Tensione del senso: le crepe di Valerio Magrelli (2ª parte)
Abbiamo potuto notare come, nel passaggio dalle prime raccolte fino a Esercizi
di tiptologia, la centralità del soggetto si erode progressivamente, in La
poesia questa perdita di centralità trova una formalizzazione tecnica oltre che
concettuale. Già la presenza del testo in Didascalie per la lettura di un
giornale ci dice molto dell’attenzione di Magrelli al mondo esterno, alle sue
possibilità di apertura e assedio. Il giornale – ma l’informazione tutta – ci ha
depredato di un contatto diretto prima con la sapienza poi con la conoscenza,
parafrasando il celebre motto di Eliot presente in The Rock e posto in esergo da
Magrelli, ma ci mette in contatto col mondo, è la finestra che affaccia
all’esterno il nostro ego assediato, impaurito e che, a sua volta in quanto
soglia, lo richiude al suo interno perché lo aggredisce, riproducendo il
circuito-cortocircuito della psiche sul piano sociale, il territorio, cioè, dove
Magrelli ci sta trasportando da quando abbiamo abboccato all’amo della sua
poesia (non ci sarà tempo all’interno di questo lavoro sul “tra” relazionale di
prendere in considerazione un altro libro di ricerca collaterale ma non meno
significativo rispetto alla vena principale della poesia di Magrelli, Il
commissario Magrelli – 2018 –, un libro sull’ “eccessiva giallizzazione” della
nostra letteratura che critica la società dei “lupi”, degli aggressori, degli
assedianti attraverso il genere giallo, tra l’altro, en passant, un’altra
ossessione di Eliot).
Se la crepa, alle origini del tragitto, costituiva il punto di dislocazione del
soggetto, sembra adesso diventare sempre più condizione di trasmissione e la
poesia, come tentativo di comunicazione tra mondi separati, rompe la parete del
proprio involucro, rigetta il nemico, l’altro che è il soggetto, il suo mauvais
sang (vedremo quale sarà la trasformazione di questo cattivo sangue relazionale
e sociale nell’ultimo Magrelli).
La luce eccedente e il ronzio persistente ci conducono a un vero e proprio
disturbo, il cortocircuito si fa da percettivo, collettivo. Vediamo come:
Descrizione di una connessione in rete
sotto forma di accoppiamento animale
Sentire come geme e come,
torturandosi roco, fischi, trilli,
rivolto alla sua anima gemella
per lanciare il richiamo:
contorcersi, stridere
in un gorgheggio che è
tempesta magnetica – basta
per dire come il suo contatto
sia stipula, danza, corteggio,
perduta estenuazione
di una copula lancinante,
coassiale.
In Disturbi del sistema binario (2006), raccolta di cui il testo è un
estratto, Magrelli continua a trasferire la riflessione sulla crepa e
sull’attraversamento dal piano percettivo-corporeo degli anni Ottanta e Novanta
a un piano relazionale-collettivo e, possiamo aggiungere, tecnologico,
esplorando la connessione “in rete” – in senso sia tecnico sia esistenziale –
come esperienza destabilizzante. Il titolo stesso del libro suggerisce un campo
di forze in cui la logica binaria (presenza/assenza, vero/falso,
soggetto/oggetto) viene messa in crisi da fenomeni di interferenza, rumore,
disturbo: condizioni che mostrano ancora una volta come l’idea di una
trasmissione lineare e trasparente sia illusoria.
Nel testo Descrizione di una connessione in rete sotto forma di accoppiamento
animale, la “rete” è un campo dinamico di scambio e scontro, uno strumento per
niente neutro di comunicazione. La metafora zoomorfica
dell’accoppiamento sottolinea la natura pulsionale, e persino agonistica, del
collegamento: “geme… fischi… trilli” sono segnali di una comunicazione carica di
interferenze e sovratensioni. La connessione è una tempesta magnetica, un campo
di forze che annulla gerarchie ma, allo stesso tempo, produce un effetto di
saturazione percettiva. La scelta dell’aggettivo “coassiale” in chiusura –
termine tecnico che designa un tipo di cavo usato per la trasmissione di segnali
– introduce direttamente la dimensione materiale e infrastrutturale della
connessione: il legame è composto da mediazioni fisiche, scarti, perdite di
segnale e, in questo senso, la poesia di Magrelli elabora una diagnosi della
condizione contemporanea: vivere in rete significa essere attraversati da
richiami che si intrecciano in modo inafferrabile, una “virtualità” che è pura
“potenza” e, in quanto tale, rischia di trasformarsi in prepotenza. L’epoca
delle grandi trasformazioni tecnologiche, il Novecento come secolo della scienza
con tutte le sue ambiguità, ci ha portato a una nuova “età dell’ansia” –
reminiscenza audeniana? –, a un’esposizione totale all’altro come in un nuovo
campo di battaglia, una battaglia “virtuale” che non significa meno “reale” di
qualunque guerra, solo che si muore in altri modi, ambigui come la “guace”,
testo-concetto che introduce l’intera raccolta e che indica “una stagnazione
della vita / infestata di morte”, una soglia aperta/chiusa in cui non è
possibile “tenere fuori i mostri, / ma nemmeno […] accoglierli” (la stessa
ambiguità dell’ultimo film di Kubrick, Eyes Wide Shut che chiudeva il millennio
nel 1999). Allo stesso tempo, Magrelli sostiene un’estensione di ciò che ci ha
preceduto, una resilienza ai segnali che, disturbando, si compenetrano,
amplificandosi. Il disturbo è pur sempre per lui la condizione strutturale
dell’esperienza già nell’ambiente reale, figuriamoci nel digitale che ne è la
propaggine scientifica, in continuità con quanto avvenuto nel XX secolo. La
poesia, così, assume questa condizione e la traduce in pattern ritmico e sonoro
– “torturandosi roco, fischi, trilli” – come se lo stesso verso fosse soggetto a
interferenze e la crepa originaria della percezione (visiva, cognitiva) potesse
ritradursi in perturbazione collettiva. L’individuo oggi esperisce
un’esposizione continua, le connessioni lo attraversano e lo modificano non
connettendo nient’altro che la stessa esposizione, rendendo ambigua la
comunicazione che è già qualcosa di diverso persino dal vedere male e ascoltare
troppo della precedente stagione poetica. La relazione, infatti, occorre
ribadirlo, non è più mediazione limpida tra due soggetti, ma campo di tensione
magnetica – come il medium poesia analizzato nel testo precedente – in cui ogni
termine si definisce attraverso la propria distanza dall’altro. Il testo in
questione registra questa situazione come esperienza corporea – “perduta
estenuazione di una copula lancinante” – e la connessione diventa un
dispositivo tettonico di scambi instabili, una nuova faglia d’esperienza.
Questa prospettiva pone Magrelli in dialogo critico con la
contemporaneità: Disturbi del sistema binario non denuncia un insieme di
patologie digitali, ma mostra come la stessa logica del mondo connesso renda
evidenti i limiti della comunicazione lineare e della relazione intesa come
presenza immediata. In questo modo l’opera sviluppa ulteriormente il tema
del “tra” come campo di forze dove senso, relazione e linguaggio coesistono in
tensione continua, attraverso interferenze, accoppiamenti improvvisi, risonanze
e cortocircuiti.
La poesia, in questo contesto, è una trama di segnali che non si appianano, un
processo in cui il soggetto è attore e spettatore insieme, esposto alle
perturbazioni che attraversano la rete e la società. La crepa, allora, continua
ad essere punto di trasmissione che ora si traduce anche in caratteristica della
relazione contemporanea, “metamorfizzata”, in cui l’esperienza dell’altro e del
mondo si costituisce come campo transitivo di rumori e interferenze, cui la
poesia non dà risposta, occupandosi invece di registrare la tensione stessa del
senso. La disillusione che caratterizza tutta l’operazione di Disturbi del
sistema binario è sintetizzata, non a caso, nell’ultimo testo della raccolta che
riportiamo:
Post scriptum
Addio alla lingua
I.
Di colpo, un 6 gennaio di diversi anni fa,
conobbi la mia Nera Epifania,
quando la lepre mi balzò agli occhi
e mi rispose mentre mi rivolgevo all’anatra.
Fino ad allora avevo ciecamente
creduto nella sacra liturgia del colloquio.
Comunicare, per me, significava comunicarsi
nella comunione di una parola comune.
Quel giorno compresi lo scopo del Giano animale:
vanificare, ossia «gianificare», ogni scambio verbale.
