L’opera poetica finora nota di Cristina Campo (uno degli pseudonimi di Vittoria
Guerrini) consta complessivamente di una trentina di testi. Nonostante
l’esiguità numerica, il valore di questi componimenti forma un corpus
fondamentale nel panorama poetico italiano del Novecento, anzi è uno dei
pochissimi dotati di statura europea, capace di oltrepassare i confini talvolta
angusti della poesia italiana. Numero ridotto, e tuttavia sufficiente a compiere
integralmente una vocazione poetica, com’è accaduto per Dino Campana o,
addirittura, per Scipione autore di poesia. Di tale importanza la critica
italiana si è accorta soltanto dopo la morte dell’autrice, segno di una carenza
di categorie necessarie a comprenderla: la prima edizione completa delle sue
poesie risale infatti solo al 1991. Gli anni Settanta, in cui imperversano da un
lato la poesia sperimentale, dall’altro il ritorno alla prosa e i primi
tentativi neo-orfici, non disponevano certo degli strumenti adatti per cogliere
l’opera della Campo.
La sua presenza dimostra che non è la sua poesia a essere estranea alla
tradizione italiana; piuttosto è la tradizione italiana a risultare estranea a
sé stessa. I temi e lo stile di Cristina Campo, così elevati e austeri, segnati
da un anelito costante alla perfezione, fanno anzi rivivere il meglio della
nostra tradizione culturale, poetica, religiosa e civile: proprio ciò che la
letteratura italiana, da quegli anni fino a oggi, va progressivamente
perdendo. Durante una delle rare interviste concesse, alla domanda sullo stato
della civiltà occidentale, Cristina Campo risponde infatti che tale civiltà non
esiste più. Si tratta, in primo luogo, di “una concezione sacrale del linguaggio
in Italia praticamente inaudita”, come afferma Massimo Morasso, che così colloca
la poetessa nel contesto del suo tempo:
> “In una prospettiva storiografica, che sfioro solamente, esaudire una così
> ‘folle’ ambizione, lasciare anche pochissimi testi a testimonianza di questa
> conversione dello sguardo, del respiro, e, dunque, della voce, ha significato
> compiere un autentico salto mortale al di là del diabolico restringimento
> storico del mandato poetico portato a compimento in Italia dalla cosiddetta
> neo-avanguardia”.
La “conversione dello sguardo” di cui si parla è anche conversione
poetica. L’unica raccolta pubblicata dall’autrice è infatti Passo d’addio del
1956, che è insieme esordio e commiato: attraverso l’addio all’amore, alla
stagione giovanile delle passioni sentimentali e delle illusioni esistenziali,
l’opera (undici componimenti in tutto) costituisce un vero e proprio congedo
dalla poesia come espressione dell’io, cioè di uno sguardo modernamente
individuale. Anche sul piano stilistico Campo intende abbandonare la preziosità
della lingua, che considerava “oreficeria”, in favore di una forma più
perfettamente essenziale e aderente al senso espresso. Il rinnovamento
stilistico riflette così quello interiore, orientato alla rinuncia al sé in
direzione di una attenzione assoluta, che costituisce il nucleo più profondo
della poetica di Cristina Campo. Ciò nonostante, basterebbero quei testi a
rivelarne la stoffa di grande poeta: potrebbe valere per Campo quello che Sergej
Averincev afferma per Osip Mandel’štam:
> “È molto difficile da qualche parte una tale combinazione tra la psicologia
> immatura di un giovane […] e una così perfetta maturità nell’osservazione e
> descrizione poetica proprio di quella stessa psicologia”.
L’accostamento tra i due poeti non stride affatto: per entrambi si può ad
esempio parlare fin dall’esordio di solennità ed elevatezza di tono, da ode, che
non ha nulla di patetico né romantico, privilegiando tutt’e due la fusione
costante tra passione e ragione, che non li abbandona mai. Solennità che in
Campo, come vedremo, giungerà alla fusione dell’idea di poesia con quella di
liturgia.
