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“Noi arcobaleni non volevamo l’abisso”. Tanti auguri Ivano!
21 giugno. Per la prima volta dal miasma caustico della rete – tanti auguri Ivano Fermini, non rimbaudiano ladro-Prometeo, piuttosto vero Efesto. La deflagrazione è integerrima, la parola più vicina ad un creatore già dall’esordio obnubilato La Scorciatoia. In questa sua preistoria ha luogo l’anticamera dell’incendio, la genesi del fuoco. Pagina 21 (guarda caso). > MONDO > > > > Uno sputo nell’eternità > da quest’attimo di cera > in controluce > ingigantisce il fumo divino della noia > sino a un’idea di fuoco * Dunque, nella tessitura del tempo l’idea del fuoco, blasfema perché eternità è affare teologico. Disattendere le prospettive temporali è prerogativa di Fermini, che sposta la cruna del mondo nello specchio dell’uomo, calandolo nel tempo per contingenze, ma al contempo obbligandolo ad avere un attributo di sovratemporalità – badare bene, non un alfa privativo, non l’aggettivazione atemporale, bensì il sovra che non nega, ma contiene e comprende tutto nell’istante (principio, intermezzo e fine, passato, presente e futuro).  In mezzo a questa palude/incendio l’immagine-parola armeggia intorno all’ombra, saccheggia il lume (in principio è sempre bianco, poi allontanato), fustigando la cronologia per imporre la croce di un sovratempo, la cui estensione effettiva copre l’intera esistenza. Molto Tarkovskiani, infatti, gli smarrimenti temporali di Fermini – e non poteva essere altrimenti avendo a cuore Marina Cvaeteva.  > Deviando per le stanze erano uomini e vapori > un cerchio falso > eppure mi domando una mosca per salire > rotta e ruggine > come le foglie che in lui > possono sbarrarsi e dare pane alle costole > cos’era quel seme > piange silenziosamente e io m’incateno al fuoco > e quando sarà > un giglio sulle spalle mi fa male il viso * Più vicino alla fiaba che all’umano, l’uomo incatenato al fuoco a cui non ho ancora dato volto né profilo. Che fosse di effettiva carne lo scoprii in una serata per Lorenzo Calogero al Teatro Grandinetti di Lamezia Terme. Parlavo di un chiodo svanito in noi quando Luigi Tassoni intercettava la traiettoria, raccontandomi di averlo ospitato nella sua casa a Firenze qualche decennio prima. Un legame in comune e la ricerca spasmodica che si rinnova di ragioni. Dalle ceneri ho estumulato qualche mese fa una poesia dispersa pubblicata su “Linea d’ombra” (n. 30, settembre 1988 p. 67). L’unica della sequenza presente in rivista che non apparirà mai all’interno di un volume.  > Noi arcobaleni non volevamo l’abisso  > solo me che intero > non stringerò più nulla nella spada di lupo > vedi se puoi > se parli con lo zero o la ruota corta nel giardino > amore di ostacolo di carta > e fissi possono il cuore > interverrò il giorno > lumaca del mare > in tutto il fuoco che è bellissimo da incenerire * “In tutto il fuoco che è bellissimo da incenerire”, pubblicato nel 1988, è un crocevia ideale tra Bianco allontanato (1985) e Nati incendio (1991). La terza e ultima raccolta, che Aldo Nove definisce “uno dei titoli più potenti titoli dell’intera storia della poesia” (affermazione che condivido, per quanto possa valere detto da un classe ’97), si muove, a partire dal titolo stesso, attorno a una detonazione senza rimedi di sorta, con una sintassi spezzata e accostamenti caustici, oscuri – come gran parte della sua poesia. Ian Seed lo definisce il più prossimo a Celan; io aggiungo tra le sue ascendenze, per restare in Europa, anche Georg Trakl. quando il mondo si spacca / io pennello in voi la foca del mio cuore storto; tutto ciò che è stroncato è perfetto; oltre il cerchio / il mondo è carbonizzato; il tunnel è profondo / è aceto esploso con una stella / pietre che prendono fuoco; I due attimi fuori visione / rotondo ma per nenia / che fuoco è tutta parola per la stacca converge.  * Dicevamo, 21 giugno, tanti auguri Ivano Fermini. Questa volta dalla letteratura più che dalla rete.  Salvatore Giuseppe Di Spena * Si ferma, incontrastato, un inverno  per Ivano Fermini E poi ritorna, perde il contatto. Per bontà verso di noi, tu gridi alla luce di questo cervello senza più terra. Intorno, sorrisi di trionfo, donne anch’esse innate. Qualcuno di me brucia la gramigna, in fretta, vedendo o sbadigliando. “non possiamo impazzire”, dice un’altra vita. Si apre, senza millenni, il costato. Rimarremo come una lente esatta (Milo De Angelis, Terra del viso, Mondadori, 1985) ***                                                                      A Ivano Fermini La nostra passione del linguaggio ha già fatto un coperchio che va alle feste senza capire e si diverte, butta a terra i colori prima di morire. La nostra passione del linguaggio ha la figa, nasconde fortissima una cosa da mangiare perché il temporale attende un’ondata di pioggia, l’alfabeto. Si chiama più o meno rischio d’impresa il traguardo che quando apriamo la porta di un luogo possiamo dimenticare, e dimentichiamo spostando le tendine dei treni molto stanchi. E davvero piangendo in questa fondazione  come non fare un mosaico fare i reni con il quaderno di un poeta (Antonello Satta Centanin, Musica per streghe, Polena, 1991) *In copertina: un collage di Max Ernst (1891-1976) L'articolo “Noi arcobaleni non volevamo l’abisso”. Tanti auguri Ivano! proviene da Pangea.
