Richard Millet è tra i rari, vertiginosi scrittori di oggi. Tra i suoi libri –
impubblicati, fieramente impubblicabili – ricordo La Confession
négative (2009), Le Sommeil sur les cendres (2010), Petit éloge d’un
solitaire (2007), tutti editi da Gallimard. Per altro, Millet è stato l’artefice
di diversi successi della casa editrice più importante di Francia. Dietro il
genio de Le benevole di Jonathan Littell, ad esempio – che vinse il Goncourt
giusto vent’anni fa –, c’è lui. Ormai, dileggia quel lavoro come mero
“artigianato letterario” – l’aggettivo che segue è: “estenuante”.
I temi prediletti da Millet sono: la guerra – quella in Libano, vissuta in prima
persona –, Dio, la musica. Millet è un oltranzista della bellezza. Il
suo Journal – pubblicato tomo per tomo, dal 2018, con carismatica costanza, da
diversi piccoli editori e ora tradotto, a bocconi, dall’eccellente Edoardo
Pisani per Editoriale Scientifica come vasta appendice a Un sermone sulla
morte – è fitto di frasi miliari. Eccone alcune:
> “Ho il gusto del fallimento piuttosto che del successo. In ciò sono un
> classico”;
> “Tutti gli scrittori sono ridicoli”;
> “Ogni scrittore deve, dopo un certo tempo, inventarsi un’opera sognata, e
> segreta”;
> “Finire una frase come se si premesse un grilletto”;
> “Non sanno più guardare un albero, ascoltare il vento, aspettare la
> pioggia…”.
Secondo i crismi del Journal – un diario non si scrive per sé, ma in favore di
pubblico, sulla pubblica gogna –, lo stile è sferzante, spiazzante, impegna a
una strenua milizia nel linguaggio. Millet ha la nobiltà degli scrittori fuori
tempo: si dichiara cattolico – “ma non come una pecora sotto il coltello: un
monaco soldato, piuttosto” –, preferisce l’estro di Malaparte e di Manganelli al
talento liofilizzato degli scrittori che vanno per la maggiore (“La prosa di
Tahar Ben Jelloun” è detta “peto di ippopotamo”), sa di essere
“troppo scrittore per non essere detestato”.
Nel 1973 – aveva vent’anni – si fa procurare della morfina dal figlio di Paul
Celan, “che non mi parla di suo padre, uno dei più grandi poeti contemporanei,
morto suicida”. Quarant’anni dopo – nel 2012, ad essere precisi – un appunto
gemellare: “Benefica vertigine dell’idea del suicidio”. Nel frattempo, Richard
Millet è diventato lo scandolo vivente della letteratura francese. Il compianto
Pierre-Guillaume de Roux aveva appena pubblicato Éloge littéraire d’Anders
Breivik, in cui Millet analizza il massacro del terrorista norvegese, ordito nel
luglio del 2011, come un sintomo della crisi dell’Occidente, “del fallimento
dell’Europa mondializzata” (il saggio è tradotto nel 2014 in Lingua fantasma da
Liberilibri, uno dei rarissimi editori italiani a pubblicare Millet). Apriti
cielo. La gauche francese, guidata da Annie Ernaux, giudica il libro “un
pamphlet fascista”; Millet viene letteralmente messo al bando: perde il lavoro
in Gallimard, comincia a pubblicare per piccoli editori. Un sermon sur la mort,
strepitoso racconto, che rimesta nel torbido e nel mistico, esce nel 2015 per
Fata Morgana. L’attacco sbriciola gli scrittori odierni proni al premio e al
successo, inquilini del proprio infimo io; sentite:
> “In fin dei conti, ogni vita lontana da Dio è meno un sogno che un abisso in
> cui il tempo non è percepibile che nella vertigine o nell’indifferenza. Perché
> più di morire dobbiamo temere di essere morti. E forse siamo già morti,
> pensavo entrando a Bruxelles, nel primo pomeriggio di un giorno di
> primavera”.
