
La poesia? Tra la paleontologia e il punk. Dialogo con Claudio Zuccaro
Pangea - Friday, June 26, 2026Io e Claudio Zuccaro ce ne stiamo buoni buoni a Zabriskie Point. Immaginiamo come fosse il set di Michelangelo Antonioni. Oggi sembrerebbe la giornata giusta per un avvistamento ufo, ce l’ha detto un vecchietto del Nord Dakota che si è trasferito qui per vendere collanine e amuleti magici. Dobbiamo andare verso l’Area 51 ma mentre sostiamo ci coglie forte la nostalgia del suolo natio, di Roma e del suo hinterland, dove si è appartato Claudio. Allora cominciamo una danza propiziatoria per avere un buon rientro, alziamo nugoli di polvere coi nostri passi e mentre aspettiamo gli alieni cominciamo a chiacchierare…
Dove nasce la poesia, in un concerto punk o tra i fossili di Corneto, l’antica Tarquinia? Sono connesse le due cose?
Sono entrambe due mie passioni e questo lo sai. Dove nasce la poesia… La risposta più ovvia sarebbe ovunque. E invece no, o meglio, sì, ma a certe condizioni. Innanzitutto che tu sia te stesso. Sembra una banalità e invece non lo è. Ci sono luoghi, eventi, persone che ci corrispondono di più e allora può nascere una scintilla. Per me ascoltare musica, leggere un libro, scavare fossili o andarmene per siti etruschi o quant’altro… le persone poi, certo non tutte, purché mi trovi a casa, dove voglio stare e con chi voglio stare.
Hai scritto in versi delle battaglie dell’Isonzo, cosa ci hai visto da legare a un’opera lirica?
Il tema è la guerra, la cosa più ambigua nella storia umana, qualcosa di assurdo e “necessario”, di tragico e comico al contempo. Se ne può parlare in modi diversissimi, ovvio essere contro, ma poi te la ritrovi davanti e ci trovi sempre e comunque qualcuno che ci prende gusto. Non esistono, se non in casi estremi, guerre giuste, in linea di principio sono tutte assurde, eppure sono lì, davanti a noi, necessarie? Ci si augura sempre che insegnino qualcosa, ma non succede mai, cambiano casacche ma la sostanza resta: l’Homo Ideologicus, l’Assoluto “Uno” ad esclusione dell’Altro, l’amico-nemico, la teologia politica. Non accettiamo quasi mai l’Altro, ciò che troviamo fuori posto, il non assimilabile, il totalmente Altro, e replichiamo ad infinito e da secoli la cultura dell’appropriazione, della sopraffazione, della tecnica ad esclusione. Forse ha ragione Heidegger, i campi di sterminio sono già iscritti nelle origini del pensiero occidentale, la metafisica, la tecnica e la guerra sono un destino.
So che hai un’ampia collezione di dischi anni Settanta/Ottanta, è possibile che chi scriva poesia oggi ignori completamente quella stagione?
Per me la musica è un’arma fondamentale, è la vera inclusione a scapito dell’esclusione, inevitabilmente un’arte totale senza se e senza ma. In una mia biografia c’è scritto “devoto a Ian Curtis”, infatti che cosa sarebbe stata la mia vita, le poesie che scrivo, senza il punk, la new wave, il gothic… Non saprei dirlo. Joy Division, The Cure, Dead Can Dance, Cocteau Twins, Simple Minds… Tante poesie sono nate ascoltando la loro musica. Devo ammettere poca italiana ad esclusione di Conte, Battiato, Battisti, Gaber, De André, talvolta Guccini e qualche altro.
Lui è Claudio ZuccaroE la montagna? So che quel mondo ti affascina, sei devoto ai Joy Division anche dagli altipiani?
