Da Alessandro Ceni a Ivano Ferrari, autori prossimi non tanto sul piano
immediatamente stilistico, poiché le loro scritture mostrano assetti
profondamente differenti, sia nella costruzione sintattica sia nella gestione
dell’immagine poetica, quanto nel modo in cui entrambi interrogano il vivente a
partire da un margine, da una soglia non riconciliata, da un punto di
osservazione decentrato in cui l’umano viene continuamente rimesso in
discussione.
Se in Ceni il “tra” si configurava come spazio di durata conflittuale, in
Ferrari l’instabilità relazionale si traduce in una forma secca, esposta più
brutalmente a un impatto diretto e senza gradazioni col reale, per cui il
margine si esprime attraversando il rimosso: il corpo esposto e sacrificato
nella sofferenza, il residuo biologico, la degradazione, la violenza elementare
inscritta nei processi della vita e della morte.
Il ponte tra i due autori può essere individuato proprio nella comune rinuncia a
un centro pacificato della soggettività. Anche in Ferrari, infatti, il soggetto
poetico non occupa una posizione dominante né ordinatrice: guarda da un orlo, da
una periferia materiale ed esistenziale, dove l’esperienza si presenta come
testimonianza di ciò che eccede ogni misura simbolica rassicurante. Ma mentre in
Ceni questa esposizione si costruisce principalmente attraverso una
proliferazione metamorfica, in Ferrari prevale il gesto della sottrazione, del
taglio, dell’attraversamento netto. La poesia di Ferrari, in sostanza, lavora
spesso come incisione improvvisa, come apertura chirurgica o ferita che non
ammette attenuazioni decorative, eliminando ogni protezione retorica per
collocare il lettore davanti a una realtà nuda, spesso perturbante.
Questa radicalità nasce anche da una precisa postura esistenziale: Ferrari
sceglie sistematicamente luoghi marginali, fisici e simbolici, in cui il vivente
appare nella sua forma più estrema. Non il centro ordinato dell’esperienza, ma
il bordo dove i corpi vengono “lavorati” e abbattuti. In questo senso la sua è
una “poetica senza centro”, perché la centralità ontologica del soggetto è
costantemente dislocata fino alla rottura e alla violenza del gesto, in una
poesia che si pone come materia ustoria che inscenando il degrado allo stesso
tempo lo rivive. La marginalità, in Ferrari, è una vera posizione conoscitiva,
per lui guardare dal limite significa sottrarsi a ogni illusione di pienezza e
accettare che il reale si manifesti innanzitutto come frammento di un ordine
spezzato.
Altra differenza decisiva rispetto a Ceni è ravvisabile nella forte opposizione
tra la tensione visionaria di quest’ultimo – capace di dilatare il dettaglio in
direzione cosmica o ritualizzarlo – e la compressione della visione stessa, in
Ferrari, nel punto preciso in cui il corpo rivela il proprio destino materiale.
In pratica, per Ferrari la “visione” diventa “allucinazione viva”, il cosmo si
ritrae nel materico, sostituito da una fisicità immediata in cui decade ogni
necessità di espansione simbolica. D’altro canto, anche Ferrari lavora su una
crisi della separazione tradizionale tra umano e animale, solo che mentre in
Ceni il rapporto con l’animalità è spesso immerso in una dinamica di scambio,
metamorfosi e prossimità ontologica, in Ferrari l’animale si presenta come corpo
esposto, come materia che obbliga l’umano a confrontarsi con la propria
appartenenza biologica più irriducibile e, se vogliamo, infima. La sua poesia
vede dunque l’animale non come figura allegorica o compensativa, ma come
specchio spietato della continuità tra i viventi, il riconoscimento che la
differenza umana non cancella il comune destino carnale. Per la poesia di
Ferrari si può parlare di “margini esistenziali”, di un “tra” che porta la
lingua nel luogo in cui l’esistenza mostra il proprio limite, una zona estrema,
dove la nominazione deve misurarsi con l’osceno. Anche la sintassi riflette
questa postura: asciutta, spesso breve, priva di mediazioni superflue per cui il
verso si fa tagliente esasperando la frontalità percettiva. In questa direzione
Ferrari costruisce una lingua dell’urto e un ritmo scandito e scabro, calzante
con la sua “poetica senza centro”, fatta di frizioni laterali, di materiali
poveri che non cercano elevazione. La sublimazione in Ferrari diventa
“inlimazione” attraverso la consumazione del rito nella vita quotidiana, per
questo la sua parola non lavora mai sul transfert ma su un altro tipo di
transizione, più definitiva e carnale, anzi, definitiva perché unicamente
carnale, esiziale. L’assedio per Ferrari è talmente radicato nelle relazioni da
esserne già il risultato: la morte è il leitmotiv che ne attraversa tutta
l’opera fino alla pubblicazione conclusiva – ultima licenziata dall’autore
ancora in vita – La morte moglie del 2013.
Per comprendere il percorso poetico di Ivano Ferrari occorre partire da una
particolarità editoriale che già rivela la natura non lineare della sua
affermazione: il testo che oggi appare come uno dei nuclei più radicali e
riconoscibili della sua scrittura, Macello, precede infatti la sua piena
definizione libraria e circola inizialmente in forma parziale, quasi come un
corpo autonomo già perfettamente identificabile ma non ancora restituito nella
sua estensione definitiva. Una prima versione ridotta del poemetto compare nel
1995 nell’antologia einaudiana Nuovi poeti italiani 4, dove il testo si impone
subito come presenza anomala rispetto a molte delle scritture coeve: non
esercizio lirico, ma blocco poematico compatto, già interamente orientato verso
quella frontalità percettiva e quella tensione materica che diventeranno tratti
distintivi dell’autore. La comparsa in quell’antologia mette in evidenza sin
dall’inizio una voce difficilmente assimilabile, capace di portare nella poesia
italiana un lessico, un immaginario e una postura conoscitiva fortemente
decentrati.
È significativo però che la pubblicazione integrale autonoma di Macello avvenga
soltanto nel 2004, dunque dopo la prima raccolta poetica vera e propria, La
franca sostanza del degrado (1999). Questa scansione cronologica mostra come
Ferrari abbia prima consolidato un campo complessivo di poetica e solo
successivamente riportato in piena evidenza il proprio testo più emblematico,
quasi a confermare che il poemetto non costituisce un episodio isolato ma il
punto di massima condensazione di una visione già definita.
La franca sostanza del degrado rappresenta infatti il primo libro in cui il
poeta organizza il proprio sguardo sui margini esistenziali con una coerenza già
pienamente riconoscibile. Il titolo è programmatico: la “franca sostanza”
implica una materia detta senza attenuazioni, senza schermi, come condizione
strutturale del reale e senza, lo dicevamo, elevazioni nobilitanti, ma vediamolo
attraverso i testi:
“L’umanità non batte ciglio
astutissima sostanza aspetta l’arca
le siepi elastiche e il caldo.
La poesia si limita a cantare
la funzione sociale della catastrofe
perché come Dio è in vena di nulla.
L’accetta affonda in cumuli di vapore
la pioggia grigia cade
è l’ora in cui le ombre sembrano più grandi
parte di tempo sospesa nella dimensione
di una geografia anteriore all’esplosione dei dettagli.”
Già dalla prima poesia di La franca sostanza del degrado emerge con estrema
nettezza una scrittura che non costruisce accessi progressivi ma penetra zone di
tensione in cui il visibile convive con una minaccia o con una sospensione
radicale del senso. “L’umanità non batte ciglio”, per cui, in una sorta di
freddezza della specie, l’atonia percettiva è già “catastrofe” ed è decisivo
perché Ferrari non organizza alcunché che renda centrale l’io. La constatazione
impersonale, quasi sentenziosa, spoglia di pathos la dimensione generale
dell’”essere umani”, infatti subito dopo troviamo un’“astutissima sostanza” che
“aspetta l’arca”, cioè una definizione di umanità che, nella risonanza
remotamente biblica, attende una salvezza senza redenzione, nessuno scenario
salvifico bensì una figura evocata forse ironicamente e svuotata di referenza
simbolica. Le “siepi elastiche e il caldo” partecipano di questa attesa
straniante e beffarda, deformata dalla plasticità di parole che potenziano il
senso proprio travalicandolo. Si è immersi sin da subito nell’arena: “La poesia
si limita a cantare/ la funzione sociale della catastrofe”, nel dato di fatto
della “catastrofe” la poesia non salva né redime, ma è “limitata” nel suo stesso
canto, paragonata a un “Dio” senza vena, o meglio, “in vena di nulla”, riducendo
in un’estrema concentrazione semantica il “creatore” e l’atto di creazione (la
“vena”) in un nulla che per avere ancora “senso” deve cambiare prospettiva e
guardare all’agone sociale, alla “giungla degli uomini” per cui il disastro
entra nell’ordine collettivo, divenendone quasi meccanismo strutturale. Così Dio
stesso, nella sua inattività cosmica, abolisce ogni centro trascendente e si
auto-elude.