Adesso è un mondo invaso da ultracorpi,
dove chiunque potrebbe rivelare un profilo nascosto,
parallelo,
ignoto anche a se stesso.
II.
Fu un’amara Befana,
quella con cui si chiuse il mio millennio.
Invece di portare i suoi regali,
mi strappò ciò che avevo di piú caro:
il sogno di una lingua condivisa.
Creature biforcate e logo-immuni
mi sorsero davanti,
invulnerabili alla verità.
Ero entrato nell’era dell’anatra-lepre,
in una età del ferro, del silenzio.
Resta da capire quale sia questa “età del ferro” di cui si parla nel finale e
per questo dobbiamo passare a Il sangue amaro del 2014, già nel titolo
trasformazione evocativa del mauvais sang di rimbaldiana memoria visto in
precedenza.
La raccolta si presenta come un’opera di enorme articolazione tematica e
formale, strutturata in dodici sezioni, che affronta campi eterogenei: testi
dedicati ad amici e poeti, riflessioni sul linguaggio e la lettura, componimenti
civili e sociali, inserti prosastici, poemetti etologici come La lezione del
fiume e meditazioni sulla musica, sul rumore e sull’acustica. Tutto ciò rivela
un Magrelli che, pur mantenendo la precisione concettuale e il rigore formale,
si confronta con il mondo esterno e con la sua frammentazione antropologica.
Il titolo della raccolta stesso evoca una condizione esistenziale caratterizzata
dall’amarezza diffusa, una sorta di tonalità emotiva permanente che non si
limita alle introspezioni solipsistiche, ma investe la relazione tra individuo e
mondo. Questo sentimento riguarda tanto la quotidianità e i rapporti familiari –
per esempio nel legame con la figlia – quanto la precarietà civile e sociale del
presente, testimoniato da versi che reagiscono alle ingiustizie, alla
marginalità urbana e all’alienazione collettiva.
All’interno della raccolta risalta la sezione intitolata Timore e tremore, il
cui riferimento al motto paolino e alla teoria kierkegaardiana non è casuale.
Attraverso esso, Magrelli esplora l’idea di un’esistenza attraversata dalla
paura e dall’incertezza, un tempo in cui il soggetto non ha sicurezze di fronte
all’altro, alla società e a se stesso, e in cui il mondo si presenta come
qualcosa che non può essere semplicemente interpretato o compreso.
Questa scoramento diffuso si inscrive in una poetica che, come abbiamo visto, ha
sempre indagato il rapporto tra percezione e linguaggio, ma qui lo collega in
modo più diretto alla fragilità delle relazioni umane e alla dissonanza
sociale della nostra contemporaneità. In Disturbi del sistema binario la perdita
di una lingua condivisa veniva rappresentata con immagini di “Creature biforcate
e logo-immuni” e con il cortocircuito comunicativo; in Il sangue amaro tale
perdita si traduce nell’amarezza di un linguaggio che non consola e non fonda
unità, e nella difficoltà di ricongiungersi con l’altro o con la comunità.
La raccolta, pur attraversando momenti di ironia e leggerezza, continua a
tornare sull’idea di irreversibilità temporale, ansia esistenziale e
impossibilità di un contatto pieno tra soggetto e mondo. Il riferimento alla
vita familiare e alla corporeità, in particolare attraverso la figura dei figli
o degli affetti quotidiani, indica un possibile spazio di apertura relazionale,
ma persino qui tale apertura è segnata dal peso del tempo, della paura e
dell’incomunicabilità. La poesia, allora, è il “sangue” che, rimesso in circolo,
si fa contatto tra “mondi separati” nella resa alla distanza e alla fragilità
condivisa. Vediamolo attraverso i testi:
Welcome
Dio delle baraccopoli, Gesù dei clandestini,
nato nella favela, ultimo fra i bambini,
creatura della notte, amato dai reietti,
scintilla nelle tenebre, abisso degli eletti.
Gesù di baraccopoli e Dio dei clandestini,
nell’ultima favela neonato fra i bambini,
amato dalla notte, creatura dei reietti,
abisso nelle tenebre, scintilla degli eletti.
Abisso e baraccopoli, scintilla e clandestini,
quanto amato in favela!, creatura dei bambini,
ultimo nella notte, neonato fra i reietti,
Gesù dentro le tenebre, Dio di tutti gli eletti.
In Welcome, Magrelli organizza il testo come una macchina di permutazione:
quattro nuclei semantici – divinità, marginalità sociale, infanzia, polarità
luce/tenebra – vengono costantemente ricombinati. Non c’è sviluppo narrativo,
non c’è progressione tematica in senso lineare; c’è una rotazione controllata
degli stessi elementi, secondo uno schema quasi combinatorio.
La prima strofa stabilisce l’assetto simbolico: “Dio delle baraccopoli, Gesù dei
clandestini” colloca immediatamente il sacro nello spazio dell’esclusione. La
nascita nella favela, l’essere “ultimo fra i bambini”, l’essere “amato dai
reietti” ridefiniscono la genealogia cristologica in chiave periferica. La
chiusa “scintilla nelle tenebre, abisso degli eletti” introduce una tensione
verticale: luce e profondità convivono nella stessa figura.
La seconda strofa riorganizza i contenuti precedenti. “Gesù di baraccopoli e Dio
dei clandestini” inverte l’ordine dei nomi divini; “amato dalla notte, creatura
dei reietti” scambia i complementi; “abisso nelle tenebre, scintilla degli
eletti” ribalta l’asse luce/profondità. Questa strategia di inversione produce
un effetto di instabilità controllata. Il senso non si espande, si intensifica.
La ripetizione con variazione crea una pressione semantica che impedisce la
fissazione definitiva delle gerarchie.
Nella terza strofa il procedimento raggiunge il massimo grado di condensazione.
L’apertura nominale “Abisso e baraccopoli, scintilla e clandestini” elimina il
verbo e accosta direttamente categorie ontologiche e categorie sociali.
L’esclamazione “quanto amato in favela!” spezza la linearità sintattica e
introduce una torsione enfatica che carica lo spazio della favela di un valore
affettivo assoluto. La chiusa “Gesù dentro le tenebre, Dio di tutti gli eletti”
amplia il campo: l’elezione è inscritta nello stesso spazio oscuro che definisce
la marginalità.
Se leggiamo il testo alla luce del percorso che abbiamo tracciato, la “crepa”
qui non attraversa più il soggetto percettivo, come in Ora serrata retinae, né
si configura ancora come disturbo comunicativo in senso tecnologico o mediatico.
Essa agisce sul piano simbolico e teologico.
La forma litanica richiama la preghiera comunitaria, però la comunità evocata
non coincide con un’assemblea rassicurante. È una collettività ferita, composta
da clandestini, abitanti di baraccopoli, bambini ultimi. Il linguaggio sacro
sopravvive come schema, mentre il suo referente si sposta verso i margini. La
tensione del senso nasce da questo scarto: la tradizione cristologica viene
riattivata dentro uno scenario urbano segnato dall’esclusione globale.
In tal modo Welcome rappresenta un momento decisivo nell’allargamento
concettuale che va dall’individuo alla società. La poesia mostra che l’asse può
spostarsi, che l’ultimo può diventare centro, che l’elezione può coincidere con
l’ombra. In questa oscillazione si avverte già quella condizione di instabilità
strutturale che, nei testi successivi, si manifesterà come ansia sistemica e
come disturbo generalizzato del senso.
La frattura sociale è anche la presa in atto di un mal de vivre dissociato dalla
vita stessa, di un modo di esistere e stare nella relazione combattuto e reso
più “amaro” dal sentirsi incastrato nella propria condizione. “Sono ostaggio
dell’Amore” dice Magrelli in Cerbero in cui la constatazione dell’arrembante,
desiderato “non-essere” è ostacolata e ancora trasformata dall’Amore, con la
maiuscola, dio dello “stare accanto” e del “vivere insieme”. Su questo estremo
paradosso ragiona tutta la seconda parte de Il sangue amaro: rappresentazione
dell’oscillazione tra allontanamento e distanziamento relazionale. Con
l’ipertesto La lettura è crudele, partendo dallo spunto dell’evento di lettura,
solitario e per certi versi alienante, Magrelli riflette sull’impossibilità
della “vicinanza” amorosa, così nel testo iniziale leggiamo: “se amore è la
distanza che ci chiama / e insieme la paura di varcarla” ([Matrice]). Nella più
antica tradizione lirica, il tema della lontananza dall’essere amato esprimeva
la dimensione, nonché l’accettazione, di un ordine sociale e civile, assumeva,
per segnali, la possibilità di una lettura del reale, riconosceva una gerarchia
di valori per cui la distanza tra il cantore e il potere (il signore feudale ma
anche Dio) si risolveva nell’aspirazione a un superamento concretizzato dal
canto e dalla parola. La frammentazione moderna e la dissoluzione post-moderna
dell’ingombro identitario riverberano esacerbate in questo poemetto della
separazione, che si conclude nell’impossibilità del contatto:
XI.
e insieme la paura di varcarla.
