> “«Ognuno di noi scriverà una storia di fantasmi», disse Lord Byron, e la sua
> proposta fu accettata. Eravamo quattro. Il celebre autore iniziò un racconto,
> del quale pubblicò un frammento alla fine del suo poema Mazeppa. Shelley,
> più portato a dar corpo alle idee e ai sentimenti nel fulgore di immagini
> luminose e nella musica del verso più melodioso che adorna la nostra lingua
> piuttosto che a inventare la struttura di una storia, ne iniziò una fondata
> sulle esperienze dei suoi primi anni. Il povero Polidori ebbe qualche idea
> terribile su una donna con la testa di teschio che era stata così punita per
> aver spiato dal buco di una serratura […] Io mi dedicai a pensare a una storia
> – una storia in grado di rivaleggiare con quelle che ci avevano spinti a
> questa impresa. Una storia che parlasse alle misteriose paure del nostro animo
> e che risvegliasse brividi di orrore – che rendesse il lettore timoroso di
> guardare dietro di sé, che gelasse il sangue e accelerasse i battiti del
> cuore. Se non avessi ottenuto tutto questo, la mia storia di fantasmi sarebbe
> stata indegna de suo nome”.
>
> (Mary Shelley, dalla Introduzione a Frankenstein del 15 ottobre 1831)
È in quella sera piovosa e fredda del giugno 1816, nel salotto di villa Diodati,
nei pressi di Ginevra, che nasce il primo germe di Frankenstein; or, The Modern
Prometeus di Mary Shelley, figlia della scrittrice femminista Mary
Wollstonecraft – autrice della prima dichiarazione dei diritti della donna – e
del celebre William Godwin, filosofo radicale, guida di intellettuali liberi
pensatori e autore del primo detective novelmoderno, di cui ci siamo occupati
qualche tempo fa. Confinati in casa, i villeggianti si trovano per le mani
alcuni volumi di storie di fantasmi tradotte in francese dal tedesco, e si
mettono a ingannare il tempo raccontandosi invenzioni da brivido. C’era Lord
Byron, sceso dalla fama all’infamia, inseguito dallo scandalo e bandito dai
salotti londinesi, e c’era Percy Bysshe Shelley, in fuga dai creditori e da un
matrimonio chiacchieratissimo e compromesso; con loro Claire Clarmont, incinta
di Lord Byron (e non amata), e Mary Wollstonecraft Godwin, la diciannovenne
illuminata sorellastra di Claire e già madre di un piccolo Shelley. Infine, un
personaggio minore: John William Polidori – “il povero Polidori” –, medico
personale di Byron e futuro autore dell’incompiuto Il vampiro.
Dopo una nottata trascorsa a parlare di argomenti orrifici e massimi sistemi,
tra cui il principio della vita e gli esperimenti su piccole forme inanimate che
tornano ad animarsi, la giovanissima Mary non riesce a prendere
sonno, sbrigliando l’immaginazione su un omuncolo creato con innesti di nervi,
arti e organi. “Io vidi – con gli occhi chiusi ma con una acuta visione mentale
–, io vidi il pallido studente di arti proibite inginocchiato di fronte alla
cosa che aveva messo insieme. Vidi la forma orribile di un uomo disteso, e poi
grazie all’opera di un qualche potente strumento, lo vidi dar segni di vita e
agitarsi con un penoso moto semi-vitale. Era spaventoso, perché spaventoso in
modo supremo sarebbe stato il risultato di ogni tentativo umano di parodiare lo
stupendo meccanismo del Creatore del mondo. Il creatore si terrorizzava del suo
stesso successo; scappava via dalla sua opera odiosa, scosso dall’orrore. Egli
sperava che, lasciato a se stesso, il lieve barlume di vita che aveva trasmesso
si sarebbe dissolto, che quella cosa che aveva ricevuto una vitalità così
imperfetta si sarebbe trasformata in materia morta”. (ibidem)
Dopo la prima pubblicazione nel 1818 e una seconda edizione identica del 1823,
il romanzo ebbe la sua versione definitiva nel 1831 (da cui le citazioni
introduttive dell’autrice). Superfluo dire che l’immensa popolarità
di Frankenstein nel Novecento la si deve soprattutto al cinema: il primo a
