Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,1-9)
Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di
mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal
sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù
amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo
dove l’hanno posto!».
Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro.
Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e
giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e
osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato
là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro
discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non
avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.
**
MARIA DI MAGDALA, QUESTO MI BASTA
Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di
mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal
sepolcro. (Gv 20,1)
> “Sarai in grado di riconoscere che il tuo spirito è pienamente risorto in
> Cristo se potrai dire con intima convinzione: «Se Gesù vive, questo mi
> basta!». Questa parola esprime davvero un attaccamento profondo e degno degli
> amici di Gesù. Com’è pura l’affezione che può dire: «Se Gesù vive, questo mi
> basta!». Se egli vive, io vivo, perché la mia anima è sospesa a lui, di più
> egli è la mia vita è tutto ciò ci cui ho bisogno. Che cosa mi può infatti
> mancare, se Gesù vive? Anzi mi manchi pure tutto il resto, questo a me non
> importa, purché Gesù viva… Se a lui piacesse anche che io mancassi a me
> stesso, a me basta che egli viva, fosse pure per se stesso. Quando l’amore del
> Cristo assorbe così totalmente il cuore dell’uomo, al punto che egli si
> trascuri e dimentichi se stesso e sia sensibile solo a Gesù Cristo e a quello
> che concerne Gesù Cristo, allora soltanto la carità è perfetta in lui”.
>
> (Guerrico d’Igny, Sermo in Pascha, I, 5; da Lectio Divina per la vita
> quotidiana vol 4, Queriniana, 2000)
Salpare con Maria di Magdala in quella notte che l’evangelista battezza come un
inizio (ma lei, ancora, non lo sa) non è così difficile. Quando il buio si
intona con le oscurità del cuore basta scegliere di abitare la tenebra, di
intonarsi al dramma. Non sappiamo cosa si muovesse davvero nel cuore della
Maddalena, sappiamo però cosa si muove nel nostro quando scegliamo di stare nel
buio, di adeguarci al lutto, di interpretare continuamente la parte della
vittima da dolore insanabile. Non è facile vivere nella pena ma almeno è
accettabile, per noi che sentiamo di aver trovato la giusta modalità di reazione
agli urti della vita, per la società che comunque comprende la scelta romantica
della macerazione nella fine di un amore. Di un sogno. Di un ideale. Quindi non
so dire con esattezza se trovare una pietra scostata dal sepolcro dei nostri
dolori, dei nostri fallimenti, dei nostri eterni dubbi esistenziali, possa
essere letta immediatamente come una buona notizia. Scompiglia il copione.
Costringe a rimettere tutto in gioco. Soprattutto obbliga a dover imparare una
grammatica nuova, diversa, inaccettabile. David Maria Turoldo scrisse in una sua
famosissima poesia dal titolo A stento il nulla queste parole:
> “No, credere a Pasqua non è
> giusta fede:
> troppo bello sei a Pasqua!
> Fede vera
> è al venerdì santo
> quando tu non c’eri
> lassù!…”
>
> (David Maria Turoldo, Canti ultimi, Garzanti, Milano 1991)
Poesia splendida che si conclude con quel maestoso “e a stento il Nulla dà forma
alla sua assenza”, eppure quell’inizio mi ha sempre bloccato, non l’ho mai
condiviso. Credo invece sia molto più facile credere in giorno di venerdì,
quando Lui tace (proprio perché Lui tace!) e tutto si gioca in una carne
martoriata ma visibile. È molto più facile stare in una fede impastata di buio,
con la speranza probabile di potere avere un cadavere a disposizione da adorare,
profumare, amare, trattenere. Quante vite si arenano romanticamente sul cadavere
idealizzato di quello che avremmo potuto essere togliendoci così l’imbarazzo di
andare per il mondo, come suggerisce Guerrico d’Igny a proclamare “Se Gesù vive,
questo mi basta!”. Nessun saggio si siederebbe ad ascoltare questo infantile
grido mistico, sui turbamenti della fede, sulle ombre che incrostano pensieri di
laici devoti; invece, è sempre molto più interessante adagiarsi. Siamo sempre
allo stesso punto. Per credere, per credere nella Resurrezione, bisogna perdere
se stessi, occorre avere un’anima “sospesa a lui”, dire che Dio “è la mia vita,
è tutto ciò di cui ho bisogno”, che siamo pronti a perdere noi stessi pur di non
perdere Lui. No, credere nella Resurrezione non è più facile rispetto a
scegliere di abitare eternamente il dubbio e il dolore. Credere a Pasqua è
trovare la forza di proclamare quella che sembra l’ingenuo sogno di un bambino.
