne placa le forze e non persuade più nessuno,
permane come attività senza soggetto, autosufficiente. Il canto, perduto il suo
potere, nell’aldilà fisico di Orfeo è diventato esso stesso oggetto di
contemplazione.
Orfeo ha sempre vissuto nella tensione tra la sua voce e ciò che
l’accoglieva. La sua musica si rivolgeva agli alberi, alle pietre, agli animali,
alle divinità sotterranee. Trovava il suo miglior ascolto prima e oltre
l’umano. Quando doveva rientrare nell’orbita di uno spazio “troppo” umano,
quella tensione si accentuava, e la sua voce, semidivina, non trovava più una
misura condivisibile. Il canto poteva essere solo subito o respinto. Ora la
morte non lo ha per nulla interrotto: soltanto, lo ha separato dalla vita
del medium che fu chiamato a portarlo a presenza.
In Moreau, la morte di Orfeo è l’esposizione per allegoria di una frattura che
s’è data, ormai, fra corpo fisico e coscienza, ma che non spezza affatto il loro
simbolo. La voce di Orfeo, per Moreau, ha preceduto e oltrepassato il corpo
mortale del cantore. Come una sorta d’iperbolico correlativo, la testa mozzata
custodisce questa relazione essenziale. Una volta ridotta a feticcio, la
coscienza di Orfeo non agisce più in relazione al mondo e non rientra più nella
vita, ma neanche ne fuoriesce: permane sulla soglia fra mondo e oltre-mondo in
foggia di simulacro, come una pura presenza senza soggetto.
La violenza che ha prodotto questa frattura non occupa il centro del quadro. È
già stata assorbita, come se fosse stata necessaria per rendere visibile ciò che
prima rimaneva implicito. Il gesto collettivo che ha distrutto Orfeo appartiene
a una logica diversa: quella dell’urto, della massa, dell’immediatezza. La
coscienza, invece, non coincide né con l’istante né con l’intelligenza degli
atti e dei misfatti che fanno storia: emerge soltanto in quella che potremmo
dire, forse, l’ineluttabilità della sua durata.
Moreau sembra interessato soprattutto a questo scarto: da una parte, evoca ex
post la violenza dell’atto distruttivo (anche sul piano iconografico – si pensi
alle tartarughe poste nell’angolo in basso a destra sulla tela, come memorie del
mito di Ermes fanciullo, che creò la prima lira uccidendo una tartaruga,
appunto, utilizzandone il guscio come cassa armonica); dall’altra, la qualità
eterica della forma spirituale che rimane. La cosa è comprensibile e ci
educa. La coscienza non compete con la forza. Le sopravvive, ma trasfigurandosi:
diventando immagine. Un’immagine che non rimanda a una vittoria, allo schiudersi
di un Significato, ma rende ai nostri sensi interroganti l’idea di ciò che,
altrimenti, per molti fra di noi sarebbe impensabile: la persistenza di una
coscienza priva di mondo.
Forse Orfeo non è morto quando ha perso Euridice, ma quando il canto ha smesso
di poter accompagnare qualcuno o qualcosa: quando la sua voce è rimasta sola con
se stessa e il canto non ha più avuto una funzione dialogica, ma, simile a un
falco metafisico, ha incominciato a ruotare intorno al mistero della propria
origine.
Gustave Moreau, Orphée, 1865; Museo d’Orsay, Parigi
Così intesa, la testa di Orfeo non è soltanto un simbolo della sopravvivenza
dell’arte. È figura di una coscienza che si è internata nell’archè, dove
continua a scaturire la sua ragion d’essere.
Moreau osserva e moralizza in un unico colpo d’occhio, con riassuntiva
letteralità (e con vigore didascalico). Il suo Orfeo ridotto a Monsieur Teste in
pietosa mano di tracia non è un martire, né un vincitore. È una presenza, come
ho detto. Una presenza, ripeto adesso, che non è per nulla eterna, ma che dura.
