Shūji Terayama, l’imperatore dell’underground

Pangea - Wednesday, July 8, 2026

Nello stesso tempo, ha l’elegante compostezza di Mishima e lo sguardo obliquo, orientato all’oblio di Takeshi Kitano. Beveva – tirava di boxe – scommetteva sui cavalli. Shūji Terayama è stato definito “L’imperatore dell’Underground” – così l’efficace didascalia dell’“Harvard Film Archive” –: purché per underground s’intenda la categoria dell’ineffabile, lo spazio – celestiale e brutale assieme – in cui l’artista rischia l’annientamento, senza pose da redditizio maledettismo. 

Nato il 10 dicembre del 1935 a Hirosaki, nella prefettura di Aomori, Shūji Terayama vive, fin da subito, il trauma dell’abbandono e della morte. Il padre, mobilitato in guerra, è ucciso nel Pacifico; la madre lo abbandona alle cure di uno zio. Il bimbo riesce a scampare al ciclo di bombardamenti orditi dagli americani su Aomori, nel luglio del ’45. Vede rovine – vive tra i rovi dei sopravvissuti.

Studiò con poca voglia letteratura all’università: preferiva la lettura di Basho, la frequentazione dei bassifondi – fu folgorato da Casablanca, cominciò a studiare i film di Buñuel, la dinamica scenica di Cocteau. Nessuno prima di Shūji Terayama – con la stessa, disperata forza – ha tentato di dilatare i limiti delle arti, di fondere le arti, di deflagrarne i codici. Nello stesso tempo, Shūji Terayama è stato poeta – svaginando i generi, cristallizzati, del tanka e dell’haiku: esordisce poco più che ventenne, nel 1957 –, drammaturgo, capobanda di una compagnia teatrale, regista. Spesso le poesie gli suggeriscono l’idea di un film – i film (di enigmatica efficacia, lunari) vengono composti come una poesia. Insieme alla moglie – Kyōko Kujō, da cui si separa poco dopo, per installarsi nei canoni del libertinaggio – ideò una compagnia teatrale: i testi venivano portati in zone periferiche, inadatte, infeconde, fuori scena, detronizzate dal palco. 

Da una performance scaturì uno dei film più noti, Gettiamo i libri, gettiamoci in strada (1971; a cui il MoMa ha dedicato diverse retrospettive); tra gli altri, tanti, citiamo Il gobbo di Aomori (1967), Gli eretici (1971), Labirinto d’erba (1979). Dicono che Addio all’arca (1981), tratto, assai liberamente, da Cent’anni di solitudine, sia il suo capolavoro perché sono riassunti tutti i temi di Shūji Terayama: l’amore virginale e quello assassino, il potere che tiene le anime in cattività – e a cui, cocciutamente, occorre sempre ribellarsi –, la morte. Nel film appare un fantasma, un dio-cane, una ridda di demoni inchiodati all’albero – la natura è sempre violata da una violenta idea di ‘progresso’. In Emperor Tomato Ketchup, film d’esordio del 1970, appaiono, in serie, sequenze orrorifiche a significare sopraffazione e delirio del delinquere: abusi su uomini e animali, feticismo, icone nazi. Lavorava sul ‘mostro’, sul sequestrare ogni giudizio; alcuni videro in lui una specie di mefistofelico incrocio tra Artaud e Fellini, tra Lautréamont e Bataille – basta, a dire il vero, leggere, ad altro livello di stile, Mishima: è tutto lì. In Les fruits de la passion (1981) – che è poi un’inquieta rilettura di Histoire d’O – dirige Klaus Kinski. 