Abitare la Resurrezione chiede la follia degli amanti, la pazzia dei mistici,
chiede di perdere la faccia. E lo sa bene l’apostolo Paolo:
> Quando sentirono parlare di risurrezione dei morti, alcuni lo deridevano,
> altri dicevano: “Su questo ti sentiremo un’altra volta”. Così Paolo si
> allontanò da loro.
>
> (Atti 17,32-33)
*
PIETRO, LA RESURREZIONE È UN LEGAME
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù
amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo
dove l’hanno posto!». (Gv 20,2)
> “Padre e Figlio (…) hanno vissuto tutta la passione intimamente uniti. Insieme
> hanno acconsentito alla morte di Gesù, dolorosa tanto per l’uno quanto per
> l’altro. Al cuore di quella morte, il Padre non abbandona il Figlio, e il
> Figlio stringe sempre la mano del Padre. Come cantava il salmo: il Padre non
> può abbandonarlo alla morte, né lasciare che il Figlio amato veda la
> corruzione (cf. Sal 16,10). E come ripeteranno continuamente gli apostoli nei
> loro primi discorsi sulla pasqua, è la destra di Dio che ha esaltato Gesù come
> principe e salvatore. colui che dona il perdono e la remissione dei peccati”.
>
> (André Louf, E Gesù disse: “Ma non capite ancora?”, Qiqajon, 2017)
Ma per fortuna Maria di Magdala corre, forse riesce a credere solo che il corpo
dell’amato sia stato rubato, però corre, chiede al suo di corpo di ritrovare
velocità, urgenza, concede allo smarrimento il dono di una relazione: cerca gli
amici. Maria di Magdala rintraccia qualcuno con cui entrare in dialogo. Non è
sfumatura di poco conto. Come non è indifferente che non sia solo Pietro ad
essere interpellato, con lui c’è anche l’altro discepolo. La Resurrezione si
comprende solo assumendo la logica dei legami, perché la Resurrezione è un
legame! Non l’intervento di un Dio che dall’alto irrompe nella storia per
correggere una traiettoria errata, non il colpo di teatro dell’Onnipotente a
sistemare il più grande e drammatico errore dell’umanità ma lo svelamento
dell’essenza profonda della vita di ogni uomo: il legame indissolubile con
Lui. Quello manifestato in Cristo in modo unico e perfetto. Gesù è il Dio che si
fa uomo per rendere visibile il legame eterno di Alleanza tra il Padre e il
Figlio, tra Creatore e creature. La Resurrezione svelata il mattino di Pasqua
con quel sepolcro oggettivamente vuoto (senza il quale non sarebbe stato
possibile per i discepoli iniziare un itinerario di conversione, di rilettura,
di comprensione!) accompagna i discepoli a ricordare e riconoscere quella
testimonianza cristallina che Cristo ha da sempre predicato nella sua carne, “il
Padre non abbandona il Figlio, e il Figlio stringe sempre la mano del Padre”.
La Resurrezione non è comprensibile se non nella rilettura esperienziale di un
Dio che non ha mai abbandonato il Figlio, di un Figlio che nella sua carne ha
reso visibile la presenza dell’Invisibile. La Resurrezione è comprensibile solo
tentando di seguire la domanda della Maddalena (“non sappiamo dove l’hanno
posto!”) ma provando a rispondere a partire dall’esperienza di vita condivisa
con il Maestro: Gesù non può che essere nel “luogo” dove è sempre stato: nel
seno del Padre. Se la Resurrezione fosse solo irruzione esterna, evento
dall’alto, il Risorto sarebbe apparso a tutti, invece la possibilità di accedere
alla logica della Resurrezione è possibile solo per chi abita la relazione con
Lui. Il Risorto appare solo ai suoi. Non può far altro, abitare il legame è la
dinamica insita alla comprensione della Resurrezione.
Si comincia già a intravedere quale sarà la logica futura, il tempo dello
Spirito Santo, l’esperienza di una promessa, Alleanza davvero definitiva: io
sono stato con voi, io sono con coi, io sarò sempre con voi. È questa l’unica
porta d’accesso per intuire l’Annuncio Pasquale che altro non è se non lo
svelamento del senso profondo della vita degli uomini. Siamo vivi per scegliere
di vivere nel Suo legame d’Amore. Relazione che diventa segno/simbolo visibile
in tutti quei tentativi d’amore che rendono viva la viva. La Resurrezione matura
in noi ogni volta che tentiamo di amare come Lui ci ha amato. Vangelo.