In questa durata sottratta all’idolatria della spiegazione storica della realtà
si può riconoscere una fertile attitudine dell’esperienza estetica novecentesca
e, poi, contemporanea: quella di un pensiero poetante che riesce a sopravvivere
anche al proprio tradizionale mandato e si guarda esistere, adesso, come forma
separata.
La morte di Orfeo non coincide con la morte della poesia. Non chiude il destino
del canto: lo immobilizza. Ed è proprio in questa immobilità che il canto torna
disponibile all’occhio e all’orecchio del cuore, offrendosi come visione
intellettuale, nella forma.
Massimo Morasso
L'articolo La persistenza del canto. Intorno all’Orfeo di Gustave Moreau
proviene da Pangea.
Se esiste un poeta che non può essere raccontato senza nominare l’Europa come
problema, quello è Yvan Goll. Non perché cosmopolita – parola pigra, buona per
salottisti e comunicatori – ma perché la sua opera coincide con il fallimento
stesso dell’idea europea di unità. Yvan Goll non ha rappresentato il nostro
continente: lo ha messo al centro della propria vicissitudine creativa proprio
mentre, a quanto intravvedeva, stava disgregandosi. Soprattutto per questo è
forse il più europeo dei poeti europei della prima metà del Novecento e, al
tempo stesso, uno dei più rimossi. L’Europa infatti ama celebrarsi, ma non ama
chi le mostra il conto.
Nato il 29 marzo 1891 in Alsazia, terra di frontiera e di contesa, Isaac Lang
(Yvan Goll è solo il più longevo dei suoi noms de plume) crebbe con una sorta di
vocazione destinale allo sdoppiamento.Scrisse in tedesco e in francese, abitò a
Parigi e Berlino, e attraversò o prevenne tutte le avanguardie,
dall’Espressionismo allo Zenitismo, senza inginocchiarsi davanti a nessuna. Non
fu semplicemente uno scrittore “tra due lingue”, ma un poeta che aveva intuito
presto come il suo progetto mentale e linguistico non fosse la fusione, bensì la
frizione. Dove altri cercavano sintesi, Goll accettava o inseguiva la
dissonanza. E le dava figura poetica, indossando maschere di rispecchiamento,
che non erano espedienti lirici, né semplici “personaggi”, ma funzioni di una
strategia di sopravvivenza autoriale.
Giobbe, Orfeo e Jean sans Terre, la Trimurti di alter ego nei quali giocò a
dirsi “uno”, sono abiti identitari provvisori, che indossava, smetteva e
riprendeva per parlare sempre da un punto di massima esposizione. Giobbe, per
Goll, è la figura della protesta metafisica senza riscatto, è l’uomo che
continua a interrogare se stesso e Dio dalla casa del dolore (dal corpo “sacro”
per quanto corrotto) sapendo che nessuno gli risponderà. Orfeo, invece, è il
poeta nell’epoca del disincanto: colui che scende negli inferi della modernità
per restituirne il cuore segreto, ma perde Euridice perché la poesia, in quel
non-luogo a procedere, non ha più potere salvifico, solo testimoniale. Jean sans
Terre, infine, è una maschera straordinariamente polisensa. È il senza-patria
per antonomasia, privo di radici e appartenenza; l’esule, l’escluso, il poeta
(ed ebreo) errante e senza identità, teso a oltrepassare tutti i confini, fuori
e dentro di sé, per ritrovarsi ovunque in territori inospitali.
Beninteso e importantissimo, per capirne qualcosa di non estrinseco: in queste
figure Yvan Goll non costruiva un mito personale, ma smontava il piedistallo
dell’io lirico. La soggettività in lui si frantumava in ruoli archetipici perché
il poeta, a suo avviso, quantomeno in Europa (in Occidente), non poteva più
prendere parola in prima persona senza dover assumere una postura finzionale. La
maschera, in Yvan Goll, è un senhal tragico. Non nasconde: espone.