venire in mente è Boris Karloff in bianco e nero (in copertina), con la fronte
altissima, il volto squadrato e straziato di cicatrici – un miracolo di make-up
ideato da Jack Pierce – nel film di James Whale del 1931. Da lì nacque un vero e
proprio filone con i cosiddetti spin-off, fino ai remake cinematografici più
recenti che hanno cercato di avvicinarsi meglio alla storia tutta gotica narrata
dalla Shelley. Con l’ingenuità dello spirito romantico, nel romanzo vediamo
l’essere creato da Victor Frankenstein unendo vari pezzi di cadaveri (i
“materiali” della morte) che arriva a parlare un inglese forbito e misurato –
imparato ascoltando di nascosto le lezioni del giovane Felix De Lacey alla
propria fidanzata, una fanciulla araba di nome Safie – e che si forma
leggendo Le vite di Plutarco, Il Paradiso perduto di Milton e I dolori del
giovane Werther di Goethe. Il tema portante della storia è quello della
relazione fra il creatore Frankenstein e la propria creatura: una relazione
spaventosamente tormentata, in cui lo scienziato, che è riuscito a riprodurre la
vita, rifiuta la creatura che ha messo al mondo, una storia in cui il destino
mantiene un ruolo implacabile, con sullo sfondo il tema della morte legato
strettamente alla metafora (spietata) della nascita. Un motivo che sembra voler
riproporre l’evento mortuario che segnò la nascita dell’autrice, dove la madre
perì per le conseguenze del parto; ma non solo: nell’estate del 1816, quando
comincia a scrivere la storia, Mary Shelley ha già perduto una bambina a un mese
dalla nascita, e nel gennaio di quell’anno le era nato un secondo figlio,
William, che perderà treenne nel 1819, a pochi mesi dalla morte della sua terza
bambina, nata un anno prima. È in mezzo a tutte queste morti, presenti o a
venire, che Frankenstein viene pubblicato.
Com’era nello stile del tempo, il romanzo si articola in una serie di narrazioni
in prima persona, a cui danno inizio le lettere scritte dall’esploratore Robert
Walton – impegnato in una spedizione artica – alla sorella, Mrs. Faville, nella
lontana Inghilterra. Nella seconda narrazione, Victor Frankenstein racconta al
capitano Walton la sua vicenda, ma lo fa sempre per il tramite di Walton, che
ogni sera prende nota di quanto gli rivela lo scienziato. Segue una terza
narrazione, racchiusa nella seconda come in un gioco di scatole: è infatti
Frankenstein a raccontare a Walton ciò che la sua creatura gli ha riferito circa
il suo primo periodo di vita. Segue un quarto livello, dove la storia familiare
dei De Lacey viene narrata dalla creatura mostruosa come un racconto a cui essa
ha prestato ascolto, e in parte trascritto da lettere in possesso della
famiglia.
Una complessa struttura a incastri in cui Mary Shelley delega la narrazione ai
personaggi, secondo l’impianto di matrice giudiziaria già visto in Caleb
Williams, il romanzo di suo padre William Godwin. Una vicenda fantastica e
inverosimile, ma raccontata dalla voce dei testimoni diretti, in un modo che
alimenta la presa emotiva e l’efficacia perturbante. Al termine del suo accurato
resoconto, Robert Walton riflette scettico sul carattere irreale e inquietante
del racconto di Frankenstein, ma ciò che lo convince è l’aver visto coi propri
occhi il mostro, e la copia delle lettere di Felix De Lacey e Safie, che la
creatura ha consegnato a Frankenstein. È la più piccola delle scatole di cui si
compone la narrazione a sostenere l’edificio del racconto: è il paradigma
indiziario di cui scrive Carlo Ginzburg in “Spie” 1, in base al quale sono
considerati rivelatori proprio i dati marginali, poiché il contenuto delle
lettere è irrilevante allo sviluppo della vicenda. Ne deriva che nel passaggio
da Caleb Williams a Frankenstein l’autenticità della voce viene messa in
discussione, secondo un meccanismo parallelo a quello che nelle sedi processuali
sposta l’enfasi dalla confessione e dalla testimonianza alle prove documentarie.
