
“La tecnica e la finanza non sopportano la verità”. Dialogo con Gabriele Vecchione
Pangea - Thursday, June 11, 2026Fra gli affreschi medievali della basilica di San Saba all’Aventino, era solito giungersi in preghiera Giuseppe Ungaretti – nel turbinio degli anni romani. Dimorava in prossimità, in piazza Remuria 3 – il contratto d’affitto dell’appartamento gliel’aveva ceduto Tatiana Tolstoj, figlia dello scrittore russo.
È fra gli stessi affreschi che mi si rivela, ieratica, la figura di don Gabriele Vecchione. Fra le mani, a mo’ di breviario, reca un vissuto ‘Meridiano’ ungarettiano, dalla consunta, consueta copertina blu e un remoto volume di poesie che custodisce, al suo interno, le letture a viva voce di Ungà.
Quella sera, il rito della poesia, si compie su sponde d’altare.
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Don Gabriele Vecchione, classe 1988, è stato ordinato presbitero da Papa Francesco, nel 2017. Ha fondato nel 2024 la Comunità San Filippo Neri – E poi? – dimora per giovani fragili.
Dal 2025 è cappellano dell’Università La Sapienza di Roma – dove allestisce, fra le altre cose, rassegne letterarie e culturali. Il 14 maggio ha accolto, fra le mura della cappella universitaria, S.S. Papa Leone XIV. Scrive per il Domani.
Nel marzo 2026 ha pubblicato Vorrei che fossi qui – Variazioni sulla Settimana Santa (Piemme) – volume in cui celebra la Parola con la testimonianza, le Scritture con la sua scrittura imbibita di vita, d’illuminazioni letterarie e poetiche – da Dostoevskij a Tolkien, da Jon Fosse a Charles Péguy, da Leonard Cohen a René Girard –, cinematografiche, di storie nella Storia.
Dal titolo, oltre a Ungaretti, mi pare di intendere che ami i Pink Floyd.
Parecchio. E spero di non commerciare mai i miei eroi per dei fantasmi…
Don Gabriele, nelle tue omelie, a dialogare con le Scritture – cito a memoria dall’ultima ascoltata – intervengono Franz Kafka e Franco Battiato, Elias Canetti, i Padri del deserto ed Elio e le storie tese – virtuoso convegno fra icone mistiche e pop. Come nascono queste suggestioni?
Ti direi che vengono naturali. Ma, ora che ci penso, in realtà non credo siano naturali. È naturale piuttosto la mia vanità, che cerco tra alterne vicende di sfruttare per sedurre l’assemblea e provare ad accompagnarla verso il cielo. Faccio l’omelia che vorrei ascoltare io. Cerco di sgattaiolare fuori dall’autoreferenzialità dell’ecclesialese, quel balsamo lessicale che copre ma non cura profondamente alcuna ferita. Io sono un esistenzialista mancato. È una necessità interiore, dunque, coniugare la sfida ardente che Elias Canetti ha lanciato a Dio (“troverò parole contro la morte che lo faranno vergognare”) e le pagine della Scrittura. Senza la Scrittura sarei un canettiano di ferro. È una necessità pastorale. Ricordo la barba, la noia di quand’ero al di là del presbiterio delle chiese. Cercavo omileti in giro per Roma. Penso sempre ad Augusto (Mario Brega), nel film Borotalco, che, ascoltando una telefonata di Sergio (Carlo Verdone) che finge di essere Manuel Fantoni con Nadia (Eleonora Giorgi), gli dice: “Ah Se’, ma come ca…o parli?”. Amo quel che avviene d’invisibile quando una persona è toccata al cuore dall’omelia. È un’operazione che l’uomo e lo Spirito fanno in sinergia. L’omileta, rimanendo fedele alla Parola, deve parlare agli uomini del suo tempo. Non ho mai sopportato quei professori che parlavano un linguaggio volutamente inaccessibile per far risaltare la loro erudizione. Di contro a tale elitarismo sostengo la bellezza di essere smaccatamente popolari. Anche usando l’umorismo. Umiltà, uomo, umorismo. Tre parole che hanno la stessa radice. Ridere di sé, suscitare il riso – magari mediante Elio o con altri comici solo apparentemente demenziali – è un ottimo segnale di salute spirituale.
Mi rifaccio a un detto dei Padri del deserto da te citato nell’ultimo libro: «Finché l’uomo non dice nel suo cuore: “Io e Dio siamo soli al mondo”, non avrà requie». Che rapporto vivi con la solitudine?
