In una delle rare, leggendarie interviste, Cormac McCarthy dice di essere stato
influenzato da Moby Dick e dai Fratelli Karamazov, “perché si occupano
essenzialmente della vita e della morte” – apprezzava i romanzi di Faulkner. A
Marcel Proust e Henry James – romanzieri in cui non trovava nulla di
interessante – preferiva la “King James”, la Bibbia di re Giacomo, massimo
esempio della lingua inglese, al contempo limpida e sanguinaria, un Leviatano di
cristallo. Era l’aprile del 1992, Cormac McCarthy aveva appena
pubblicato Cavalli selvaggi e in quell’intervista rilasciata a Richard B.
Woodward del “New York Times”, dal titolo folgorante – “Cormac McCarthy’s
Venomous Fiction” –, il più grande scrittore degli Stati Uniti d’America dettava
la propria agiografia.
Negli anni, l’immagine di McCarthy avrebbe confermato quell’antico ritratto.
Ruvido, solitario, refrattario ai fasti della fama, lo scrittore sembrava aver
poco a che fare con la letteratura. A Santa Fe, l’ultima dimora, dialogava con
astrofisici, matematici, geologi – malsopportava i letterati. I suoi romanzi, in
effetti, paiono scaturire da un mondo arcano dove la teoria dei quanti si fonde
al libro dell’Apocalisse. In realtà, come ha dimostrato Michael Lynn Crews in un
utilissimo studio edito dalla University of Texas Press, Books Are Made Out of
Books, McCarthy era un lettore esigente, raffinato, colto. Nella “Guide to
Cormac McCarthy’s Literary Influences”, commentata con l’arguzia di un
anatomopatologo della letteratura, compaiono nomi ovvi: Joyce, Goethe, Flaubert,
Kierkegaard, Thomas Wolfe, Oswald Spengler. McCarthy leggeva poca poesia. Tra i
poeti che lo hanno segnato – almeno, a consultare i manoscritti custoditi presso
la “Wittliff Collections”, Texas State University – spicca Francis
Thompson. Pressoché sconosciuto alle nostre latitudini, Thompson è stato una
specie di “Messia dei bassifondi”, il sacro paria della poesia inglese.
Nato a Preston, Lancashire, nel 1859, da genitori cattolici, avviato senza
successo a studi medici, dimostrò fin da subito un talento febbrile per la
scrittura. Vestiva di scuro, si incupiva spesso, ostentava un’ostile umiltà.
Eccelleva nella pallamano, era trafitto da visioni. Leggeva Eschilo e Blake,
fece di Thomas De Quincey il proprio autore di culto; l’abuso di oppio lo
sigillò all’abisso. A ventisei anni, sfiancato dai rimproveri paterni, Thompson
lasciò casa, s’inoltrò a Londra, precipitando nella miseria. Lavorò come
calzolaio in Leicester Square poi come tipografo; si mise a vendere fiammiferi.
Nulla sapeva infiammarlo quanto la scrittura: poetava per sé, nel sottosuolo
londinese, scrivendo su fogli di ripiego, sui rifiuti. Dilaniato dalla
nevralgia, il poeta visse da senzatetto: nella prostituta che gli diede
ospitalità riconobbe il profilo della Maddalena.
Messianico. Francis Thompson è lui (1859-1907)
Assieme al suicidio, tentò a vanvera la via letteraria. Wilfrid Meynell, autore
di vaglia – scrisse la biografia di John Henry Newman e di papa Leone XIII –,
direttore della rivista “Merry England”, fu sbalordito dal talento di quel
nullatenente. La moglie, Alice – poetessa, suffragetta, amica, tra gli altri, di
D.H. Lawrence; la sua diafana bellezza è immortalata da John Singer Sargent –,
s’innamorò di lui. In breve, Francis Thompson passò dalle stalle alle stelle:
nel 1893 gli amici pubblicarono un’edizione dei suoi Poems; presto si diffuse la
notizia del poeta “messianico”, morto e risorto dagli inferi della metropoli.