Maria Maddalena secondo Piero di Cosimo, 1490-95
*
L’ALTRO DISEPOLO E LA VELOCITA’ DELL’AMORE
Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro.
Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e
giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. (Gv
20,3-5)
> “Nella Chiesa l’amore va sempre più in fetta del ministero. Si accorge più in
> fretta di ciò che bisogna fare, si impegna sempre con generosità. Il
> ministero, anche quando si muove con la massima rapidità, non può raggiungere
> l’amore… L’amore consiste nella generosità; ed è in questa che è più rapido…
> Ma l’amore non è un folle che corre in modo insensato. Infatti entrambi
> corrono bene insieme. L’amore resta in giusto contatto con il ministero e a
> sua disposizione, ma è comunque lui che trascina”.
>
> (H. Urs von Balthasar, Adreinne von Speyr et sa mission théologique, Apostolat
> des éditione, Paris, 1976, pp.225-226; da Commento delle Letture dominicali,
> Edizioni Paoline, 1992)
Anche la corsa verso il sepolcro non è traiettoria individuale, corre Pietro e
corre l’altro discepolo, corre il magistero, secondo l’interpretazione di Von
Balthasar, e corre l’amore, ma l’amore è più rapido, meno appesantito, più
generoso. Eppure non entra nel sepolcro, aspetta. Mi sembra la descrizione di
tutti i nostri tentativi di vita, spesso goffi e dolorosi. Non penso
immediatamente al magistero come alla raccolta di leggi che governano la chiesa
istituzione, penso al dissidio che ognuno di noi si porta dentro. Penso a chi
corre rapido e tiene il passo dell’Amore, ma poi deve fermarsi, aspettare,
perché quell’amore se non prende carne, se non assume il magistero della
concretezza, se non si ordina in disciplinate regole è la dissoluzione in mille
fantasie, è la spiritualizzazione delle migliori intenzioni, è la gabbia dorata
degli indecisi, è la trincea dietro cui si difende chi ha paura del corpo. Penso
a chi, al contrario, non riesce più a contattare l’amore ed è imprigionato in
uno scialle di norme e di regole, di dogmi personali, di teorie inscalfibili che
impediscono di cedere, di credere davvero, di affidarsi. Penso a chi vorrebbe
amare e non ne ha più il coraggio, a chi non ne ha mai fatto piena esperienza
oppure a chi ci ha provato, e si è bruciato. Penso a chi non si fida della
concretezza del mondo, a chi trova sempre un motivo per non affidarsi a nessuna
istituzione perché qualsiasi istituzione non mai pura come l’idealizzazione
dell’amore. Penso che la corsa di Pietro e dell’altro discepolo ce la portiamo
dentro e non è mai risolta del tutto, e che fede sia stare nel doloroso
discernimento di tentare di far accedere nel sepolcro, a breve distanza, il
doppio approccio alla vita.
*
NEL SEPOLCRO L’ABISSO DI DIO
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e
osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato
là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. (Gv 20,6-7)
> “Se guardiamo a Gesù, possiamo credere che con la morte una vita non cade nel
> vuoto abisso dell’assurdità, ma nell’abisso di Dio”.
>
> (Karl Rahner, Che cos’è la risurrezione, Queriniana, 1987)
Non è così difficile credere sul Calvario. Credere nell’ennesimo profeta
incompreso, nel Maestro ucciso dal potere, nel romantico rivoluzionario immolato
dal sistema. Non è così difficile credere nemmeno se si assume lo sguardo del
centurione al Calvario, si può credere di credere in Dio accontentandosi di
adorare un uomo innocente che muore benedicendo. È già tantissimo, ma non è vera
fede. Vera fede non è intavolare un discorso sulla morte del maestro, quello lo
faranno pure i due di Emmaus, da subito, vera fede è tornare indietro, accettare
la morte, entrare nel sepolcro: personalmente! Magistero e Amore, i due
discepoli che ci abitano, devono morire. Un magistero che non muore per il
fratello non è evangelico. Un amore che non dà la vita per il nemico non è
amore. Non è questo l’abisso di Dio? Possiamo limitarci a teorizzare sull’abisso
oppure decidere che non ha senso nulla di noi se non varchiamo la soglia del
sepolcro. Quel passaggio è saggezza o assurdità? Perdere la vita è pienezza o
penosa follia? Entrare nel sepolcro è lasciare che la parete del seme si incrini
per incarnare primavera o è una pietosa fuga da quel mondo che sentiamo
inospitale? Non esiste risposta teorica, preventiva, esiste un legame,
personale, con il Vivente. Esiste la possibilità di accogliere la risposta:
«Entrando da lei, disse: “Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te”» (Lc
1,27), sono le parole dell’Angelo a Maria, lo Spirito entra nel Sepolcro della
carne, Annunciazione, Incarnazione, Resurrezione: questo il movimento della fede
di Dio nell’uomo.