Ma c’è un divieto.
Il desiderio d’essere sradicati da sé,
fino a confondersi con la creatura amata,
si scontra con la forza di gravità che ci governa.
L’io si agguanta al suo io e non si lascia andare.
Da qui la nostalgia per la persona
con cui non potremo mai ricongiungerci
nel paradiso perduto della lettura,
nel paradiso perduto che la lettura addita
sul fondo incantato del non-io.
L’abisso naturale della nostra concretezza appare inscalfibile, soprattutto per
chi ha sempre vissuto il corpo come un peso. La materia si fa ingombro ma il
paradiso è perduto per sempre, proprio perché la caduta nel corpo è
ineluttabile, gravitazionale, costringendo il mondo al suo degrado “infero”.
Tra silenzi e cadute, tra fuga e presenza, accettazione e rifiuto, si esasperano
le movenze di un tempo, il nostro, recluso nel suo percorso senza sbocchi. Così
in Annopenanno. Un calendario, sezione che chiude la prima parte del libro,
assistiamo, seguendo l’antico genere, a una ricapitolazione della vita, dei suoi
alti e bassi. La circolarità emerge dalla numerologia: dodici stazioni pagane,
attraverso i dodici laicissimi mesi dell’anno (come dodici sono le sezioni della
raccolta), in cui quello centrale, giugno, importante per il poeta, riassume le
possibilità di un ritorno sempre in ritardo, mutevole, un anello di spirale:
Giugno (1957-2007)
I Am A Strange Loop.
D. HOFSTADTER
Cinquanta volte giugno,
e sarei io, l’anello?
L’anello è lui, questo tempo elicoidale
che torna su se stesso
sempre uguale e uguale mai,
mio giugno, anello solstiziale
di sangue, di nozze, di addio,
eterna vigilia di quella vacanza
che infine giungerà pura
nudissima luce definitiva,
mio sabato dell’anno, rompendo
finalmente l’anello sisifale.
La seconda parte de Il sangue amaro si apre con una sezione più intima, Piccole
donne, con chiari riferimenti ad alcune fasi della vita della figlia del poeta,
o meglio, della vita del poeta che osserva la figlia, dalla distanza presente in
altri passi della raccolta e già presenti anche in Disturbi del sistema binario.
Anche qui l’ossessione temporale si presenta col suo carico d’irreversibilità e
violenza: «Perché la guardo?» – riferito a una cicatrice minuscola sulla guancia
della figlia, provocata da una compagna – «Solo per ripetermi che il Tempo/ lì è
trascorso, affidando il saluto ad un’unghiata» (Fine come un capello).
In Otobiografia s’incrociano, nel segno della sottostima, di un understatement
“pinzillacchero”, il passare del tempo e le idiosincrasie di matrice sonora,
altro segno di continuità (e ripetizione ossessiva) nell’opera di Magrelli, al
limite dell’acufene schizoide: “La verità è diversa:/ mentre mi punto alla
tempia quell’attrezzo/ che sembra una pistola” (riferito a un vecchio phon
malridotto) “viene fuori il racconto di storie terribili,/ fucilazioni, il
pianto di bambini./ È come una confessione non richiesta,/ una registrazione
spedita per errore./ Che c’entro, io, con tutto questo sangue,/ io che mi voglio
solo asciugare la testa?/ Ormai ci penso due volte, prima di adoperarlo,/ prima
di sprofondare in quell’orrore/ e assistere impotente a certe scene./ Meglio
bagnato, allora./ Mi verrà il torcicollo? poco male” (Rumore, fa’ silenzio).
Rumori e suoni di mancanze o presenze eccessive, deformazioni acustiche che
amplificano il senso di alienazione, riducendo ogni slancio del soggetto che
resta impaniato nella distruzione e nella perdita, nella ripetizione che
immobilizza, come nella vicenda della città peruviana di Cahuachi ricoperta di
fratture (anche sonore se consideriamo i flauti spezzati), o come nel “suono che
si leva uguale, / il Sempre-uguale” di Suites inglesi.
Occorre adesso aggiungere che il ripetersi di temi e motivi è speculare alla
struttura di molti testi (in cui forme strofiche e numero di versi tendono ad
accostarsi in serie doppie) e all’architettura dell’intera raccolta. I dodici
mesi dell’anno come le dodici note di un piano (come ci avverte
la Premessa nella sezione Annopenanno), il tempo e il suono, iterazione e minimi
slanci d’apertura in sezioni che alternano continuamente alti e bassi – piano e
forte, appunto – in successione, come in una scansione dodecafonica che vive di
accostamenti ambivalenti, senza guide tonali. Serie che si presentano
strutturate, preparate (non per niente le note ci avvertono copiosamente che i
componimenti de Il sangue amaro sono in gran numero d’occasione, frutti di
riciclo testuale). Quest’impostazione strutturale sembra utilizzata in funzione
dissacratoria, per tentare, in questo modo, di rispondere alla crisi
antropologica in atto. Il gioco degli accostamenti conduce all’inghippo
relazionale, sembra consistere in un’attesa, per cui “il sangue amaro” continua
a circolare sulla strada dell’eterna transizione.
La sezione Il policida ha accensioni “civili”, traspare un senso
di pietas claudicante per i senza-lavoro (i giovani), per le vittime del lavoro
(l’incidente alla ThyssenKrupp di Torino del 2007), oppure l’astio senza
invettiva per le oscene manipolazioni burocratiche (I necroburi) e per le
altrettanto oscene compromissioni nella storia recente della politica nazionale
– due indovinelli che vanno sotto il titolo I guanti di Nesso, indicanti,
attraverso il riferimento mitologico, l’ambiguità del messaggio, per cui la
camicia del centauro si trasforma in un referente che porta con sé il seme – o
sema – della dualità, in quei guanti che conservano nel veleno celato
l’uniformità e l’impossibilità della scelta.
La formula dell’indovinello ritorna, come citazione, nella sezione La lezione
del fiume, poemetto in forma di rondinets, cioè un tipo di composizione che
deriva dal rondeau francese, medievale e poi barocco. Epoche di passaggio,
transizionali, come il fiume in questione, inteso come vita, dimora
esistenziale, come metafora iperbolica del sangue che dà il titolo alla raccolta
(il quale manifesta l’ambivalenza quasi ossimorica e circolare di un proverbio,
per cui la vita, rappresentata dal sangue, è abbinata a un aggettivo che ne
illustra la forza stringente e negativa). Così il richiamo al Sinfosio
dell’Anthologia Latina è collegabile ai diversi enigmi che l’esistere pone, ma
anche alla vita del poeta che abita la dimora della sua poesia:
XIII. Pesci in poesia
Ancora non ho detto della fauna, della flora del fiume,
il fervore di creature brulicanti che vivono nel flusso,
che vivono nel dolce. Da qui, l’indovinello di Sinfosio:
C’è una casa sulla terra che zampilla e ha voce chiara
È una casa che rimbomba, ma il padrone, muto, tace
Tuttavia corrono insieme, il padrone con la casa.
Questo è il pesce di fiume
che tace nel fiume che mormora,
che nuota nel fiume che nuota.
E il fiume medesimo, pesce-matrioska,
trascina, saltellante e canterino,
il popolo natante insieme a sé.
La nostalgia del ricordo, l’evidenza della fine, emergono anche nella
sezione Paesaggi laziali, in cui la vicinanza al nulla entropico (o si tratta di
metamorfosi brulicanti e, per questo, ancora non chiaramente leggibili?) si
presenta in componimenti che contengono tematiche di estinzione: della periferia
urbana (Principe delle Volpi!), della lingua che si parlava e non si parlerà più
(Invettiva sotto una tomba etrusca) perché “Adesso parleranno tutti uguale”, in
un cupo pessimismo che riflette sul futuro della lingua italiana. Estinzione del
rito mortuario, Il funerale laico, gioca ancora con la metafora del
fiume-esistenza, per cui noi tutti “aspettiamo / sulle rive del Nihil” una fine
che è già avvenuta, “la nuda Verità” del nulla che ci ha trasformato in morti in
vita. L’ossessiva ambivalenza tra scomparsa e sopravvivenza raggiunge il culmine
nei versi di Pasqua (p. 122), etimologicamente ancora un passaggio:
Pasqua
In una Pasqua azzurra e solitaria
(la città vuota, la mamma ammalata)
decido di portare mio figlio di sei anni
in bicicletta, lungo il fiume, a nord.