Presto le sue poesie furono tradotte un po’ ovunque: in Francia trovò un
complice in Valéry Larbaud; in Italia fu ‘maneggiato’ da Mario Praz; nel 1925 la
Libreria Fratelli Treves approntò un’edizione delle Poesie. Più di recente, si
deve a Maura Del Serra un’attenzione verso questo singolarissimo poeta: nel 2000
esce per l’Editrice C.R.T. Il Segugio del Cielo e altre poesie, volume ora
irreperibile. È grazie a Giulio Solzi Gaboardi, invece, che possiamo leggere una
nuova, sgargiante antologia di Thompson, edita da Magog come Primo alfabeto
stellare.
Secondo Michael Lynn Crews, McCarthy è stato influenzato dalla biografia di
Francis Thompson – è autore ostile agli altari letterari – e dalla sua torbida
teologia. Il poemetto più noto di Thompson, The Hound of Heaven – reso con genio
da Solzi Gaboardi come Il Vetro del Paradiso, memorabile l’incipit: “Fuggo da
Lui, per le notti e per i giorni./ Fuggo da Lui, per le volte degli anni./ Fuggo
da Lui, per i labirinti della psiche” – pare, a dire dello studioso, uno dei
capisaldi mistici di Meridiano di sangue. In Thompson, in effetti, l’entità
divina – pur sempre benevola – si presenta con aspetti ferini, di molosso, di
iena all’assalto. Affiliato alla stirpe dei ‘maledetti’ della poesia inglese –
insieme ai suoi pari: Thomas Chatterton, William Blake, Percy Bysshe Shelley, a
cui dedica un saggio struggente – Francis Thompson dimostra, semmai ce ne fosse
bisogno, che il Vangelo è il ‘grande codice’ del poeta occidentale, che la
figura di Cristo è luce all’ispirazione. In una poesia programmatica (A un poeta
che rompe il silenzio), Thompson scrive di aver abbandonato “l’Elicona e le
Muse/ per il Sinai e i Serafini”; un’altra (In virtù della tua legge) ci fende
con celestiale ferocia:
> “Il Falconiere del Paradiso esclude il mio cuore
> dal nutrimento di ogni delizia
> e doma con un buio tremendo
> chi giunge in ritardo
> al Suo richiamo”.
Tra tutte, McCarthy amava The Poppy, “Il papavero”. Negli anni in cui
scrive Suttree – rievocando la vita in “quasi totale povertà” a Louisville, in
una baracca – ricalca diversi versi di quel poemetto. Vi si narra di “un uomo e
una bimba… fianco a fianco”, che camminano agli “estremi della sera”. La bimba,
“un’onda i suoi capelli di Sud”, regala all’uomo un papavero, che “dona/
risveglio dal sonno/ ricordo dall’oblio”. Nasce da qui un tenue e truce discorso
sulla consistenza dell’amore, sulla violenza del tempo, sulla regalità della
poesia, argine all’incessante mutare di tutte le cose. Questa “malinconica
riflessione intorno alla mortalità” conquistò McCarthy.
La voracità visionaria di Thompson si insinuò in molti. William Butler Yeats –
un poeta tutt’altro che ‘cattolico’ – rimase abbacinato dalla sua figura, tesa
tra Peter Pan e l’idiota di Dostoevskij; secondo Gilbert Keith Chesterton,
Thompson era il maggior poeta della sua generazione; Tolkien confessò al figlio
Christopher di essere stato ispirato a lungo dai suoi versi, acquistati nel
1913. Un secolo fa, nel 1926, Everard Meynell – uno degli otto figli avuti da
Wilfrid e da Alice – compilò una “Vita” di Francis Thompson di quasi
quattrocento pagine, ricca di aneddoti ‘miracolosi’, santificandolo. Ad ogni
modo, i ricoveri in un monastero francescano nel Galles del Nord e l’amicizia di
nuovi mecenati non lenirono la quintessenziale inquietudine di Francis Thompson.
Il poeta, roso dalla tubercolosi, morì il 13 novembre del 1907; fu sepolto al St
Mary’s Catholic Cemetery, in Kensal Green. Sulla lapide spicca ancora un suo
verso, “Cercatemi negli asili del Paradiso”. Postumo, uscì il suo studio
biografico su Sant’Ignazio di Loyola.
Dicono che avesse mani sottili come foglie, parevano staccarsi da un momento
all’altro – più di tutto, il poeta amava il cricket.
