Che ennesimo magnifico libro ha appena pubblicato Riccardo Corsi, un uomo che
sembra estratto di peso da un’agiografia, da un album del bene, capace di
avventatezze borgesiane. Per le sue Edizioni degli Animali è uscita una raccolta
di saggi di José Lezama Lima, Le ere immaginarie (introduzione di Alberto
Manguel, traduzione di Gianna Marras e Silvia Sichel): la “Stella di sabbia”
tratta dal thesaurus di Albertus Seba, in copertina, conferisce al libro
un’energia oceanica.
Di José Lezama Lima c’è poco da dire se non che ha scritto uno dei libri totem
del Novecento, Paradiso, nel nostro Paese – affetto, per lo più, da cronica
incuria – pressoché introvabile tramite i comuni canali di vendita. Pubblicato
nel 1966, dopo quasi vent’anni di scrittura alchemica, laboriosa, incessante, il
romanzo garantì a Lezama Lima l’ostracismo da parte del governo ‘rivoluzionario’
cubano: dissero che si trattava di “un’opera ermetica, morbosa, indecifrabile,
pornografica”. Aggettivi che risultano, in fondo, un empireo, puro elogio per
uno scrittore che aveva un concetto della scrittura come estasi e catabasi.
L’autore morì all’Avana – da cui si era mosso di rado, quasi in esilio da sé –
nell’agosto del 1976, cinquant’anni fa; durante le riunioni della mitica rivista
“Orígenes”, che aveva fondato con José Rodríguez Feo e su cui pubblicavano, tra
i tanti, Albert Camus e Wallace Stevens, Juan Ramón Jiménez e Paul Claudel, lo
si vedeva spesso divorare un poderoso sigaro. Per lui, credo, la letteratura era
un incrocio tra Minotauro e Plotino – qualcosa che al contempo reclude e libera,
soffoca e ascende.
Le ere immaginarie uscì nel 1970; nella Prefazione Lezama Lima compila una
specie di ‘credo’:
> “Che cosa ammiro di più in uno scrittore? Che manovri forze che lo travolgono,
> che pare finiscano per distruggerlo. Che s’appropri di tale sfida e dissolva
> la resistenza. Che distrugga il linguaggio e crei il linguaggio. Che durante
> il giorno non abbia passato e durante la notte sia millenario… Che s’accosti
> alle cose per appetito e che se ne allontani per ripugnanza”.
Le ere immaginarie non è un libro da leggere; lo si serba, se ne leggono alcuni
paragrafi come si compulsano gli apocrifi, certi che la cecità provocata è un
tono dell’illuminazione. L’immaginario di Lezama Lima, la concretezza delle
visioni, a tratti impaurisce – spesso è folgorante. È come credere di stare in
un luna park mentre si è nella bocca di un giaguaro: qualcuno – l’autore,
l’interprete di dio – ci mastica. Ha ragione – come sempre – Riccardo Corsi:
“Lezama è innanzi tutto un poeta, e nella sua prosa saggistica ciò si avverte
con particolare forza. Sono poesie in forma di saggio”.
Tra i saggi, sono partito a leggere quello che parte a pagina 195: “la
biblioteca come dragone”. Lezama Lima comincia a parlare degli Annali di Goethe,
per inoltrarsi in una lunga dissertazione sull’I Ching, “il libro dei
mutamenti”, l’antico testo oracolare cinese, estorto dalle brume della leggenda.
Impossibile riassumere il vagabondaggio mentale di Lezama Lima: i suoi saggi –
pura opera di teurgia linguistica – non vanno ‘compresi’, l’apprensione richiede
un denudamento totale. Bisogna danzare – occorre dare stelle marine e stelle
celesti in pasto al cervello.
Per fare un buon esperimento ‘critico’ occorre leggere i saggi di José Lezama
Lima insieme a quelli di Jorge Luis Borges e a quelli – più tardi – di Pietro
Citati. In quest’ultimo caso, troviamo i meandri dell’erudizione: uno sfarfallio
condannato a lasciarci infine indenni. Nel primo caso – Borges – è l’ardore
letterario, il rebus in piazza, mantica bibliografica. Per Lezama Lima, invece,
la strategia intellettuale fa parte della “Grande Opera”: qualcosa, nel
ribollire degli elementi, accade; le parole sono alambicchi, i concetti sono
uova di drago; il lettore, in questo caso, è l’apprendista e l’operaio. Insomma,
leggere Lezama Lima è sempre un rischio – spesso capitano esplosioni.