Via per il Pantheon, culla funeraria!
(nessuno in giro, la strada ventilata)
e dritti fino al Tevere, per scordare gli affanni,
luccicante e leggero da farsi in pedalò.
Ma dopo il Foro Italico, dalla ricca statuaria
(la ciclabile scende, più buia, malfamata)
un villaggio di nomadi, fra le baracche e i panni,
ci piomba addosso muto, con lamiere e falò.
Poi la pista risale in una curva d’aria
(noi ci voltammo indietro, la minaccia sventata)
trasparente di luce, lontana dai capanni
degli stranieri – zingari, clandestini, macrò.
Così in quella giornata raggiante e leggendaria
(per la nostra famiglia, sebbene menomata)
restò quel punto nero, vergogna, disinganni,
fratellanza, paura, odio, pena, non so.
L’ultimo verso, elencazione, asindeto senza climax, se non neutralizzante in
quel finale “non so”, apre all’ultimo accostamento dodecafonico del libro,
all’ultima sezione che riprende l’accordo incipitario espresso dal titolo. Il
sangue amaro si apre con la dichiarazione lucida, aperta, del poeta, di una
coerenza che dura da sempre, per cui produzione e vita sono legate
nell’ambivalenza, il suo “Sangue Amaro. / È una specialità della casa, sin dal
lontano 1957” (Sangue Amaro). Così anche la poesia è vita di un’ombra o ombra
della vita (altra eco barocca), in sostanza “lo stampo che porto dentro me, /
stampo del mondo impresso a me nel mondo / e che mi fa essere al mondo /
soltanto nella forma dello stampo” (Invisibile e invincibile). Persona è la sua
ombra, le sue ombre che allontanano dal matrimonio col mondo, per cui è
necessario un filtro (pozione magica) chimico che stordisca il disorientamento
del soggetto:
Le nozze chimiche
Queste che prendo gocce
con tanta religiosa compunzione
sono i miei testimoni
per le nozze col mondo.
Soltanto grazie a loro posso stringere
un patto d’amore col mondo,
perché solo con loro reggo l’urto
della sua illimitata ostilità.
Elmo fatato: mio padre non lo aveva
e morì, prima ancora di morire,
incredulo, indifeso ed indignato,
sotto i colpi del mondo.
L’unione è spezzata in definitiva, la crepa sembra espandersi in voragine, il
poeta è “testimone alle nozze/ fra la Mancanza e la Ripetizione” (Piccole stanze
d’albergo), ultime divinità del tempo presente.
Proprio la ripetizione, infatti, raffigurata in un’interpretazione circolare
dell’esistere, chiude il libro:
Sul circuito sanguigno
È come nel sistema circolatorio:
il sangue è sempre lo stesso,
ma prima va, poi viene.
Noi lo chiamiamo odio, ma è solo sofferenza,
la vena che riporta
il dono delle arterie alla partenza.
Circolazione, ripartenza continua, che potrebbe scalzare la mancanza nonostante
l’ostilità del mondo (dell’Altro), proprio nella sofferenza della ripetizione.
Ma dovremmo essere in grado di sopportare il sacrificio dell’apertura, il dolore
in essa implicito anche in termini di consapevolizzazione delle facoltà
falsificatrici del linguaggio, anzi solo questa rinnovata coscienza potrebbe
permettere lo slancio che consente di non girare più a vuoto in quella
“stagnazione della vita/ infestata di morte” (La guace, in Disturbi del sistema
binario), cioè in una maniera linguistica in cui l’occhio del soggetto non è più
capace di illuminare e lottare per il reale, ritrovandone la grazia. Allora, se
anche la grazia è morte, occorre esporsi senza difese alla sua deformazione,
alla sua trasformazione, alla dissoluzione. Alla verità:
Una eccezione alla regola
La verità è come il sangue:
ci permette di vivere,
ma non dovrebbe mai venire alla luce.
Il testo è pura condensazione teorica, quasi un epigramma esemplificativo
dell’intera traiettoria poetica di Magrelli, e acquista un significato pieno se
letto come punto di arrivo della dinamica della “crepa” – dall’incrinatura
percettiva individuale fino alla frattura antropologica e relazionale che
attraversa Il sangue amaro e culmina in Exfanzia (2022), da cui è estratto. La
similitudine iniziale è seguita dalla doppiezza proposizionale che costruisce un
paradosso che funge da formula di funzionamento dell’esistenza.
Nel tragitto interpretativo compiuto, il sangue è già diventato categoria
centrale con Il sangue amaro: circolazione, ripetizione, sofferenza che ritorna,
movimento che non conduce fuori dal sistema ma lo mantiene in vita. Qui la
metafora viene portata al massimo grado di astrazione.
Il sangue è interno, invisibile, necessario, pericoloso quando emerge, come
l’esistenza stessa di cui è metonimia, come la poesia che, nel caso di Magrelli,
ne è vera espressione.
Questo ribalta definitivamente la tradizione occidentale che identificava verità
e luce. Dopo la lunga traiettoria magrelliana – dall’ipertrofia percettiva
di Ora serrata retinae alla luce eccessiva di Esercizi di tiptologia, fino al
disturbo sistemico e sociale – la luce non salva, espone alla ferita, la esterna
e la conferma, e la “crepa-poesia” non celebra alcuna rivelazione ma la teme.
L’intero percorso precedente prepara a questo trauma relazionale insuperato ma
produttivo, perché costantemente desiderante:
* In Ora serrata retinae la crepa invade l’autocoscienza;
* in Nature e venature incrina il soggetto;
* in Esercizi di tiptologia diventa tentativo di comunicazione con l’esterno;
* in Disturbi del sistema binario produce distorsione relazionale e
tecnologica;
* in Il sangue amaro si socializza, diventando condizione storica e affettiva;
* in Exfanzia diventa legge ontologica minimale con l’approssimarsi della fine.
Lo stesso titolo dell’ultima raccolta (Exfanzia) suggerisce un’uscita
irreversibile: espulsione dall’origine senza nostalgia, così la poesia assume il
tono di una conoscenza post-iniziatica. Non c’è più ricerca di autenticità né
speranza di ricomposizione tra io e mondo. La verità non è negata – ed è
decisivo – ma deve restare in circolazione invisibile, come il sangue nel corpo
sociale e psichico, come mera forma di resistenza. Questo ci collega
direttamente alla lettura dell’amore come distanza e impossibilità di fusione:
ciò che mantiene in vita la relazione è proprio ciò che non può essere
totalmente esposto. L’assoluta trasparenza coinciderebbe con la distruzione del
legame.
Il testo assume, ancora una volta, la forma di un referto medico o di un assioma
scientifico, eppure, Magrelli sembra raggiungere il massimo lirismo nel momento
di resa più evidente al se stesso che passa e nell’addio a un modo di fare
poesia che canta l’esperienza, riformulando fino all’ossessione la sua diagnosi
sull’umano. La verità cercata attraverso il dispositivo-sonda della poesia è la
semplice funzione vitale regolata da un principio di soglia: una continua
circolazione invisibile, un mistero che deve restare mistero per rimodularsi
attraverso le metamorfosi del linguaggio. Il desiderio che il mistero resti
continua aspirazione e irraggiungibile è il sangue della nostra tradizione
lirica (italiana, europea, occidentale?), a cambiare è la musica che, per quanto
dissonante, continua a mettere in circolo trasmissione e dialogo. Il solipsismo
originario si è aperto nella sua esposizione all’altro, ri-creandosi, ma la
verità è che dobbiamo sostenere la sua mancanza di rivelazione, la fine come
sola estasi: ogni eccesso di luce produce anche distruzione.
Se all’inizio del percorso l’ossessione era visiva (retina, percezione, luce),
qui il paradigma diventa circolatorio. Non vedere, ma far fluire. Non rivelare,
ma sostenere, appunto. Troppa vista, accecamento, intuizione, visione: sembra
questo il paradigma di un percorso, di una circolazione che ci ha portato
definitivamente fuori dall’infanzia e, allo stesso tempo, più profondamente al
suo interno, a una sapienza minima che fa della relazione un umile contatto
biologico.