*In copertina: Cormac McCarthy in Galles, nel 1966. Ogni tanto rideva
L'articolo “Il Falconiere del Paradiso esclude il mio cuore”. Francis Thompson,
il poeta amato da Cormac McCarthy proviene da Pangea.
Tag - Cormac McCarthy
Ho conosciuto Douglas Glover grazie a Eugene Marten. Nell’intervista realizzata
su questo foglio telematico, l’ottimo scrittore americano appena tradotto da
Playground cita The Life and Times of Captain N.; un libro, dice, più bello
di Meridiano di sangue. M’informo. Il romanzo, ambientato durante gli anni della
Rivoluzione americana, tra il 1779 e il 1781, alterna rovinosi tradimenti ad
affabili efferatezze. Il protagonista, Oskar, un ragazzino, scrive una lettera a
George Washington; il padre – arguto in violenza – ha scelto di stare col Regno
di Gran Bretagna; la madre è in piena isteria, i nativi imperversano, a fiotti,
elegantissimi nell’uccidere (“Verità è bellezza”, dice, a un certo punto, un
nano, mentre maneggia il Tristram Shandy e la Anatomy of Melancholy di Burton,
“Guarda i selvaggi: poesia che prende vita. Ogni loro gesto è retorico. Per loro
bellezza è verità. Per raccontare la loro verità devi dimenticare questo mondo e
parteggiare per il poetico”).
Del romanzo esiste anche una versione francese, dal titolo più incisivo: Le
Rédempteur. In origine, uscì per Knopf nel 1993, l’anno in cui Cormac McCarthy,
dopo decenni di grandi romanzi per lo più sconosciuti ai più, accede al grande
pubblico, con Cavalli selvaggi. L’anno prima, Richard B. Woodward lo aveva
intervistato per il “New York Times”, creando l’icona del the best unknown
novelist in America: lo scrittore assiso in una sua insonorizzata solitudine,
che parla poco, professa l’eremitaggio etico, conosce i serpenti a sonagli del
Mojave. Grosso modo con le stesse parole – the most eminent unknown Canadian
writer alive – è stato censito Douglas Glover. La nota che appare sul suo sito,
alimenta un’agiografia di smarrimenti e sottrazioni: “L’oscurità di Douglas
Glover è leggendaria; è noto soprattutto per essere sconosciuto”. Si citano i
due figli, “Jacob e Jonah, che senza dubbio diventeranno più bravi di lui”. I
suoi libri – così scrivono alcuni giornali come “Music & Literature” – “possono
essere paragonati ai romanzi di Cormac McCarthy, Donald Barthelme e William
Faulkner”.
In realtà, di Douglas Glover si sa molto – per lo meno, abbastanza. Nato nel
1948 a Simcoe, piccolo borgo canadese, in Ontario, dove aveva sede l’azienda di
tabacco della famiglia, ha studiato filosofia a Toronto, si è specializzato a
Edimburgo, ha praticato come giornalista, è stato “writer in residence” in
diverse università, più o meno note. Nel 2010 ha fondato la rivista letteraria
“Numéro Cinq”, che ha diretto per sette anni. Douglas Glover ha le stimmate del
guru, è messianico perfino nel viso: fronte ampia, occhi levati da uno spirito
lupo, impettita magrezza; lo straordinario nell’ordinario. Quando lo
fotografano, spesso si vela il volto con mani in mandria.
È un teorico della letteratura; meglio: è un profeta della scrittura, uno che
scava, uno che stana il verbo. Uno in caccia. Tra l’altro, ha scritto un saggio
su “Don Chisciotte”, The Enamoured Knight, ma i suoi interventi più sagaci sono
quelli brevi, predatori. Tra i tanti, preferisco The Novel as a Poem; attacca
così:
> “Il miglior insegnante di scrittura che abbia mai avuto era un cowboy del
> Kansas, si chiamava Robert Day, l’ho conosciuto all’Iowa Writer’s Workshop,
> era capitato all’ultimo minuto per sostituire un collega: sarebbe stato con
> noi un semestre, era il gennaio del 1981. Il primo giorno di lezione –
> indossava stivali, jeans, camicia a scacchi – non disse una parola, prese il
> gesso, segnò la lavagna con una scrittura a caratteri cubitali: Ricordati di
> ricordargli che il romanzo è una poesia”.