Anche il romanzo-non-romanzo breve Die Eurokokke (Eurococco, 1927) può essere
letto, in fondo, come una maschera allegorica di un’Europa esausta, giunta per
davvero «à la fin de la décadence». Poema grottesco, canto scomposto e degenere
di un continente in via d’estinzione, Eurococco mette a nudo l’Europa come
simulacro esausto: come un idolo di cartapesta che danza, ignaro, mentre, sotto
di sé, le sue basi stanno cedendo. Con quest’autopsia di un’Idea in forma di
fiaba politico-morale, il trentaseienne Yvan Goll dimostrava di aver capito
prima di molti che l’Europa fuoriuscita dalla Grande Guerra era il cartonato
farsesco di un gran progetto andato a male; e l’homo europaeus un antieroe
nichilista, che stava morendo inciampando nella sua stessa retorica.
A bilanciare la maschera grottesca di Eurococco c’è però l’altro volto della
poesia di Goll, quello in cui l’alogica e la satira cedevano il passo a una
solennità spezzata ma non meno radicale. Requiem für die Gefallenen von
Europa (Requiem per i morti d’Europa, 1917) e Paris brennt (Parigi brucia, 1921)
ricordano con accenti apocalittici che gli sberleffi e l’ironia non bastano per
esprimere la sostanza tragica della realtà. Qui l’Europa non è un fantoccio
colto in limine mortis: è ormai un continente-cimitero, attraversato da un lutto
che non trova più una liturgia atta a elaborarlo.
Esaurita la stagione delle avanguardie e della poesia militante degli anni ’20,
segnata dalla denuncia della crisi europea, a partire da Les Cercles Magiques,
del 1926, e poi con maggior risolutezza negli anni ’30 e ’40 (gli anni del suo
esilio in America), Goll compì una svolta verso ragioni e sragioni
dell’interiorità, ampliando le sue conoscenze di alchimia e mistica, in
primis della Kabbalah. Nei suoi testi migliori, alla polemica storico-sociale
subentrò l’indagine metafisica: la poesia virò verso l’ontologia e si fece
strumento di conoscenza simbolica. Raccolte come Le Char Triomphale de
l’Antimoine (Il carro trionfale dell’Antimonio, 1949), Traumkraut (Erba di
sogno, pubblicata postuma nel 1951) e Neila, Abendgesang (Neila, canto del
vespro, uscita anch’essa postuma, nel 1954) sono i vertici estetici di
quest’ultima stagione, agita con un linguaggio spoglio, visionario ed
essenziale, che conferisce alla sua poesia un tono testamentario. Sul piano
biografico, l’approfondimento spirituale andò di pari passo con l’incedere della
leucemia, che accompagnò anima e corpo del poeta dal 1943 al 27 febbraio del
1950, data della sua morte a Parigi.
Yvan Goll e la moglie, Claire Studer
La traiettoria esistenziale e la storia della ricezione di Yvan Goll appaiono
oggi costellate da una lunga serie di avversità che, tuttavia, non hanno nulla
di casuale. Goll è stato il più sfortunato fra i poeti eccellenti del suo tempo
perché si è trovato sempre dalla parte sbagliata del consenso... e anche perché
ha unito la sua vita a quella di Claire Studer (1890-1977), donna e scrittrice
iper-polemica e ingombrante, la ribalderia a più livelli della quale favorì il
suo progressivo isolamento in vita e il suo rapido (benché relativo) oblio in
morte.