Quand’ero giovane, era un rapporto tragico, un sentiero pieno di rovi dove mi scorticavo in continuazione. Cercavo qualcosa o qualcuno che la vincesse. Tutti i miei tentativi fusionali sono andati male. Il celibato amplifica soltanto la solitudine che è connaturale a ogni essere umano, non la crea. La solitudine ora è un vigilante messo a guardia dell’amore. Il fatto che io sia solo e che abbia imparato a stare nella solitudine garantisce la pulizia, l’ordine dell’amore che nutro verso le persone che mi sono affidate. Amo la mia solitudine. È l’unico luogo in cui Dio è tutto per me, l’unica preghiera che Gli rivolgo gridando e non limitandomi a fare il Suo cerimoniere di corte. Mi sono sentito solo quando ho dovuto constatare che i ragazzi che avevo in qualche modo “adottato” si auto-distruggevano o non volevano uscire da una vita mediocre. A quel punto ho compreso qualcosa in più del cuore di Dio. Un Salmo dice: “Il Signore dal cielo si china sugli uomini per vedere se esista un saggio: se c’è uno che cerchi Dio. Tutti hanno traviato, sono tutti corrotti; più nessuno fa il bene, neppure uno” (Sal 13, 2-3). Quando sono solo, ci teniamo compagnia e soffriamo insieme per la sorte degli uomini. Penso ai monaci che si alzano di notte per pregare, per accompagnare Dio nella notte. Penso sia la loro preghiera che si diffonde nella Chiesa e nel mondo intero.
Lui è don Gabriele VecchioneSostando sul binario amore vs. darwinismo vittimario, così come da te definito – qual è la tua chiave di interpretazione della Passione?
Molte volte la Passione è stata interpretata come il pagamento di un riscatto a favore di un’umanità imprigionata dal diavolo. Ora, la Passione è sì il riscatto. E Cristo dice che il diavolo è il principe del mondo (cfr. Gv 14, 30). Ma il pagamento a chi sarebbe stato pagato? Si è pensato che la quota del riscatto sarebbe andata a Dio Padre. Però ne vien fuori un’immagine luciferina di Dio, quasi fosse assetato del sangue del Figlio e degli uomini conseguentemente. Poi abbiamo spiritualizzato quest’immagine e abbiamo detto che Dio non è assetato di pratiche autolesioniste incise sulla propria carne, ma è seguita l’immagine di un Ente che pretende coerenza, virtù, impegno, che può far ammalare la psiche di scrupoli, di ossessioni, di perfezionismi. Un Dio perennemente deluso dalla malvagità degli uomini che richiederebbe sempre e solo conversione. Mai una gioia. Come se la gioia fosse una colpa.
Credo che la chiave sia un’altra.
L’uomo ha paura di essere amato. Sin dalle prime pagine della Genesi l’uomo si nasconde da Dio per paura di essere riprovato. Per persuaderlo (verbo bellissimo: contiene l’aggettivo suavis, dolce) del suo amore il Padre non manda più alcun condottiero o profeta, ma si coinvolge direttamente. È la storia del Figlio di Dio che si consegna all’uomo, in modo che ognuno possa scatenare contro di lui la sua innata violenza, la distruzione che la sua bramosia provoca e, dopo o nel mentre che scaricava i suoi colpi di flagello, possa trovare abbastanza amore per risorgere. Guardi la croce e scopri chi sei per il Padre: un figlio che, anche se ha torturato il Signore, viene amato sempre e comunque. Comunque è l’avverbio dei genitori.
La croce contesta questo mondo. Il mondo elegge sempre vittime, perché i carnefici hanno bisogno di fare vittime per far risaltare il loro potere. Peter Thiel stressa René Girard per affermare la sua volontà di potenza. Peccato che René Girard si convertì constatando l’innocenza di Cristo. Cristo è stato vittima, ha preso le parti di chi soffre. Da questa opzione fondamentale dovrebbe derivare una geopolitica teologica. La croce non legittima nessun nazionalismo, sciovinismo o suprematismo che sia. Il riscatto dell’uomo è che non deve fare più vittime per essere riconosciuto. E non c’è neanche bisogno che faccia la vittima. Cristo ha manifestato pienamente Dio, è la verità di Dio. Nulla di oscuro, di esoterico nel Vangelo. La tecnica e la finanza si basano sul darwinismo vittimario e non sopportano la verità. Si rendano noti gli algoritmi, non si usino i dati per aumentare la sperequazione tra i popoli e sedurre, fin nei recessi dell’anima dei singoli, popolazioni intere, si soggioghi piuttosto l’AI a vantaggio delle vittime. Quale verità ne uscirebbe?
Tutta la tua opera è pervasa dall’arduo, ardente tema dell’amore – su un’asse che da Cristo arriva fino a Rainer Maria Rilke. “Amare fino al disamore” – come Maria di Betania, scapigliata, ai piedi di Gesù – è dunque l’unica forma d’amore degna d’essere?