Robert Day, da giovane, aveva lavorato per G.P. Putnam’s, a New York, “ricordava
ancora l’entusiasmo per la pubblicazione di Lolita”, aveva pubblicato un solo
romanzo, The Last Cattle Drive, aveva un ranch nel Kansas occidentale, “gestito,
ai limiti della legalità, insieme ad alcuni amici”. Indottrinò Glover intorno
alla sapienza letteraria di Raymond Queneau, Robert Musil, Chinua Achebe, Amos
Tutuola, Vladimir Nabokov e Kobo Abe. Non potremmo immaginare scrittori più
diversi tra loro.
Douglas Glover esordisce alla letteratura proprio nel 1981, con The Mad River
and Other Stories, un libro pressoché introvabile. Il primo dei suoi cinque
romanzi, Precious, esce due anni dopo: è la parodia di un giallo; il
protagonista, “un giornalista alcolizzato ed esausto con la tendenza a cacciarsi
nei guai e tre matrimoni falliti alle spalle”, pare ritagliato sulla sagoma di
Hank Quinlain, il personaggio eternato da Orson Welles. Il romanzo più noto – e
più tradotto – di Glover s’intitola Elle: ambientato nel XVI secolo, romanza
l’epopea di Marguerite de La Rocque, giovane donna francese abbandonata da
Jacques Cartier presso la leggendaria “Isola dei Demoni”, Terranova. Si
susseguono, in rissa, orsi, spettri, inuit; dissero dell’“immaginazione
rabelaisiana di Glover”. Il romanzo, uscito nel 2003, dieci anni dopo The Life
and Times of Captain N., permise a Glover il Governor General’s Award, il premio
letterario più importante del Canada, superando Margaret Atwood.
L’ultimo libro pubblicato da Glover, The Erotics of Restraint, una raccolta di
saggi, è uscito nel 2019; l’ultimo pensiero on writing è uscito la scorsa
estate: Glover parla di Anna Karenina e più in particolare di Literary Suicide.
Avrebbe voluto scrivere un romanzo “sul suicidio del mio bisnonno, nel 1914.
Alla fine ho abbandonato l’impresa perché, immagino, non avrei saputo descrivere
un suicidio”.
The Life and Times of Captain N. – di cui in calce si offrono, in libera
traduzione, alcune pagine – è un libro docilmente torbido, molto bello. Rispetto
a Meridiano di sangue, la cui scrittura, biblica e ancestrale, procede per
gnostiche involuzioni, qui si va per folgori, per agnizioni improvvise, per
bruschi lampi. Meridiano di sangueè un romanzo-assedio; The Life and Times of
Captain N. è un romanzo razzia. Nello stesso anno in cui esce il romanzo – per
dire della pervicacia del ‘genere’ – Gli spietati, il cupo western di Clint
Eastwood, ottiene quattro Oscar.
Soprattutto, The Life and Times of Captain N. è una riflessione sul senso della
scrittura, se la scrittura possa davvero testimoniare la verità quando non il
suo idolo, la sua contraffazione. A un certo punto Oskar, il ragazzo che sta
scrivendo la sua storia, scrive:
> “Intendo dire la Verità, ma è difficile afferrarla. La Verità è una Maschera &
> il suo Stigma è la Divisione. Non è che il Nulla che giace tra le Cose.
> Vortica. Eppure credo che conoscerla sia una specie di Pazzia, di gioioso
> Conforto”.
Tracciare i punti di contatto tra Douglas Glover e Cormac McCarthy è infine
inutile: un gioco di apparenze, di eteree strategie letterarie, di fuochi in
fuga. Le grandi singolarità sono imparagonabili, la scrittura prevede un uomo
solo, qualcosa che scalfisce la parola pioniere e la parola primevo. È ora di
tradurre Douglas Glover.
***
Da The Life and Times of Captain N.