L’autore morì di cirrosi epatica nel maggio del 1983 – Shūji Terayama è uno degli artisti giapponesi più imitati e invisibili (vedere i suoi film e leggere i suoi libri è un’esperienza per pochi) della seconda metà del Novecento. Nel 1976 fu invitato a far parte della giuria della “Berlinale”: quell’anno l’Orso andò a Buffalo Bill e gli indiani di Robert Altman; Nicolas Roeg portava The Man Who Fell to Earth con David Bowie protagonista; gli italiani partecipavano con Monicelli (Caro Michele) e Patroni Griffi (Divina creatura). Il film più interessante, tuttavia, risultò quello del giapponese Nagisa Ōshima, Ecco l’impero dei sensi, ritirato dalle sale durante la ‘prima’ e falciato dalla censura per sovrabbondanza di scene di sesso – o meglio per il tema di fondo: annullarsi tra i regni del piacere, in un’ossessione sempre più feroce, cannibale. 

Una frase decifra la poetica di Shūji Terayama: 

“Le parole di tutti i giorni, perfino quelle più scurrili, le più banali, celano una metafisica. Mescolando termini tratti dalle canzoni popolari, il gergo sportivo e la poesia si intravede un altro mondo. Ecco ciò che voglio: un romanzo metropolitano, un romanzo labirinto dove ogni vicolo sfocia nel proibito, nell’interdetto”. 

Non è facile leggere Shūji Terayama. In Francia, dove è considerato un des plus grands noms de la littérature japonaise contemporaine, le edizioni Inculte hanno tradotto il romanzo Devant mes yeux le désert. Nel 2014 la casa editrice statunitense Merwin Asia ha raccolto come The Crimson Thread of Abandon i racconti di Shūji Terayama. Nella bella introduzione, Elizabeth L. Armstrong, traccia così il diktat estetico dell’autore:

“Fin dal precoce e controverso approccio alla poesia tradizionale tanka, quando era poco più che un adolescente, Shūji Terayama esprime la convinzione che ogni autenticità artistica risieda nella rottura di ogni convenzione – infrangere gli schemi per riformularli… l’appello al dissenso e perfino alla rivoluzione risuona in ogni sua opera”. 

Nei racconti – di surreale iperrealismo – ci sono spesso dei bambini, gravati da una solitudine marziale, cattiva. In fondo, è l’elogio della perdizione prima che della perdita. 

**

La tentazione dell’orchidea

Di tutti i fiori, l’orchidea ha gli organi più misteriosi, nascosti sottoterra. A causa della loro misteriosa forma ellittica, Rabelais li disse “testicoli”. Nel linguaggio dei fiori, l’orchidea è associata alla morte – benché siano tanto sinistre, restano insuperabili per la bellezza del fiore, una bellezza, diremmo, opulenta. Detto questo, detesto l’orchidea. Non per il suo fascino, in fondo superficiale, ma perché condivide il nome con la donna che mi ha tradito. 

Orchidea aveva la prestanza di una duchessa reduce da una sbornia. Giocava con me non appena mi mettevo a scrivere una poesia. 

Una sera, stavo dando ripetizioni di scienze a sua figlia, mi chiamò dalla piscina. “Viene a vedere come galleggiano i fiori!”. Orchidea nuotava, sprezzante, come una ragazzina. Era completamente nuda. 

*

Mondo 

Mi alzo da tavola
per chiudere la porta: 
qualcosa gracchia – 
il vento d’autunno
è gelido e urla. 

La stufa mi illumina il viso
apro il giornale – l’acqua
del bagno si scalda. 
Stiamo zitti – ottobre. 

La donna che sta 
per diventare madre
avvolge la Terra nello spago
perché questa è la storia 
dell’uomo – resta tutto

il giorno sulla sedia. 