William Blake, Le tre Marie al sepolcro, 1800
*
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e
vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli
doveva risorgere dai morti. (Gv 20, 7-9)
> “Senza sminuire dunque la suprema e incommensurabile serietà della morte, la
> esatta linea di demarcazione tra la vita e la morte non gioca quel ruolo unico
> ed esclusivo che spesso le accordiamo (o forse le accordavamo?). Molto più
> importante è invece la questione se la comunione con Dio permane in tutte le
> situazioni della vita e nella morte. Non alcun effetto liberatorio una
> qualsiasi dottrina sulla resurrezione, bensì l’esperienza della risposta di
> Dio: «Io sono sempre con te!»”.
>
> (Karl Lehmann, Gesù Cristo è risorto, Queriniana, 1988)
Solo da dentro il sepolcro si può vedere e credere, immersi in un Vuoto
ordinato, spazio dove la morte ha appena finito di sistemare bende e sudario,
morte che offre il suo volto fecondo e doloroso; la vita non è altro che il
travaglio verso un passaggio, è un parto, una Pasqua. Non si sminuisce il
dolore, non si svuota ingenuamente il dramma, non si disarma la paura, ma ha
ragione Lehmann, fossilizzarsi sul confine non ci aiuta a comprendere. Non ha
senso chiedersi “cosa ci sarà dopo”, pontificare che “nessuno è mai tornato!”,
andato dove? Tornato da dove? Incomprensibile la Resurrezione se non si è in
comunione con il Vivente qui e ora. È la comunione con lui, quella sperimentata
dai discepoli in continuità con tutta la Scrittura (ecco perché solo a Scrittura
compresa iniziarono a credere), quella che avevano sperimentato con Lui e che
ora si illuminava del senso più vero e profondo, ed è così che nascono i
Vangeli, non cronache ma traiettorie offerte per entrare in comunione con il
Vivente, per farne esperienza. Solo così, cercando continuamente la Comunione
con il Risorto, in una vita spirituale insieme leggera (non tutto dipende da
noi) ma anche frutto di disciplina ferrea (la lotta con il mondo non è uno
scherzo), solo così il Sacro non rimarrà spazio di fuga dalla realtà ma luogo
concreto di comunione, ingresso nella verità di ogni vita, intimità con l’Eterno
già qui, già ora.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
In copertina: dettaglio dalla Deposizione di Cristo di Rogier van der Weyden,
1435 ca.
L'articolo Se egli vive, io vivo. Intimità con l’Eterno, già qui, già ora
proviene da Pangea.
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> “Gesù parla al presente: «Io sono la resurrezione e la vita». Non si tratta
> allora di rimuovere la prospettiva della morte, ma di integrarla nella
> prospettiva della resurrezione”.
>
> (Luigi Pozzoli, Dio il grande seduttore, Edizioni Paoline, 1998)
Lazzaro e il dominio della carne
“Fratelli, quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a
Dio”. (Romani 8,8)
In quel tempo, un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua
sorella, era malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli
asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle
mandarono dunque a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato».
All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per
la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga
glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era
malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. (Gv 11,1-8)
> “Per san Paolo «la carne» designa il mondo umano segnato dal peccato, il mondo
> sotto il giogo della morte. «Lo spirito», invece, evoca il mondo divino, nel
> quale l’umanità è assunta dal Cristo e il mondo spirituale generato da Dio
> nella resurrezione di Gesù. «La carne» è l’uomo, corpo e anima, che si
> rinchiude su se stesso e il suo peccato. «Lo spirito» è una forza di vita
> nuova data al credente dallo Spirito del Cristo Risorto”.
>
> (Robert Gantoy e Romain Swaeles, Commento delle letture domenicali, Edizioni
> Paoline 1993)
Lazzaro, l’amico di Gesù, muore. È solo la vita che accade, la vita che
trasforma continuamente ogni nostro villaggio in una Betania, in una “casa della
povertà” o “casa dell’afflizione”. È la vita che appare come una malattia, è lo
scorrere degli eventi che inciampano inevitabilmente nello scandalo della fine.
Siamo uomini e donne a respiro limitato, a tempo definito, la malattia del
vivere chiama a sé la morte dal nostro primo vagito ma, quando si presenta,
qualcosa di profondo in noi, comunque, si frantuma. Anche se l’aspettavamo. E
questo scandalo, questo sentimento di profonda ingiustizia non è da
sottovalutare.