Gianluca D’Andrea
(fine)
*In copertina: Valerio Magrelli secondo Dino Ignani
L'articolo “Sul fondo incantato del non-io”. Intorno alla poesia di Valerio
Magrelli (parte seconda) proviene da Pangea.
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1.4 Tensione del senso: le crepe di Valerio Magrelli (1ª parte)
Dopo aver osservato, con Pusterla, che il margine si può configurare come spazio
etico dell’attraversamento, possiamo spostare l’attenzione verso un territorio
più interno e analitico, dove la soglia, da geografica o “sociale”, diventa
linguistica e percettiva.
Nell’opera di Valerio Magrelli, la pratica del “tra” si contrae, si fa
microscopia del pensiero – soprattutto nelle prime raccolte – e osservazione
delle incrinature attraverso cui il senso si lascia intravedere proprio mentre
sembra sottrarsi.
La poesia di Magrelli, infatti, lavora sulla “crepa” come figura strutturale.
Non si tratta di una rottura definitiva né di una semplice metafora della crisi,
quanto di un punto di tensione in cui il linguaggio mostra simultaneamente la
propria necessità e la propria insufficienza. Se in Pusterla l’etica nasceva dal
sostare accanto ai resti, e in Anedda nel punto d’incontro/scontro con lo
spazio, in Magrelli la responsabilità si trasferisce nell’atto stesso
dell’osservare, del nominare con precisione ciò che sfugge. La lingua della
poesia si traduce in un’attenzione conoscitiva che, nell’insanabile vuoto aperto
tra parola e referente, trova nuove forme di esperienza. In questo scenario, la
“crepa” non è soltanto una ferita del reale, ma una condizione di accesso perché
è attraverso la discontinuità che il senso si rende percepibile. Ogni immagine,
ogni definizione, ogni analogia agiscono come tentativi provvisori di
avvicinamento che, sapendo di non poter coincidere con l’oggetto, abitano la
tensione del senso. La poesia, così, nel rifiuto di una chiusura sistemica può
intravedere una forma di verità che, per quanto instabile, diventa produttiva
nella sua parzialità. La parola è la “cavia” (mutuando il titolo di un’opera di
ricognizione su tutta la poesia di Magrelli fino al 2018), cioè il punto in cui
il linguaggio mostra la propria insufficienza senza per questo cessare di
operare e si porge come laboratorio percettivo. A cominciare dalla vista: in
Magrelli il vedere non coincide mai con una trasparenza conoscitiva, lo sguardo
è già una mediazione, un dispositivo che seleziona, rifrange, talvolta
inganna. L’illusione visiva è una condizione strutturale del rapporto tra
soggetto e mondo, per tale motivo l’immagine raddoppia l’oggetto, lo devia, lo
espone a una distanza che è insieme perdita e possibilità di pensiero,
confondendo le linee di confine.
La poesia di Magrelli è scismatica, anche per questo la copia – fotografica,
mentale o linguistica – non funziona come duplicazione fedele, ma
come “diffrazione”: ciò che appare si moltiplica in una serie di scarti minimi,
di disallineamenti che impediscono la coincidenza tra lingua e contesto. La
poesia registra proprio questi slittamenti, queste micro-deviazioni che
trasformano la percezione in un campo instabile. Non vi è mai un originale
pienamente accessibile, ma una costellazione di approssimazioni che rendono il
reale pensabile solo attraverso le sue repliche imperfette.
L’ascolto, a sua volta, non introduce un’alternativa pacificante allo sguardo.
In Magrelli, infatti, il suono è spesso intrusione, interferenza, vero e proprio
disturbo. L’udito non è il senso dell’armonia ma della frizione: il rumore, il
brusio, la vibrazione non richiesta incrinano l’illusione di un controllo
razionale sull’esperienza. Se vedere significa confrontarsi con la copia e con
l’illusione, ascoltare implica subire una penetrazione, una perdita di distanza.
Il suono entra, non si lascia tenere a bada come l’immagine; è un evento che
altera l’equilibrio del soggetto. Si potrebbe dire allora che, mentre la vista
produce un errore per eccesso di forma – troppe immagini, troppe superfici –
l’ascolto genera un errore per eccesso di presenza, un’invasione. Entrambi i
sensi, tuttavia, convergono in quella “tensione del senso” che la poesia di
Magrelli rende percepibile, estremamente esposta attraverso le idiosincrasie che
violentano l’estatica chiarezza dell’impressione, la sua “apparenza” perché è
nello stesso rapporto dialettico tra soggetto e mondo che alberga l’instabilità.
In questa prospettiva, la poesia funziona come uno strumento di taratura
sensoriale: non elimina il rumore né corregge l’illusione, ma li assume come
condizioni necessarie. La crepa linguistica trova così un correlativo nella
crepa percettiva: vedere è sempre vedere male, ascoltare è sempre ascoltare
troppo. Ed è proprio in questo scarto – tra ciò che appare e ciò che eccede –
che il testo poetico individua uno spazio di responsabilità conoscitiva,
un’etica dell’attenzione.
Nel testo d’esordio della prima raccolta, Ora serrata retinae (1980), leggiamo:
> “Molto sottrae il sonno alla vita.
> L’opera sospinta al margine del giorno
> scivola lenta nel silenzio.
> La mente sottratta a se stessa
> si ricopre di palpebre.
> E il sonno si allarga nel sonno
> come un secondo corpo intollerabile”.
Siamo dentro una sorta di micro-manifesto percettivo. Sin da subito, infatti,
Magrelli introduce la dinamica della sottrazione come condizione originaria
dell’esperienza. Il verso iniziale – “Molto sottrae il sonno alla vita” –
evidenzia un regime di perdita che accompagna la coscienza fin dal suo primo
apparire, per questo il sonno agisce come una forza erosiva, come una corrente
che porta via porzioni di presenza. “L’opera sospinta al margine del giorno/
scivola lenta nel silenzio” disegna una doppia marginalità, temporale e sonora.
L’“opera” – insieme lavoro mentale, gesto creativo, attività vigile – si colloca
in una zona liminale, in un bordo della luce dove il silenzio diventa una
sostanza che avvolge e rallenta. Il margine assume così un valore cognitivo:
luogo di attenuazione, di sospensione, di progressivo allontanamento dal centro
della percezione.
Il nucleo più denso del testo si concentra in “La mente sottratta a se stessa/
si ricopre di palpebre”, qui la sottrazione si interiorizza e prende forma
corporea. Il pensiero si vela, si riveste di una pellicola organica, assume una
superficie che lo protegge e insieme lo separa. L’immagine delle palpebre
introduce quella “poetica dell’organo” che attraversa tutta la raccolta:
conoscere significa passare attraverso membrane, filtri, cerniere mobili. La
mente, che appare come uno spazio fisiologico attraversato da gesti minimi di
apertura e serratura, è un cursore. L’ultimo movimento – “E il sonno si allarga
nel sonno/ come un secondo corpo intollerabile” – apre la dimensione della
duplicazione. Il sonno cresce su se stesso, genera un’eccedenza interna che
prende consistenza autonoma, mentre il “secondo corpo” produce un effetto di
perturbazione, una presenza che emerge dall’interno e altera l’equilibrio
dell’io. L’esperienza si sdoppia, si addensa, e come materia ha un peso.
Il prologo di Ora serrata retinae, allora, configura un fenomeno di contrazione
percettiva: la coscienza si definisce attraverso ciò che perde, che la ricopre e
la sdoppia. La crepa del senso appare già attiva in questa proliferazione
interna, in questo secondo corpo che rende l’esperienza densa, opaca, eppure
vibrante. La conoscenza si manifesta come attrito continuo tra ritiro, filtro e
accumulo, in una tensione che resta produttiva nella percezione di un disturbo.
Ma è in un testo rintracciabile quasi a metà della raccolta che avviene un
avanzamento deciso in direzione dell’oggettivazione del soggetto percettivo:
> “Se io venissi a mancare a me stesso,
> è questo il mio turbamento.
> Temo d’evaporare poco a poco,
> di perdermi nelle fessure del giorno
> dimenticando così il mio pensiero.
> A volte mi scopro nel silenzio
> delle cose che ho intorno,
> oggetto tra gli oggetti,
> popolato di oggetti.
> Dunque il dolore è metamorfosi
> e le cause si susseguono
> non viste mostrandosi
> per quello che non sono.
> Questo anzi è il primo dolore.