Allo scandalo pubblico – che Millet osserva a distanza, con la quiete dei
cecchini e dei santi – segue il dramma privato: la scoperta del tumore che
affligge la moglie, Béatrice. “Avranno la mia pelle. Sto perdendo tutto”. Così,
sulla soglia del nulla, termina il diario – da qui, da questo scalpo, dalla nuda
perdita, risorge lo scrittore. Per questo, abbiamo interpellato Richard Millet,
il paria della letteratura europea, l’ultimo scrittore davvero pericoloso.
Cominciamo a gamba tesa, con la domanda ultima: cos’è la morte? Cosa c’è dopo la
morte?
La morte è qualcosa di cui non posso parlare: la imparo “filosofeggiando”, come
diceva Montaigne, studiando dentro di me il progressivo invecchiamento fisico e
psicologico. Un’esperienza banale, fonte di speranza per un cattolico come me.
Un’esperienza quotidiana, tramite la morte di persone care e dello scorrere dei
“mesi” che Proust osservava morire uno dopo l’altro nel corso della nostra
esistenza: non siamo altro che un ammasso di “mesi” morti, su cui viaggiano la
memoria e la scrittura, prima della grande migrazione dell’anima.
La letteratura, la grande moribonda, ci salverà dalla morte?
No, la letteratura non ci salverà; farà fatica a salvare se stessa in un mondo
dove giganteggiano l’ignoranza, il rifiuto della tradizione, il potere
dell’Intelligenza Artificiale, la sovversione di tutti i valori. Siamo rimasti
in pochi a dedicarle la vita. Al pari della musica e del cinema, la letteratura
permette di adattarsi al Tempo, di sospenderlo, di avere una moratoria sulla
morte – illusoria, è vero, ma pur sempre benefica. Strano paradosso che fa della
letteratura al contempo una voluttà e una implacabile rivelazione della nostra
miseria, come quando leggiamo Pascal, Leopardi, Kierkegaard, Nietzsche, Cioran e
Ceronetti, ad esempio.
Quando scrive della scrittura ne scrive come fosse una condanna. Perché dunque
ostinarsi a scrivere?
Mi ostino a scrivere per testimoniare ciò che il linguaggio può ancora compiere,
pur in mondo falsificato, o dannato, e per non lasciare al nemico la vittoria
totale, benché abbia l’impressione che la partita sia perduta, che la
Distrazione generale abbia vinto.
Quale libro sta leggendo? A quale libro torna continuamente?
Sto terminando la quinta lettura di Proust. Mi accompagna dallo scorso
settembre. Poiché non siamo mai la stessa persona, non leggiamo mai lo stesso
libro – soprattutto Proust. Alterno questa rilettura con un saggio sulla fatica
del filosofo Jean-Louis Chrétien e con una traduzione di Trucioli, di Camillo
Sbarbaro. Ritorno spesso a Sant’Agostino come a Simone Weil e a Guy Debord, a
Baudrillard, a Pasolini, a Girard.
Tra i libri che ha scritto, quale la soddisfa?
Domanda ardua, risposta impossibile perché l’autore è il peggior giudice delle
proprie opere. Vorrei aver scritto almeno un libro che mi permetta di essere
ricordato – ma occorre restare umili di fronte a queste questioni.
Tra i libri che ha “elaborato” per Gallimard, quale la soddisfa?
Preferisco non rispondere. La domanda pertiene a un mestiere (l’editoria), non
alla letteratura, che occupa tutta la mia vita.
Dopotutto, non ha forse scritto i libri che ha scritto per garantirsi una totale
marginalità dal milieu letterario francese?
In Francia, la mia situazione è quella di uno scrittore maledetto, senza alcuna
aura “romantica” intorno a questo appellativo: sono bandito, socialmente ed
economicamente, da un Sistema che si è alleato apertamente con il wokismo.
Pubblico con un paio di micro-editori che non hanno accesso alla stampa
mainstream. Ciò che scrivo è necessariamente in contrasto con l’establishment
culturale dominante, per il quale, d’altronde, sono già “morto”.
Se le dico “lettore”, quale immagine le viene in mente?
