Sono un fastidio per Cristo

Pangea - Sunday, August 16, 2026

Dal Vangelo secondo Matteo
 
In quel tempo, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco, una donna cananea, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola.

Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele».

Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita. (Mt 15,21-28)

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In quel tempo, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne.

“Gesù e la donna si incontrano, per così dire, a metà strada tra terra d’Israele e territorio ‘cananeo’, cioè pagano: entrambi sono accomunati da un movimento di uscita. Eppure è la donna che varca il confine, non Gesù”.  

(Alberto Mello, Evangelo secondo Matteo, Qiqajon, 1995)

Non è Cristo che sconfina in luogo straniero, sono io che lo invado. Sono io che ho bisogno di lui, sono io che, se prendo seriamente la storia della Cananea, gli do fastidio, gli sono d’inciampo. Non scrivo a cuor leggero queste parole, non so dove mi porteranno, solo cerco di non addomesticarle immediatamente. Conosco il finale, una figlia riconsegnata alla madre, ma lei, la donna, non sa. Non ancora. Solo che lei non molla, come le madri dei cuccioli quando fiutano il pericolo. Ecco, già qui mi sento in difetto, come posso io commentare la ferocia di un amore materno? Forse il Vangelo andrebbe commentato solo in queste condizioni. Quando si è disposti a perdere tutto per una figlia azzannata dal male. 

Altissimo il rischio, per me, di commentare questa pagina del Vangelo da posizione dominante. Apparentemente, io non mi sento straniero. Escluso, a volte, ma quasi sempre per scelta mia: posizione romantica. Per il resto, accolto. Adattato. Anche usato. Cosa ne so io di cosa significhi varcare i confini per chiedere vitale aiuto a chi ha il diritto di non ascoltarti? Cosa ne so io di che cosa significhi davvero sentirsi straniero?

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Ed ecco, una donna cananea, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio».

Pietà di me. Quante volte ho avuto il coraggio, sincero, di pregare così? Io e tutte le mie pretese ammantate di meriti. Io che credevo d’essere quello chiamato. Declinare una presunta vocazione in pretesa è un passo troppo facile da assumere. Riconosco questo pericoloso movimento in chi incrocio perché ne ho subito il fascino, ne ho assecondato il ritmo. 

Come è facile definire “provvidenza” qualsiasi cosa accada al mondo purché assecondi i miei progetti!

Mi pare pagina dolorosa, riflessione che mi invita a rimettere le cose a posto. Rimettermi al mio posto.

Abbi pietà di me, Signore. Come il pellegrino russo, intuisco che santità vera è conoscere la propria miseria.

Torno a pensare che la Cananea mi chieda di sentirmi un fastidio per Cristo.  

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Ma egli non le rivolse neppure una parola.

Cercatele voi, le giustificazioni a questo silenzio. Qualsiasi commento vi porterà l’esatta lettura di questo atteggiamento di Cristo. Hanno ragione loro: è questione di sentirsi mandati alla casa d’Israele, è questione di stupore per la fede che sboccia, diversa, fuori. Come quella del centurione. Sono costruzioni post-pasquali: alla luce della Pasqua tutto viene reinterpretato. Ma intanto lui tace.

E io grido. Anzi, io dovrei gridare. Invece succede che il suo silenzio diventa un mio alibi. 

Ho sempre trovato banale chi si allontanava dalla fede per non essere stato esaudito. Ho costruito pezzi di me trasfigurando in miracolo mancate guarigioni, filosofeggiando sull’idea stessa di miracolo. Si può guarire e non essere stati miracolati. Si può morire e, morendo, sperimentare l’assimilazione miracolosa a Cristo. Ma se fosse mia figlia a essere preda del demonio?

Cristo tace. E non voglio subito scivolare alle consolanti conclusioni.

E quando Cristo tace, devo tacere anch’io. Questo mi ripeto.

Hans Leonhard Schäufelein, Gesù e la cananea, 1517

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Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele».

I discepoli intervengono per evitarlo, questo scandalo. Non è conveniente essere i paladini di un insensibile. Questa scena si ripete da duemila anni. Se Dio tace, è per farti crescere. Se Dio tace, è perché il suo miracolo per te è diverso. Se Dio tace, è perché non è il Dio onnipotente che hai in mente tu. Lui soffre con te. È in te. Tutto vero. Però Dio tace. E non è sempre vero che siamo noi che non sappiamo interpretare le sue parole. Tace. Lo dice il Vangelo. E questo suo silenzio fa comunque male.

E quante volte io avrei dovuto tacere e, invece, patetico, credevo di doverlo giustificare? Ne prendevo le difese. E invece avrei dovuto proteggere Cristo da me.

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Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni».

“La donna accetta questa prospettiva di esclusa, di non avente diritto: ‘È vero, Signore’. Ma con una finezza che rivela un grande intuito di fede (un grande intuito del cuore di Gesù), si dichiara disposta – proprio come i cagnolini – a mangiare anche solo le briciole.” 

(Alberto Mello, Evangelo secondo Matteo, Qiqajon, 1995)

La donna accetta questa prospettiva di esclusa. Questo, oggi, pare inconcepibile; questo mi pare custodisca qualcosa da imparare. Protesi a lottare per i diritti di chiunque (purché non vengano toccate le nostre libertà!), ci dimentichiamo di imparare a stare nella prospettiva degli esclusi.

Sacrosante, le lotte per l’uguaglianza. Umanamente urgenti. Non voglio essere frainteso. Eppure credere non è solo questione di lotta sociale. Non è solo tentare di risolvere il problema della povertà: è diventare poveri, diventare problema. Accettare di essere disfunzionale per la società.

Come poter incontrare il grande escluso, colui che muore in croce fuori Gerusalemme, se non da esclusi?  E infine accontentarsi solo delle briciole. Come cane a leccare i pavimenti in cerca degli avanzi. Anche qui costruiamo tutte le spiegazioni esegetiche del caso. Esatte. Però, intanto, oggi, io voglio accorgermi di chi, intorno a me, lecca i pavimenti in cerca di frammenti di particola. E sento che io dovrei vergognarmi.

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Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.

Cristo guarda la donna, continua a guardare la donna e ci grida, dalle pagine del Vangelo, che quella è fede. 

E io non so ancora se sono in grado di chiedere in dono di poter essere simile a lei.

Alessandro Deho’

*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata, forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo stare.

In copertina: Juan de Flandes, San Michele Arcangelo, 1505 ca.

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