*

una farfalla estiva
fende il mio cuore:
insieme alle parole
ho perduto i giorni

*

un vecchio tubo
del gas unisce 
la prigione in cui ti trovi
al mio appartamento 

*

ricucire l’orizzonte
con l’ago che mia
sorella ha nascosto
nella cesta di vimini

*

nato in cattività
sono solo anche
quando vinco – 
cammino e mastico 
uno stelo caldo d’erba 

*

non so fare 
l’attore: ascolto
il verso dei gabbiani
uccisi nella palude – 
è inverno

*

uscii a comprare
un nuovo altare per il
mio nuovo Budda – mio 
fratello e il suo canarino
sono scomparsi

*

il campo di riso
è stato venduto 
questo inverno: torno
a casa da solo, dopo
aver seppellito il pettine
scarlatto di mia madre

*

accarezzo la tortora
con il pettine scarlatto
di mia madre, morta 
da poco – pelo che
continua a cadere.

*

Quando la malinconia mi affligge, guardo il mare
torno a casa dopo essere stato in una libreria dell’usato e guardo il mare

Quando sei malata, guardo il mare
nelle mattine che corrodono l’anima, guardo il mare

Oh, il mare!
Spalle larghe e petto ampio. 

Per quanto sia brutale il giorno
per quanto sia crudele la notte 
tutto finirà

La vita finirà – 
resterà soltanto il mare

Quando la malinconia vince, vado verso il mare

Nelle notti più dure, vado a vedere il mare. 

*

Ho scritto la parola albero
ma mi pareva così triste
che ho aggiunto un altro albero
e gli alberi sono diventati foresta.
Quando fisso la parola solitario
capisco perché gli alberi piangono:
è quando inizia un amore
che la solitudine arriva. 

**

Nascondersi fino a diventare adulti

“Giochiamo a nascondino!”. Era il ragazzo dai capelli verdi. Nessuno sapeva il suo nome né da dove venisse, ma tutti i bambini si radunarono intorno a lui. Volevano giocare.

“Chi conta?”. Sasso, carta, forbice… uscì il ragazzo dai capelli verdi. “Perdo sempre”, disse. Tirò fuori la lingua. Poi si coprì gli occhi, si accucciò, cominciò a contare. I bambini si dispersero cercando un nascondiglio. 

“Ci siete, siete pronti?”, urlò il ragazzo.

“Non ancora”, disse una voce. Il ragazzo contò ancora fino a cento. “E ora? Siete pronti?”. Non rispose nessuno. “Va bene, arrivo”. Il ragazzo si alzò, iniziò a correre, se ne andò via. Non cercò i bambini nascosti nel paese. 

La sera ci fu un gran trambusto. Il telefono della stazione di polizia suonava in continuazione. Una madre in lacrime mugolava: “Mio figlio non è tornato a casa stasera”. Una ragazzina delle medie, sconvolta, disse, “Mio fratello è scomparso”. I bambini che avevano giocato a nascondino non ricomparvero mai più. Una squadra di ricerca perlustrò la città, ma dei bambini non fu trovata traccia. 

Il giorno dopo, in un’altra città, grosso modo alla stessa ora, il ragazzo dai capelli verdi chiamò a sé alcuni bambini. “Giochiamo a nascondino!”. Nessuno sapeva il suo nome, nessuno sapeva da dove fosse arrivato, ma tutti i bambini si radunarono intorno a lui. “Chi conta?”. Sasso, carta, forbice… uscì il ragazzo dai capelli verdi. “Perdo sempre”, disse. Si coprì gli occhi, si accucciò, cominciò a contare. “Siete pronti?”, gridò. 

I bambini che si erano nascosti scomparvero. Nessuno riusciva a capire se fossero semplicemente svaniti nel nulla o se volessero restare nascosti per anni, per non essere mai più ritrovati. 

Nei giorni successivi, in altre città, tutti i bambini che giocavano a nascondino con il ragazzo dai capelli verdi scomparvero. Chi era quel ragazzo dai capelli verdi?

È autunno, in questa luce effimera mi viene in mente la terzina di un poeta spagnolo:

Conta per mille notti
e i bambini morti e i bambini
nascosti torneranno a casa adulti.

Shūji Terayama

*In copertina e nel testo: fotografie e fotogrammi tratti dalle opere di Shūji Terayama

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