June 20, 2026 / Pangea
“Siamo in una scorreggioteca. Si deve ricominciare da zero”. Ovvero: sulla poesia come destino. Dialogo con Aldo Nove
Comunque, è un trafficare tra le ombre – è un cenacolo. Oh, sì: spalancare le briciole sul palmo, fino al bruciore, e vedere i morti che vengono a becchettare. Morti con il volto da ghepardo, morti immortali e morti morituri. Morti che stanno in tasca, come un fiammifero.  Da un po’, inseguo le tracce fantasmatiche di Ivano Fermini. Ho letto alcuni versi folgoranti; ho ricostruito alcuni percorsi. Milo De Angelis ne fu il sulfureo, il negromante. Mi accenna ad Aldo Nove. Gli scrivo. Risposta secca, a tagliagole – più tardi verrà il bene, viene dopo, al calor bianco, al netto di tutto. Leggi questo. Inabissarsi. In quel libro, uscito per il Saggiatore – che “ha in corso di pubblicazione la sua intera opera” – Aldo Nove parla di poeti, di poesia, di un sé nell’Illiria lirica. Questa frase è a pagina 103: > “Lo portavo sempre con me, negli anni terribili e salvifici del liceo, Georg > Trakl. Fino a che non scelsi di suicidarmi con la stessa dose di cocaina con > cui Trakl si tolse la vita”.  Poco prima, Nove ha ricalcato Grodek, la poesia suprema e terribile di Trakl, “La sera risuonano i boschi autunnali/ di armi mortali…”. Inabissarsi è anche un libro pieno di poesie – poesie che sono un allarme, poesie disarmate.  Inabissarsi significa anche catapultarsi in una catabasi. Che faccia male è certo. I morti fanno le capriole. A volte, hanno una cresta di aculei sulla schiena. In Inabissarsi si parla di Ivano Fermini. Si parla anche di Milo De Angelis e di Nicola Crocetti, di Franco Buffoni e di Silvio Raffo. Si parla di Elio Pagliarani che compra le arance. Qualcuno – forse Cesare Cavalleri – mi ha parlato di come Eugenio Montale comprava i carciofi. Ecco. “La consapevolezza di un’arancia”. Così scrive Aldo Nove per farci capire cos’è un poeta. Attraversare la crosta del frutto, “intuirne le proprietà, quasi fosse un pianeta”. Come le arance di Cézanne, come la melità delle mele di Cézanne che tanto affascinò Rilke.  Un capitolo di Inabissarsi è dedicato a Ivano Fermini. Nato a Bolzano, trasferitosi a Milano, fece, a moti ondivaghi, l’operaio, “aveva degli enormi baffi neri”. Fermini è morto vent’anni fa. Un giorno Fermini chiede a Nove se può vivere con lui e Tiziana, “una ragazza a cui volevo molto bene, ovviamente fino a che non ci siamo detestati a vicenda”. La cosa “non era possibile né aveva senso”. Il poeta si dilegua. “Da quel giorno non lo vedemmo più”.  I poeti fanno così. A volte si disintegrano davanti ai nostri occhi per eccesso di prossimità. A volte i poeti fanno la crisalide. A volte i poeti sono come l’acqua in un secchio. Devi annaffiare le piante prima che si affollino, a carapace, le zanzare.  Aldo Nove ha scritto che nella poesia di Fermini “tutto è primordiale. E succede per la prima volta”. Abbiamo deciso di ripubblicare, dopo troppi anni, le sue poesie, scollegate da ogni oggi, impossibili, bellissime.  Inabissarsi è dedicato a Federica Fracassi, l’attrice, e inizia con “lo schifo assoluto di questo momento storico, la vergogna quotidiana di essere passati alla forma più sofisticata ed efficace di dittatura, quella delle nostre menti…”. Questo scrive a pagina 10 Aldo Nove: > “Una poesia senza vita è nulla, oppure uno degli ennesimi giochi imperanti > della finanza globale, cioè il fantasma mortale di qualcosa che non ha altro > scopo che rapinare energia all’umano tradito, quasi ormai estinto. > > Una vita senza poesia è la trasformazione in atto dei «cittadini», o meglio > degli umani, in automi obbedienti e non pensanti, quasi non più senzienti per > la propria acquisita organicità a un gioco astratto di cifre appresso alle > quali correre affannosamente per mantenere in piedi il nostro puro dato > biologico”. Il libro è costellato da fotografie di poeti – poeti fanciulli, eterni puer. Amelia Rosselli bambina sulle spalle del papà, ad esempio.  