Certo, è solo la vita che accade e che, accadendo, sfocia inevitabilmente nella
disgregazione degli affetti, allontana Marta, Maria, Lazzaro e Gesù, si prende
gioco dei loro tentativi patetici di fraternità spazzandoli via. La vita finisce
inevitabilmente in morte, morte capace di soffocare il profumo, perfino quello
versato sui piedi del Maestro, il tanfo del cadavere ride delle cosmesi
umane. La vita che accade, da sempre, e scende a cibarsi dei resti della nostra
umanità.
Ma Cristo interviene esattamente lì. Nel cuore dello scandalo. E la prima cosa
che decide di fare davanti alla morte è: niente. Rimane immobile per due giorni,
quasi ad anticipare la sua di morte, quella sua attesa nel sepolcro in attesa
del terzo giorno della resurrezione. Non si muove, scegliendo di mettersi in
dialogo con il dramma della fine, del dolore. Gesù, inizialmente, tace, muore,
perché sulla morte non puoi dire nulla di sensato se non la assumi,
paradossalmente, se non la vivi.
Poi, con Lazzaro, sarà il susseguirsi di una maestosa liturgia ad anticipare,
per certi versi la sua passione, gesti e parole a sfidare la morte, a
smascherarla, a mostrare che non siamo fatti per stare sotto il dominio della
carne, come dice Paolo. Questa è la sfida: lasciarsi dominare dalla morte, che
pare avere sempre l’ultima parola, o scegliere di inchinarsi a un altro dominio?
L’essere spirituale si decide qui. Siamo nati per lasciarci abitare dalla forza
di una vita nuova, la forza dello Spirito del Cristo Risorto ma, forse, ne
abbiamo smarrito il senso, non abbiamo la grammatica, non abbiamo la liturgia,
siamo figli di celebrazioni troppo orizzontali, di attese troppo terrene, non ci
sentiamo più figli del Cielo in terra, abbiamo separato un mondo che chiedeva di
essere abitato nella sua trasfigurata pienezza, è questo il vero dramma. Non la
morte in sé ma il fatto che non riusciamo più ad interpretarla come un
passaggio all’interno di una comunione ininterrotta tra noi e l’Eterno, già qui,
ora, adesso e… nell’ora della nostra morte. Ci sembra impossibile che la vita
proceda di nascita in nascita (e quindi di morte in morte) verso il parto
definitivo. Ogni cosa conduce al Padre, tutto è una Pasqua. Senza questa
consapevolezza non resta che arrendersi al dominio della morte.
“Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». I discepoli gli dissero:
«Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». Gesù
rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non
inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa,
perché la luce non è in lui». Disse queste cose e poi soggiunse loro: «Lazzaro,
il nostro amico, s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo». Gli dissero allora
i discepoli: «Signore, se si è addormentato, si salverà». Gesù aveva parlato
della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno.
Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi
di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!». Allora
Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a
morire con lui!»”. (Gv 11,9-16)
Gesù si mette in cammino verso la Giudea, evidente richiamo alla morte che lo
attende, Gesù accetta il rischio mortale, sceglie di perdersi, lui il seme che
non può dare frutto se non nella consegna di sé, I discepoli lo comprendono
subito, il rischio è totale, hanno paura, ma in Cristo è chiaro, per comprendere
la vita la vita devi perderla, questo ripete in ogni sfumatura del suo agire tra
gli uomini.
Jan Lievens, La resurrezione di Lazzaro, 1631
Questo ripete a noi, anche oggi. Il discorso sulla morte non può limitarsi a un
pensiero. Non si possono dire delle cose sensate sull’esperienza del
morire, occorre imparare a morire da subito, morire al mondo, morire a se
stessi, morire ai propri sogni e ai propri incubi, morire per comprendere. Gesù
infatti non esercita un miracolo a distanza, il suo movimento dice che occorre
affondare nell’esperienza della morte, occorre lasciarsi coinvolgere, bisogna
compromettersi per essere credibili.
Certo, con Lazzaro si limiterà a svuotare una tomba, ma non siamo ancora alla
fine, quello che Cristo fa è atto simbolico, come a liberare il suo di posto tra
i sepolcri, la parola definitiva emergerà quando lui stesso entrerà in una
tomba.