Scriviamo sempre per un lettore fantasma che ci legge in uno spazio-tempo
incerto e anacronistico, direbbe Borges. Io scrivo per essere letto nel passato
e nel futuro, figure ipotetiche di un presente che mi sfugge ma che desidero
testimoniare. Esiste anche un lettore intimo, la parte di me che mi rifugge.
Se le dico “Dio”, se le dico “guerra”, quali immagini le vengono in mente?
Dio non ha altra immagine che la sua incarnazione in Cristo…
Quanto alla guerra, è la filigrana della mia esistenza, dalle storie dei
veterani di Verdun che ascoltavo da bambino alla mia esperienza in Libano e in
Siria. Ho scritto diversi libri sull’argomento: sono stati accolti con livore in
Francia perché mi sono schierato con i cristiani libanesi e non con i
Palestinesi – il che è sufficiente per una scomunica! Oggi pochi scrittori
scrivono di guerra, eppure è più presente che mai. Per questo, rileggo
Malaparte, Hemingway e pochi altri.
Spesso, nei suoi scritti, ritorna il concetto di solitudine. Una solitudine
concreta, quotidiana, che scaturisce, forse, da una poetica, da una postura
dell’esistere. Può spiegarmi meglio?
Quando mia moglie era ancora viva, la solitudine aveva qualcosa di “letterario”,
dal punto di vista estetico e morale. Negli ultimi sei anni ho vissuto da solo,
in un mondo sempre più violento e incerto. È come se la solitudine avesse
acquisito la sua vera dimensione: umana, incarnata, senza che l’avessi
“prevista” in tale dismisura. La letteratura è una sorta di campo da gioco su
cui tiriamo i dadi, giocando sull’esistenza di Dio (Pascal), sulla nostra vita.
Che cosa sta scrivendo?
Se avrò ancora le forze, vorrei terminare un romanzo che ho cominciato diversi
anni fa; vorrei scrivere un saggio sulla musica e un libro sulla letteratura che
ho appena cominciato, avendo cura di non ripetermi.
L'articolo “La letteratura non ci salverà”. Dialogo con Richard Millet, uno
scandalo vivente proviene da Pangea.
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Voglio essere il più assurdo dei critici, il più ingenuo, se parlo di certe
verità che vanno bene per i bambini, o gli illusi. Leggo Davide Morganti, il suo
“Non è qui” (Editoriale Scientifica, 2025), e vado a schiantarmi contro la
resurrezione e il dolore, di cui lui parla, contro le esperienze ultime,
estreme. Gesù è scomparso dal sepolcro, e i corpi dei nostri morti sono andati
in putrefazione, non come semi della terra, ma come cosa sbriciolata nel niente.
Convoco il teologo Sergio Quinzio, di mio impulso, nella mia fantasia, quando
dice che stiamo aspettando da troppo tempo il ritorno di Cristo, e ne abbiamo
abbastanza. La nostra impazienza non ha più limiti, lo vogliamo adesso Gesù,
anzi, lo rivogliamo per ridare a quei corpi sepolti, cari a noi, la nuova e vera
vita promessa.
Ribadisco: vogliamo essere testimoni del Suo ritorno, del Suo sorriso, delle Sue
parole, anche noi vogliamo rivedere la Sua piaga e rimetterci il dito dentro,
anche noi vogliamo dubitare. Morganti mette a nudo la resurrezione, parla di
questo, di un’attesa sfinita e immeritata che non ha voglia più di attendere.
Abbiamo sofferto troppo, allora basta!, se Lui non è qui dov’è? Lo scrittore
Giovanni Testori diceva che le resurrezioni appartenenti al repertorio dell’arte
pittorica non convincono, la terra tira in basso le figure che si proiettano in
cielo, qualcosa le tiene legate alla forza di gravità, alla sua legge.
Trasumanare (parola inventata da Dante nel primo canto del Paradiso), che
significa andare oltre l’umano, non riguarda esclusivamente il limite della
parola. Prospettiva, punto di fuga, orizzonte, spazio, predominano. Perché è
difficile salire in cielo?, l’azzurro è una patria sconosciuta. Ascendere, per
la natura umana, non è possibile. Forse solo Maria, la Madonna, dopo essersi
addormentata, passa dal sonno all’ascensione. Che mistero! Dio è il più grande
mistero dell’esistenza. Altro che favole che si raccontano ai bambini.