Il Patto sconfitto
Agosto-settembre 1779
Dio d’acqua
Il ragazzo arranca con la penna d’oca, schizza gocce d’inchiostro preparato in
casa sulla rude corteccia di betulla. La lingua lecca il labbro superiore: si
concentra. Sei pronto a scrivere? Pensa. Sei pronto a dire la verità? Sì.
Il ragazzo ha quindici anni. Il padre è scomparso nella foresta, è andato a
cercare il re. La madre è a letto. Le sue grida e i suoi miagolii allontanano
tutti dalla casa. Nella chiesa che il padre ha costruito in una porzione della
fattoria, la gente del villaggio recita preghiere per lei e per i suoi figli –
blatera bestemmie contro il padre del ragazzo. Gli zii e le zie del ragazzo sono
in fila sui banchi per denunciare il fratello. Quando pregano in silenzio, odono
le urla della madre del ragazzo.
Non si lava – non mangia. Lo spazio puzza, galoppano i gemiti. Ci sono altri sei
bambini oltre al ragazzo – lui è il più grande. Corrono, liberi, nel cortile
della fattoria, nel bosco. Venite, vicini, venite, servitevi degli animali della
fattoria, fottete gli attrezzi del padre. Cardi e bardana, senape selvatica e
erbe matte soffocano i filari di mais. I cervi “pascolano di notte dove le
recinzioni sono state sfondate.
Caro Gen. Washington, mio Padre ci ha picchiati tutti”, scrive il ragazzo. “Era
un terribile Uomo. Non dovremmo essere trattati male per quel che ci ha fatto.
Lui picchiava mia Madre & lei picchiava il bambino. Mio Padre picchiava me & io
picchiavo Ephas, Jonah, Sophronia, Cacophonia & Ella. Poi mi ha picchiato perché
li picchiavo e li ha picchiato perché si sono fatti picchiare. Per altri versi,
era un Uomo Buono, ma ora può capire perché è andato a combattere per il Re. Il
mio nome è Oskar Nellis. Sono per la Repubblica. Penso che ci debbano restituire
la Mucca. Goldie, il Nero, è andato via con Papà. Altri tre sono scappati nella
foresta. Ce li devono restituire”.
Il ragazzo smette di scrivere perché qualcuno cerca di forzare la serratura del
gabinetto. La porta si apre e rivela un ragazzo magro, sulla ventina, naso
lungo, verruca sul mento, cappello a tesa larga, sporco, pantaloni strappati
fino al ginocchio. È scalzo, come Oskar.
È un dio d’acqua, un Dunkard, un battista errante di nome Tobias Catchpole, che
venne a pregare circa tre anni prima con la madre di Oskar, grosso modo quando
il padre di Oskar è partito per la guerra. Lei disse che le aveva donato la
Luce. Una volta ricevuta la Luce, smise di parlare del padre di Oskar. Non fu
mai più menzionato il suo nome. Ora Tobias Catchpole ha il controllo totale
della casa dei Nellis. Ha buttato giù Oskar ed Ephas dal loro letto in soffitta.
Uccide polli e maiali per cena senza chiedere il permesso, senza condividerli
con i ragazzi. Ha venduto i vestiti del padre di Oskar ai passanti.
“Cosa fai?”, chiede il dio d’acqua: si abbassa i pantaloni, ha le anche pallide
e sporche, la scorreggia squittisce.
“Scrivo”, dice il ragazzo.
“Opera di Satana”, dice il dio d’acqua. “Chi ti ha insegnato?”. “Sir William
Johnson, signore, il nano”, dice Oskar. “I bambini andavano a scuola ma il nano
mi ha insegnato a scrivere prima che fossi abbastanza grande per la scuola”.
“Ti ha insegnato a scrivere col sangue?”, gli chiede il dio d’acqua.
“Nossignore. Non ho mai sentito parlare di quel metodo”.
“Probabilmente, ti stava fregando. Ti ha fatto firmare qualcosa?”.
“Mi ha addestrato a firmare con il mio nome”, risponde Oskar. “Ma solo sulla
corteccia di betulla”.
“Senza alcun dubbio hai firmato qualche patto diabolico con i selvaggi. C’erano
disegni sul rotolo?”
“A volte”.
“Dobbiamo portarti all’acqua. Dobbiamo lavarti e purificarti nell’acqua”, dice
il dio d’acqua.