La seconda strofa introduce un’immagine determinante, tanto da apparire come un
manifesto: “L’accetta affonda in cumuli di vapore”, uno strumento netto,
tagliente, affonda nell’inconsistenza apparente dei “cumuli di vapore”, in una
necessità di incidere il reale anche quando esso appare rarefatto, come le
parole della poesia che del reale sono l’ombra ma anche l’arma che tenta di
trasformare l’effimero in efferatezza, in taglio netto.
“La pioggia grigia cade” nell’”ora in cui le ombre sembrano più grandi”, nel
momento di maggiore espansione dell’illusione la pioggia si fa grigia, sporca
l’orizzonte e sospende il tempo, un solo attimo perché prenda avvio
l’”esplosione dei dettagli” di una geografia del prima, prima dell’avvento di
un’identità che non vuole riconoscersi se non all’interno di parametri
relazionali sempre più scabri, netti appunto, che non concedono l’appiglio di un
qualsivoglia orientamento.
Con Ferrari siamo sempre sul bordo di un abisso carnale, la sua scrittura vive
nell’esigenza di aggredire il corpo del reale nel tentativo di cancellarne i
confini, come avviene in modo anche ingenuo (ma l’ingenuità, come la proverbiale
goffaggine, è spesso dono dei poeti) in questo testo della sezione Quel che si
vede:
> Una sberla d’inchiostro sulle reni
> le ginocchia lievemente imbesuite
> salti, piroette e domande
> quell’altro tutto flora e famiglia
> congestionato
> perché le mani innamorate e un po’ porche
> hanno provato a palpare
> le sculettanti rotondità della poesia.
Il verso iniziale – “Una sberla d’inchiostro sulle reni” – unisce scrittura e
corpo in maniera brusca. L’inchiostro diventa il colpo che lascia un segno
fisico sulle reni, in una zona anatomica, cioè, che appartiene alla struttura
profonda del corpo ma anche alla superficie che figura il sostegno e la fatica
e, infatti, le “ginocchia lievemente imbesuite” proseguono in questa direzione:
il corpo entra nella scena attraverso un dettaglio volutamente dimesso, quasi
antieroico, quell’aggettivo “imbesuite” che suggerisce goffaggine, una perdita
di compostezza, come se il movimento stesso fosse alterato da una condizione di
esitazione o di buffa vulnerabilità. Questo elemento è importante perché nella
scrittura di Ferrari la stessa goffaggine è una forma di verità, un modo in cui
il corpo si mostra senza difese. Il verso “Salti, piroette e domande”
teatralizza il gesto della poesia come fosse un esercizio instabile,
continuamente esposto al rischio di sbilanciarsi e che contrasta con
l’apparizione di “quell’altro tutto flora e famiglia/ congestionato” – figura
quasi caricaturale – che ci presenta un “altro” (poeta?) ma “congestionato”,
appunto, bloccato tra “flora e famiglia” e le “sculettanti rotondità della
poesia” che restano desiderio intangibile per “le mani innamorate e un po’
porche”, per cui è elusa la potenzialità tattile di un inchiostro – palese
metonimia – che sderena ma non tocca, non penetra il reale, e soprattutto
rischia di scivolare nel “poeticume” d’accatto e sdolcinato.
In Ferrari, invece, lo abbiamo ormai capito, la poesia per raggiungere il vero
deve potersi fare anti-poesia, cioè dimensione spiazzante di un corpo mobile,
vivo, persino ironicamente seduttivo, mai pacificato per provare ad aderire al
contesto. Nel tendere alla profondità del rapporto, con “mani esposte”, Ferrari
accetta l’incontro/scontro con il mondo in maniera sempre più virulenta, lo
vedremo soprattutto nel capolavoro, Macello, anche se i germi di quest’urgenza
sono leggibili nella sezione L’ora della specie, forse la più “tossica” per
sarcasmo turbolento di La franca sostanza del degrado:
> Il viale diventò piccola potenza
> e con tanta fine in giro
> conversammo, si può dire, dandoci spallate
> e colpi d’ala.
> Disposti come siamo all’efficienza transitoria
> al ristoro anche distratto
> diventammo ostinatamente superstiti.
> Poi, insuperbiti dal modo conscio
> di invischiarci nell’incanto,
> decidemmo che l’attesa della posta era un’azione,
> perché malgrado le varianze o i lemmi sguardi sulla carta
> scrivere è cercare un paesaggio bello sodo.
In questo testo la lingua procede per scarti improvvisi, torsioni sintattiche
che sembrano voler registrare il momento stesso in cui il rapporto con il mondo
si produce come attrito. “Il viale diventò piccola potenza” colloca la scena in
uno spazio ordinario che, però, viene investito da una forza improvvisa e
l’andamento successivo – “e con tanta fine in giro/ conversammo, si può dire,
dandoci spallate/ e colpi d’ala” – costruisce una dinamica relazionale
instabile, in cui il conversare non ha nulla di pacificato. Il dialogo avviene
attraverso urti, contatti fisici aggressivi – le “spallate” – e di puro slancio
animale – i “colpi d’ala” –, come se la relazione oscillasse continuamente tra
gravità e impeto. Infatti, i tre versi successivi – “Disposti come siamo
all’efficienza transitoria/ al ristoro anche distratto/ diventammo ostinatamente
superstiti” – fanno emergere una condizione molto precisa che Ferrari individua
per la specie: ogni efficienza è “transitoria”, senza possibilità di stabilire
un ordine duraturo e la stessa provvisorietà è ravvisabile in una necessità di
“ristoro distratto”. Dentro questa precarietà, la specie – una tra le tante –
diviene “superstite” in tutta la casualità di un esito imprevedibile, senza
altro scopo se non una permanenza che non ha niente di salvifico, semmai è
limitata dall’insuperbimento periodico e dalla convinzione “di invischiarci
nell’incanto”, cioè di auto-illuderci. Il pensiero si contorce per cadere nella
persuasione – si noti l’insistenza sui prefissi locativi o intensivi “in-“,
“insuperbiti”, “invischiati”, “incanto” – esponendo il linguaggio alla
deliberazione arbitraria, come si suggerisce la chiusa: “decidemmo che l’attesa
della posta era un’azione,/ perché malgrado le varianze o i lemmi sguardi sulla
carta/ scrivere è cercare un paesaggio bello sodo”. I “lemmi sguardi sulla
carta”, in questo contesto, mostrano che la scrittura, pur nascendo dentro una
necessità di orientamento, “cade”, con la specie, nella convenienza
utilitaristica per cui “scrivere è cercare un paesaggio bello
sodo”. L’espressione, intenzionalmente spiazzante, sostituisce a ogni idea
astratta di ispirazione una ricerca quasi carnale della consistenza,
il “paesaggio”, infatti, non è uno scenario contemplativo ma è qualcosa di
“sodo”, concreto nella sua succulenza e capace di opporre materia al gesto della
poesia, disinnescandone l’incanto. Lo spessore dell’attrito, allora, si
confronta dentro uno scenario/soglia in cui la parola incontra l’ipotesi della
sua sconfitta. Il verso di Ferrari vola talmente basso da essere dentro
l’impatto, in un dolore sempre violento e sempre presente, in lotta perenne, per
questo la sua poesia incide e penetra – anche se all’altezza di La franca
sostanza del degrado la parola vuole imprimere un significato forzando e
capovolgendo in molti casi la violenza espressionistica in sospensione
sardonica, come se il soggetto dovesse continuamente conquistare il proprio
contatto con il mondo. Proprio da questa urgenza nascerà, come vedremo, la
tensione estrema di Macello, dove il paesaggio cercato non sarà più
soltanto “sodo”, ma brutalmente corporeo.