Nel rapporto tra Victor Frankenstein e la sua creatura vediamo quell’ambigua
dipendenza tra persecutore e perseguitato, fra padrone e schiavo, fra carnefice
e vittima – coi ruoli che si capovolgono – che in Caleb Williams unisce anche
Falkland e Caleb: «You are my creator, but I am your master», sono le parole che
il mostro rivolge allo scienziato. La permeabilità di questi ruoli, in apparenza
opposti, spiega le “alternanze persecutorie” che caratterizzano l’azione del
romanzo. Prima è la creatura, il cui aspetto suscita un irreprimibile disgusto,
a dover sfuggire ogni sguardo umano: gli esempi non sono privi di involontaria
comicità, come quando il mostro fa capolino in una capanna, e l’occupante –
benché vecchio e malfermo – fugge a gambe levate. Non lo aiutano neanche i
progressi nell’uso del linguaggio – non appena i De Lacey lo colgono mentre
perora la sua causa presso il nonno cieco, l’intera famiglia abbandona la casa
rinunciando ai mesi d’affitto e ai prodotti dell’orto – e nemmeno il salvataggio
di una fanciulla caduta nel fiume – atto che gli frutta una pallottola nella
spalla – riesce a risollevare le sue sorti.
Quando vede che tutti lo rifiutano, che le sue buone intenzioni e tutto il suo
impegno per comunicare vengono frustrati, la creatura si ribella e si lancia
alla ricerca del responsabile d’ogni sua infelicità, il suo improvvido creatore,
per punirlo. Essa diventa così un terrificante agente di distruzione, ostinato e
metodico, votato all’annientamento del felice e perfetto gruppo familiare del
suo artefice. È con l’assassinio di William, il fratellino di Victor
Frankenstein, che ha inizio il nuovo corso: ora è Frankenstein a essere
perseguitato dalla creatura, che non si avvale solo della sua potenza fisica, ma
anche di un sottile raziocinio (contrariamente alla vulgata diffusa dal cinema).
Infatti, mentre le numerose versioni cinematografiche (salvo quella, più fedele,
di Kenneth Branagh, e quella demenziale di Mel Brooks) hanno insistito
sull’aspetto brutale del mostro – spesso avvalendosi di elementi apocrifi, come
quello del cervello subnormale 2 –, la creatura è l’unico personaggio del
romanzo che cerchi di usare la ragione, secondo un preciso precetto
illuministico e godwiniano. Viceversa, è la reazione degli esseri umani a essere
fondata su una repulsione istintiva e irrazionale, in obbedienza alla sbrigativa
equazione che associa “brutto” e “cattivo”.
Emblematico è un colloquio nel corso del quale il mostro, con britannico aplomb,
spiega a Frankenstein: «I intended to reason. This passion is detrimental to
me». Di segno ben diverso è la risposta dello scienziato: «I compassioned him,
and sometimes felt a wish to console him; but when I looked upon him, when I saw
the filthy mass that moved and talked, my heart sickened, and my feelings were
altered to those of horror and hatred». Persino Walton, che già conosce la
storia del mostro, riesce a controllarsi al suo cospetto solo evitando di
rivolgergli un secondo sguardo. Come una Medusa dell’età dei lumi, prodotto
resuscitato dal connubio fra cadaveri e scienza sperimentale, ma
anche monstrum nel senso etimologico di prodigio, la creatura di Frankenstein è
condannata a paralizzare la ragione umana.