Emblematica e storicamente “imperdonabile” è la vicenda della sua avventura
surrealista. Fin da subito, Goll fu quasi-interno al surrealismo, ma non
allineato; arrivò, anzi, ad anticipare Breton, nel 1924, inventandosi una
rivista, “Surréalisme”, nel primo e unico numero della quale osò pubblicare un
suo Manifesto del Surrealismo, qualche mese in anticipo rispetto all’uscita
pubblica del testo legiferante del “Papa”. Fu un surrealista apostata ancor
prima che il Surrealismo fosse riuscito a registrare il proprio atto di nascita,
insomma, perché andava proponendo una restituzione poetica dell’immagine e del
sogno che rifiutava la mala pratica dell’automatismo psichico. Mentre Breton
costruiva il suo partito, Goll sceglieva la poesia: la lirica
mitico-immaginativa innervata d’esperienza consapevole. Fu una scelta che
equivalse a una condanna. Il Surrealismo, come fa ogni chiesa laica, non
tollerava gli eretici che ne condividevano l’intuizione ma non il catechismo.
Goll restò così, da solo, in una terra di nessuno: troppo libero e sfrontato per
essere accolto, troppo coerente per essere perdonato. Il velenoso conflitto con
Breton – che culminò, una sera, con una scazzottata pubblica a teatro – non fu
un semplice episodio d’antipatia reciproca: fu il sintomo di una guerra per il
controllo del potere d’influenza. Goll non perse perché avesse torto (direi
anzi: tutt’altro), ma perché non aveva il carisma affabulatorio e guerrigliero
del suo “rivale”. O, più semplicemente, perché non apparteneva alla fazione
giusta. Così come ai nostri giorni, cent’anni or sono la storia della poesia è
(stata) spesso una questione di alleanze.
Il capitolo più cupo della sfortuna di Goll riguarda Paul Celan. Dopo la sua
morte, la vedova Claire accusò Celan di plagio, dando origine a una delle
vicende più tossiche della storia letteraria europea. Al di là della verità
testuale, che pende nettamente a favore di Celan, resta l’amarezza di un destino
che continuò a rigirarsi contro Goll anche quando Yvan Lazang non era più di
questo mondo. Non per sua colpa, Yvan Goll diventò così un’arma impropria, lo
pseudonimo triste di un semisommerso della poesia franco-tedesca, che era stato
portato alla ribalta della società letteraria internazionale per mettere in
dubbio l’autenticità del talento di un giovane amico e collaboratore – abile,
forse, più di lui a dar corpo memorabile a un’interrogazione poetante che
affidava alla parola un valore a un tempo sapienziale e rivelante.
“Relazionalmente” scorretto, stilisticamente e qualitativamente disuguale, Yvan
Goll non è considerato un gigante come Celan. Ciononostante, ha lasciato un
tesoretto testuale e ha costruito un itinerario individuale di conoscenza che lo
colloca in una posizione di rilievo nel panorama poetico dello scorso secolo.
Massimo Morasso
**
Lied der Unbesiegten
Schwarze Milch des Elends
Wir trinken dich
Auf dem Weg ins Schlachthaus
Milch der Finsternis
Man gibt uns Brot
Weh! Es ist aus Staub
Unser Schrei steigt rot
Aus dem Schlachthof auf
In unsrem Höllenwein
Aus der Reben Glut
Aus Schädeln und Bein
Gärt Luzifers Blut
Aus den Augen wächst Klee
Den Mord zu beweinen
Und der Ahnen Armee
Wacht unter den Steinen
Uhu der Dunkelheit
Wird den Racheruf schrein
Wölfe werden die Söhne sein
Reißende Grausamkeit
Schwarze Milch des Elends
Wir trinken dich
Auf dem Gang ins Schlachthaus
Milch der Finsternis
*
Canto degli invitti
Latte nero della miseria,
ti beviamo,
sulla strada per il mattatoio,
latte delle tenebre.
Ci danno pane –
ah! è fatto di polvere.
Il nostro grido sale rosso
dal mattatoio.
Nel nostro vino d’inferno,
dalla brace delle viti,
da teschi e ossa
fermenta il sangue di Lucifero.
Dagli occhi cresce il trifoglio
per piangere l’assassinio,
e l’esercito degli avi
veglia sotto le pietre.
Il gufo dell’oscurità
urlerà il grido di vendetta.
Lupi saranno i figli,
rapace crudeltà.