Negli anni Cinquanta compaiono in rivista pochissime poesie, prima di un lungo
silenzio poetico che si interrompe solo sulla soglia degli anni Settanta: le due
poesie che segnano la cesura tra il primo e il secondo periodo campiano sono La
tigre assenza e Missa romana del 1969. È subito evidente che una nuova fase ha
avuto inizio, non solo per l’autrice, ma per l’intera poesia italiana. Il primo
testo è un lampo che si accende tra due oscurità. Dedicato alla morte dei
genitori (reca la dedica latina e funebre, già liturgica: pro patre et madre),
si apre con un’esclamazione di lamento per ciò che è già accaduto, che
riecheggia quella posta da Dante all’inizio della Commedia per esprimere lo
smarrimento nella selva oscura: “Ahi quanto a dir qual era è cosa dura…”. Così
Campo:
> “Ahi che la Tigre,
> la Tigre Assenza,
> o amati,
> ha tutto divorato
> di questo volto rivolto
> a voi!…”.
Compare già qui la fisicità, anzi una vera carnalità, che attraversa la sua
poesia: la tigre-assenza ha divorato “questo volto”. Procedendo con la stessa
concretezza, la poesia si fa poi preghiera, a supplicare che l’assenza non
divori la bocca, “pura” perché è la parte del corpo che pronuncia la preghiera:
> “La bocca sola
> pura
> prega ancora
> voi: di pregare ancora
> perché la Tigre,
> la Tigre Assenza,
> o amati,
> non divori la bocca
> e la preghiera…”.
I puntini di sospensione indicano anche graficamente come la poesia si apra
verso qualcosa di non detto, così come l’esclamazione iniziale sembra provenire
da uno spazio allo stesso modo ineffabile, quello della morte.
Va notata un’altra novità nella poesia dell’autrice: parallelamente al percorso
di svuotamento dell’io – percorso in cui questo testo si colloca esattamente nel
guado – le parole, in un contro-movimento, tendono sempre meno ad attingere a
campi semantici personali o a spiegazioni legate all’esperienza individuale, per
rivolgersi invece alla loro storia e alla tradizione. La paura della tigre, ad
esempio, ha radici antiche, quasi araldiche: essa è un’immagine-emblema
ricorrente nella tradizione letteraria di numerose culture. Allo stesso modo la
bocca è pura sia perché esprime la preghiera, sia perché deve esserlo per
accogliere l’eucaristia, il corpo di Dio. Si tratta di un’immagine proveniente
dalla poesia sacra antica, ad esempio dal poeta Efrem Siro, che la codifica fin
dai primi secoli cristiani e di cui Campo affronta la traduzione di una
splendida poesia sulla luce. Anche le ferite sono bocche, del resto, come
afferma un’altra traduzione da Richard Crashaw, approntata per un’antologia dei
mistici curata dalla Campo: “O vigili ferite!/ Son bocche? Sono occhi?/ Sian
bocche, siano occhi,/ ogni parte che sanguina provvede a qualche parte”.
E inoltre scrive in Diario bizantino:
> “Ma le nostre bocche mai svezzate
> in eterno grondanti la purpurea
> gloria ciecamente donata
> e ciecamente ricevuta”.
Missa romana è un poemetto in tre parti e undici strofe, scritto in un’epoca in
cui Cristina Campo considerava l’abbandono del latino nella liturgia cattolica
come un tradimento della Chiesa modernista nei confronti della sacralità stessa
della liturgia. È un testo di straordinaria intensità, al cui centro si trova la
figura di Cristo che “più inerme del giglio/ nel luminoso/ sudario/ sale il
Calvario/ teologale”. Torna anche qui la carnalità traboccante di immagini crude
e fisiche, ma insieme soavi e luminose.
