Io e Claudio Zuccaro ce ne stiamo buoni buoni a Zabriskie Point. Immaginiamo
come fosse il set di Michelangelo Antonioni. Oggi sembrerebbe la giornata giusta
per un avvistamento ufo, ce l’ha detto un vecchietto del Nord Dakota che si è
trasferito qui per vendere collanine e amuleti magici. Dobbiamo andare verso
l’Area 51 ma mentre sostiamo ci coglie forte la nostalgia del suolo natio, di
Roma e del suo hinterland, dove si è appartato Claudio. Allora cominciamo una
danza propiziatoria per avere un buon rientro, alziamo nugoli di polvere coi
nostri passi e mentre aspettiamo gli alieni cominciamo a chiacchierare…
Dove nasce la poesia, in un concerto punk o tra i fossili di Corneto, l’antica
Tarquinia? Sono connesse le due cose?
Sono entrambe due mie passioni e questo lo sai. Dove nasce la poesia… La
risposta più ovvia sarebbe ovunque. E invece no, o meglio, sì, ma a certe
condizioni. Innanzitutto che tu sia te stesso. Sembra una banalità e invece non
lo è. Ci sono luoghi, eventi, persone che ci corrispondono di più e allora può
nascere una scintilla. Per me ascoltare musica, leggere un libro, scavare
fossili o andarmene per siti etruschi o quant’altro… le persone poi, certo non
tutte, purché mi trovi a casa, dove voglio stare e con chi voglio stare.
Hai scritto in versi delle battaglie dell’Isonzo, cosa ci hai visto da legare a
un’opera lirica?
Il tema è la guerra, la cosa più ambigua nella storia umana, qualcosa di assurdo
e “necessario”, di tragico e comico al contempo. Se ne può parlare in modi
diversissimi, ovvio essere contro, ma poi te la ritrovi davanti e ci trovi
sempre e comunque qualcuno che ci prende gusto. Non esistono, se non in casi
estremi, guerre giuste, in linea di principio sono tutte assurde, eppure sono
lì, davanti a noi, necessarie? Ci si augura sempre che insegnino qualcosa, ma
non succede mai, cambiano casacche ma la sostanza resta: l’Homo Ideologicus,
l’Assoluto “Uno” ad esclusione dell’Altro, l’amico-nemico, la teologia politica.
Non accettiamo quasi mai l’Altro, ciò che troviamo fuori posto, il non
assimilabile, il totalmente Altro, e replichiamo ad infinito e da secoli la
cultura dell’appropriazione, della sopraffazione, della tecnica ad esclusione.
Forse ha ragione Heidegger, i campi di sterminio sono già iscritti nelle origini
del pensiero occidentale, la metafisica, la tecnica e la guerra sono un
destino.
So che hai un’ampia collezione di dischi anni Settanta/Ottanta, è possibile che
chi scriva poesia oggi ignori completamente quella stagione?
Per me la musica è un’arma fondamentale, è la vera inclusione a scapito
dell’esclusione, inevitabilmente un’arte totale senza se e senza ma. In una mia
biografia c’è scritto “devoto a Ian Curtis”, infatti che cosa sarebbe stata la
mia vita, le poesie che scrivo, senza il punk, la new wave, il gothic… Non
saprei dirlo. Joy Division, The Cure, Dead Can Dance, Cocteau Twins, Simple
Minds… Tante poesie sono nate ascoltando la loro musica. Devo ammettere poca
italiana ad esclusione di Conte, Battiato, Battisti, Gaber, De André, talvolta
Guccini e qualche altro.
Lui è Claudio Zuccaro
E la montagna? So che quel mondo ti affascina, sei devoto ai Joy Division anche
dagli altipiani?
La montagna o la natura, mettila come vuoi, è un discorso a sé. Partiamo dalla
passione per la geologia e la paleontologia (scienze già poetiche in sé),
mettiamoci pure l’interesse per il recupero di oggetti della Prima guerra
mondiale e il mio viscerale amore per il Col di Lana, scenario di battaglie
cruente durante il conflitto, aggiungici pure l’interesse per il mondo etrusco e
la preistoria e il quadro che ne viene fuori o è da visita psichiatrica o da chi
la natura la vive dall’interno, del resto sono nato ad Ancona e da lì, il mare,
te lo porti addosso per tutta la vita.