> Gli occhiali allora andrebbero portati
> tra l’occhio ed il cervello,
> perché è là, tra boscaglie
> e piantagioni di nervi
> l’errore dello sguardo.
> Qui si smarrisce la vista
> e nel suo andare alla mente
> si corrompe e tramonta.
> Come se traversando
> pagasse ad ogni passo
> il pedaggio del corpo”.
Qui la tensione inaugurale della raccolta passa dalla sottrazione come fenomeno
percettivo a un’instabilità identitaria che nasce nel tragitto stesso della
percezione. Il soggetto non teme soltanto una perdita di presenza, avverte la
possibilità di mancare a se stesso come evento progressivo, quasi fisico. “Temo
d’evaporare poco a poco” introduce una temporalità lenta, una dissolvenza che
agisce per minimi scarti e trova nelle “fessure del giorno” il proprio ambiente
naturale. Il giorno, già incrinato nel testo d’esordio, diventa qui una
superficie porosa in cui l’io può disperdersi.
Il passaggio “oggetto tra gli oggetti,/ popolato di oggetti” segna uno dei punti
più significativi della poetica magrelliana: l’identità si colloca sullo stesso
piano delle cose e insieme si riempie di esse. Avviene quindi una doppia
dinamica di infiltrazione e, allo stesso tempo, parificazione per cui il
soggetto si scopre attraversato dal mondo, composto di presenze esterne, abitato
da ciò che osserva. L’esperienza assume una qualità osmotica: il confine tra
interno ed esterno si assottiglia in una condizione di sbalordimento e
permeabilità.
La sezione sul dolore introduce la dimensione trasformativa: “il dolore è
metamorfosi” e non un evento isolato, un processo continuo che altera le forme,
riorganizza le percezioni e le sue cause – “non viste mostrandosi/ per quello
che non sono” – raffigurano un sistema di apparizioni oblique, di fenomeni che
si offrono in veste nuova. Il primo dolore coincide con questa esposizione
all’ambiguità, con la consapevolezza che ogni manifestazione porta con sé uno
scarto. Il cuore teorico del testo si concentra nell’immagine degli
occhiali “tra l’occhio ed il cervello”. La correzione visiva si sposta
all’interno del corpo, nello spazio di trasmissione tra organo e pensiero e
proprio lì si estende una geografia nervosa – “boscaglie/ e piantagioni di
nervi” – che sostituisce la linearità con l’intrico. La percezione diventa un
attraversamento, un percorso fitto di deviazioni e rallentamenti e la vista,
nello specifico, si smarrisce lungo il tragitto verso la mente, subisce
alterazioni, perde nitidezza, accumula interferenze.
Gli ultimi versi condensano l’intera dinamica conoscitiva: “pagasse ad ogni
passo/ il pedaggio del corpo”, per cui ogni atto percettivo comporta un costo,
una tassa imposta dalla materia organica. L’immagine giunge al pensiero già
trasformata dal passaggio, segnata da micro-perdite che si sommano. Il corpo
emerge come luogo di mediazione inevitabile, spazio in cui la trasparenza si
converte in esperienza stratificata.
In questo testo la “crepa” si moltiplica e ridistribuisce nella fessura del
giorno, dove il tempo si fa poroso; nello scarto tra sé e sé che produce
turbamento; nel tragitto inquieto e fitto di deviazioni sotto una superficie
polita; nel pedaggio corporeo, tributo continuo della conoscenza.
La tensione del senso assume la forma di una trasformazione incessante:
identità, percezione e linguaggio partecipano della stessa mobilità instabile, e
proprio in questa zona di alterazione, la poesia individua il proprio spazio
operativo, presentandosi come un laboratorio in cui il disturbo si traduce in
strumento di consapevolezza e l’incrinatura si offre come modalità di accesso al
reale, il soggetto sembra guardarsi dall’esterno come un oggetto.
Chiaramente, questa nuova consapevolezza si porta dietro problematiche profonde
sul piano concettuale, perché si fonda sull’aporia percettiva che non fa più del
soggetto il fulcro della dialettica relazionale ma ne sposta l’asse e lo
indirizza a una perdita di centralità che pare irrimediabile. Tutta la prima
fase della poesia di Magrelli (almeno fino a Esercizi di tiptologia del 1992) si
dibatte tra percezione, autopercezione e perdita dei confini identitari, con
spostamenti concettuali minimi ma sempre più raffinati. In tal senso è
indicativa anche la seconda raccolta – Nature e venature, 1987 – dove la
micro-percezione “solipsistica” di Ora serrata retinae apre spiragli
relazionali, soprattutto nella sezione Clecsografie e nel testo che riportiamo
di seguito:
LA CREPA NELLA TAZZA APRE
UN SENTIERO ALLA TERRA DEI MORTI
W. H. AUDEN
… COME QUANDO UNA CREPA
ATTRAVERSA UNA TAZZA
R. M. RILKE
Ricevo da te questa tazza
rossa per bere ai miei giorni
uno ad uno
nelle mattine pallide, le perle
della lunga collana della sete.
E se cadrà rompendosi, distrutto,
io, dalla compassione,
penserò a ripararla,
per proseguire i baci ininterrotti.
E ogni volta che il manico
o l’orlo si incrineranno
tornerò a incollarli
finché il mio amore non avrà compiuto
l’opera dura e lenta del mosaico.
Scende lungo il declivio
candido della tazza
lungo l’interno concavo
e luccicante, simile alla folgore,
la crepa,
nera, fissa,
segno di un temporale
che continua a tuonare
sopra il paesaggio sonoro,
di smalto.
La crepa abbandona la dimensione puramente epistemologica per assumere
una valenza affettiva, dicevamo, si nota sin da subito, infatti, che la frattura
in Nature e venature agisce su un oggetto condiviso, quotidiano, maneggiabile –
una tazza – mentre nei testi di Ora serrata retinae riguardava soprattutto il
circuito percettivo interno – occhio, nervi, mente. Il passaggio è tutt’altro
che secondario. La crepa, oltre che il punto in cui il soggetto perde
consistenza, diventa il luogo in cui il rapporto con l’altro si espone al
rischio della rottura e, insieme, alla possibilità della cura. Lo stesso titolo
di sezione sembra indicarlo: le Clecsografie sono il risultato della tecnica
grafica e artistica che consiste nel creare immagini simmetriche a partire da
una o più macchie d’inchiostro, in sintesi un ponte tra arte visiva, casualità e
psicologia, che trasforma una semplice macchia in un’immagine allucinatoria
simmetrica (come nel famoso test di Rorschach). La coppia è il risultato di una
macchia nonché il segno di sutura che collega e separa, come la linea divisoria
del foglio che permette a due “facce” un rispecchiamento illusorio.
L’epigrafe doppia – Auden e Rilke – funziona come una soglia teorica: la crepa
come varco verso “la terra dei morti” e, simultaneamente, come immagine
domestica, quasi impercettibile. Magrelli eredita entrambe le direzioni e le fa
collidere. L’oggetto fragile oltre che un utensile è un punto di comunicazione
tra il tempo dei vivi e quello della perdita, tra l’uso quotidiano e l’eco
metafisica che non conduce, però, a un simbolismo solenne: la crepa resta
concreta, situata.
L’incipit “Ricevo da te questa tazza” introduce immediatamente la dimensione del
dono. La percezione è mediata da un gesto di consegna che spezza la dimensione
solipsistica, non per questo rendendola meno problematica, perché l’oggetto
porta in sé una traccia relazionale che lo rende diverso da qualsiasi altra
tazza. Bere “ai miei giorni/ uno ad uno” trasforma la tazza in una misura
temporale, in un dispositivo di scansione dell’esistenza per cui la
micro-percezione solipsistica apre a una temporalità condivisa, alla memoria di
chi ha donato l’oggetto.
La possibilità della caduta e della rottura attiva la figura della riparazione –
“Penserò a ripararla” – che segna uno slittamento etico decisivo: la crepa,
così, è ciò che chiama all’intervento e non soltanto la denuncia
dell’insufficienza della materia o del linguaggio. L’immagine del mosaico –
“l’opera dura e lenta del mosaico” – ribalta la logica dell’integrità
originaria: l’unità, se esiste, nasce dal lavoro paziente sulle fratture, non è
qualcosa di integro che precede la frattura stessa ma, come nell’arte giapponese
del kintsugi, una rivalutazione di quest’ultima nella ri-creazione costante del
rapporto di cui la tazza è il correlativo oggettivo. In buona sostanza l’amore
coincide con la disponibilità a ricomporre l’incrinato nella consapevolezza che
il segno-cicatrice resta per indicare una via relazionale con tutta la sua
complessità. Nessun oggetto è intatto, è qui che la poesia di Magrelli compie un
movimento sottile rispetto alla prima raccolta. Per quanto l’errore percettivo
non scompaia, avviene una trasposizione per cui l’attenzione del soggetto si
sposta dalla correttezza dello sguardo alla responsabilità verso ciò che si
incrina, verso un tragitto esistenziale che si espone al “tra” della relazione.