Sì, l’amore di Cristo è scandaloso, esagerato, non ha vie di fuga, non teme il disonore. Tutti gli altri amori dovrebbero impallidire di fronte a questi. Non è bilaterale. Non aspetta reciprocità, essere reciproci a tale amore per noi creature è impossibile. Attende solo di essere accolto. Per chi lo accoglie non si raggiunge mai la misura dell’amore. È perfino poco fare i “folli per Cristo” come Francesco d’Assisi o Filippo Neri. L’amore di Cristo, una volta che ti ha toccato il cuore, ti ferisce e tu bruci di compassione per tutti gli esseri umani. Guardi gli altri e ti appaiono bellissimi. Piangi per i loro auto-sabotaggi. Ti industri, diventi creativo, ti inventi cose. L’abbiamo visto tante volte nella storia quest’amore. Penso a Padre Pierre Al-Rahi, parroco del Sud del Libano, morto il 9 marzo 2026 sotto le bombe israeliane mentre soccorreva i suoi parrocchiani feriti; credo abbia preso sul serio la metafora di Gesù: “Il buon pastore offre la vita per le pecore” (Gv 10, 11).

Nell’ultimo libro parli di figli, in particolare di “figli dispersi” – con riferimento all’invocazione del Salmo 21 – ma anche, a più riprese, di padri. Hai peraltro consacrato un volume al profilo di San Giuseppe – Rimani o vai via? (Effatà, 2021). Che lettura dai della figura del padre?
Stiamo cercando il padre possibile. Non è riproponibile il padre kafkiano e pre-sessantottino. La tentazione del padre è non-rimanere, impegnarsi in guerre lontane per la conquista di imperi o cadere vittime del canto delle sirene. Per una madre è generalmente più difficile andare via. Un sacco di figli vuole il riconoscimento dei padri. Le lettere e le e-mail che ricevo, i colloqui che ascolto sono tra loro molto diversi, ma uniti da un unico filo rosso: il desiderio di essere riconosciuti. Giuseppe è il padre possibile. Con la sua genealogia, scandita nei dettagli nel vangelo di Matteo e piena di peccatori, porta il peccato nella sacra famiglia. Immagino si sia sentito inadeguato. Ma Paolo dice che ogni paternità umana prende nome dalla paternità di Dio (cfr. Ef 3, 14-15). Che Padre è Dio? Il Padre che assiste forse tramortito all’autonomia dei figli, che prepara il ritorno dei figli dispersi, che non risparmia sulla sua affettività (mi riferisco ovviamente alla sequenza dei gesti affettivi del padre misericordioso nei confronti del figlio prodigo). Conosco dei padri esemplari. Un mio amico, che assisteva la moglie terminale, approfittava dei pochi minuti che le quattro figlie gli lasciavano liberi, per spazzare via i capelli disseminati in tutta casa a motivo della chemioterapia. Vedendolo con la scopa e la paletta nelle due mani, ho compreso di più chi fosse un marito, un padre.
Citando un tuo passo nel capitolo dedicato al Lunedì santo, alias Love is a losing game: “La redenzione non è semplicemente un restyling, ma una nuova creazione”. Come comprenderne il significato, la reale portata creativa?
La vita spirituale è un lasciarsi fare. Non se ne comprende la modalità, i tempi, non si vedono i risultati nell’immediato. È una dinamica che avviene nel frattempo. Non aggiungo nulla di mio, ma una poesia di Rilke:
Non attender che Dio su te discenda
e che ti dica: sono.
Senso alcuno non ha quel Dio che afferma
l’onnipotenza sua.
Sentilo tu, nel soffio ond’ei ti ha colmo
da che respiri e sei.
Quando, non sai perché, ti avvampa il cuore,
è lui che in te si esprime.
Chi sono, invece, coloro che qualifichi come “infelici funzionali”?
Coloro che si rassegnano al già noto. Che sono mediamente disillusi. Che iniziano cose senza terminarle. Che si alleano con le loro disfunzioni. Ruminano e amano i loro tratti neri. Si autocommiserano. Pensano di essere in credito con tutti. Tutto gli sarebbe dovuto. Qualcosa riescono pure a combinare. Non hanno bisogno di TSO o particolari terapie farmacologiche, se non leggere. Non bruciano, non ardono, fanno un lavoro che non amano. Non vedono l’ora di staccare. Parlano sempre di vacanze. La loro massima aspirazione è l’aperitivo e qualche piaceruzzo genitale. Una marea montante di amore non dato. Oppure lavorano come disperati per non confrontarsi col vuoto. Altra citazione pop, ora è il turno di Fabri Fibra: “A 12 anni a contare le stelle, a 30 a contare le parcelle”. Mi dispero quando ascolto giovani che scelgono l’università in base a quello che possono guadagnare, che rimangono in storie d’amore per non rimanere soli, che hanno abbandonato il sogno di cambiare tutto. La felicità è vendere la pelle dell’orso prima di averlo catturato, è gettare il cuore oltre l’ostacolo. Sposarsi senza garanzie, fare figli mentre si ha il mutuo, amare fino a ustionarsi, sognare di interrompere le guerre.