Pietà di me, Signore, io morirò solo, senza sapere nemmeno chi sono?, mi chiedo.
Ma una cosa è certa: attenzione ai critici che non colgono il divino nella
letteratura, che hanno paura di dire attraverso una determinata opera la parola
cristiana, d’infrangere il laicismo invincibile, e quelli che temono di perdere
i lettori. Ne consegue che: 1) La Salvezza non ci appartiene. 2) Qual è la
logica del Creatore? 3) La maggiore obiezione che si può opporre è che Lui non
ci ama… Irriconoscibile è il corpo esangue nella terra, che è nella terra non
per riposare, ma nel tormento del seme che non darà frutto.
Il libro di Morganti è pieno di questo, e sempre più cresce nello schianto. Di
dolore in dolore il male si moltiplica. Il bambino Davide è in balia dei dubbi,
delle risposte che non arrivano. Eppure basterebbe un segno, macché. “[…] io
avevo un terrore folle del Signore, lo vedevo come uno che punisce e affanna
[…]” (pag. 58); “[…] la realtà non mi bastava, non mi è mai bastata, era per
occhi grigi, oggi potrei dire che sono neoplatonico perché ogni immaginazione è
memoria, rivela quello che il mondo non subito concede, è una lenta scoperta,
nulla ci viene rivelato senza ricerca, le ombre sono la vera luce delle cose
[…]” (pag. 75); “[…] la tenebra, per essere tenebra, ha bisogno di esserlo per
intero altrimenti si perde, basta una scintilla di luce a farle perdere la sua
notte” (pag. 86); “[…] forse sarei dovuto andare a Tubinga, come chiesi a mio
padre ma non c’erano soldi e quindi la mia fede avrei dovuto trovarla a Napoli,
tra i cattolici, e non in Germania, in mezzo ai protestanti, con cui sentivo più
affinità […]” (pag. 94). Con pathos:
> “Apriti morte, spalancati Dio, come un sepolcro, sprofondarci poi dentro,
> attraversare la porta, superarla e non tornare più indietro, i morti, come
> Dio, diventano inaccessibili e alla fine hanno bisogno di stare nella terra,
> essere terra, come succede alle radici che fuori non sanno stare da nessuna
> parte”.
È una sfida alla morte il libro autobiografico di Morganti. Il piccolo Davide
prega fino all’impossibile, fino allo sfinimento, invocando il Signore affinché
una bambina si salvi, che risorga una vita, miracolosamente, come nel film di
Dreyer “Ordet”. Davide prega nel suo letto diventato un abisso. Arrivare a un
tale punto da affondare nella preghiera più sentita, far convergere il corpo con
uno stato rivelativo di perenne intensità. La preghiera ha questo di esaltante,
che è rapporto con Dio, domanda rivolta più e più volte, per sé stessi e per gli
altri. Chiunque la pronunci sente che arriva in fondo al suo essere, che
qualcuno ha voluto. “Non è qui” significa che il vuoto del Sepolcro si riempie
dei nostri sfoghi, dei nostri desideri, delle nostre vite insignificanti e
violente. Vite parziali, spezzate, confuse, ingannate, sfinite, morenti, ma
comunque, degne o non degne, tutte meriterebbero una risposta. Quel vuoto ci
riguarda, ci somiglia, direi che Gesù non è più qui perché è in ognuno.
Arriva un colpo di tosse, di là dal muro, nell’appartamento che confina col mio.
È come lo sparo dell’inizio di una corsa. La nostra vita è fatta dagli altri, ed
è quanto di più problematico esista. Forse la nostra salvezza, quindi la nostra
resurrezione, passa da lì, ma s’impone un giudizio. Il tema della resurrezione
così presente in “Non è qui”, fa pensare che ce ne sarà una talmente inedita,
talmente inimmaginabile, da corrispondere a quell’incredibile realtà che siamo,
o ciò che speravamo di essere, avvalorando il progetto che Dio ha su di noi.