L’insistenza sul dolore non esistenziale ma reale trova ancora espressione in
frammenti estremamente compressi, come questo della sezione Poesie laconiche:
> Al centro della carne
> ogni dolore è cosa
> che mal sopporta righe.
A conferma della direzione appena formulata, il frammento rappresenta una
dichiarazione di poetica tanto più significativa perché, per quanto contratta
fin quasi all’aforisma, la scrittura di Ivano Ferrari non attenua ma aumenta la
pressione del detto.
“Al centro della carne” è un avvio che colloca subito il discorso in una zona
primaria e immediatamente fisica, avvalorando l’ipotesi che ogni possibilità di
pensiero prima debba attraversare la consistenza del corpo, cioè il focus in cui
il dolore si fa materia vivente. Per questo, infatti, “ogni dolore è cosa”,
perché la realtà fattiva elimina ogni tentativo di trasfigurazione. L’ultimo
verso – “che mal sopporta righe” –, infine, ci dice che il dolore resiste alla
scrittura, sopporta male le disposizioni del linguaggio, rifiutando di essere
ordinato dentro il tracciato figurato dei versi. Le “righe” sono qui il segno
minimo dell’ordine poetico e, quindi, anche della misura, cui il dolore oppone
una resistenza costitutiva e caotica.
In questo brevissimo testo Ferrari mette in scena la tensione centrale della
propria scrittura: la poesia nasce proprio nelle intercapedini dove ciò che deve
essere detto sembra opporsi alla forma stessa che dovrebbe contenerlo. Il
linguaggio non viene percepito come strumento pienamente adeguato, resta
piuttosto un dispositivo che tenta di avvicinarsi a qualcosa che eccede, che
urta, che non si lascia tradurre. In questo scenario, ogni parola deve arrivare
al lettore manifestandosi per sottrazione (anche questa è una necessità di
compressione del senso), per ridurre al minimo il margine tra esperienza e
formulazione.
I tre versi, inoltre, procedono con un’andatura quasi lapidaria, perché anche il
ritmo si adegua a una scansione senza appoggi descrittivi e senza sviluppo
argomentativo. Se la poesia deve giungere in maniera netta al punto di attrito
tra corpo e parola, allora il dolore, lo ripetiamo, per Ferrari non può essere
allegoria della condizione umana, ma fatto concreto che costringe la lingua a
ridefinire continuamente il proprio limite – il suo “tra” – con il mondo.
Limite che potrebbe apparire definitivo nella morte, ma nulla di pacificato
avviene nella poesia di Ferrari, anche quando questa zona estrema cade con tutto
il suo peso sull’esperienza del soggetto. Vedremo sempre meglio che dimensioni
assumerà il confronto con la morte stessa nello sviluppo delle raccolte
successive – fino a La morte moglie del 2013 –, ma intanto La franca sostanza
del degrado ci propone questo nell’ultima sezione (Smaltitoio) dedicata alla
morte del padre:
Morto
Davanti a me
i tuoi occhi chiari
entrano nel naturale
mondo delle maschere.
Il brevissimo testo introduce il tema della morte familiare senza modificare il
principio fondamentale della scrittura di Ivano Ferrari che, anche davanti a una
perdita intima, può mantenere un registro asciutto, una riduzione all’essenziale
che elimina il pathos e rende più netta la tensione del dettato.
L’attacco – “Davanti a me/ i tuoi occhi chiari” – costruisce una scena di
prossimità frontale con un tu esplicito che il soggetto osserva quasi
immobilizzato nell’istante del distacco. Ferrari non cerca lo sviluppo elegiaco,
non racconta il padre aprendo alla memoria narrativa, ma isola invece un
dettaglio minimo, gli occhi, e affida a quel dettaglio l’intera densità della
scena. La scelta degli occhi, infatti, è decisiva in un quadro di pura
osservazione senza contemplazione, perché conserva per l’attimo della sua
pronuncia qualcosa della singolarità concreta della persona (la parola “padre”
non appare mai nel piccolo ciclo dedicato alla sua morte, anzi, se non fosse per
la parentesi dopo la parola “smaltitoio” nel titolo, dovremmo intuirne il
destinatario e lasciare nel dubbio la nostra stessa intuizione) che si dilegua
dallo sguardo e si sottrae alla sua immediatezza entrando “nel naturale/ mondo
delle maschere”.
Il transito metonimico degli occhi – quindi dello sguardo – ci permette di
oltrepassare la soglia verso un mondo “naturale” dove il volto irrigidito del
defunto, la maschera, non incontra il risarcimento – la spettralità per
induzione etimologica e metaforica, “amletica” oserei dire – al dolore che il
lettore potrebbe cercare nel trapasso, ma più icasticamente la forma concreta
dell’occhio pietrificato dalla morte, cioè una forma materiale di maschera. Fuor
di metafora, quindi, Ferrari ci sottopone all’osservazione cruda di un’evidenza
senza scampo: il volto che diventa figura non più disponibile allo scambio vivo.
Pura superficie? Non credo, perché pur non appartenendo a una dimensione
eccezionale o metafisica, la morte è comunque collocata dentro la continuità
fisica del vivente che rappresenta un passaggio di soglie, un transito appunto,
un “tra”.
A questo punto, dopo aver anche noi attraversato con questo testo il “mondo
delle maschere”, occorre entrare in quel dispositivo di visione che è il
capolavoro di Ferrari, cioè il poemetto per tappe, rinnovata Via Crucis della
carne, Macello.
In Macello, nonostante l’anteriorità di molti testi rispetto a La franca
sostanza del degrado, ciò che appariva in forme singolari, come nel volto
paterno appena osservato, si allargherà fino a investire uno spazio collettivo
con gesti reiterati fino alla routine dell’impiego, del vero e proprio lavoro
quotidiano. I corpi animali “trattati” nel mattatoio cittadino dove Ferrari ha
lavorato saranno anch’essi corpi che entrano in una soglia, corpi che stanno tra
presenza e trasformazione, tra vita residua e riduzione a materia. In Macello la
maschera diventerà quasi condizione generale della carne esposta, dove ogni
corpo perderà progressivamente identità per entrare in una serie di passaggi
materiali regolati da gesti pratici e “violentemente” professionali. È qui che
la scrittura di Ferrari mostrerà in tutta la sua matura evidenza una forma
radicale di tra-esistenza perché in un ambiente integrale, vero nella contiguità
dei corpi, si rende tangibile (“annusabile” verrebbe da dire) l’incontro
quotidiano con la morte che non è solo evento singolare, bensì processo di
esposizione collettiva della carne e bordo in cui il vivente continua a
mostrarsi proprio mentre sta entrando nella propria reiterata sottrazione.
Ferrari, in sintesi, abita il margine in cui il “tra” coincide con la nuda
persistenza della materia attraversata dalla perdita.
Per questo il macello è sì un luogo concreto ma anche “allegoricamente” il
laboratorio estremo in cui la scrittura verifica la propria capacità di restare
aderente al reale nel punto in cui esso si mostra più crudo, nella meccanica
quotidiana del sangue versato dal corpo animale.
Serve una continuità percettiva, quasi una resistenza del linguaggio davanti
alla serialità della materia vivente trasfigurata e degradata, che non può
essere tradotta in semplice accettazione, per questo Ferrari non contempla
alcuna resa e neppure vagheggia altre collocazioni per una poesia che occorre
resti ferrea nel contatto diretto con ciò che normalmente resta escluso dal
centro del discorso poetico, e quindi con il margine. Vedremo come questa
postura “dentro” il margine si articoli in maniera sempre più esplicita e
“sociale” soprattutto in Rosso epistassi del 2008, ma ora è il momento di fare
il primo passo nel Macello:
> La carne morta rivive
> nella sua grande miseria
> col vento che riporta gli odori
> ad un ordine sparso.
> La carne morta è ricamata
> da quelle sinuose presenze
> che gli altri chiamano larve.