Nessuna risposta plausibile rispetto al dolore della morte se non si accetta di
morire, solo chi accetta di scendere fino agli inferi può essere credibile
messaggero di Resurrezione. La mortificazione della vita non può essere letta
come la somma di atteggiamenti depressivi, come il perpetuarsi di una poco
evangelica dottrina del sacrificio, non è questo, mortificarsi in vita, qui ed
ora, scegliere il deserto, la povertà, la fame, è abitare il limite della vita
perché in quel confine, e solo lì, posso fare esperienza dell’Eterno.
Beatitudini. Ci si mortifica per vivere. Ci si annienta per amore. Si prende la
croce per incontrarlo. Il seme muore per sbocciare in dolcezza di frutto.
> “Al termine dei primi sedici versetti, il lettore ha compreso che il miracolo
> avverrà, non soltanto a motivo dell’amore di Gesù per i suoi amici, ma per
> manifestare la gloria di Dio e suscitare la fede in Colui che affronta la
> morte: egli ha il potere di deporre la sua vita e il potere di riprenderla per
> comunicarla agli uomini”.
>
> (Xavier Léon-Dufour, Lettura dell’evangelo secondo Giovanni, Edizioni Paoline,
> 1992)
Gesù non cammina incontro alla morte, non cammina semplicemente incontro alla
sua fine, da sempre e per sempre il suo sarà un cammino verso la vita, “e io
sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate”, è Tommaso
a non avere ancora compreso nulla, è il nostro gemello che si accontenta di
credere solo nella carne, siamo noi a pensare di essere chiamati a morire con
Cristo, perché sarebbe una fine romantica, perché nel confronto con il mondo
sarebbe molto più semplice condividere la fede in un ideale per cui dare la vita
che farsi prendere in giro su una speranza che pare ingenua e infantile.
> “Quando sentirono parlare di risurrezione di morti, alcuni lo deridevano,
> altri dissero: «Ti sentiremo su questo un’altra volta»”.
>
> (Atti 17,32)
Si segue Cristo, che è la luce, per non inciampare nella dissoluzione, si segue
Cristo che è la luce della Trasfigurazione per non scivolare sotto il dominio
della morte, si segue Cristo perché lui ha vinto il dominio della carne, si
segue Cristo per imparare a credere. Per imparare a non deridere la speranza.
*
Marta
La resurrezione già ora
Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento
che lo Spirito di Dio abita in voi. (Romani 8,9)
“Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro.
Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri e molti Giudei erano
venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. Marta dunque, come udì che
veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a
Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche
ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le
disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella
risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la
vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non
morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu
sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo»”. (Gv 11,17-27)
> “Gesù è la resurrezione e la vita: vita nuova, vita divina, vita che si
> comunica. Chi crede in lui riceve, per mezzo della fede, questa vita nuova,
> che continua anche dopo la morte. E noi sappiamo che i nostri defunti vivono
> in comunione con Dio anche dopo la morte”.
>
> (Albert Vanhoye, Le letture bibliche delle domeniche, edizioni Apostolato
> della Preghiera, 2004)
Marta è ancora sotto il dominio della carne, ancora non si è lasciata
attraversare dalla lama luminosa del Risorto. Lazzaro è nel sepolcro, cattedrale
inespugnabile, fortezza sacra della fede nelle evidenze della vita. Attorno alla
morte la struggente danza liturgica della consolazione. Con-solare, solitudini
che si aggregano e si moltiplicano, solitudini che rafforzano la domanda che la
morte riporta sempre alla luce: perché nascere se poi bisogna morire? Perché
amare se si deve soffrire? Marta però, al contrario di Maria che rimane
schiacciata dal lutto, si alza. Un gioco di contrasti, come tutta questa pagina
di Vangelo, una danza di opposti (profumo/odore, stare/andare, morte/vita…).
L’atteggiamento di Marta è evocativo, è leggera mentre si alza, mentre decide di
lasciare il peso del lutto a terra, Marta è già carica di speranza quando si
muove incontro a Cristo, c’è già in lei l’indizio di come il credente sia
chiamato a interpretare la vita: risollevandosi, lasciandosi risorgere. In ogni
evento, in ogni situazione, anche la più dolorosa, alzarsi incontro alla vita
perché si sente che Cristo continua a venirci incontro. Perché la Resurrezione è
questo, non un divino colpo di teatro a sistemare le cose, a umiliare la morte,
non la rivincita a rimettere in sesto la vita ma l’esperienza che la fedeltà di
Dio, la sua Alleanza giurata all’uomo, non viene mai meno, mai! Nemmeno e
soprattutto nel cuore della morte. La vita è Lui che ci viene incontro dentro la
vita. E ci chiama. Disperazione è credere che le esperienze siano vuote. È non
sentire lo Spirito che abita le cose.