La crepa diventa un segno-segnale della manutenzione, gesto della salvaguardia
che trasforma il difetto del sistema conoscitivo in cura.
Nella parte finale il testo ritorna alla dimensione visiva con un’intensità
quasi ipnotica: “Scende lungo il declivio/ candido della tazza… la crepa”.
L’immagine verticale, fulminea, e che introduce un contrasto netto tra il bianco
dello smalto e il nero del segno, ci accompagna al “paesaggio sonoro,/ di
smalto”, alla sinestesia che incrocia la metafora temporalesca con la
ricomposizione di una superficie integra, che richiama problematizzandola ancora
la “fragilità” delle relazioni umane. Mentre la vista porta a una maggiore
consapevolezza, l’udito fa “risuonare” il disagio di base, crepa nuovamente la
struttura senziente e, quindi, il corpo, da un’altra posizione, più scoperta ed
emotiva se si vuole. La crepa viene vista e insieme udita; produce un temporale
che continua a tuonare pur restando immobile. Qui si ritrovano le due linee
percettive già individuate: la vista come superficie attraversata da una linea
scura, l’udito come disturbo persistente. La tazza incrinata, allora, pur
aggirandosi metaforicamente nei pressi della fragilità, è già un dispositivo di
relazione itinerante tra percezione e affetto. La crepa, come suggeriva
l’epigrafe, apre un sentiero verso la morte ma percepisce anche la possibilità
di un legame che si fonda sull’imperfezione. L’identità, già problematizzata sul
piano neurologico e cognitivo, trova qui un correlativo, come dicevamo, nella
tazza, dono di un inevitabile deterioramento del corpo nel tempo. Ma la tensione
del senso che si traduce in un’estetica della riparazione, nonostante il vedere
male e l’ascoltare troppo, può condurre alla resa del soggetto, quasi una
fedeltà alla rottura, all’auto-rottura.
La “scissura” rappresentata dalla crepa attraversa tutto Nature e venature –
come altri testi del libro evidenziano: vedi a puro titolo d’esempio Una
scissura, nella sezione Noterelle archeologiche o, per quanto riguarda la
declinazione “liminare” della crepa, E se questi giri di serratura nella
sezione In giro – ma è in Esercizi di tiptologia (1992) che si produce il
“colpo” di rottura che permette al “liquido” del disagio identitario di versarsi
all’esterno, conducendo la riflessione solipsistica a un nuovo step:
l’attraversamento dei luoghi. Già il testo conclusivo di Nature e venature lo
preannunciava:
> “Io cammino fumando
> e dopo ogni boccata
> attraverso il mio fumo
> e sto dove non stavo
> dove prima soffiavo:”
Non è necessario soffermarci su un testo che si esprime in tutta la sua
chiarezza semantica e concettuale, però un particolare editoriale ha attirato la
mia attenzione. Nelle edizioni precedenti, quella originale di Nature e
venature del 1992 e l’antologia che raccoglie le prime tre raccolte in versi di
Magrelli, Poesie (1980-1992) e altre poesie (1996), troviamo sempre il punto
fermo alla fine del testo, mentre in Le cavie. Poesie, 1980-2018 (2018) abbiamo
i due punti. Se questa “trasformazione” posteriore della punteggiatura voglia
avere un senso nelle intenzioni di Magrelli, per unire i punti di sutura che
collegano i singoli libri nell’unicum dell’opera, o sia un semplice refuso non
mi è dato saperlo, ma potrebbe benissimo rappresentare un ponte tipografico che
giustificherebbe la continuità tematica e l’evoluzione di poetica che
effettivamente possiamo leggere in Esercizi di tiptologia. I due punti
potrebbero annunciare una rivelazione o un’autopsia del pensiero e metterli
prima di un “a capo” tra due libri creerebbe un “salto” nello spartito visivo
della pagina, come una camera di risonanza o un segnale acustico che prepara il
lettore alla “riesecuzione” di tematiche già affrontate sotto una nuova luce.
Nell’operazione più architettonicamente “chiusa” di tutta la ricerca di
Magrelli, infatti, troviamo 5 prose che si alternano a 4 sezioni in versi
rispettivamente di 7 e 9 testi, che ci parlano di un movimento diverso, di una
nuova topografia, come in una variazione su tema che si fa più percussiva nel
tentativo di cercare un passaggio tra il vuoto del senso e una nuova
comunicazione. È proprio in una delle prose, la seconda, dal titolo Moore
bianco, che la necessità di ri-nominare il mondo concettualmente si fa strada
pur non perdendo contatto con le idiosincrasie del dubbio e con la rottura
soggetto/oggetto:
Moore bianco
Toronto: la strada più lunga del mondo, tracciata nel 1795 diritta verso il
polo, e la torre più alta della terra, con un’alzata di cinquecento metri. Due
sterminati assi cartesiani ai cui piedi riposa l’Art Gallery of Ontario. Qui,
all’incrocio tra ascissa e ordinata, come ficcata nel cuore di una piramide, sta
una sala mortuaria, bussola silenziosa, Cheope psichica.
Nell’ala sinistra della costruzione giacciono una quindicina di gessi originali
di Henry Moore, gessi che furono usati come matrice di tanti, celebri bronzi.
Dunque, gli originali, il materiale originario, radicalmente diverso dai
prodotti finali. Notare l’influenza della plastica antica, del cubismo e
dell’astrattismo. Notare la raccolta di reperti che l’artista conservava nel suo
studio (scheletrini, clavicole, lische, conchiglie, architetture e curve
naturali). Ma notare, in special modo, la bellezza radiante e detritica della
sala centrale.
La luce piove dall’alto su una folla di abbaglianti tumori ossei, prototipi di
un bianco sporco, enormi. L’autore stesso diceva di preferirli ai bronzi,
sostiene una custode. Sono qualcosa come un meteorite organico, un meteorite
interno, piovuto dal didentro del corpo (e il cancro, in fondo, è questo: una
sorta di aerolito). Ovvero: Una metastasi celeste.
È l’ossario delle forme. Tre i tipi di calchi: alcuni con i bottoni,
semi-meccanici, industriali, alla Fernand Léger; altri biomorfi, lisci e
tondeggianti, tra Arp e Brancusi; altri ancora sul genere di un Campigli, o di
un Bacon etrusco. Sono queste ultime le statue più impressionanti, donne
drappeggiate, sedute o giacenti, chac-mools, divinità sformate, esseri col
bacino dislocato, tumefatti, gonfi come annegati, idoli o copertoni, mostri
pneumatici, esempi di una teratologia dell’arte.
Tra tutte, spiccano due grandi figure femminili del 1957 (paesaggi, sistemi
orografici). Si intitolano Draped Seated Woman e Draped Reclining Woman. La
bellezza di queste forme deformi sta proprio nel fatto che esse includono la
bellezza come la gabbia in cemento di Černobyl’, il sarcofago, cattura, tutela e
cattura, la sfrenata energia della radiazione. La bellezza non è più visibile,
ma esiste ancora, continua ad esistere, sepolta, nascosta dentro e dietro queste
cappe di gesso. Le loro pieghe, la caritatevole slogatura dell’anca,
testimoniano della sua presenza. Lei spinge, preme da dentro, è La Prigione,
ossia l’imprigionata.
Moore e la lussazione dell’anima, l’orrore metamorfico del trauma, la
fuoriuscita dell’osso dal suo letto, la tensione della carne intorno, la
pressione, la nascita. Il senso di pena prodotto da queste opere è il medesimo
che si prova davanti a una creatura lussata, o meglio, a noi stessi in
quanto Creature lussate. L’osso spostato. Non sta al suo posto.
Così, secondo l’insegnamento neoplatonico, la parola mater era associata
a materia. In queste immagini di madri, la bellezza chiama da dentro la materia,
da dietro, e dice: «Guarda dove sono finita, figlio mio. Guarda dove sono
finita». Perché in realtà è scomparsa, e queste statue sono i suoi involucri, le
fanno da sudario. Ma lei si è nascosta, si è voluta nascondere appunto qui.