L’attacco – “La carne morta rivive” – accosta morte e vita senza enfatizzarne
estaticamente i termini, semmai Ferrari li tiene dentro una sintassi elementare
per ricondurli alla “grande miseria” dei corpi. È proprio questa nudità
dichiarativa a dare forza al verso che assume quasi il valore di una prima
stazione percettiva: la carne è morta ma rivive nel fatto di essere nella sua
continua privazione, è in ciclo, en abîme. Si capisce così che non siamo di
fronte ad alcuna resurrezione, quanto, invece, dentro una condizione terminale
della materia privata di funzione e identità – anche se in controluce possiamo
scorgere una dimensione passionale: nessuna redenzione nella riduzione
esacerbata del corpo a violenza esposta, d’accordo, ma è evidente che la
spregiudicatezza espressionistica chiede al lettore di guardare e sentire. La
parola di Ferrari, per quanto essenziale, comunque è necessariamente ostensiva,
anzi è proprio per questo che dal punto di vista stilistico, i mezzi minimi – la
sintassi lineare, il lessico comune, l’assenza totale di amplificazione lirica –
ottengono l’effetto di farci penetrare “sensorialmente” le stanze del mattatoio
a partire dagli odori, forti e casuali – “col vento che riporta gli odori/ ad un
ordine sparso” –, verso forme concrete di una processualità degradata che
raggiungono la “carne morta […] ricamata” per cui la decomposizione appare come
un lavoro minuto, una tessitura biologica eseguita “da quelle sinuose presenze/
che gli altri chiamano larve”, la traccia mobile che lentamente percorre il
corpo in una scrittura della fine.
La carne è già dentro una stazione avanzata del processo dove il corpo continua
a parlare proprio nel momento in cui perde definitivamente ogni centralità
individuale, e lo fa attraverso i vermi che lo in-scrivono. Solo dopo arriva la
poesia, che diviene riconoscibile attraverso un’agnizione inattesa, la più
bassa, quella delle parole trasformate in “vermi combusti”, come leggiamo nel
testo subito successivo a quello appena analizzato, “scintille in questo buio”.
Sarà un buio ontologico o corporalmente viscerale? Chi può determinare i confini
del senso?
Ferrari non offre alcuna risposta ma continua ad attraversare le stazioni della
“macellazione”, come in questo testo:
> C’è un momento della macellazione,
> quando l’organo di sollevamento
> solleva il gambare a cui è appeso l’animale,
> in cui si ripete il sacrificio della crocifissione
> compreso un S. Longino con pertica uncinata
> che stabilizza il corpo per meglio tagliuzzare.
E poi ci indirizza agli “occhi infantili” “di una giovane manza” che
“custodiscono” “un segreto”. Vediamo quale:
> Un segreto riempie le tempie pelose
> di una giovane manza
> e gli occhi infantili lo custodiscono
> con qualche lacrima,
> una piega rugosa nel suo sorriso
> prima di morire
> ed è l’unica a non riempire di suoni
> lo spazio della morte.
> Mi vede (segno il sesso sulla tabella)
> e confermo complice il messaggio.
> Caricata l’arma
> il boia dalle orbite verdastre
> gli sorride (giaccio tra pezzetti di grasso)
> spara.
> I segreti si ricompongono
> nella estraneità della morte.
Il “segreto” di cui si diceva introduce a una dimensione interna che Ferrari
colloca nelle “tempie pelose” della giovane manza quasi a ribadire che il
linguaggio non può essere separato dalla materia che nomina. Attraverso questa
modalità si è capito già in precedenza che il senso nasce nello spazio
intermedio in cui il corpo non è mai puro oggetto biologico ma neppure presenza
simbolicamente compiuta (la condizione di tra-esistenza che stiamo esplorando).
Il “segreto”, allora, non è un contenuto da interpretare, bensì la soglia che la
poesia tenta di sondare tra il tangibile e il non dicibile. Proseguendo nella
lettura, infatti, altri elementi sembrano confermare questo primo indizio: “e
gli occhi infantili lo custodiscono”, la funzione dello sguardo non è di aprire
il significato – il segreto – ma di trattenerlo e custodirne l’evidenza, così
tutta la scena ci dice che il corpo animale diventa portatore di una eccedenza
muta che il linguaggio può solo lambire. L’aggettivo “infantili” intensifica
questo margine e insinua una vulnerabilità immediatamente percepibile ma senza
trasformarla in sentimentalismo, perché resta saldamente ancorato alla
descrizione visiva. La poesia si colloca esattamente nel limite della relazione:
il soggetto vede l’animale, ma ciò che l’animale porta con sé resta
irriducibile. A seguire – “ed è l’unica a non riempire di suoni/ lo spazio della
morte” – il testo si radicalizza in una sospensione sonora che lascia lo spazio
aperto, quasi un’espansione della “piega rugosa nel suo sorriso/ prima di
morire” (così simile alla crepa di Magrelli) in direzione dell’ineluttabile
scabrosità della fine. Quando poi il soggetto entra direttamente nel testo – “Mi
vede (segno il sesso sulla tabella)/ e confermo complice il messaggio” – la
relazione diventa più complessa, perché il linguaggio umano appare diviso tra
due registri incompatibili e tuttavia simultanei: da un lato c’è lo sguardo
reciproco, “mi vede”, dall’altro c’è la scrittura funzionale, “segno il sesso
sulla tabella”, dove la parola burocratica, classificatoria, attraversa lo
stesso spazio in cui avviene il riconoscimento. In questo punto Ferrari ci
mostra con estrema precisione come il linguaggio stesso abiti il suo limite: per
quanto possa registrare, classificare, nominare secondo procedura, non può però
sottrarsi alla percezione di ciò che eccede quella registrazione, allo scandalo
del verbo. Il termine “complice” esprime senza infingimenti la coabitazione dei
due livelli in cui il soggetto è implicato: dentro il dispositivo di scrittura
e, per questo, non coincidente con la realtà, abitatore di un margine etico
estremo – di chi giace sui “pezzetti di grasso” della materia inerte –, come ci
dice in maniera fatale il finale: “I segreti si ricompongono/ nella estraneità
della morte”, in una forma altra, dentro una “estraneità” che impedisce ogni
appropriazione definitiva. La poesia può arrivare fino al bordo della
comprensione senza oltrepassarlo, ecco perché il corpo animale diviene il
correlativo oggettivo di un dolore intenso, quello in cui il linguaggio vive
carnalmente il proprio limite. Ma, allo stesso tempo, il linguaggio, puntando
tutto sull’aderenza al corpo senza sublimazione, accetta di diventare esso
stesso corpo minimo, materia verbale che resiste senza pretendere di sciogliere
il reale.
In questo senso il margine è il luogo in cui la poesia accade come relazione
incompleta tra due forme di esposizione – il corpo animale e la parola –
entrambe collocate tra presenza e sottrazione.
Gianluca D’Andrea
(continua)
*In copertina: Ivano Ferrari fotografato nel 2008 da Giovanni Giovannetti
L'articolo Discorso intorno all’anti-poesia di Ivano Ferrari proviene da Pangea.
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Tensione del senso: le crepe di Valerio Magrelli (2ª parte)
Abbiamo potuto notare come, nel passaggio dalle prime raccolte fino a Esercizi
di tiptologia, la centralità del soggetto si erode progressivamente, in La
poesia questa perdita di centralità trova una formalizzazione tecnica oltre che
concettuale. Già la presenza del testo in Didascalie per la lettura di un
giornale ci dice molto dell’attenzione di Magrelli al mondo esterno, alle sue
possibilità di apertura e assedio. Il giornale – ma l’informazione tutta – ci ha
depredato di un contatto diretto prima con la sapienza poi con la conoscenza,
parafrasando il celebre motto di Eliot presente in The Rock e posto in esergo da
Magrelli, ma ci mette in contatto col mondo, è la finestra che affaccia
all’esterno il nostro ego assediato, impaurito e che, a sua volta in quanto
soglia, lo richiude al suo interno perché lo aggredisce, riproducendo il
circuito-cortocircuito della psiche sul piano sociale, il territorio, cioè, dove
Magrelli ci sta trasportando da quando abbiamo abboccato all’amo della sua
poesia (non ci sarà tempo all’interno di questo lavoro sul “tra” relazionale di
prendere in considerazione un altro libro di ricerca collaterale ma non meno
significativo rispetto alla vena principale della poesia di Magrelli, Il
commissario Magrelli – 2018 –, un libro sull’ “eccessiva giallizzazione” della
nostra letteratura che critica la società dei “lupi”, degli aggressori, degli
assedianti attraverso il genere giallo, tra l’altro, en passant, un’altra
ossessione di Eliot).