La tua poesia si caratterizza per un eclettismo stilistico, qual è il tuo
pensiero a riguardo?
Personalmente non ho mai creduto a modelli precostituiti di stile poetico e
letterario. Certo, non è neppur falso il contrario, se qualcuno si trova a casa
con la struttura del sonetto shakespeariano, ben venga il sonetto
shakespeariano, che nessuno faccia lezioni o prediche. Per quello che mi
concerne, io cerco di guardare ai tempi, guardo a me oggi, quello che vivo, ciò
che sento, parlare in prima persona non mi disturba, così pure l’eclettismo
stilistico, purché non si scriva in modo autoreferenziale o al di fuori di un
mondo che si trasforma più in fretta di noi. Partire dalla strada, dalla realtà,
non astrarsi mai dalla realtà sociale e anche politica (perché no?) del nostro
tempo. Riformulare o inventare parole se necessario. Oggi la persona più
anticonformista è chi ascolta Radio Maria, per il resto tutto è possibile e
tutto fa cassetta. Il capitalismo e il materialismo edonista e narcisista dei
nostri giorni vanno a braccetto. Siamo sempre più liberi, ma nessuno è stato mai
veramente liberato. Impossibile fare poesia quindi omettendo il tempo reale.
Noi, gli esclusi, noi gli emarginati dalla festa, noi che scriviamo e che
cambiamo nello scrivere, siamo il vero “movimento reale che abolisce lo stato di
cose presente”. La parola poetica è l’unica vicina all’origine (e già questo la
rende rivoluzionaria, polisemica, incomprensibile ai più) è da lì che viene, è
da lì che si alimenta. “Sarà una parola che vi seppellirà”, mai così vero, ma
non per l’oggi.
Quanto hanno inciso invece nella tua opera il rock, il pop, il punk appunto ma
anche la Street Art ma tornando indietro la famosa Fontaine di Duchamp?
Rileggendo autori fine anni Settanta (mi sono dilettato recentemente con Gaber,
Franco Berardi dello “Bifo”, Michael Ende e Joseph Beuys) emergeva il dato che
la poesia e le parole crescono e muoiono con le città che le determinano, è
vero. Bisogna avere orecchio, diceva Jannacci, bisogna averlo tutto, anzi,
parecchio… è così. La Street Art oggi, promossa dalle amministrazioni comunali,
è patetica, i murales dipinti con tanto di pubblico e pensionati che guardano il
cantiere sono grotteschi. Le cose sono fatte per essere trasgredite, ogni teoria
è falsificabile. Avere orecchio vuol dire carpire nell’aria il vento e la
brezza, il rumore delle foglie e quello dei cannoni, sapere cosa non siamo
piuttosto che ciò che siamo, ma mai, e poi mai, conformarsi allo stato di cose
presente. Ciò che era conformista ieri oggi è rivoluzionario, e ciò che ieri era
rivoluzionario oggi è conformista. Ciò che sarà domani non possiamo dirlo.
Vedi nessi fra i surrealisti francesi e i beat americani?
Non solo con i surrealisti, ma anche con futuristi, dadaisti e quant’altro
caratterizzò, agli inizi del Novecento, lo spirito delle avanguardie. Non
dimentichiamo che le avanguardie solo sfiorarono gli Stati Uniti, per cui,
benché privi di un manifesto e in un modo tutto loro, anche i beatnik (come il
movimento artistico Fluxus) possono essere (tirandoli un po’ per la maglia)
un’avanguardia, almeno per quello che riguarda il contesto statunitense.
Sei d’accordo sul fatto che i movimenti di rottura nella storia dell’arte hanno
agito sempre, per l’appunto, “di movimento”, quindi fra grandi individualità
connesse però fra loro?