Perché un assassino merita?, perché un pedofilo, o un corruttore o uno
stragista? Si chiede Davide Morganti. Non lo sappiamo, ma, per quanto mi
riguarda, credo che tutto accadrà in un attimo, nel mezzo dell’agonia, già nel
chiudere gli occhi. L’evento, ecco!, e tutt’assieme avrà senso il cortile in cui
giocavamo, le case che abbiamo abitato, la riservatezza di nostro padre,
l’abbraccio di nostra madre, gli amici del pallone. Io la penso così, tutto
affondato nella familiarità delle nostre radici. Resta bellissima la scena
iniziale del libro riguardante il primo corpo a corpo con la fine. La scoperta
avviene nello sgomento delle immagini, che trasmettono paura, incredulità. I
nomi sfuggono, come si chiamava quel cadavere nel suo letto?, visto e rivisto
passeggiare col suo bastone? Com’è passato dalla vita alla morte? Poi vengono i
gesti che intendono riparare, e la vicenda corre via.
Anche “Il prodigio” (Mondadori, 2025), di Fabrizio Sinisi, parla del nostro
vuoto, e una faccia immensa, velata di trasparenza, un giorno riempie il cielo
di una città italiana (forse Milano), facendo impazzire gli abitanti, che, presi
dalla persistenza del mistero, reagiscono in mille modi, spesso violenti e
inconsulti, oppure semplicemente superficiali. È chiaro: se Dio si mostra
all’improvviso, come possiamo resistere, in particolare se si mostra a noi
tutti. Dio è per ognuno e in un modo diverso, ma qui il fenomeno si trasforma in
fatto pubblico. La folla ha paura e fa paura, quel volto è una sorta di
perturbante da cui fuggire. Abbiamo bisogno del vuoto, o di qualcosa che gli
assomiglia, qualcosa che è all’origine e che ci ha generato. Il dolore sta
ancora lì, il libro lo dice bene:
> “[…] tu all’inizio pensi di morire ma poi ti abitui, convivi con quella
> ferita, e non è che col tempo ti fa meno male, anzi, fa sempre più male, ma tu
> ora sai che quel buco è il tuo destino, la cosa più tua che possiedi, quel
> buco sei tu, e un bel giorno ti accorgi che da quel buco nero dentro il petto
> inizi a vedere […] per vedere il mondo devi avere anche tu questo buco nel
> petto, altrimenti non lo puoi capire […] il buco nel petto è una cosa
> orribile, però solo da lì puoi vedere il mondo com’è veramente”.
Sono le parole di Marta, giovane amica di don Luca, il prete quarantenne
protagonista del romanzo, io narrante di questa incredibile vicenda del volto
che appare in cielo. Don Luca è innamorato di Marta, innamorato fino a starci
male, tanto che darebbe la vita per lei, e lo fa ogni giorno, prendendosi cura
della ragazza, ai margini della vita, aggredita da attacchi di panico,
depressione, disagio, rabbia, bisognosa di essere ascoltata. È sempre Marta che
parla, si rivolge a Luca:
> “Ho voglia di parlarti, con nessuno parlo come parlo con te, questo lo sai, te
> l’ho sempre detto, è il segreto del nostro successo, se tu parli è con me che
> parli e se io parlo è con te che parlo: sei il mio unico tu, e non so perché.
> Ma anche questa è la forma dell’amore. […] Ti amo per come ti parlo. Ti amo
> per quello che mi succede nel parlarti. Per come mi apro quando parlo con te.
> E per come sei capace di ricevere quello che dico. Di prenderti da me le cose
> più terribili. In silenzio. Senza fare un fiato. Questo può bastare. Ascolta”.