Se la crepa, alle origini del tragitto, costituiva il punto di dislocazione del
soggetto, sembra adesso diventare sempre più condizione di trasmissione e la
poesia, come tentativo di comunicazione tra mondi separati, rompe la parete del
proprio involucro, rigetta il nemico, l’altro che è il soggetto, il suo mauvais
sang (vedremo quale sarà la trasformazione di questo cattivo sangue relazionale
e sociale nell’ultimo Magrelli).
La luce eccedente e il ronzio persistente ci conducono a un vero e proprio
disturbo, il cortocircuito si fa da percettivo, collettivo. Vediamo come:
Descrizione di una connessione in rete
sotto forma di accoppiamento animale
Sentire come geme e come,
torturandosi roco, fischi, trilli,
rivolto alla sua anima gemella
per lanciare il richiamo:
contorcersi, stridere
in un gorgheggio che è
tempesta magnetica – basta
per dire come il suo contatto
sia stipula, danza, corteggio,
perduta estenuazione
di una copula lancinante,
coassiale.
In Disturbi del sistema binario (2006), raccolta di cui il testo è un
estratto, Magrelli continua a trasferire la riflessione sulla crepa e
sull’attraversamento dal piano percettivo-corporeo degli anni Ottanta e Novanta
a un piano relazionale-collettivo e, possiamo aggiungere, tecnologico,
esplorando la connessione “in rete” – in senso sia tecnico sia esistenziale –
come esperienza destabilizzante. Il titolo stesso del libro suggerisce un campo
di forze in cui la logica binaria (presenza/assenza, vero/falso,
soggetto/oggetto) viene messa in crisi da fenomeni di interferenza, rumore,
disturbo: condizioni che mostrano ancora una volta come l’idea di una
trasmissione lineare e trasparente sia illusoria.
Nel testo Descrizione di una connessione in rete sotto forma di accoppiamento
animale, la “rete” è un campo dinamico di scambio e scontro, uno strumento per
niente neutro di comunicazione. La metafora zoomorfica
dell’accoppiamento sottolinea la natura pulsionale, e persino agonistica, del
collegamento: “geme… fischi… trilli” sono segnali di una comunicazione carica di
interferenze e sovratensioni. La connessione è una tempesta magnetica, un campo
di forze che annulla gerarchie ma, allo stesso tempo, produce un effetto di
saturazione percettiva. La scelta dell’aggettivo “coassiale” in chiusura –
termine tecnico che designa un tipo di cavo usato per la trasmissione di segnali
– introduce direttamente la dimensione materiale e infrastrutturale della
connessione: il legame è composto da mediazioni fisiche, scarti, perdite di
segnale e, in questo senso, la poesia di Magrelli elabora una diagnosi della
condizione contemporanea: vivere in rete significa essere attraversati da
richiami che si intrecciano in modo inafferrabile, una “virtualità” che è pura
“potenza” e, in quanto tale, rischia di trasformarsi in prepotenza. L’epoca
delle grandi trasformazioni tecnologiche, il Novecento come secolo della scienza
con tutte le sue ambiguità, ci ha portato a una nuova “età dell’ansia” –
reminiscenza audeniana? –, a un’esposizione totale all’altro come in un nuovo
campo di battaglia, una battaglia “virtuale” che non significa meno “reale” di
qualunque guerra, solo che si muore in altri modi, ambigui come la “guace”,
testo-concetto che introduce l’intera raccolta e che indica “una stagnazione
della vita / infestata di morte”, una soglia aperta/chiusa in cui non è
possibile “tenere fuori i mostri, / ma nemmeno […] accoglierli” (la stessa
ambiguità dell’ultimo film di Kubrick, Eyes Wide Shut che chiudeva il millennio
nel 1999). Allo stesso tempo, Magrelli sostiene un’estensione di ciò che ci ha
preceduto, una resilienza ai segnali che, disturbando, si compenetrano,
amplificandosi. Il disturbo è pur sempre per lui la condizione strutturale
dell’esperienza già nell’ambiente reale, figuriamoci nel digitale che ne è la
propaggine scientifica, in continuità con quanto avvenuto nel XX secolo. La
poesia, così, assume questa condizione e la traduce in pattern ritmico e sonoro
– “torturandosi roco, fischi, trilli” – come se lo stesso verso fosse soggetto a
interferenze e la crepa originaria della percezione (visiva, cognitiva) potesse
ritradursi in perturbazione collettiva. L’individuo oggi esperisce
un’esposizione continua, le connessioni lo attraversano e lo modificano non
connettendo nient’altro che la stessa esposizione, rendendo ambigua la
comunicazione che è già qualcosa di diverso persino dal vedere male e ascoltare
troppo della precedente stagione poetica. La relazione, infatti, occorre
ribadirlo, non è più mediazione limpida tra due soggetti, ma campo di tensione
magnetica – come il medium poesia analizzato nel testo precedente – in cui ogni
termine si definisce attraverso la propria distanza dall’altro. Il testo in
questione registra questa situazione come esperienza corporea – “perduta
estenuazione di una copula lancinante” – e la connessione diventa un
dispositivo tettonico di scambi instabili, una nuova faglia d’esperienza.
Questa prospettiva pone Magrelli in dialogo critico con la
contemporaneità: Disturbi del sistema binario non denuncia un insieme di
patologie digitali, ma mostra come la stessa logica del mondo connesso renda
evidenti i limiti della comunicazione lineare e della relazione intesa come
presenza immediata. In questo modo l’opera sviluppa ulteriormente il tema
del “tra” come campo di forze dove senso, relazione e linguaggio coesistono in
tensione continua, attraverso interferenze, accoppiamenti improvvisi, risonanze
e cortocircuiti.
La poesia, in questo contesto, è una trama di segnali che non si appianano, un
processo in cui il soggetto è attore e spettatore insieme, esposto alle
perturbazioni che attraversano la rete e la società. La crepa, allora, continua
ad essere punto di trasmissione che ora si traduce anche in caratteristica della
relazione contemporanea, “metamorfizzata”, in cui l’esperienza dell’altro e del
mondo si costituisce come campo transitivo di rumori e interferenze, cui la
poesia non dà risposta, occupandosi invece di registrare la tensione stessa del
senso. La disillusione che caratterizza tutta l’operazione di Disturbi del
sistema binario è sintetizzata, non a caso, nell’ultimo testo della raccolta che
riportiamo:
Post scriptum
Addio alla lingua
I.
Di colpo, un 6 gennaio di diversi anni fa,
conobbi la mia Nera Epifania,
quando la lepre mi balzò agli occhi
e mi rispose mentre mi rivolgevo all’anatra.
Fino ad allora avevo ciecamente
creduto nella sacra liturgia del colloquio.
Comunicare, per me, significava comunicarsi
nella comunione di una parola comune.
Quel giorno compresi lo scopo del Giano animale:
vanificare, ossia «gianificare», ogni scambio verbale.
Adesso è un mondo invaso da ultracorpi,
dove chiunque potrebbe rivelare un profilo nascosto,
parallelo,
ignoto anche a se stesso.
II.
Fu un’amara Befana,
quella con cui si chiuse il mio millennio.
Invece di portare i suoi regali,
mi strappò ciò che avevo di piú caro:
il sogno di una lingua condivisa.
Creature biforcate e logo-immuni
mi sorsero davanti,
invulnerabili alla verità.
Ero entrato nell’era dell’anatra-lepre,
in una età del ferro, del silenzio.
Resta da capire quale sia questa “età del ferro” di cui si parla nel finale e
per questo dobbiamo passare a Il sangue amaro del 2014, già nel titolo
trasformazione evocativa del mauvais sang di rimbaldiana memoria visto in
precedenza.
La raccolta si presenta come un’opera di enorme articolazione tematica e
formale, strutturata in dodici sezioni, che affronta campi eterogenei: testi
dedicati ad amici e poeti, riflessioni sul linguaggio e la lettura, componimenti
civili e sociali, inserti prosastici, poemetti etologici come La lezione del
fiume e meditazioni sulla musica, sul rumore e sull’acustica. Tutto ciò rivela
un Magrelli che, pur mantenendo la precisione concettuale e il rigore formale,
si confronta con il mondo esterno e con la sua frammentazione antropologica.