Dunque, il raziocinio del mostro è contrapposto all’impulsività dello
scienziato. La creatura, che continuamente ricorda all’artefice le sue
responsabilità, sembra assumere le vesti del Superego di Frankenstein; è con le
successive riscritture del mito – ove il mostro viene per così dire
“lobotomizzato” – che il rapporto fra i due s’inverte. Qui il mostro usa la
ragione come strumento della propria vendetta. La morte di William, infatti, è
seguita da un episodio di sapore poliziesco in cui la creatura, strappato dal
petto del bimbo un medaglione, lo abbandona nelle tasche di Justine, che
stremata dalla ricerca del piccolo si è addormentata in un fienile; e, secondo i
piani, la giovane viene arrestata, processata e giustiziata. Allo stesso modo, è
Frankenstein a venire accusato d’aver ucciso l’amico Clerval, anche se il
processo si conclude in suo favore. Come in Caleb Williams, il perseguitato è
detentore di un segreto, che non riesce a rivelare. Già in occasione del
processo a Justine, che pure sa innocente, Victor Frankenstein non ha il
coraggio di confessare l’esistenza del mostro; perfino dopo che il mostro ha già
commesso tre omicidi, lo scienziato persiste nel silenzio, quasi temesse che la
rivelazione del suo esperimento possa indurre un’irrimediabile perdita
d’innocenza in chi ne sia reso partecipe. Quando infine è troppo tardi, Victor
si decide a raccontare tutto a un giudice, per sentirsi rispondere che contro un
simile avversario la giustizia può ben poco.
A questo punto, la persecuzione muta nuovamente di segno: uscito da Ginevra per
trovare qualche traccia che possa condurlo al nemico, Frankenstein giunge nel
cimitero dove riposano i suoi cari, e giura vendetta ad alta voce; ma la sua
vendetta coincide con quella del mostro, che con un vero coup de théâtre rivela
la sua presenza e gli confida: «I am satisfied: miserable wretch! You have
determined to live, and I am satisfied» (Sono soddisfatto, miserabile
disgraziato! Hai deciso di vivere, e io sono soddisfatto). Ha così inizio il
lungo inseguimento che porta i due antagonisti fino ai ghiacci polari. Come al
centro delle tragedie vi è spesso un crimine segreto, che va svelato e punito,
in Frankenstein il segreto è la stessa creazione del mostro. È il modo in cui la
creatura si vendica a permettere di risalire al crimine commesso dallo
scienziato, che ha generato un essere privo del suo simile femminile: «If I have
no ties and no affections, hatred and vice must be my portion; the love of
another will destroy the cause of my crimes». La mancanza d’amore e la
repulsione degli umani scatenano il suo odio, che porta la creatura a
distruggere tutte le persone legate a Frankenstein, nell’intento di renderlo
solo, come lui. Alla fine resteranno la creatura e il suo creatore, decisi a
distruggersi l’un l’altro, per cancellare il “peccato originale” dello
sciagurato Victor Frankenstein.
Come definire il mostro? Un eroe romantico al quale per nascita la felicità è
negata, e che per questo diventa malvagio; chi lo ha creato l’ha abbandonato, e
la famiglia umana lo rifiuta, così egli dovrà eliminare la famiglia stessa. Se
nessuno vede la sua bellezza, nessuno crede alla sua bontà, così la ricerca
della comunanza si risolve in passione tragica, perché la sua eccezionalità gli
rende impossibile la vita. Frankenstein resta un romanzo nero fra i più
agghiaccianti, modernissimo, la cui dinamica fatta di ricerca d’amore /
esplosione d’odio / missione di vendetta ha permeato una quantità di trame di
film che arriva fino a noi e andrà oltre, storie diverse fra loro ma con un filo
conduttore comune, una rete emotiva e motivazionale ricorrente, una dimensione
tragica che si ripete. Senza dimenticare, infine, il grande sogno-tabù della
scienza moderna e contemporanea, la creazione del Prometeo moderno, che sia
umanoide o macchina pensante.
Paolo Ferrucci
1 Carlo Ginzburg, “Spie. Radici di un paradigma indiziario”, in Il segno dei
tre. Holmes, Dupin, Peirce, a cura di U. Eco e T.A. Sebeok, Bompiani, Milano
1983.
2 Nella pellicola di James Whale del 1931, Frankenstein fabbrica la creatura
servendosi d’un cervello subnormale, per cui il mostro uccide inconsapevolmente
una bambina gettandola nel fiume, convinto che la piccola galleggerà come le
margherite con cui i due giocano.
*Per approfondire: Maurizio Ascari, La leggibilità del male, Pàtron, Bologna
1998.
L'articolo “…che parlasse alle misteriose paure del nostro animo”. Storia di
Frankenstein, il mostro indimenticabile proviene da Pangea.