“Noi arcobaleni non volevamo l’abisso”. Tanti auguri Ivano!

Pangea - Saturday, June 20, 2026

21 giugno. Per la prima volta dal miasma caustico della rete – tanti auguri Ivano Fermini, non rimbaudiano ladro-Prometeo, piuttosto vero Efesto. La deflagrazione è integerrima, la parola più vicina ad un creatore già dall’esordio obnubilato La Scorciatoia. In questa sua preistoria ha luogo l’anticamera dell’incendio, la genesi del fuoco. Pagina 21 (guarda caso).

MONDO

Uno sputo nell’eternità
da quest’attimo di cera
in controluce
ingigantisce il fumo divino della noia
sino a un’idea di fuoco

*

Dunque, nella tessitura del tempo l’idea del fuoco, blasfema perché eternità è affare teologico.
Disattendere le prospettive temporali è prerogativa di Fermini, che sposta la cruna del mondo nello specchio dell’uomo, calandolo nel tempo per contingenze, ma al contempo obbligandolo ad avere un attributo di sovratemporalità – badare bene, non un alfa privativo, non l’aggettivazione atemporale, bensì il sovra che non nega, ma contiene e comprende tutto nell’istante (principio, intermezzo e fine, passato, presente e futuro). 

In mezzo a questa palude/incendio l’immagine-parola armeggia intorno all’ombra, saccheggia il lume (in principio è sempre bianco, poi allontanato), fustigando la cronologia per imporre la croce di un sovratempo, la cui estensione effettiva copre l’intera esistenza. Molto Tarkovskiani, infatti, gli smarrimenti temporali di Fermini – e non poteva essere altrimenti avendo a cuore Marina Cvaeteva. 

Deviando per le stanze erano uomini e vapori
un cerchio falso
eppure mi domando una mosca per salire
rotta e ruggine
come le foglie che in lui
possono sbarrarsi e dare pane alle costole
cos’era quel seme
piange silenziosamente e io m’incateno al fuoco
e quando sarà
un giglio sulle spalle mi fa male il viso

*

Più vicino alla fiaba che all’umano, l’uomo incatenato al fuoco a cui non ho ancora dato volto né profilo. Che fosse di effettiva carne lo scoprii in una serata per Lorenzo Calogero al Teatro Grandinetti di Lamezia Terme. Parlavo di un chiodo svanito in noi quando Luigi Tassoni intercettava la traiettoria, raccontandomi di averlo ospitato nella sua casa a Firenze qualche decennio prima. Un legame in comune e la ricerca spasmodica che si rinnova di ragioni. Dalle ceneri ho estumulato qualche mese fa una poesia dispersa pubblicata su “Linea d’ombra” (n. 30, settembre 1988 p. 67). L’unica della sequenza presente in rivista che non apparirà mai all’interno di un volume. 

Noi arcobaleni non volevamo l’abisso 
solo me che intero
non stringerò più nulla nella spada di lupo
vedi se puoi
se parli con lo zero o la ruota corta nel giardino
amore di ostacolo di carta
e fissi possono il cuore
interverrò il giorno
lumaca del mare
in tutto il fuoco che è bellissimo da incenerire

*

“In tutto il fuoco che è bellissimo da incenerire”, pubblicato nel 1988, è un crocevia ideale tra Bianco allontanato (1985) e Nati incendio (1991). La terza e ultima raccolta, che Aldo Nove definisce “uno dei titoli più potenti titoli dell’intera storia della poesia” (affermazione che condivido, per quanto possa valere detto da un classe ’97), si muove, a partire dal titolo stesso, attorno a una detonazione senza rimedi di sorta, con una sintassi spezzata e accostamenti caustici, oscuri – come gran parte della sua poesia. Ian Seed lo definisce il più prossimo a Celan; io aggiungo tra le sue ascendenze, per restare in Europa, anche Georg Trakl. quando il mondo si spacca / io pennello in voi la foca del mio cuore storto; tutto ciò che è stroncato è perfetto; oltre il cerchio / il mondo è carbonizzato; il tunnel è profondo / è aceto esploso con una stella / pietre che prendono fuoco; I due attimi fuori visione / rotondo ma per nenia / che fuoco è tutta parola per la stacca converge. 

*

Dicevamo, 21 giugno, tanti auguri Ivano Fermini. Questa volta dalla letteratura più che dalla rete. 

Salvatore Giuseppe Di Spena

*

Si ferma, incontrastato, un inverno 

per Ivano Fermini

E poi ritorna, perde il contatto.
Per bontà verso
di noi, tu gridi alla luce di questo cervello
senza più terra. Intorno,
sorrisi di trionfo, donne
anch’esse innate. Qualcuno di me
brucia la gramigna, in fretta,
vedendo o sbadigliando.
“non possiamo impazzire”, dice
un’altra vita. Si apre,
senza millenni, il costato. Rimarremo
come una lente esatta

(Milo De Angelis, Terra del viso, Mondadori, 1985)

***

                                                                     A Ivano Fermini

La nostra passione del linguaggio
ha già fatto un coperchio
che va alle feste senza capire
e si diverte,
butta a terra i colori
prima di morire.

La nostra passione del linguaggio
ha la figa, nasconde fortissima
una cosa da mangiare
perché il temporale
attende un’ondata
di pioggia, l’alfabeto.

Si chiama più o meno rischio d’impresa
il traguardo
che quando apriamo la porta di un luogo
possiamo dimenticare, e
dimentichiamo spostando le tendine
dei treni molto stanchi. E
davvero piangendo in questa fondazione 
come non fare un mosaico

fare i reni con il quaderno di un poeta

(Antonello Satta Centanin, Musica per streghe, Polena, 1991)

*In copertina: un collage di Max Ernst (1891-1976)

L'articolo “Noi arcobaleni non volevamo l’abisso”. Tanti auguri Ivano! proviene da Pangea.