Il titolo della raccolta stesso evoca una condizione esistenziale caratterizzata
dall’amarezza diffusa, una sorta di tonalità emotiva permanente che non si
limita alle introspezioni solipsistiche, ma investe la relazione tra individuo e
mondo. Questo sentimento riguarda tanto la quotidianità e i rapporti familiari –
per esempio nel legame con la figlia – quanto la precarietà civile e sociale del
presente, testimoniato da versi che reagiscono alle ingiustizie, alla
marginalità urbana e all’alienazione collettiva.
All’interno della raccolta risalta la sezione intitolata Timore e tremore, il
cui riferimento al motto paolino e alla teoria kierkegaardiana non è casuale.
Attraverso esso, Magrelli esplora l’idea di un’esistenza attraversata dalla
paura e dall’incertezza, un tempo in cui il soggetto non ha sicurezze di fronte
all’altro, alla società e a se stesso, e in cui il mondo si presenta come
qualcosa che non può essere semplicemente interpretato o compreso.
Questa scoramento diffuso si inscrive in una poetica che, come abbiamo visto, ha
sempre indagato il rapporto tra percezione e linguaggio, ma qui lo collega in
modo più diretto alla fragilità delle relazioni umane e alla dissonanza
sociale della nostra contemporaneità. In Disturbi del sistema binario la perdita
di una lingua condivisa veniva rappresentata con immagini di “Creature biforcate
e logo-immuni” e con il cortocircuito comunicativo; in Il sangue amaro tale
perdita si traduce nell’amarezza di un linguaggio che non consola e non fonda
unità, e nella difficoltà di ricongiungersi con l’altro o con la comunità.
La raccolta, pur attraversando momenti di ironia e leggerezza, continua a
tornare sull’idea di irreversibilità temporale, ansia esistenziale e
impossibilità di un contatto pieno tra soggetto e mondo. Il riferimento alla
vita familiare e alla corporeità, in particolare attraverso la figura dei figli
o degli affetti quotidiani, indica un possibile spazio di apertura relazionale,
ma persino qui tale apertura è segnata dal peso del tempo, della paura e
dell’incomunicabilità. La poesia, allora, è il “sangue” che, rimesso in circolo,
si fa contatto tra “mondi separati” nella resa alla distanza e alla fragilità
condivisa. Vediamolo attraverso i testi:
Welcome
Dio delle baraccopoli, Gesù dei clandestini,
nato nella favela, ultimo fra i bambini,
creatura della notte, amato dai reietti,
scintilla nelle tenebre, abisso degli eletti.
Gesù di baraccopoli e Dio dei clandestini,
nell’ultima favela neonato fra i bambini,
amato dalla notte, creatura dei reietti,
abisso nelle tenebre, scintilla degli eletti.
Abisso e baraccopoli, scintilla e clandestini,
quanto amato in favela!, creatura dei bambini,
ultimo nella notte, neonato fra i reietti,
Gesù dentro le tenebre, Dio di tutti gli eletti.
In Welcome, Magrelli organizza il testo come una macchina di permutazione:
quattro nuclei semantici – divinità, marginalità sociale, infanzia, polarità
luce/tenebra – vengono costantemente ricombinati. Non c’è sviluppo narrativo,
non c’è progressione tematica in senso lineare; c’è una rotazione controllata
degli stessi elementi, secondo uno schema quasi combinatorio.
La prima strofa stabilisce l’assetto simbolico: “Dio delle baraccopoli, Gesù dei
clandestini” colloca immediatamente il sacro nello spazio dell’esclusione. La
nascita nella favela, l’essere “ultimo fra i bambini”, l’essere “amato dai
reietti” ridefiniscono la genealogia cristologica in chiave periferica. La
chiusa “scintilla nelle tenebre, abisso degli eletti” introduce una tensione
verticale: luce e profondità convivono nella stessa figura.
La seconda strofa riorganizza i contenuti precedenti. “Gesù di baraccopoli e Dio
dei clandestini” inverte l’ordine dei nomi divini; “amato dalla notte, creatura
dei reietti” scambia i complementi; “abisso nelle tenebre, scintilla degli
eletti” ribalta l’asse luce/profondità. Questa strategia di inversione produce
un effetto di instabilità controllata. Il senso non si espande, si intensifica.
La ripetizione con variazione crea una pressione semantica che impedisce la
fissazione definitiva delle gerarchie.
Nella terza strofa il procedimento raggiunge il massimo grado di condensazione.
L’apertura nominale “Abisso e baraccopoli, scintilla e clandestini” elimina il
verbo e accosta direttamente categorie ontologiche e categorie sociali.
L’esclamazione “quanto amato in favela!” spezza la linearità sintattica e
introduce una torsione enfatica che carica lo spazio della favela di un valore
affettivo assoluto. La chiusa “Gesù dentro le tenebre, Dio di tutti gli eletti”
amplia il campo: l’elezione è inscritta nello stesso spazio oscuro che definisce
la marginalità.
Se leggiamo il testo alla luce del percorso che abbiamo tracciato, la “crepa”
qui non attraversa più il soggetto percettivo, come in Ora serrata retinae, né
si configura ancora come disturbo comunicativo in senso tecnologico o mediatico.
Essa agisce sul piano simbolico e teologico.
La forma litanica richiama la preghiera comunitaria, però la comunità evocata
non coincide con un’assemblea rassicurante. È una collettività ferita, composta
da clandestini, abitanti di baraccopoli, bambini ultimi. Il linguaggio sacro
sopravvive come schema, mentre il suo referente si sposta verso i margini. La
tensione del senso nasce da questo scarto: la tradizione cristologica viene
riattivata dentro uno scenario urbano segnato dall’esclusione globale.
In tal modo Welcome rappresenta un momento decisivo nell’allargamento
concettuale che va dall’individuo alla società. La poesia mostra che l’asse può
spostarsi, che l’ultimo può diventare centro, che l’elezione può coincidere con
l’ombra. In questa oscillazione si avverte già quella condizione di instabilità
strutturale che, nei testi successivi, si manifesterà come ansia sistemica e
come disturbo generalizzato del senso.
La frattura sociale è anche la presa in atto di un mal de vivre dissociato dalla
vita stessa, di un modo di esistere e stare nella relazione combattuto e reso
più “amaro” dal sentirsi incastrato nella propria condizione. “Sono ostaggio
dell’Amore” dice Magrelli in Cerbero in cui la constatazione dell’arrembante,
desiderato “non-essere” è ostacolata e ancora trasformata dall’Amore, con la
maiuscola, dio dello “stare accanto” e del “vivere insieme”. Su questo estremo
paradosso ragiona tutta la seconda parte de Il sangue amaro: rappresentazione
dell’oscillazione tra allontanamento e distanziamento relazionale. Con
l’ipertesto La lettura è crudele, partendo dallo spunto dell’evento di lettura,
solitario e per certi versi alienante, Magrelli riflette sull’impossibilità
della “vicinanza” amorosa, così nel testo iniziale leggiamo: “se amore è la
distanza che ci chiama / e insieme la paura di varcarla” ([Matrice]). Nella più
antica tradizione lirica, il tema della lontananza dall’essere amato esprimeva
la dimensione, nonché l’accettazione, di un ordine sociale e civile, assumeva,
per segnali, la possibilità di una lettura del reale, riconosceva una gerarchia
di valori per cui la distanza tra il cantore e il potere (il signore feudale ma
anche Dio) si risolveva nell’aspirazione a un superamento concretizzato dal
canto e dalla parola. La frammentazione moderna e la dissoluzione post-moderna
dell’ingombro identitario riverberano esacerbate in questo poemetto della
separazione, che si conclude nell’impossibilità del contatto:
XI.
e insieme la paura di varcarla.
Ma c’è un divieto.
Il desiderio d’essere sradicati da sé,
fino a confondersi con la creatura amata,
si scontra con la forza di gravità che ci governa.
L’io si agguanta al suo io e non si lascia andare.
