
“La letteratura non ci salverà”. Dialogo con Richard Millet, uno scandalo vivente
Pangea - Saturday, July 4, 2026Richard Millet è tra i rari, vertiginosi scrittori di oggi. Tra i suoi libri – impubblicati, fieramente impubblicabili – ricordo La Confession négative (2009), Le Sommeil sur les cendres (2010), Petit éloge d’un solitaire (2007), tutti editi da Gallimard. Per altro, Millet è stato l’artefice di diversi successi della casa editrice più importante di Francia. Dietro il genio de Le benevole di Jonathan Littell, ad esempio – che vinse il Goncourt giusto vent’anni fa –, c’è lui. Ormai, dileggia quel lavoro come mero “artigianato letterario” – l’aggettivo che segue è: “estenuante”.
I temi prediletti da Millet sono: la guerra – quella in Libano, vissuta in prima persona –, Dio, la musica. Millet è un oltranzista della bellezza. Il suo Journal – pubblicato tomo per tomo, dal 2018, con carismatica costanza, da diversi piccoli editori e ora tradotto, a bocconi, dall’eccellente Edoardo Pisani per Editoriale Scientifica come vasta appendice a Un sermone sulla morte – è fitto di frasi miliari. Eccone alcune:
“Ho il gusto del fallimento piuttosto che del successo. In ciò sono un classico”;
“Tutti gli scrittori sono ridicoli”;
“Ogni scrittore deve, dopo un certo tempo, inventarsi un’opera sognata, e segreta”;
“Finire una frase come se si premesse un grilletto”;
“Non sanno più guardare un albero, ascoltare il vento, aspettare la pioggia…”.
Secondo i crismi del Journal – un diario non si scrive per sé, ma in favore di pubblico, sulla pubblica gogna –, lo stile è sferzante, spiazzante, impegna a una strenua milizia nel linguaggio. Millet ha la nobiltà degli scrittori fuori tempo: si dichiara cattolico – “ma non come una pecora sotto il coltello: un monaco soldato, piuttosto” –, preferisce l’estro di Malaparte e di Manganelli al talento liofilizzato degli scrittori che vanno per la maggiore (“La prosa di Tahar Ben Jelloun” è detta “peto di ippopotamo”), sa di essere “troppo scrittore per non essere detestato”.
Nel 1973 – aveva vent’anni – si fa procurare della morfina dal figlio di Paul Celan, “che non mi parla di suo padre, uno dei più grandi poeti contemporanei, morto suicida”. Quarant’anni dopo – nel 2012, ad essere precisi – un appunto gemellare: “Benefica vertigine dell’idea del suicidio”. Nel frattempo, Richard Millet è diventato lo scandolo vivente della letteratura francese. Il compianto Pierre-Guillaume de Roux aveva appena pubblicato Éloge littéraire d’Anders Breivik, in cui Millet analizza il massacro del terrorista norvegese, ordito nel luglio del 2011, come un sintomo della crisi dell’Occidente, “del fallimento dell’Europa mondializzata” (il saggio è tradotto nel 2014 in Lingua fantasma da Liberilibri, uno dei rarissimi editori italiani a pubblicare Millet). Apriti cielo. La gauche francese, guidata da Annie Ernaux, giudica il libro “un pamphlet fascista”; Millet viene letteralmente messo al bando: perde il lavoro in Gallimard, comincia a pubblicare per piccoli editori. Un sermon sur la mort, strepitoso racconto, che rimesta nel torbido e nel mistico, esce nel 2015 per Fata Morgana. L’attacco sbriciola gli scrittori odierni proni al premio e al successo, inquilini del proprio infimo io; sentite:
“In fin dei conti, ogni vita lontana da Dio è meno un sogno che un abisso in cui il tempo non è percepibile che nella vertigine o nell’indifferenza. Perché più di morire dobbiamo temere di essere morti. E forse siamo già morti, pensavo entrando a Bruxelles, nel primo pomeriggio di un giorno di primavera”.
Allo scandalo pubblico – che Millet osserva a distanza, con la quiete dei cecchini e dei santi – segue il dramma privato: la scoperta del tumore che affligge la moglie, Béatrice. “Avranno la mia pelle. Sto perdendo tutto”. Così, sulla soglia del nulla, termina il diario – da qui, da questo scalpo, dalla nuda perdita, risorge lo scrittore. Per questo, abbiamo interpellato Richard Millet, il paria della letteratura europea, l’ultimo scrittore davvero pericoloso.