La montagna o la natura, mettila come vuoi, è un discorso a sé. Partiamo dalla passione per la geologia e la paleontologia (scienze già poetiche in sé), mettiamoci pure l’interesse per il recupero di oggetti della Prima guerra mondiale e il mio viscerale amore per il Col di Lana, scenario di battaglie cruente durante il conflitto, aggiungici pure l’interesse per il mondo etrusco e la preistoria e il quadro che ne viene fuori o è da visita psichiatrica o da chi la natura la vive dall’interno, del resto sono nato ad Ancona e da lì, il mare, te lo porti addosso per tutta la vita.
La tua poesia si caratterizza per un eclettismo stilistico, qual è il tuo pensiero a riguardo?
Personalmente non ho mai creduto a modelli precostituiti di stile poetico e letterario. Certo, non è neppur falso il contrario, se qualcuno si trova a casa con la struttura del sonetto shakespeariano, ben venga il sonetto shakespeariano, che nessuno faccia lezioni o prediche. Per quello che mi concerne, io cerco di guardare ai tempi, guardo a me oggi, quello che vivo, ciò che sento, parlare in prima persona non mi disturba, così pure l’eclettismo stilistico, purché non si scriva in modo autoreferenziale o al di fuori di un mondo che si trasforma più in fretta di noi. Partire dalla strada, dalla realtà, non astrarsi mai dalla realtà sociale e anche politica (perché no?) del nostro tempo. Riformulare o inventare parole se necessario. Oggi la persona più anticonformista è chi ascolta Radio Maria, per il resto tutto è possibile e tutto fa cassetta. Il capitalismo e il materialismo edonista e narcisista dei nostri giorni vanno a braccetto. Siamo sempre più liberi, ma nessuno è stato mai veramente liberato. Impossibile fare poesia quindi omettendo il tempo reale. Noi, gli esclusi, noi gli emarginati dalla festa, noi che scriviamo e che cambiamo nello scrivere, siamo il vero “movimento reale che abolisce lo stato di cose presente”. La parola poetica è l’unica vicina all’origine (e già questo la rende rivoluzionaria, polisemica, incomprensibile ai più) è da lì che viene, è da lì che si alimenta. “Sarà una parola che vi seppellirà”, mai così vero, ma non per l’oggi.
Quanto hanno inciso invece nella tua opera il rock, il pop, il punk appunto ma anche la Street Art ma tornando indietro la famosa Fontaine di Duchamp?
Rileggendo autori fine anni Settanta (mi sono dilettato recentemente con Gaber, Franco Berardi dello “Bifo”, Michael Ende e Joseph Beuys) emergeva il dato che la poesia e le parole crescono e muoiono con le città che le determinano, è vero. Bisogna avere orecchio, diceva Jannacci, bisogna averlo tutto, anzi, parecchio… è così. La Street Art oggi, promossa dalle amministrazioni comunali, è patetica, i murales dipinti con tanto di pubblico e pensionati che guardano il cantiere sono grotteschi. Le cose sono fatte per essere trasgredite, ogni teoria è falsificabile. Avere orecchio vuol dire carpire nell’aria il vento e la brezza, il rumore delle foglie e quello dei cannoni, sapere cosa non siamo piuttosto che ciò che siamo, ma mai, e poi mai, conformarsi allo stato di cose presente. Ciò che era conformista ieri oggi è rivoluzionario, e ciò che ieri era rivoluzionario oggi è conformista. Ciò che sarà domani non possiamo dirlo.
Vedi nessi fra i surrealisti francesi e i beat americani?
Non solo con i surrealisti, ma anche con futuristi, dadaisti e quant’altro caratterizzò, agli inizi del Novecento, lo spirito delle avanguardie. Non dimentichiamo che le avanguardie solo sfiorarono gli Stati Uniti, per cui, benché privi di un manifesto e in un modo tutto loro, anche i beatnik (come il movimento artistico Fluxus) possono essere (tirandoli un po’ per la maglia) un’avanguardia, almeno per quello che riguarda il contesto statunitense.

Sei d’accordo sul fatto che i movimenti di rottura nella storia dell’arte hanno agito sempre, per l’appunto, “di movimento”, quindi fra grandi individualità connesse però fra loro?