Marta ha certo una speranza ma una speranza imperfetta: ipotizza una soluzione
ma solo futura, una resurrezione finale, alla fine dei tempi, non qui, non ora.
Lazzaro sarà invece il segno di questa resurrezione vicina. Tornando in vita
decreterà per sempre che la Resurrezione inizia qui ed ora. E che siamo vivi
solo per imparare a riconoscerla. A riconoscere il divino nella carne, a vivere
sotto il dominio dell’Eterno. Cristo è il testimone della vita abitata dallo
Spirito. Proprio perché lo Spirito già abita in noi, qui, ora, adesso, come dice
Paolo ai Romani, proprio per questo Spirito Eterno che è Dio e che danza nelle
nostre carni, proprio per questo anche la malattia porta, come ogni cosa, a Lui.
Tutto porta all’Eterno. Il credente riconosce e libera l’Eterno già presente nel
tempo.
> “Senza sminuire dunque la suprema e incommensurabile serietà della morte, la
> esatta linea di demarcazione tra la vita e la morte non gioca quel ruolo unico
> ed esclusivo che spesso le accordiamo (o forse le accordavamo?). Molto più
> importante è invece la questione se la comunione con Dio permane in tutte le
> situazioni della vita e della morte”.
>
> (Karl Lehmann, Gesù Cristo è risorto, Queriniana 1988)
Peter Paul Rubens (bottega), La resurrezione di Lazzaro, 1625 ca.
*
I Giudei e Maria
Non poteva far sì che non morisse?
Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo non gli appartiene (Romani 8,9)
“Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le
disse: «Il Maestro è qui e ti chiama». Udito questo, ella si alzò subito e andò
da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta
gli era andata incontro. Allora i Giudei, che erano in casa con lei a
consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che
andasse a piangere al sepolcro. Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena
lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio
fratello non sarebbe morto!». Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere
anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto
turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a
vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo
amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non
poteva anche far sì che costui non morisse?»”. (Gv 11,28-37)
> “E invece, lui è sempre “qui”. È il Dio-con-noi per sempre. E il suo
> misterioso ritardo alla nostra supplica rivela un accorrere essenziale e un
> arrivare essenziale dentro il nostro dolore: non deve “venire”, perché non ha
> mai smesso di essere presente…”
>
> (Adelaide Anzani Colombo, Per fede, per amore, Casale Monferrato, 1995)
Anche Maria si alza, chiamata, come fosse una vocazione, come per i primi
discepoli in riva a lago, come sarà per Maria davanti al sepolcro, come per noi,
che se non sentiamo il nostro nome pronunciato dalle sue labbra mai potremo
affidarci. Mai potremo credergli. Anche i giudei la seguono, Maria si getta ai
piedi di Gesù ma le sue parole sono abitate solo dalla morte. Diventano una
sorta di accusa e sembrano iniziare quella scomposta ribellione alla nostra idea
del divino: “dove sei Dio quando il mondo soffre?”. Ancora un contrasto: la
morte contrapposta a Dio, la morte è presente perché Dio è assente, ancora un
drammatico gioco degli opposti. Quando non riconosciamo lo Spirito di Cristo in
noi accade esattamente questo, la diabolica opposizione, l’incapacità di sentire
il Suo respiro anche nel cuore della morte. Si crede nel potere ineluttabile
dei sepolcri. Ci si lascia convincere dalle apparenze.
Ma Cristo sa che del dolore occorre avere rispetto, che le lacrime sono sacre,
che non serve spiegare nulla e che nulla può essere spiegato quando un cuore è
affranto. Così mentre i giudei si limitano ad alimentare un coro che puzza di
recriminazione, quasi a cercare un colpevole (“non poteva far sì che costui non
morisse?”) Cristo, invece, piange con Maria. Per trovare Cristo nella morte,
vertice dei nostri cammini di fede, occorre averlo trovato nella gioia e nel
dolore, nella fraternità e nelle lacrime. Si crede per frequentazione intima.
> “Si è quindi autorizzati a concludere che la desolazione di Maria che egli
> amava e l’osservazione dei giudei (…) pongono Gesù di fronte alla realtà della
> morte, non soltanto quella di Lazzaro, ma la sua, ormai imminente, secondo
> l’orientamento del racconto. E Gesù reagisce con una lotta interiore. (…) le
> lacrime silenziose di Gesù provengono dall’amore del Padre che attraverso di
> lui giunge ai discepoli (15,9); sono le lacrime di Dio dinnanzi alla morte che
> separa gli esseri. Al tempo stesso, sono lacrime di Colui che deve
> acconsentire alla prova”.