Quando mi sento a casa mi piace incontrare e discutere con amici “veri”, perché
siano veri amici (senza scomodare alcuna forma di schöne Seele di tipo
romantico). Il linguaggio non è solo comunicazione di un messaggio, se vuole
essere vero, autentico, è produzione. Il lavoro linguistico è produttore di
testo. Le Avanguardie hanno peccato perché proponevano teorie, modelli,
programmi rigidi, ma non è così. Senza perdere lo spirito di chi le animò,
tuttora validissimo, proporre direzioni vuol dire non cogliere la tensione tra
codice linguistico e desiderio che emerge nella scrittura. La contraddizione che
fa della scrittura una pratica di emergenza del soggetto. Dire no e giocarci la
vita dentro, una partita di regole tra libertà e spiritualità che eccede il dato
esistente. Mi piace leggere Beat come abbreviazione di Beatitude ed è quello che
percepisco in chi ha animato e creato il gruppo di Roman Beat Generation.
Sei insegnante e spesso ti ho sentito riferirti al linguaggio, quante parole
mancano al dizionario comune per andare a esplorare la realtà? Ci sono parole
che fanno ancora paura?
Il linguaggio è la totalità dei fatti del mondo, tuttavia spesso non si tiene
presente che i fatti slittano e il linguaggio spesso resta fermo (uno scempio
l’adozione di termini da altre lingue). Forse sarebbe meglio dire che “di ciò
di cui non si può parlare è meglio tacere” e da lì poi nasce tutta un’altra
storia, che poi è quella della poesia. Ora non mi preoccuperei dell’uso
filologicamente corretto di Wittgenstein (lui queste citazioni le riferiva alla
logica), piuttosto che l’origine è il non-detto, l’indicibile, il Nulla (o Dio,
o l’Uno). C’è ancora tanto da esplorare e da dire e da inventare e da costruire.
“Testo” da tessere, intrecciare e poi ordito, trama, nell’educazione scolastica
di tutto ciò non c’è che una vaga traccia e allora ecco che le poesie diventano
nell’immaginario collettivo emozioni o talenti innati. È la parola
stessa, poesia, che fa paura.
A proposito di Roman Beat Generation, abbiamo ospitato all’ultimo incontro
Dianne Jones, che ha conosciuto i beat americani. Ci ha detto che poi alla fine
ciò che conta è lo stare insieme artisticamente, si vedrà poi questo dove porta.
Nulla di più vero! Il “fanatismo” ideologico oggi è buono per la mia collezione
di fossili, insieme alle tradizionali categorie interpretative della realtà.
Tutto va riformulato, ripensato, lo status del nostro presente è veramente da
effetto postatomico: tutto sembra desertificato e in macerie. Pensiamo al
linguaggio, che poi è “la casa dell’uomo”, è sotto attacco continuo, le parole
si riducono, proprio letteralmente, di numero e con esse si perde anche il
valore semantico e poliedrico del “dire”. Altro che “pastori dell’essere”, il
gregge viene ridotto di numero e di valore pressoché quotidianamente. Eppure
attenzione, anche le macerie hanno un loro perché. Ci sono dei residui, dei
resti, frammenti, palazzi pericolanti ma ancora non distrutti, come I sette
palazzi celesti di Kiefer. Tutto è in un equilibrio precario, da studiare e
interpretare, navigarci dentro, raccogliere qua e là dei pezzi e farne magari un
reliquiario, non solo da adorare, ma soprattutto come base per ricostruire. E se
qualcuno si dovesse mettere di traverso ricordandoci la dialettica dicotomica
reale/ideale, invitandoci ad una direzione o a più direzioni già date, già
preesistenti, o, peggio, di qualunquismo e avventurismo letterario? “Sti cazzi”,
ce l’ha suggerito Dianne Jones ricordando i grandi beatnik alla presentazione
di Roman Beat Generation, ne dobbiamo fare tesoro.
Edoardo Piazza
*In copertina: 6 gennaio 1979, i Joy Division fotografati da Kevin Cummins;
Princess Parkway, Hulme, Manchester
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Zuccaro proviene da Pangea.