Latte nero della miseria,
ti beviamo,
in cammino verso il mattatoio,
latte delle tenebre.
***
Unwirklicher als Nebel im lautlosen Getriebe der Nacht
Fließt dein Gesicht vorbei mit den Segeln des Mondes
O Neila, blauer Opferrauch
Die roten Gesänge der Väter verhallen in deinem Mund
Ein goldenes Tierhorn der Inbrunst
Meldet dich dem Schicksal
Ich höre rauschen mit ihrer dunklen Magie
Die alten Meere der Mitternacht
Ich weiß, du bist keine Menschentochter
Unirdischer du, jenseits von Blut!
Neila, meint dich der Duft von Jasmin
Wenn er von den Geistern der Tiefe kündet?
*
Più irreale della nebbia nel silenzioso ingranaggio della notte
il tuo volto scorre via con le vele della luna.
O Neila, azzurro fumo sacrificale.
I canti rossi dei padri ti si spengono in bocca.
Un corno d’oro dell’ardore
ti presenta al destino.
Sento gli antichi mari della mezzanotte
rumoreggiare con la loro oscura magia.
E so che tu non sei figlia dell’uomo.
Tu, ultraterrena, al di là del sangue!
Neila, parla di te il profumo del gelsomino
quando annuncia gli spiriti d’abisso?
*
Die Nacht trinkt ihre rote Blüte aus deinem Herz
Sie rankt zurück bis zum ersten Kuß
Mit dem wir Erinnerung spielen
In meinem Pulsschlag halt ich das Gedächtnis fest
Es wehrt sich wie ein erschrockener Vogel
Stärker als Liebe vergißt es nie
Durch dein Aug fällt die Zeit wie ein grüner Stern
Tochter des Mondes du beleuchtest für mich
Die Ruinen der Welt
*
La notte beve il suo fiore rosso dal tuo cuore,
si riavvolge fino al primo bacio
con cui giochiamo a ricordare.
Nel mio battito tengo stretta la memoria:
si difende come un uccello spaventato,
più forte dell’amore, non dimentica mai.
Dai tuoi occhi il tempo cade come una verde stella;
figlia della luna, tu illumini per me
le rovine del mondo.
***
L’arbre Sepiroth
Dix sont les fruits aux bras de l’arbre Séphiroth
Dix les métaux du corps recelant la Splendeur
Dix les sels de l’esprit nourriciers de la Fleur
Qui prépare mon âme aux puissances d’Azoth
La pomme du pouvoir rondit en mon cerveau
Et le vin de mon cœur inspire l’Infini
Les yeux de l’émeraude aux yeux de chair unis
Allumeront en moi les fibres du Flambeau
Descendez Séraphins l’escalier vertébral
Où la nèfle du foie et le soufre natal
S’oxyderont un jour pour créer la Beauté
Cèdre de ma Rigueur Arbre de Royauté
Par tes racines monte un alcool jamais bu
Ta Couronne me ceint du suprême attribut
L’albero Séphiroth
Dieci sono i frutti sui rami dell’albero Séphiroth
dieci i metalli del corpo che celano lo Splendore
dieci i sali dello spirito fecondi del Fiore
che prepara la mia anima alle potenze di Azoth.
La mela del potere mi si gonfia nel cervello
e il vino del mio cuore ispira l’Infinito.
Gli occhi di smeraldo agli occhi di carne uniti
accenderanno in me le fibre della Torcia.
Scendete, Serafini, dalla colonna vertebrale
dove il nespolo del fegato e lo zolfo natale
si ossideranno, un giorno, per creare la Bellezza.
Cedro del mio Rigore, Albero di Regalità,
per le tue radici sale un vino mai bevuto.
La tua Corona mi cinge del supremo attributo.
Traduzione di Massimo Morasso
L'articolo “Tu illumini per me le rovine del mondo”. Yvan Goll, il poeta che ha
cantato la fine dell’Europa proviene da Pangea.