Si parla – con ampiezza d’aquila – di Lorenzo Calogero, l’abbagliante poeta di Melicuccà, Calabria.  Che libro superbamente eversivo, questo. Eversione perfino dal verso, dal fare il verso a se stessi – c’è qualcosa di messianico nel poeta (quello vero, non supino all’oggi, suino, alieno alla biada della fama, sfamato dai cieli) messo alla gogna, insinuato nell’insulto, solitamente sputato, che spunta dove meno credi.  Un giorno mi scrive “sono 8+3-2”; un giorno mi chiama “brillo” – brillio, dico. Di Nicola Crocetti ricorda, “mi ha insegnato una fedeltà assoluta, nella totale incuria verso il misero interesse personale”; ricorda che è stato “spesso tradito da personaggi infami che ne hanno intuito e sfruttato biecamente la sprezzante indifferenza verso il denaro”.  Insomma, parte un dialogo – all’incirca. Accerchiati da questo continuo crollo. Come se il crepitio fosse uno scrivere a crepapelle – i volti posti all’azzurro e congioire dei fiori, un rogo.   Scrivi: “La poesia è un destino. Il destino di chi libera tutti”. Cosa significa? La poesia (e il poeta, che ne è “l’umile messaggero”, per citare Nanni Balestrini) esiste proprio in quanto destino, il che, mi sembra, indica una sorta di escatologia empirica, immediata: “adesso”. Provo a dirlo diversamente: la poesia disvela che non c’è nulla da svelare se non la trappola del  linguaggio, che il poeta sbroglia nell’atto della scrittura. Quell’attimo di attività paradossale è il destino (di libertà, di autenticità) della poesia. Che rapporto c’è tra il poeta è la Storia? Il poeta è nel mondo o è fuori dal mondo – è mondo o immondo? Come diceva Borges a proposito di Dante, entrambe le cose. “Movimento dello spirito nel tempo”, a inaugurarne le stagioni e gli abissi. La Storia del resto è fare narrazione… i fatti… esistono? Esiste a tuo dire un rapporto consustanziale tra il poeta, l’uomo poeta, e la sua poesia? Intendo, tra estetica ed etica? Credo di sì ma è una questione talmente personale da sfuggire a qualunque etichetta. Poeti si è se si vive la poesia. Altrimenti, come diceva Rilke in Lettere a un giovane poeta, è davvero meglio lasciare perdere e guardare San Remo. Qual è il poeta che ti ha affascinato, la poesia che ti ha folgorato? Ora c’è la disadorna di Milo De Angelis e Invece della rivoluzione di Nanni Balestrini. Due scarti, nella mia vita, improvvisi e totali. Che cos’è lo ‘spirito’? Qual è la tua poetica dell’esistere? “Trasumanar per verba non si poria”. Scrivi, in sostanza, che la poesia è una liberazione dalla “trappola” del quotidiano? Poesia, allora, sempre sovversiva, eversiva? Ma a cosa serve infine la poesia? La poesia serve a distruggere lo squallore del quotidiano per riportarlo alla sua materialità e ricostruirlo. Dura poco… è un gioioso, o se non è gioioso ne vale la pena, mito tra Sisifo e Ulisse incantato dalle Sirene. Nel tuo canone portatile quali sono i poeti primari, i poeti re? Tanti, troppi. I già citati Balestrini e De Angelis, tra i contemporanei, insieme a Valduga e Lamarque. Nella seconda metà del Novecento Giudici e Zanzotto. E poi la triade Carducci Pascoli D’Annunzio. E indietro Tasso e ovviamente Dante. E i Salmi…  La poesia a scuola: come si fa, cosa bisogna fare? Escluderla. La scuola attualmente non ha nulla a che fare con la poesia. La si conosce altrove. Chi ne ha bisogno la trova. Parlano di Scurati, oscurando Georg Trakl: perché? Cos’è questa cosa detta ‘cultura’? Si segue chi “ave del suo cul fatto trombetta” (Dante, nelle Malebolge). Siamo in una scorreggioteca. La cultura è nelle catacombe. È nelle catacombe che si dipanò nel mondo e nei secoli il messaggio cristiano. Tutto ciò che si propone come ‘culturale’, oggi, è merda che crea hype: più puzza, più se ne parla. Si deve ricominciare da zero. Anzi da tre, come diceva il grande Troisi. E pochi ma buoni lo stanno facendo. Tra tutti, immenso, Nicola Crocetti. L'articolo “Siamo in una scorreggioteca. Si deve ricominciare da zero”. Ovvero: sulla poesia come destino. Dialogo con Aldo Nove  proviene da Pangea.
April 7, 2025 / Pangea