Delle domande che mi hanno assillato leggendo il saggio – metafisiche o
‘tecniche’, ad esempio: di quale versione spagnola dell’I Ching si abbeverava lo
scrittore? – quasi tutte sono rimaste inevase, irrisolte. Ad alcune ho trovato
riscontro – si gioca a sistemare in armonia la casualità – sfogliando Fragmentos
a su imán, l’ultima raccolta di poesie di José Lezama Lima, edita postuma.
Alcune poesie – almeno una, Sobre un grabado de alquimia China, appuntata nel
giugno del ’75 –, tradite in calce, aiutano a penetrare il velo – non certo a
squarciarlo.
Soprattutto, i libri di Lezama Lima – in quanto opera alchemica – sono anche un
omaggio ai sodali. Da Le ere immaginarie spicca un saggio dedicato a Rayuela, il
capolavoro di Julio Cortázar, che è poi un inno alla scrittura come labirinto –
“nel labirinto viene offerta un’infinita, inarrestabile antropofania”.
Introducendo Fragmentos a su imán, Octavio Paz ferma José Lezama Lima in un
lirico cammeo:
> “Non ci siamo mai visti, io gli inviavo i miei libri, lui i suoi – quando ci
> scrivevamo, usavamo sempre il ‘voi’, come si faceva un tempo. […] Ho scorto,
> tra i liquidi pioppi delle ‘l’ e le magnetiche vette delle ‘m’, assediato
> dalle vocali – mancava soltanto la ‘u’, chiocciola della malinconia, cervo
> innamorato della luna – José Lezama Lina, appoggiato al suo bastone
> poliglotta, pastore di immagini”.
José Lezama Lima gli aveva dedicato una poesia senza nominarlo, parlando del
“guerriero giapponese schiavo del suo silenzio”, della “furiosa divinità
messicana” e del “Padiglione della vacuità”. Anche Octavio Paz, come lui, era
affascinato dall’Estremo Oriente – era stato console in Giappone e ambasciatore
in India. Quando scrive che “tutto, ovunque, è agguato”, capiamo di essere al
preludio di una poetica; l’ultimo distico – “Solo il fuoco rispecchia/ la
silenziosa disciplina del naufragio” – impone una via sapienziale. Octavio Paz
intitola il suo omaggio a José Lezama Lima “Confutazione degli specchi”.
Nel libro in versi – a proposito: quando una traduzione della poesia di José
Lezama Lima? – il grande scrittore cubano scrive anche di María Zambrano: la
loro amicizia è testimoniata, tra l’altro, dalla Corrispondenza pubblicata nel
2023 dalle Edizioni degli Animali.
> “María è ormai così trasparente
> che la vediamo allo stesso tempo
> in Svizzera, a Roma e all’Avana.
> Accompagnata da Araceli
> non teme il fuoco né il ghiaccio. […]
> María è per me, ora,
> pari a una sibilla
> a cui ci si avvicina incerti
> certi di udire il centro della terra
> e l’empireo che dilaga
> oltre i visibili cieli”.
In fondo, è nella tessitura delle amicizie – tessere di un unico volto, quello
che, divinato dal caos, vuol dire vita – la vera opera alchemica, la vera
letteratura.
Ma questo non è che uno scritto parziale, senza supporto, dal pelo ancora
ignobile – uno scritto che non guarisce.
***
L’impercettibile
È l’impercettibile:
non possiamo sapere se le foglie
si affollano e frullano mentre
la lucertola impicciona
si aggrappa a una di loro.
Ci sfiora la fronte
e crediamo sia un fazzoletto
che copre gli occhi.
L’oro cammina
verso la foglia
e la foglia penetra nella casa
vuota dell’autunno dove l’impercettibile
abbraccia l’invisibile
in un silenzioso gesto di gioia.
L’impercettibile
si gode il volo delle foglie
si riposa tra l’albero immobile
e il fiume della memoria che muta.
Mentre l’impercettibile agguanta
il suo regno, la casa oscilla
ma il suo cuore resta intatto.