Definisci la nostra una società algofobica, in cui l’unica morte plausibile diviene quella eutanasica o viene rimossa, isolata negli hospice – e un ritorno alle pagane necropoli, con le ceneri incastonate nelle case, esposte nei salotti. Si tratta di una forma di nuovo edonismo – un antidoto alla morte?
Nuovo edonismo nel senso che il vecchio e consueto edonismo, il divertissement pascaliano, mi sembra consistesse nel vivere come se la morte non ci fosse. Posticipare il redde rationem fino a illudersi che potesse non accadere. Il nuovo edonismo dell’era della tecnocrazia mi sembra basato sul campare come se non si sapesse che si muore. Nell’era dell’infocrazia e della soppressione del privato la morte viene talmente spettacolarizzata che sembra non esistere. La morte pare un imprevisto. Come si fa ancora a morire con tutta l’intelligenza artificiale di cui disponiamo?
Nel 2024 hai dato vita alla Comunità San Filippo Neri – E poi? Ci racconti del progetto, a quali ragazzi è dedicata questa dimora?
Siamo sull’Appia a Roma. Siamo io e due famiglie. Accogliamo fino a 17 giovani tra i 18 e i 26 anni. Ragazzi e ragazze che vogliono vivere nonostante tutto. Escono da case-famiglie a 18 anni. Escono da famiglie disfunzionali o da famiglie funzionali ma hanno comunque il vuoto nel cuore. Ragazzi arenati, impantanati. Vogliono amore, limiti, regole. Si innamorano sanamente di loro stessi quando scoprono quant’è bello prendersi cura di qualcuno. Ieri una nostra ragazza di Gaza, che ancora non parla l’italiano, ha comprato i lecca-lecca per le bambine di una delle due famiglie. Mi sono commosso. La Comunità è un sogno a occhi aperti. Abbiamo detto un no veemente alla mediocrità e all’infelicità dei giovani. Dobbiamo raggiungere a breve l’auto-sostenibilità economica, se no tra un anno chiudiamo. I giovani non pagano, i figli a casa non pagano. Presto, andate sul nostro sito, trovate le modalità per donare.
Chiudo con le Variazioni sul presbiterato – qui lo definisci una questione di gratitudine. Come ci sei arrivato?
Perché un prete, don Roberto, con la sfrontatezza dei suoi 29 anni di fronte all’infelicità dei miei 19, me lo ha esplicitamente suggerito. Dopo che s’era conclusa una storia con una ragazza che ho amato molto e che mi ha amato molto, mi ha detto che avrei potuto pensarci. Ci ho messo tre anni a metabolizzare la faccenda. Ho pregato, sono andato in monasteri, ho percorso pellegrinaggi ancora non troppo inflazionati, sapevo che in un certo senso non potevo dir di no perché si giocava la partita della mia salvezza. Il Signore mi ha ferito il cuore, si è preso la mia affettività con la sua nostalgia. Senza di lui sono perso. In quel triennio 19-22 anni pensavo di dovermi conformare a un modello che mi sembrava alienante. In realtà, nella preghiera, mi sono reso conto che il Signore chiamava me proprio me: si trattava di essere profondamente me stesso. Nel frattempo, entravo dentro di me, senza più infingimenti. Non mi spaventava più la mia miseria. Mi sono sentito un salvato. Sono a mio agio negli abiti clericali. Per questo ancora vivo di gratitudine. Non devo far felice il mondo, devo essere fedele a quello che ho ricevuto. Quell’immersione nella materia oscura nei tre anni dopo il liceo mi ha dato e mi dà la forza smisurata che occorre per fronteggiare la materia oscura altrui senza esserne compromessi. Essere sacerdoti significa lasciare rappacificare in sé la terra e il cielo, l’angelo e la bestia. La bestia e la terra possono tornare a spadroneggiare. Ci vuole molta vigilanza. Ma la gratitudine che provo quando vedo qualcuno che ricomincia a camminare sulle sue gambe mi fa pensare che il meglio deve ancora venire.
Fabrizia Sabbatini
*In copertina: Nicola Samorì, Anulante, 2018
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