Si è parlato giustamente, per la Campo, di sensibilità barocca, di una visione e
di un pensiero sull’evidenza del sacro accostabili a quelli della Controriforma,
sensibilità rinvenibile pure, ad esempio, in Giorgio Vigolo. Quell’evento
storico è giudicato positivo e benefico dall’autrice, ancora una volta in
assoluta controtendenza rispetto alla cultura italiana dominante, per la quale
il Concilio di Trento – che tenne la riforma luterana ben al di là delle Alpi –
rappresenta ancora un episodio oscurantista della nostra storia politica e
religiosa. In questo testo Dio sembra configurarsi come un ossimoro, così come
la Parola di Dio è altrove definita una lama a doppio taglio: da una parte
“terribili venti”, “sacre piaghe”, “ossame di martiri” e una fitta serie di
immagini che compongono una vasta scena di supplizio, quella di Dio, della
parola e della lingua sacra, della tradizione. Eppure, dice la poesia, “Non si
può nascere ma/ si può restare/ innocenti” anche nella catastrofe, così che la
strofa ribadita alla fine e riconvertita a chiudere il componimento afferma:
“Non si può nascere ma/ si può morire/ innocenti”.
Gli ultimi testi della vita di Cristina Campo, quelli degli anni Settanta, la
purificano definitivamente nella sua radicale originalità. Si tratta di Diario
bizantino, Nobilissimi ierei, Mattutino del venerdì santo, Monaci alle
icone, Canone IV e Ràdonitza (annuncio della Pasqua ai morti): sei testi che
appartengono ai vertici della poesia europea del Novecento, di ardua
comprensione e di altissima misura e ispirazione. Nella sua ricerca, Cristina
Campo giunge a identificare la lingua della poesia con quella della liturgia.
Scrivere non è ormai più un’occupazione artistica, ma una vocazione alla
preghiera. Per questo lo stile, la sintassi e perfino il lessico si conformano a
quelli della sacra Scrittura, dell’Antico e del Nuovo Testamento, dell’innologia
e dei salmi. Non si tratta, del resto, di un caso isolato: Antonio Sichera ha
mostrato, ad esempio, che le estreme poesie di Cesare Pavese, quelle di Verrà la
morte e avrà i tuoi occhi, ricorrono a un ritmo e a un lessico innologico
nell’epoca della sua vita in cui egli si avvicina al sacro attraverso il mito.
Diario bizantino è un poema in quattro canti il cui incipit, ripetuto altre due
volte a dividere le strofe, è diventato esemplare quasi come autoritratto della
poetessa: “Due mondi – e io vengo dall’altro”. In esso si ricerca la soglia che
permetta all’invisibile, centro della sua fede, di affiorare nel visibile.
Questa soglia è descritta ancora come “taglio vivente”:
> “La soglia, qui, non è tra mondo e mondo
> né tra anima e corpo,
> è il taglio vivente ed efficace
> più affilato della duplice lama
> che affonda
> sino alla separazione
> dell’anima veemente dallo spirito delicato”.
Visibile e invisibile si misurano dunque nello stesso spazio umano.
Il Diario è un inno ai cinque sensi, intesi come le porte attraverso cui
l’invisibile può transitare. Da qui la valorizzazione delle liturgie cristiane
“non nostre”, non ancora volgarizzate nelle traduzioni o semplificate nella
riduzione dei gesti, e quindi preservate nella loro sacralità simbolica e nella
preziosità degli elementi che le compongono, custodi di una sensibilità
religiosa nient’affatto disincarnata e, alla fine, astratta, com’è avvenuto
invece nella tradizione occidentale. Sono le liturgie rimaste fedeli a sé
stesse: bizantina, etiopica, caldaica, armena.