Una scintilla si unisce
all’impercettibile
e comincia a bruciare di nascosto
sotto il suono molteplice dello specchio.
La casa ritorna alla sua immobilità
e ricomincia a navigare.
**
Intorno a un trattato cinese di alchimia
Sotto il tavolo
si vedono tre porte
sono piccole fornaci
dove ardono pietre e legni:
il nano sbuca, mastica
semi per disseminarsi nel sonno.
Sopra il tavolo
si vedono tre cuscini grigi e blu
su due di essi spiccano alcune figure
incise con uova indistruttibili.
Accanto, un vaso disadorno.
Pezzi di legna sul pavimento.
Un uomo manovra una bilancia
pesa una cesta di mandorle.
La bacchetta di ebano
raggiunge subito la cifra.
Il venditore teme
le tre piccole fornaci
nascoste sotto il tavolo.
Da lì sorgeranno
le figure sperate
quando il pesatore
toccherà il centro del cesto.
Alla sua destra, un uomo contempla
assorto colui che pesa:
gioca con gli uccelli.
*
Cina, battaglia
Divisi dalle dolci colline
due eserciti mascherati
lanciano incessanti urla di guerra.
Un generale, nella tenda da campo,
interpreta la furia ancestrale del popolo.
L’altro fissa il corso del fiume
vede la sua ombra in un altro corpo, irriconoscibile.
La musica cresce nel sangue
precipita la marcia verso la morte.
I due eserciti, come avvolti in una nuvola,
si addormentano dimenticando quelle fugaci schermaglie.
I due generali sono ormai di pietra.
Più tardi, le ombre fuggite dai corpi diranno
di corpi fuggiti lungo il fiume.
Soltanto uno degli eserciti mantiene
unita l’ombra al corpo
il corpo alla natura fugace del fiume.
L’altro è vinto dall’immenso deserto
del sonno.
Il generale cede la sua spada con orgoglio.
*
Ascendere
La scala sull’albero
e l’albero della casa
si levano dal centro
della bianca tovaglia che dorme.
Lungo la scala c’è una formica
a lei si appoggia il cervo
con il palco molato dalla luna.
Una moltitudine ascende
ma la scala è insensibile
al peso dei piedi che inciampano
e somma corde e gradini.
Dove pesa di più, equilibra
le braccia, infine sale
cancellando la scala.
La sua testa penetra nel tetto
la mano percepisce, con occhi
sigillati, la pelle setosa
del pipistrello, il suo sguardo da ragazzo
concreato con l’alba.
Il pipistrello si muta negli occhi
che cominciano a saltare sui pioli.
Rinforza i vuoti ascendenti
gli occhi contorti dal battito d’ali
che annienta le fatiche del corpo.
La scala si impenna come una lancia
il cappello marcito in soffitta annuisce.
Lì, un tuono testimonia il braccio
i gradini sono l’unica linea d’orizzonte.
José Lezama Lima
L'articolo “Che distrugga il linguaggio e crei il linguaggio”. Nell’opera
alchemica di José Lezama Lima proviene da Pangea.
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Ogni tanto, mi scrivo con Dominique Rouche. Si ostina a scrivermi in italiano:
errori, imperfezioni, fraintesi conferiscono a questa scrittura un surplus di
enigma. Dominique forza il linguaggio nel sentiero interrotto, nel fiume
interrato, sperando così di cogliere in fallo le parole, di defalcare la
falsità, di intuire il loro segreto. Opera da bandito.
Si pratica una lingua estranea, da fuggiaschi, da delinquenti, per
familiarizzare con sé – stranieri a se stessi, come intendersi, altrimenti?
Giovanissimo, nel 1973, per Gallimard, Dominique Rouche esordisce con Hiulques
Copules. È un libro primo e unico, quello, impossibile, in cui la lingua è
forzata fino al neologismo, in cui la grammatica – ormai evaporata – si
magnifica in olio purissimo. Ascritto – per noia e cecità – a uno sfinito
sperimentalismo, Dominique non è un artefice, non è un sobillatore del
linguaggio: Hiulques Copules, semmai, rasenta un dire da mistico bracconaggio,
tra Laozi e Swedenborg. Sempre, la caccia è nella lingua: chi anela
all’assoluto, nelle due dimensioni – ascesa e catabasi – forza il verbo fino
alla resa. Fino al tutt’altro. Lo esercita per eccesso o per ascesso:
l’analfabeta e il retore sono lo stesso.