>
> (Xavier Léon-Dufour, Lettura dell’evangelo secondo Giovanni, Edizioni Paoline,
> 1992)
*
Cattivo odore
Ora, se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è
vita per la giustizia. (Romani 8,10)
Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era
una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la
pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo
odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se
crederai, vedrai la gloria di Dio?». (Gv 11, 38-40)
Una grotta e una pietra a sigillare due mondi che non si vogliono comunicanti.
La morte puzza, la morte manda cattivo odore ma Cristo, ancora commosso, non ha
paura. Non ha paura di far rotolare via la pietra, gesto che sarà divino quando
il corpo da liberare sarà il suo, un Cristo commosso che si oppone a Marta e che
le indica la via per decifrare la realtà delle cose: solo chi crede, vede. Non è
il contrario, non è la visione a portare alla fede ma è la fede a regalare la
vera visione delle cose. Solo se credi vedrai la gloria di Dio, solo chi crede
che il corpo, anche il nostro corpo, è già morto al peccato può vedere lo
Spirito. Spirito che è vita. Se crediamo in Cristo, se sentiamo che siamo
creduti da lui, se la nostra vita spirituale è davvero una relazione viva
riusciremo anche noi a vedere la gloria di Dio, la sua luce, la sua presenza, in
ogni carne, anche in quelle fasciate dalla morte. Anche in Lazzaro.
Henry Ossawa Tanner, La resurrezione di Lazzaro, 1896
*
Padre
Liberatelo lasciatelo andare
E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui
che ha resuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali
per mezzo del suo Spirito che abita in voi. (Romani 8,11)
“Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo
grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho
detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato».
Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi
e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro:
«Liberàtelo e lasciàtelo andare». Molti dei Giudei che erano venuti da Maria,
alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui”. (Gv 11, 41-45)
Tolsero la pietra e Gesù alzò gli occhi, non più distanza tra vita e morte, tra
cielo e terra, lo Spirito di Dio ad abitare in noi e la vita ad essere liberata
e lasciata andare. Perché di questo abbiamo davvero bisogno, di essere liberati.
Si crede per essere finalmente liberi. Liberi anche dalle bende che opprimono la
nostra umanità. Sono lacci che si sciolgono, è Isacco non più ostaggio di
Abramo. È il paralitico che trova strada, è il cuore che ritrova la capacità
d’amare, è il peccatore che ritrova perdono, è la vita umana, la nostra vita,
che torna a essere quello per cui è stata creata: un passaggio, una Pasqua verso
l’Eterno, è il figlio che ci credeva perduto che torna al Padre. Questa è la
libertà, passare dal dominio della carne al dominio dello Spirito. È sentirsi
abitati dallo Spirito di Dio, che proprio perché ha risuscitato Gesù dai morti
continua a risorgere la vita.
“Lasciatelo andare”, lasciamola tornare a casa questa nostra povera vita che,
per paura, per mancanza di intimità con il Vivente, si aggrappa al bordo del
visibile, lasciamola andare dove deve andare questa nostra vita così impaurita
da convincersi che sia nata per razzolare e non per spiccare il volo. Lasciamola
andare questa nostra storia che ha dimenticato di essere in Esodo e che, invece,
pretende di mettere radici nella terra. Siamo fatti per essere assunti in Cielo,
Lazzaro liberato è lasciato andare ma non solo verso i suoi affetti di sempre
ma, finalmente, in cammino verso il suo vero approdo. Lo Spirito di Dio, che ha
risuscitato Cristo dai morti, abita in noi: perché continuare a opporre
resistenza?
> “«Padre, ti ringrazio d’avermi ascoltato» (11,41): Cristo ringrazia il Padre
> non soltanto per Lazzaro, ma per la vita di tutti. (…) Egli vide in questo
> miracolo di Lazzaro un certo tipo della resurrezione universale del genere
> umano, e ciò che è accaduto in un uomo soltanto stabilì che fosse una
> splendida immagine dell’universale e del tutto. Crediamo, infatti, che quando
> egli verrà giudice sarà un forte suono della tromba a ordinare ai morti di
> risorgere (cfr. 1 Cor 15, 52)”.
>
> (Cirillo di Alessandria, Commento al Vangelo di Giovanni, 11,38-43)
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
*In copertina: Giotto, La resurrezione di Lazzaro, 1303-1305, Cappella degli
Scrovegni, Padova
L'articolo Siamo fatti per essere assunti in Cielo. La resurrezione di Lazzaro o
del nostro rapporto con la morte proviene da Pangea.