Il poema le richiama costantemente, soprattutto attraverso l’esperienza
sensoriale. Vi risuonano i cimbali e i sistri degli armeni e degli etiopici; si
diffonde il profumo del myron armeno (“myron effuso è il Tuo nome!”) insieme
alle fragranze liturgiche, talvolta addirittura imperiali; la fusione tra
preghiera e poesia richiama la lingua della liturgia caldaica, la stessa di
Gesù, che compose il Padre Nostro come una poesia — nell’originale infatti buona
parte del testo è in rima — così come sono in versi i momenti di più alta
intensità semantica del vangelo, come le Beatitudini o il Magnificat. Frasi
stesse delle liturgie sono riportate letteralmente nel Diario, fondendosi
perfettamente con il tessuto del poema. D’altronde, per Cristina Campo, “tutta
l’arte viene da lì”.
Un elemento particolare assume in queste poesie un significato profondo
attraverso la fusione di immagine e gesto: l’icona. In Monaci alle icone il
tenero bacio finale, che nel giovane Gregorio trascende sé stesso, è carico di
un’umanità concreta, che quasi richiama le modalità delle prime poesie campiane
sull’amore: “e il lentissimo bacio a occhi chiusi, dopo il lunghissimo sguardo,
/ non è più bacio a un’icone non è più bacio a un’icone”. Canone IV, testo
fondamentale di questa poetica in cui numerosi motivi trovano sintesi, si apre
narrando come Dio, “il Tremendo”, si sia trasfuso nelle immagini delle icone:
> Il Tremendo, conoscendone l’animo
> pieghevole come il salice al vento dell’idolatria,
> trasfuso ch’ebbe nella divina icone
> il suo indicibile sguardo sugli uomini,
> volle talora sottilmente provarne
> l’antico occhio di carne,
> un lampo trasfondendo della suprema Maschera
> in un volto di carne:
> centro celato nel cerchio, essenza nella presenza
> lido inafferrabilmente coperto e riscoperto
> della Somiglianza, fermo orizzonte dell’Immagine,
> all’incrocio del tempo e dell’eterno,
> là dove la Bellezza,
> la Bellezza a doppia lama, la delicata,
> la micidiale, è posta
> tra l’altero dolore e la santa umiliazione,
> il barbaglio salvifico e
> l’ustione,
> per la vivente, efficace separazione
> di spirito e anima, di midolla e giuntura,
> di passione e parola…
Nonostante tali esiti, Cristina Campo non approda mai ai territori della
mistica. Come osserva Margherita Pieracci Harwell, amica e destinataria
delle Lettere a Mita, pietra miliare del suo epistolario, la poetessa nutriva
una “profonda diffidenza per quell’aspetto del mondo romantico che pare ignorare
la virtù del limite”. Il limite, per Cristina Campo, si manifesta anche nel
lavoro umile e artigianale del poeta. Elena Baldoni, in un accurato studio,
afferma:
> “Se la visione mistica è negata, se il limite è un varco invalicabile, non
> dipende soltanto da questioni di etica, ma anche da preoccupazioni di natura
> stilistica. Il culto maniacale per la perfezione formale, seppur arricchitosi
> di valore metafisico in queste ultime poesie, non rende possibile, infatti, il
> volo della mente a Dio. Il percorso mistico della Campo mantiene sempre i
> caratteri dell’imperterrita ricerca estetica, perciò non ci si può attendere
> il rapimento irrazionale, il furore improvviso e inaspettato, non ci si può
> attendere la visione sopraterrena, «la poesia del voyant, la stupefazione, il
> dérèglement»”.
La compiutezza formale coincide dunque con la necessità spirituale di accettare
il limite della propria umanità.
Negli ultimi anni Cristina Campo visse un implicito voto di annullamento, che
ricorda quello di Clemente Rebora e affonda le proprie radici nella tradizione
francescana; non a caso la sua poesia presenta tratti in comune con il Cantico,
anch’esso intonato al testo sacro e alla liturgia. L’estremo isolamento, segnato
anche dalla malattia che la condusse precocemente alla morte, non le impedì
tuttavia di lasciare un’impronta luminosa nella poesia italiana.
Gianfranco Lauretano
L'articolo “La Bellezza a doppia lama, la delicata, la micidiale”. Sulla poesia
di Cristina Campo proviene da Pangea.