Quel libro – pubblicato nella collana ‘Le Chemin’, che pubblicava Jean
Starobinski, Henri Meschonnic, Georges Perros e il futuro Nobel J.M.G. Le Clézio
– piacque a Michel Foucault e a Michel de Certeau; annientò l’autore che da
allora si inoltrò in un proprio deserto. Lo ha mutilato dentro. Non aveva più
nulla da poetare – il verbo gli si era avventato nel cobra, nel veleno.
Più di recente, per le edizioni L’Harmattan, Dominque Rouche ha scritto libri
inclassificabili, d’indole meditativa. Uno di questi, Vers l’inframonde, è
descritto così: “Letteratura: pratica di un linguaggio che riconcilia uomini e
dèi prima di tornare alle antiche lotte infinite che mai finiranno. Questo libro
mostra visioni di mondi perduti e ritrovati: un inframondo dove vagano le ombre
dei morti e di coloro che non sono ancora nati”. Il libro è uscito nel 2011;
Dominique non pubblica da più di dieci anni, negli anni Novanta ha pubblicato
una enquête sur les miracles.
Qualche mese fa, Dominique mi scrive: “Quanto a me, la letteratura mi invade
sempre di più: ma ho dei testimoni che assistono alla mia lotta segreta. Lascio
a voi indovinare il significato che anch’io coltivo come un fiore velenoso”.
Diceva di volermi inviare dei disegni, che “possano illuminarci sul significato
della nostra attività”. Suppongo che noi equivalga e io: conteniamo moltitudini
– meglio: siamo legione.
I disegni, infine, arrivano. Se non ho capito male, Dominique li ha realizzati
in Umbria. In ciascuna tavola, è la messa in scena del sacrificio. Teatralità
compenetrata dall’incombere del pericolo. In scena, sempre, uomini nudi su fondo
muto, neutro. Spesso appare un coltello. A volte uno specchio. Non è chiaro se
gli uomini stiano provando una pièce; spesso la finzione – la regola – sfama nel
vero; spesso il vento si rivela sangue, il soffio un anatema. Non è chiaro se
questi uomini appartengano a una setta, a una compagnia teatrale a un eremo. La
magrezza ci conduce al digiuno, alle artiche norme della rinuncia.
Qualche giorno fa, una lettera di Dominique che vaga in orfismi:
“Appartengo a questo mondo come se lo avessi pronunciato io: è un’illusione
quella che sto per dimostrare. Non sapendo più: ma continuando a renderci ciechi
all’unica immagine che percepiamo in questa oscurità in cui siamo relegati,
prigionieri delle armi e delle leggi di cui un tempo ero l’implacabile custode.
Per quello?
Sono venuto qui solo per corrompere le virtù dell’anima e glorificare lo Spirito
a cui esse affermano di appartenere. Virtù: Dove sei nascosto?
Scrivere senza sosta: questa è la mia vocazione di uomo libero o di prigioniero,
evocare le figure divine che un tempo ho incontrato e che hanno ispirato questi
libri che voglio vedere perire nel fuoco che la terra vomita.
Siamo in due a non sapere cosa quindi resterà sconosciuto.
È il sangue degli Xst che scorre nelle nostre vene. (Questo è ciò che ci
allontana da Lui.)
La servitù è ormai senza appello: non esiste altro che questa abitudine:
suicidio?
Non esiste linguaggio per coloro che hanno perso l’uso di questa parola
sconosciuta che esprime la Legge universale nascosta di cui siamo solo ombre
distaccate.
Oro: Voglio il Male che incarniamo contro la nostra volontà.
L’arte della meditazione mi consuma”.
Non so quale sia l’appello di Dominique, questo parlare lebbrosario, questi
verbi tenuti tra bende, come scorpioni d’oro. Gli dico che i suoi disegni mi
ricordano Luca Cambiaso, mi ricordano Alfred Kubin, mi ricordano l’ossessione
teatrante del Seicento e il perturbante di Balthus. Una processione di lanterne.
Ma che importa poi questo cumolo di citazioni cadaveriche?