Da qui la nostalgia per la persona
con cui non potremo mai ricongiungerci
nel paradiso perduto della lettura,
nel paradiso perduto che la lettura addita
sul fondo incantato del non-io.
L’abisso naturale della nostra concretezza appare inscalfibile, soprattutto per
chi ha sempre vissuto il corpo come un peso. La materia si fa ingombro ma il
paradiso è perduto per sempre, proprio perché la caduta nel corpo è
ineluttabile, gravitazionale, costringendo il mondo al suo degrado “infero”.
Tra silenzi e cadute, tra fuga e presenza, accettazione e rifiuto, si esasperano
le movenze di un tempo, il nostro, recluso nel suo percorso senza sbocchi. Così
in Annopenanno. Un calendario, sezione che chiude la prima parte del libro,
assistiamo, seguendo l’antico genere, a una ricapitolazione della vita, dei suoi
alti e bassi. La circolarità emerge dalla numerologia: dodici stazioni pagane,
attraverso i dodici laicissimi mesi dell’anno (come dodici sono le sezioni della
raccolta), in cui quello centrale, giugno, importante per il poeta, riassume le
possibilità di un ritorno sempre in ritardo, mutevole, un anello di spirale:
Giugno (1957-2007)
I Am A Strange Loop.
D. HOFSTADTER
Cinquanta volte giugno,
e sarei io, l’anello?
L’anello è lui, questo tempo elicoidale
che torna su se stesso
sempre uguale e uguale mai,
mio giugno, anello solstiziale
di sangue, di nozze, di addio,
eterna vigilia di quella vacanza
che infine giungerà pura
nudissima luce definitiva,
mio sabato dell’anno, rompendo
finalmente l’anello sisifale.
La seconda parte de Il sangue amaro si apre con una sezione più intima, Piccole
donne, con chiari riferimenti ad alcune fasi della vita della figlia del poeta,
o meglio, della vita del poeta che osserva la figlia, dalla distanza presente in
altri passi della raccolta e già presenti anche in Disturbi del sistema binario.
Anche qui l’ossessione temporale si presenta col suo carico d’irreversibilità e
violenza: «Perché la guardo?» – riferito a una cicatrice minuscola sulla guancia
della figlia, provocata da una compagna – «Solo per ripetermi che il Tempo/ lì è
trascorso, affidando il saluto ad un’unghiata» (Fine come un capello).
In Otobiografia s’incrociano, nel segno della sottostima, di un understatement
“pinzillacchero”, il passare del tempo e le idiosincrasie di matrice sonora,
altro segno di continuità (e ripetizione ossessiva) nell’opera di Magrelli, al
limite dell’acufene schizoide: “La verità è diversa:/ mentre mi punto alla
tempia quell’attrezzo/ che sembra una pistola” (riferito a un vecchio phon
malridotto) “viene fuori il racconto di storie terribili,/ fucilazioni, il
pianto di bambini./ È come una confessione non richiesta,/ una registrazione
spedita per errore./ Che c’entro, io, con tutto questo sangue,/ io che mi voglio
solo asciugare la testa?/ Ormai ci penso due volte, prima di adoperarlo,/ prima
di sprofondare in quell’orrore/ e assistere impotente a certe scene./ Meglio
bagnato, allora./ Mi verrà il torcicollo? poco male” (Rumore, fa’ silenzio).
Rumori e suoni di mancanze o presenze eccessive, deformazioni acustiche che
amplificano il senso di alienazione, riducendo ogni slancio del soggetto che
resta impaniato nella distruzione e nella perdita, nella ripetizione che
immobilizza, come nella vicenda della città peruviana di Cahuachi ricoperta di
fratture (anche sonore se consideriamo i flauti spezzati), o come nel “suono che
si leva uguale, / il Sempre-uguale” di Suites inglesi.
Occorre adesso aggiungere che il ripetersi di temi e motivi è speculare alla
struttura di molti testi (in cui forme strofiche e numero di versi tendono ad
accostarsi in serie doppie) e all’architettura dell’intera raccolta. I dodici
mesi dell’anno come le dodici note di un piano (come ci avverte
la Premessa nella sezione Annopenanno), il tempo e il suono, iterazione e minimi
slanci d’apertura in sezioni che alternano continuamente alti e bassi – piano e
forte, appunto – in successione, come in una scansione dodecafonica che vive di
accostamenti ambivalenti, senza guide tonali. Serie che si presentano
strutturate, preparate (non per niente le note ci avvertono copiosamente che i
componimenti de Il sangue amaro sono in gran numero d’occasione, frutti di
riciclo testuale). Quest’impostazione strutturale sembra utilizzata in funzione
dissacratoria, per tentare, in questo modo, di rispondere alla crisi
antropologica in atto. Il gioco degli accostamenti conduce all’inghippo
relazionale, sembra consistere in un’attesa, per cui “il sangue amaro” continua
a circolare sulla strada dell’eterna transizione.
La sezione Il policida ha accensioni “civili”, traspare un senso
di pietas claudicante per i senza-lavoro (i giovani), per le vittime del lavoro
(l’incidente alla ThyssenKrupp di Torino del 2007), oppure l’astio senza
invettiva per le oscene manipolazioni burocratiche (I necroburi) e per le
altrettanto oscene compromissioni nella storia recente della politica nazionale
– due indovinelli che vanno sotto il titolo I guanti di Nesso, indicanti,
attraverso il riferimento mitologico, l’ambiguità del messaggio, per cui la
camicia del centauro si trasforma in un referente che porta con sé il seme – o
sema – della dualità, in quei guanti che conservano nel veleno celato
l’uniformità e l’impossibilità della scelta.
La formula dell’indovinello ritorna, come citazione, nella sezione La lezione
del fiume, poemetto in forma di rondinets, cioè un tipo di composizione che
deriva dal rondeau francese, medievale e poi barocco. Epoche di passaggio,
transizionali, come il fiume in questione, inteso come vita, dimora
esistenziale, come metafora iperbolica del sangue che dà il titolo alla raccolta
(il quale manifesta l’ambivalenza quasi ossimorica e circolare di un proverbio,
per cui la vita, rappresentata dal sangue, è abbinata a un aggettivo che ne
illustra la forza stringente e negativa). Così il richiamo al Sinfosio
dell’Anthologia Latina è collegabile ai diversi enigmi che l’esistere pone, ma
anche alla vita del poeta che abita la dimora della sua poesia:
XIII. Pesci in poesia
Ancora non ho detto della fauna, della flora del fiume,
il fervore di creature brulicanti che vivono nel flusso,
che vivono nel dolce. Da qui, l’indovinello di Sinfosio:
C’è una casa sulla terra che zampilla e ha voce chiara
È una casa che rimbomba, ma il padrone, muto, tace
Tuttavia corrono insieme, il padrone con la casa.
Questo è il pesce di fiume
che tace nel fiume che mormora,
che nuota nel fiume che nuota.
E il fiume medesimo, pesce-matrioska,
trascina, saltellante e canterino,
il popolo natante insieme a sé.
La nostalgia del ricordo, l’evidenza della fine, emergono anche nella
sezione Paesaggi laziali, in cui la vicinanza al nulla entropico (o si tratta di
metamorfosi brulicanti e, per questo, ancora non chiaramente leggibili?) si
presenta in componimenti che contengono tematiche di estinzione: della periferia
urbana (Principe delle Volpi!), della lingua che si parlava e non si parlerà più
(Invettiva sotto una tomba etrusca) perché “Adesso parleranno tutti uguale”, in
un cupo pessimismo che riflette sul futuro della lingua italiana. Estinzione del
rito mortuario, Il funerale laico, gioca ancora con la metafora del
fiume-esistenza, per cui noi tutti “aspettiamo / sulle rive del Nihil” una fine
che è già avvenuta, “la nuda Verità” del nulla che ci ha trasformato in morti in
vita. L’ossessiva ambivalenza tra scomparsa e sopravvivenza raggiunge il culmine
nei versi di Pasqua (p. 122), etimologicamente ancora un passaggio:
Pasqua
In una Pasqua azzurra e solitaria
(la città vuota, la mamma ammalata)
decido di portare mio figlio di sei anni
in bicicletta, lungo il fiume, a nord.
Via per il Pantheon, culla funeraria!