*
Non c’era nessuno
Non c’era nessuno. Poi furono tutti. Silenti, come la luce del sole.
Nonna Hunsacker sedeva e canticchiava sulla sedia a dondolo, con i piedi sulla
padella. Giuro su Dio: continuò a canticchiare anche dopo che Dolce Vento le
spaccò il cranio, anche dopo che il cervello le sbocciò ovunque. Stava ancora
canticchiando e lui le sollevò i capelli e cominciò a scorticarle la fronte.
Mentre mio fratello Abiel tentava di sollevare un’obiezione, Tuono che Scalpita
gli segò lo stomaco con un coltello da caccia. Abiel si sedette sulla sedia
dallo schienale vertiginoso, quella che usava Papà, a capotavola, tenendosi le
budella nella camicia, tirando su col naso, a vaste zaffate. Philomela urlò agli
assassini, corse all’aperto, tenendosi la gonna. Uccello che Vola e Luce che si
Sbriciola, nient’altro che ragazzi, poco più grandi di Abiel, la fecero
inciampare nel porcile. Quando cercò di strisciare, le saltarono in groppa,
finché non le si spezzò la schiena.
Buttai Baby Orvis dalla finestra tuffandomi a capofitto dietro di lui, corremmo
verso il campo di grano dove mamma e zia Annie ammucchiavano i covoni. Gli unici
suoni che udivo erano la cantilena di nonna Hunsacker, i lamenti di Abiel, le
urla di Philomena. Mi voltai e vidi Tuono che Scalpita che mi fissava.
Tra me e la casa c’erano una mezza dozzina di alberi; mi diressi verso il covone
più vicino; mi rintanai lì con Baby Orvis. Philomena gemeva, mormorava “Mamma,
Mamma…”; Abiel rovesciò un urlo orribile. Non vedevo mamma e zia Annie,
probabilmente si erano date alla fuga.
Il piccolo Orvis cominciò a piangere. Dalla luce che filtrava dai covoni vidi
una specie di uovo d’oca, una specie di pugno blu che gli usciva dalla fronte,
dove aveva sbattuto, precipitando dalla finestra. Cercai di zittirlo – non servì
a nulla. Mi tirai giù la parte superiore della maglia e gli ficcai un capezzolo
in bocca, come avevo visto fare a mamma: anche se non avevo un petto degno di
nota, Orvis non se ne accorse, non lo voleva. La pula mi inceneriva le narici,
si insinuava sotto le vesti.
Caldo come febbre.
Sopra ogni cosa, là fuori – la fattoria e i campi, la natura selvaggia oltre le
recinzioni – era planato il silenzio.
“Ci farai uccidere”, sussurrai a Baby Orvis. Avevano ucciso il mio cane,
Romulus, pensai.
Baby Orvis lo hanno ucciso.
Uccello che Vola, indossando il grembiule di Philomena, lanciò Orvis in aria: lo
colpì con la baionetta otto o nove volte prima che Orvis smettesse di urlare.
Ero sdraiato tra le stoppie di grano, Dolce Vento mi teneva le mani. I capelli
di nonna Hunsacker pendevano dalla sua cintura, gocciolava sangue. il sangue di
Orvis piroettava verso il sole ogni volta che Uccello che Vola lo sollevava.
Rotolò su se stesso contro il cielo azzurro, torceva la testa, urlava, in un
groviglio di sangue e di azzurro. Benché non avesse ancora capelli degni di
nota, Uccello che Vola raspò il cranio di Orvis, infilò lo scalpo nella
cinghia.
Incrociammo mamma e zia Annie ai margini del bosco: erano sdraiate, le teste
mozze, mosche che si infilavano nei loro occhi sbarrati. Nonno Hunsacker era
appollaiato, illeso, su una roccia. Sedeva, le mani sulle ginocchia. Quando
Tuono che Scalpita lo chiamò, nonno Hunsacker si alzò, zoppicò verso di lui.
Tuono che Scalpita lo colpì con un moschetto. Poi si inginocchiò, cominciò a
fargli lo scalpo, tagliava come si raccolgono i cavoli.
Douglas Glover
*In copertina: Newell Convers Wyeth, Crows in Winter, 1941
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