Cominciamo a gamba tesa, con la domanda ultima: cos’è la morte? Cosa c’è dopo la morte?
La morte è qualcosa di cui non posso parlare: la imparo “filosofeggiando”, come diceva Montaigne, studiando dentro di me il progressivo invecchiamento fisico e psicologico. Un’esperienza banale, fonte di speranza per un cattolico come me. Un’esperienza quotidiana, tramite la morte di persone care e dello scorrere dei “mesi” che Proust osservava morire uno dopo l’altro nel corso della nostra esistenza: non siamo altro che un ammasso di “mesi” morti, su cui viaggiano la memoria e la scrittura, prima della grande migrazione dell’anima.
La letteratura, la grande moribonda, ci salverà dalla morte?
No, la letteratura non ci salverà; farà fatica a salvare se stessa in un mondo dove giganteggiano l’ignoranza, il rifiuto della tradizione, il potere dell’Intelligenza Artificiale, la sovversione di tutti i valori. Siamo rimasti in pochi a dedicarle la vita. Al pari della musica e del cinema, la letteratura permette di adattarsi al Tempo, di sospenderlo, di avere una moratoria sulla morte – illusoria, è vero, ma pur sempre benefica. Strano paradosso che fa della letteratura al contempo una voluttà e una implacabile rivelazione della nostra miseria, come quando leggiamo Pascal, Leopardi, Kierkegaard, Nietzsche, Cioran e Ceronetti, ad esempio.
Quando scrive della scrittura ne scrive come fosse una condanna. Perché dunque ostinarsi a scrivere?
Mi ostino a scrivere per testimoniare ciò che il linguaggio può ancora compiere, pur in mondo falsificato, o dannato, e per non lasciare al nemico la vittoria totale, benché abbia l’impressione che la partita sia perduta, che la Distrazione generale abbia vinto.

Quale libro sta leggendo? A quale libro torna continuamente?
Sto terminando la quinta lettura di Proust. Mi accompagna dallo scorso settembre. Poiché non siamo mai la stessa persona, non leggiamo mai lo stesso libro – soprattutto Proust. Alterno questa rilettura con un saggio sulla fatica del filosofo Jean-Louis Chrétien e con una traduzione di Trucioli, di Camillo Sbarbaro. Ritorno spesso a Sant’Agostino come a Simone Weil e a Guy Debord, a Baudrillard, a Pasolini, a Girard.
Tra i libri che ha scritto, quale la soddisfa?
Domanda ardua, risposta impossibile perché l’autore è il peggior giudice delle proprie opere. Vorrei aver scritto almeno un libro che mi permetta di essere ricordato – ma occorre restare umili di fronte a queste questioni.
Tra i libri che ha “elaborato” per Gallimard, quale la soddisfa?
Preferisco non rispondere. La domanda pertiene a un mestiere (l’editoria), non alla letteratura, che occupa tutta la mia vita.
Dopotutto, non ha forse scritto i libri che ha scritto per garantirsi una totale marginalità dal milieu letterario francese?
In Francia, la mia situazione è quella di uno scrittore maledetto, senza alcuna aura “romantica” intorno a questo appellativo: sono bandito, socialmente ed economicamente, da un Sistema che si è alleato apertamente con il wokismo. Pubblico con un paio di micro-editori che non hanno accesso alla stampa mainstream. Ciò che scrivo è necessariamente in contrasto con l’establishment culturale dominante, per il quale, d’altronde, sono già “morto”.
Se le dico “lettore”, quale immagine le viene in mente?
Scriviamo sempre per un lettore fantasma che ci legge in uno spazio-tempo incerto e anacronistico, direbbe Borges. Io scrivo per essere letto nel passato e nel futuro, figure ipotetiche di un presente che mi sfugge ma che desidero testimoniare. Esiste anche un lettore intimo, la parte di me che mi rifugge.

Se le dico “Dio”, se le dico “guerra”, quali immagini le vengono in mente?
Dio non ha altra immagine che la sua incarnazione in Cristo…
Quanto alla guerra, è la filigrana della mia esistenza, dalle storie dei veterani di Verdun che ascoltavo da bambino alla mia esperienza in Libano e in Siria. Ho scritto diversi libri sull’argomento: sono stati accolti con livore in Francia perché mi sono schierato con i cristiani libanesi e non con i Palestinesi – il che è sufficiente per una scomunica! Oggi pochi scrittori scrivono di guerra, eppure è più presente che mai. Per questo, rileggo Malaparte, Hemingway e pochi altri.
Spesso, nei suoi scritti, ritorna il concetto di solitudine. Una solitudine concreta, quotidiana, che scaturisce, forse, da una poetica, da una postura dell’esistere. Può spiegarmi meglio?
Quando mia moglie era ancora viva, la solitudine aveva qualcosa di “letterario”, dal punto di vista estetico e morale. Negli ultimi sei anni ho vissuto da solo, in un mondo sempre più violento e incerto. È come se la solitudine avesse acquisito la sua vera dimensione: umana, incarnata, senza che l’avessi “prevista” in tale dismisura. La letteratura è una sorta di campo da gioco su cui tiriamo i dadi, giocando sull’esistenza di Dio (Pascal), sulla nostra vita.
Che cosa sta scrivendo?
Se avrò ancora le forze, vorrei terminare un romanzo che ho cominciato diversi anni fa; vorrei scrivere un saggio sulla musica e un libro sulla letteratura che ho appena cominciato, avendo cura di non ripetermi.
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