Quando mi sento a casa mi piace incontrare e discutere con amici “veri”, perché siano veri amici (senza scomodare alcuna forma di schöne Seele di tipo romantico). Il linguaggio non è solo comunicazione di un messaggio, se vuole essere vero, autentico, è produzione. Il lavoro linguistico è produttore di testo. Le Avanguardie hanno peccato perché proponevano teorie, modelli, programmi rigidi, ma non è così. Senza perdere lo spirito di chi le animò, tuttora validissimo, proporre direzioni vuol dire non cogliere la tensione tra codice linguistico e desiderio che emerge nella scrittura. La contraddizione che fa della scrittura una pratica di emergenza del soggetto. Dire no e giocarci la vita dentro, una partita di regole tra libertà e spiritualità che eccede il dato esistente. Mi piace leggere Beat come abbreviazione di Beatitude ed è quello che percepisco in chi ha animato e creato il gruppo di Roman Beat Generation.
Sei insegnante e spesso ti ho sentito riferirti al linguaggio, quante parole mancano al dizionario comune per andare a esplorare la realtà? Ci sono parole che fanno ancora paura?
Il linguaggio è la totalità dei fatti del mondo, tuttavia spesso non si tiene presente che i fatti slittano e il linguaggio spesso resta fermo (uno scempio l’adozione di termini da altre lingue). Forse sarebbe meglio dire che “di ciò di cui non si può parlare è meglio tacere” e da lì poi nasce tutta un’altra storia, che poi è quella della poesia. Ora non mi preoccuperei dell’uso filologicamente corretto di Wittgenstein (lui queste citazioni le riferiva alla logica), piuttosto che l’origine è il non-detto, l’indicibile, il Nulla (o Dio, o l’Uno). C’è ancora tanto da esplorare e da dire e da inventare e da costruire. “Testo” da tessere, intrecciare e poi ordito, trama, nell’educazione scolastica di tutto ciò non c’è che una vaga traccia e allora ecco che le poesie diventano nell’immaginario collettivo emozioni o talenti innati. È la parola stessa, poesia, che fa paura.
A proposito di Roman Beat Generation, abbiamo ospitato all’ultimo incontro Dianne Jones, che ha conosciuto i beat americani. Ci ha detto che poi alla fine ciò che conta è lo stare insieme artisticamente, si vedrà poi questo dove porta.
Nulla di più vero! Il “fanatismo” ideologico oggi è buono per la mia collezione di fossili, insieme alle tradizionali categorie interpretative della realtà. Tutto va riformulato, ripensato, lo status del nostro presente è veramente da effetto postatomico: tutto sembra desertificato e in macerie. Pensiamo al linguaggio, che poi è “la casa dell’uomo”, è sotto attacco continuo, le parole si riducono, proprio letteralmente, di numero e con esse si perde anche il valore semantico e poliedrico del “dire”. Altro che “pastori dell’essere”, il gregge viene ridotto di numero e di valore pressoché quotidianamente. Eppure attenzione, anche le macerie hanno un loro perché. Ci sono dei residui, dei resti, frammenti, palazzi pericolanti ma ancora non distrutti, come I sette palazzi celesti di Kiefer. Tutto è in un equilibrio precario, da studiare e interpretare, navigarci dentro, raccogliere qua e là dei pezzi e farne magari un reliquiario, non solo da adorare, ma soprattutto come base per ricostruire. E se qualcuno si dovesse mettere di traverso ricordandoci la dialettica dicotomica reale/ideale, invitandoci ad una direzione o a più direzioni già date, già preesistenti, o, peggio, di qualunquismo e avventurismo letterario? “Sti cazzi”, ce l’ha suggerito Dianne Jones ricordando i grandi beatnik alla presentazione di Roman Beat Generation, ne dobbiamo fare tesoro.
Edoardo Piazza
*In copertina: 6 gennaio 1979, i Joy Division fotografati da Kevin Cummins; Princess Parkway, Hulme, Manchester
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