(nessuno in giro, la strada ventilata)
e dritti fino al Tevere, per scordare gli affanni,
luccicante e leggero da farsi in pedalò.
Ma dopo il Foro Italico, dalla ricca statuaria
(la ciclabile scende, più buia, malfamata)
un villaggio di nomadi, fra le baracche e i panni,
ci piomba addosso muto, con lamiere e falò.
Poi la pista risale in una curva d’aria
(noi ci voltammo indietro, la minaccia sventata)
trasparente di luce, lontana dai capanni
degli stranieri – zingari, clandestini, macrò.
Così in quella giornata raggiante e leggendaria
(per la nostra famiglia, sebbene menomata)
restò quel punto nero, vergogna, disinganni,
fratellanza, paura, odio, pena, non so.
L’ultimo verso, elencazione, asindeto senza climax, se non neutralizzante in
quel finale “non so”, apre all’ultimo accostamento dodecafonico del libro,
all’ultima sezione che riprende l’accordo incipitario espresso dal titolo. Il
sangue amaro si apre con la dichiarazione lucida, aperta, del poeta, di una
coerenza che dura da sempre, per cui produzione e vita sono legate
nell’ambivalenza, il suo “Sangue Amaro. / È una specialità della casa, sin dal
lontano 1957” (Sangue Amaro). Così anche la poesia è vita di un’ombra o ombra
della vita (altra eco barocca), in sostanza “lo stampo che porto dentro me, /
stampo del mondo impresso a me nel mondo / e che mi fa essere al mondo /
soltanto nella forma dello stampo” (Invisibile e invincibile). Persona è la sua
ombra, le sue ombre che allontanano dal matrimonio col mondo, per cui è
necessario un filtro (pozione magica) chimico che stordisca il disorientamento
del soggetto:
Le nozze chimiche
Queste che prendo gocce
con tanta religiosa compunzione
sono i miei testimoni
per le nozze col mondo.
Soltanto grazie a loro posso stringere
un patto d’amore col mondo,
perché solo con loro reggo l’urto
della sua illimitata ostilità.
Elmo fatato: mio padre non lo aveva
e morì, prima ancora di morire,
incredulo, indifeso ed indignato,
sotto i colpi del mondo.
L’unione è spezzata in definitiva, la crepa sembra espandersi in voragine, il
poeta è “testimone alle nozze/ fra la Mancanza e la Ripetizione” (Piccole stanze
d’albergo), ultime divinità del tempo presente.
Proprio la ripetizione, infatti, raffigurata in un’interpretazione circolare
dell’esistere, chiude il libro:
Sul circuito sanguigno
È come nel sistema circolatorio:
il sangue è sempre lo stesso,
ma prima va, poi viene.
Noi lo chiamiamo odio, ma è solo sofferenza,
la vena che riporta
il dono delle arterie alla partenza.
Circolazione, ripartenza continua, che potrebbe scalzare la mancanza nonostante
l’ostilità del mondo (dell’Altro), proprio nella sofferenza della ripetizione.
Ma dovremmo essere in grado di sopportare il sacrificio dell’apertura, il dolore
in essa implicito anche in termini di consapevolizzazione delle facoltà
falsificatrici del linguaggio, anzi solo questa rinnovata coscienza potrebbe
permettere lo slancio che consente di non girare più a vuoto in quella
“stagnazione della vita/ infestata di morte” (La guace, in Disturbi del sistema
binario), cioè in una maniera linguistica in cui l’occhio del soggetto non è più
capace di illuminare e lottare per il reale, ritrovandone la grazia. Allora, se
anche la grazia è morte, occorre esporsi senza difese alla sua deformazione,
alla sua trasformazione, alla dissoluzione. Alla verità:
Una eccezione alla regola
La verità è come il sangue:
ci permette di vivere,
ma non dovrebbe mai venire alla luce.
Il testo è pura condensazione teorica, quasi un epigramma esemplificativo
dell’intera traiettoria poetica di Magrelli, e acquista un significato pieno se
letto come punto di arrivo della dinamica della “crepa” – dall’incrinatura
percettiva individuale fino alla frattura antropologica e relazionale che
attraversa Il sangue amaro e culmina in Exfanzia (2022), da cui è estratto. La
similitudine iniziale è seguita dalla doppiezza proposizionale che costruisce un
paradosso che funge da formula di funzionamento dell’esistenza.
Nel tragitto interpretativo compiuto, il sangue è già diventato categoria
centrale con Il sangue amaro: circolazione, ripetizione, sofferenza che ritorna,
movimento che non conduce fuori dal sistema ma lo mantiene in vita. Qui la
metafora viene portata al massimo grado di astrazione.
Il sangue è interno, invisibile, necessario, pericoloso quando emerge, come
l’esistenza stessa di cui è metonimia, come la poesia che, nel caso di Magrelli,
ne è vera espressione.
Questo ribalta definitivamente la tradizione occidentale che identificava verità
e luce. Dopo la lunga traiettoria magrelliana – dall’ipertrofia percettiva
di Ora serrata retinae alla luce eccessiva di Esercizi di tiptologia, fino al
disturbo sistemico e sociale – la luce non salva, espone alla ferita, la esterna
e la conferma, e la “crepa-poesia” non celebra alcuna rivelazione ma la teme.
L’intero percorso precedente prepara a questo trauma relazionale insuperato ma
produttivo, perché costantemente desiderante:
* In Ora serrata retinae la crepa invade l’autocoscienza;
* in Nature e venature incrina il soggetto;
* in Esercizi di tiptologia diventa tentativo di comunicazione con l’esterno;
* in Disturbi del sistema binario produce distorsione relazionale e
tecnologica;
* in Il sangue amaro si socializza, diventando condizione storica e affettiva;
* in Exfanzia diventa legge ontologica minimale con l’approssimarsi della fine.
Lo stesso titolo dell’ultima raccolta (Exfanzia) suggerisce un’uscita
irreversibile: espulsione dall’origine senza nostalgia, così la poesia assume il
tono di una conoscenza post-iniziatica. Non c’è più ricerca di autenticità né
speranza di ricomposizione tra io e mondo. La verità non è negata – ed è
decisivo – ma deve restare in circolazione invisibile, come il sangue nel corpo
sociale e psichico, come mera forma di resistenza. Questo ci collega
direttamente alla lettura dell’amore come distanza e impossibilità di fusione:
ciò che mantiene in vita la relazione è proprio ciò che non può essere
totalmente esposto. L’assoluta trasparenza coinciderebbe con la distruzione del
legame.
Il testo assume, ancora una volta, la forma di un referto medico o di un assioma
scientifico, eppure, Magrelli sembra raggiungere il massimo lirismo nel momento
di resa più evidente al se stesso che passa e nell’addio a un modo di fare
poesia che canta l’esperienza, riformulando fino all’ossessione la sua diagnosi
sull’umano. La verità cercata attraverso il dispositivo-sonda della poesia è la
semplice funzione vitale regolata da un principio di soglia: una continua
circolazione invisibile, un mistero che deve restare mistero per rimodularsi
attraverso le metamorfosi del linguaggio. Il desiderio che il mistero resti
continua aspirazione e irraggiungibile è il sangue della nostra tradizione
lirica (italiana, europea, occidentale?), a cambiare è la musica che, per quanto
dissonante, continua a mettere in circolo trasmissione e dialogo. Il solipsismo
originario si è aperto nella sua esposizione all’altro, ri-creandosi, ma la
verità è che dobbiamo sostenere la sua mancanza di rivelazione, la fine come
sola estasi: ogni eccesso di luce produce anche distruzione.
Se all’inizio del percorso l’ossessione era visiva (retina, percezione, luce),
qui il paradigma diventa circolatorio. Non vedere, ma far fluire. Non rivelare,
ma sostenere, appunto. Troppa vista, accecamento, intuizione, visione: sembra
questo il paradigma di un percorso, di una circolazione che ci ha portato
definitivamente fuori dall’infanzia e, allo stesso tempo, più profondamente al
suo interno, a una sapienza minima che fa della relazione un umile contatto
biologico.
Gianluca D’Andrea
(fine)
*In copertina: Valerio Magrelli secondo Dino Ignani
L'articolo “Sul fondo incantato del non-io”. Intorno alla poesia di Valerio
Magrelli (parte seconda) proviene da Pangea.