Così, per i latini, le divinità protettrici della casa si chiamavano penati,
e penus la parte interna dell’abitazione, il suo nocciolo atomico, il luogo in
cui venivano conservati i simulacri, il fuoco famigliare, il focolare. In Moore,
nella sua anabasi, è come se questi spiriti fossero fuggiti verso l’interno,
acquattandosi dentro la materia.
Numi retrattili, penati della materia. Farle di bronzo è come spegnere la luce.
Lo smorzacandele si solleva, e il bianco del gesso è diventato un tizzone morto
e spento. Bronzo. Smorzare la propria arte, è come suonare un pezzo di
clavicembalo al trombone. Plettro è il timbro del gesso. Sui calchi di Moore la
luce danza come su uno strumento il pizzicato. È un ticchettìo. Un clavicembalo
osseo.
La prosa di Moore bianco costituisce letteralmente un punto di torsione
decisivo, una traduzione nello spazio della crepa interiore, un’architettura
che, se in Nature e venature operava come incrinatura del soggetto, qui si
materializza, addirittura si “musealizza” in un ambiente ambiguo che è sia sala
mortuaria sia camera di risonanza. L’attraversamento dei luoghi, annunciato nel
testo finale della raccolta precedente, trova compimento in un dispositivo
visivo e plastico che obbliga il pensiero a misurarsi con l’esteriorità.
La partitura complessiva di Esercizi di tiptologia, nella modulazione scandita e
iterativa delle prose e dei versi, funge da sperimentazione per la rottura e la
continua ricalcificazione della massa concettuale, i versi, in tal senso,
sembrerebbero strumenti di propagazione della stessa onda concettuale fino al
prossimo approdo/chiusura. Ancora la cerniera/scissura/frattura del “tra” che si
può leggere anche in Moore bianco:
La descrizione dell’Art Gallery of Ontario all’incrocio degli assi cartesiani
della “strada più lunga del mondo “e “della torre più alta della terra” ci offre
le coordinate geometriche dell’incontro/scontro tra soggetto e oggetto. In
quest’ordine cercato e ritrovato, proprio al centro di una mappatura enorme ed
esasperata, si apre una “sala mortuaria”, una “Cheope psichica”. L’architettura
sembra compartecipare alla decadenza delle forme, diviene sepolcro, ossario
delle immagini e il corpo del soggetto, immerso nello spazio che lo contiene e
sovrasta, è sempre più esposto alla propria ferita, anzi identificabile a causa
della “crepa” nella percezione. In questa atmosfera contemplativa, ecco giungere
la visione:
Draped Seated Woman e Draped Reclining Woman, la loro descrizione plastica è la
dislocazione del soggetto che le descrive. Il 1957, anno di realizzazione del
calco-imballaggio in gesso di entrambe le figure è anche l’anno di nascita del
poeta, cioè la “lussazione” originaria – “la fuoriuscita dell’osso dal suo
letto, la tensione della carne intorno, la pressione, la nascita” – e, allo
stesso, tempo, il tentativo di rifugiarsi ancora nella materia/mater che
“neoplatonicamente” i due calchi sembrano rappresentare. L’oscillazione che
porta dalla fuoriuscita alla fuga verso l’interno – l’anabasi di Moore – è la
scansione che per svegliare dall’ottundimento percettivo del soggetto lo
ricolloca verso un ottundimento ancora più profondo: un ottenebramento di luce.
Troppa luce che, però, rende evidente la logica del vero che fugge, senza
ulteriori infingimenti se non la constatazione dello stesso infingimento, del
velo che vela la materia in quanto materia anch’esso. Ecco perché non occorre il
“bronzo”, perché smorza, copre e tenta di suturare la ferita aperta, unica
ragione e fine consapevolezza della dislocazione del soggetto e pure nostra –
“noi stessi in quanto Creature lussate”. A implementare le percezione del
non-finito del vero (quasi un ribaltamento dell’infinito metafisico attraverso
l’illusione “materica” del finito) arriva la percezione alla seconda potenza,
quella sonora, in un ticchettio che sembra definitivamente spiegare il titolo
dell’intera raccolta: gli Esercizi di tiptologia, allora, sarebbero i tentativi
di contatto e delucidazione con l’esterno dell’eterno “lussato”, e crepato
potremmo aggiungere, del sedicente “essere umano”. Il soggetto
carcerato/cadavere “ontologico” che a colpetti tenta di abbattere la parete del
sarcofago dove è contenuta la sua “radiazione” esiziale – “includono la bellezza
come la gabbia in cemento di Černobyl’, il sarcofago, cattura, tutela e cattura,
la sfrenata energia della radiazione” – cioè la sua stessa esistenza, il “sangue
amaro” che costantemente, come nel supplizio di Sisifo, è rimesso in circolo.
Solo la non-finitezza, l’abbozzo, allora, contenendo la potenza inespressa
dell’esistere, può attivare uno slancio che è contemporaneamente irrazionale e
razionale, estatico, e nell’attimo di “bellezza” che resta in potenza ecco la
poesia, il richiamo alla relazione, il buco nero della relazione.
Per capire i presupposti e intravedere gli sviluppi, o meglio, le slabbrature
della crepa-poesia di Magrelli basti leggere nel poema-pamphlet Didascalie per
la lettura di un giornale (1999) il seguente testo:
La poesia
Le poesie vanno sempre rilette,
lette, rilette, lette, messe in carica;
ogni lettura compie la ricarica,
sono apparecchi per caricare senso;
e il senso vi si accumula, ronzio
di particelle in attesa,
sospiri trattenuti, ticchettii,
da dentro il cavallo di Troia.
L’insistenza iterativa (“lette, rilette, lette”) riproduce ritmicamente il gesto
del colpo tiptologico, quindi la ripetizione, in quanto gesto quasi meccanico,
spegne e accende un circuito (ancora il circolo della relazione, della
trasmissione, travaso e potenziale trapasso). La poesia non è qui solo la carica
ma anche qualcos’altro, è anche il cortocircuito cui il testo-esca ci sta
conducendo. Occorre ribadire che per Magrelli la poesia, e quindi il “tra” della
relazione, non è un dispositivo pacificato, bensì agonistico, sempre in
tensione, in alta tensione e il circuito facilmente può condurci a un
cortocircuito. Lo abbiamo detto, la poesia per Magrelli è il “tra” potenziale,
la spaccatura che offre possibilità di contatto (la tiptologia) ma è anche
un’insistenza lacerante che ha già in sé la sua fine. Ecco perché qui sembra
radicalizzarsi quanto emerso in Esercizi di tiptologia: il testo funziona come
un condensatore, per cui il senso si accumula attraverso la costante
sollecitazione e la rilettura equivale a un incremento di tensione, una
sovraesposizione. Così, nella seconda metà della poesia leggiamo:
> “e il senso vi si accumula, ronzio
> di particelle in attesa,
> sospiri trattenuti, ticchettii”
Il “ronzio” traduce in suono ciò che in Moore bianco si dava come superficie
screpolata o come luce eccessiva. È una percezione alla seconda potenza: non
l’oggetto, non la sua forma, bensì il campo vibrazionale che precede la forma.
Il soggetto, già lussato, si trova immerso in un pulviscolo di particelle “in
attesa” che indicano potenza compressa. Il ticchettio richiama direttamente la
tiptologia e la comunicazione si esprime ancora attraverso una serie di urti.
Una volta di più, la linearità sintattica si travasa nella frammentazione
acustica per raggiungere, attraverso un’ulteriore anabasi, l’interno:
> “da dentro il cavallo di Troia”.
Il cavallo di Troia è un guscio carico di pressione che non proviene
dall’esterno ma dall’interno, coperta dall’apparente forma compiuta. È il testo
poetico a funzionare come un involucro che contiene una forza clandestina. Il
soggetto stesso, nella traiettoria che si è ricomposto, si configura ancora come
il sarcofago della propria radiazione già incontrato in Moore bianco, mentre lì
la sala mortuaria e il sarcofago nucleare trattenevano l’energia, qui il cavallo
trattiene l’assalto imminente, l’agguato. Il senso, dunque, non coincide con un
contenuto pacificato, come sottolineavamo in precedenza ma è una forza compressa
– e complessa – che minaccia la struttura che la ospita.
Gianluca D’Andrea
(continua)
*In copertina: Valerio Magrelli; photo Leonardo Magrelli
L'articolo “Se io venissi a mancare a me stesso”. Sulla poesia di Valerio
Magrelli proviene da Pangea.