Nello stesso giorno in cui da Parigi mi giungono i disegni di Dominique:
Riccardo Corsi, illuminata mente delle Edizioni degli Animali, mi manda l’ultimo
libro di Thierry Metz – la traduzione è di Pasquale Di Palmo. Dolmen, suivi de
La demeure phréatique esce per le edizioni di Jacques Brémond nel 2001, dopo
essere stato pubblicato nei “Cahier Froissart” nel 1989. Ha trentatré anni,
Metz, quell’anno; l’anno prima è morto il figlio di otto anni, divorato da
un’auto.
> “Aprire la dimora freatica
> essere là
> nelle acque che preparano una cascata
> niente è più fresco”.
In verità, siamo in un poema per frammenti, per via crucis: alla scrittura su
pietra si alterna quella su acqua. L’uomo fa cronaca di sé sulla pietra, si
incolonna nel marmo, sperando di resistere un’ora in più al proprio corpo
transitorio; Dio sussurra alle acque. Quasi a dire: dono della pietra – suo
lignaggio – è diventare fiume. O meglio: il fiume esiste finché la pietra ne è
il passeur, l’intransigente calesse.
Spesso, poesie d’intrepida intensità che fanno di Thierry Metz, da qualche anno,
uno dei poeti più risonanti in Italia.
“questo qui
– senza nome –
rifornisce la lingua
con quello che trova:
ramoscelli
argilla sterco
appena qualche parola qui
per accogliere l’imprevedibile
quasi nulla dietro la porta
salvo che lui
– l’abitante –
preferisce alla dimora la finestra”
Metz impasta poesie con pochi lemmi, con una radura di scarni vocaboli,
all’osso. D’altronde, è così che si evade dal linguaggio: per combustione
interna, finché il fuoco non lacera ogni parola, o per esplosione, per
espansione, fino all’anonimato degli assedianti. Giungere all’uno insediandosi
nei molti. Poesia-corda – oppure: poesia-ragnatela.
Dolmen: questo pachiderma che Metz rende passerotto. Parola-totem che ridiventa
fiore. Senza più dèi né aforismi stellari, soltanto Metz sa ricondurre tutto –
dalla piena del dolore – a un eden dei maniaci. Bellissimo.
Certo, fin nel titolo, il detto ‘geologico’ di Paul Celan, la cerca di una
parola che abbia tenuta di pietra: Dolmencome Kamen, la pietra di Mandel’štam.
Su questa pietra… Pietro/Kepha, l’uomo su cui il Vangelo non si compie ma fa di
sé scempio. (Volto reso irriconoscibile per contusione di pietra; pietra che
sigilla il Nazareno nel sepolcro).
Ma no, non si tratta di lapidare, qui: di levitare, semmai:
“eclissi d’uccelli
e l’ala che trattiene i venti
d’improvviso ti solleva
ti porta il più lontano possibile
dove la parola nidifica
nella tua voce”
E sempre, infinitamente, tornare alla voce di René Char – il nido; punto di
snodo della poesia recente, che da atto lirico si faccia lancinante assalto.
Oppure: premura di andare al Nord di tutto – transumanza di figure glaciali,
vita boreale, la sula che in azzurrità si ciba del nostro corpo, fino a
redimerlo giovanneo.
Parlando, forse, dei suoi testi poetici, mi scrive, Dominique Rouche: “Un
mosaico informale che ci guida e ci fa sentire un’unica voce che ci raggiunge
fino alla fine: la fine di un discorso risuonante nel buio generale? Una sola
voce per una moltitudine di discorsi che culminano nel silenzio: Mehr Licht!,
Più luce!”.
Non c’è più pietra né dimora né strato freatico nella scrittura di Dominique.
Tutto è al punto estremo di fame, nel più lucido istante: basta rovesciare una
parola, pronunciare con errato tono un verso e tutto si sbriciola, si sillaba in
briciole. Cosa ci sia dietro – bestia o pascolo, neve o niente – non è dato
sapere: sentiamo il rintocco, un feroce mormorio, con l’orecchio appeso alla
parete.
*I disegni nel testo e in copertina sono di Dominique Rouche
L'articolo “Per corrompere le virtù dell’anima”. Dialogo cruento con Dominique
Rouche e Thierry Metz proviene da Pangea.