È nelle parole che abbiamo letto il vero prodigio, a mio parere, e accade ogni
giorno, che è il centuplo qui, nella vita. L’anticipo di ciò che vivremo e
viviamo già nel presente, nel vuoto presente della nostra vita, che, se è vera,
è fatta di nostalgia, del luogo in cui siamo stati amati, totalmente, prima di
venire al mondo, gettati fuori dalla nostra impronta primaria, dalla nostra
ombra, affinché sperimentare questa assenza, dura assenza d’amore, desiderio
scandaloso, pieno di dolore. Nel libro si arriva a dire che:
> “Il piacere che viene dal sesso è sempre una preghiera […]. È per questo che
> la Chiesa ha sempre trattato il sesso con tanta diffidenza: ogni orgasmo, per
> qualche attimo, istituisce un dio […] il mio feroce e infelice, pieno di
> astratto desiderio e infinita pena […]”.
Trovo saggezza nelle parole di Marta, e direi involontaria teologia, comunque
riflessione moderna, per dire: ci sono, esisto e desidero in ogni modo il
Signore, anche inconsapevolmente, dal mio mondo sbagliato, all’estremo
dell’inferno, fatto di vuoto abissale, mia cavità che chiede, si presenta in
richiesta di essere compresa, come l’immagine del volto che appare in cielo, con
la bocca semiaperta, pronta a muoversi e parlare finalmente del nostro mistero,
essendo essa stessa mistero. Dio, perché ci hai voluto? Siamo in attesa perenne
di saperlo. Ma quando, e quanto ancora?, fino allo scoramento più totale?, fino
alla Croce universale?
Il volto è una presenza che sovrasta il nostro malessere. In città si susseguono
rivolte, manifestazioni, congiure, complotti, stragi, violenze private. Eppure
si può dire che la vita non fa schifo, l’uomo non è miserabile (“Qualunque cosa
tu dica o faccia/ c’è un grido dentro:/ non è per questo, non è per questo!”,
scrive il grande poeta Rebora), la misura resta l’origine, non l’uomo che invade
e bestemmia, che vuole trionfare con la violenza sull’opera di Dio. Siamo
questo? Avevamo il paradiso, è vero. Allora perché? Ce lo chiediamo ancora, e
ogni briciola di amore che seminiamo, qui sulla terra, in cielo diviene
vertigine. Perciò alziamo lo sguardo in alto.
Ognuno è costretto a sdoppiarsi. Siamo confusi, il personaggio che ama Marta,
don Luca, non sembra lo stesso che descrive la baraonda della città in delirio,
seguita all’apparizione del volto misterioso. Mentre l’adulto Davide, in “Non è
qui”, si lega indissolubilmente alla sua infanzia negata. Ma in entrambi i libri
c’è un segno unico d’amore che vibra perenne, segreto. Possiamo permettercelo?
Eppure è nostro. Forse davvero il nostro amore sta sotto a tutto l’accumulo di
fatti e parole odierni, e giace lì, indifeso. Ne avvertiamo la mancanza. Se
potessimo sentirlo gemere. Come la voce di Alfredino Rampi, il bambino morto nel
pozzo artesiano, in cui era caduto il 13 giugno 1981, a Vermicino, vicino
Frascati. Piangiamo con lui, come con tutte le invocazioni che abbiamo sentito
nella nostra vita. Giovanni Testori, dal quotidiano “Il Sabato”, parlò di
“confusa, angosciante catena delle immagini prese in diretta”. Immane tragedia
di un innocente che diventò tragedia di tutti, spasimo di salvezza deluso, ma
incancellabile dai nostri cuori. Impeto di Grazia chiediamo: provvedi, sei
ancora quello che si alza la mattina e spera, per tua moglie, tuo figlio, i tuoi
amici, la tua città. Due scrittori cristiani che parlano della crisi del
cristianesimo, entrambi i loro libri sono opere del desiderio: che svanisca
l’obiezione tormentosa, torturante.
Vincenzo Gambardella
*In copertina: disegno di Alberti Cherubino (1553-1615), “Deposizione di Cristo
dalla croce”.
L'articolo “La realtà non mi bastava, non mi è mai bastata”. Sia lode a chi in
letteratura coglie la potenza del divino e il nostro inestirpabile segreto
proviene da Pangea.