La ragazza aveva la erre moscia e i capelli castani, come Virginia. Ho resistito
alla tentazione di aprire la porticina del confessionale per guardarla andar
via, pure già da dietro la grata avevo colto il volto allungato, il naso dritto,
la pelle olivastra. Dio è amore, le ho detto, poi l’ho assolta, anche se ho
sentito che non diceva l’Atto di Dolore – forse un moto d’orgoglio, o un atto di
quella che oggi chiamano coerenza, spesso malintesa.
Stamani non è venuto nessun altro. Vado verso la sacrestia, passo davanti al
Santissimo e mi inchino; nonostante le suole di gomma dei sandali, il riverbero
è enorme. In sacrestia c’è Pasquale, il seminarista. Non ha ancora l’abito, si
mette queste polo grigie, azzurre, sformate sul corpo pesante. Ha addosso un
borsello a tracolla che non toglie mai, che fa aderire ulteriormente la polo al
torace, formando piccole chiazze di sudore.
«Hai preparato i paramenti per la celebrazione liturgica di oggi pomeriggio?»
«Sì, Don Gabriele, ho segnato anche i punti per le letture».
La verità è che non so cosa fargli fare. Mi rintano nell’ufficio adiacente e gli
do del tempo libero; appena sente, Pasquale sgattaiola via verso la sua stanza.
Ha sempre il telefono a portata di mano, nel borsello. Nell’ufficio, due mosche
si alternano contro il vetro della finestra, chiusa ermeticamente per non far
uscire l’aria condizionata. Dall’esterno arriva il vociare della piazza nella
canicola del mezzogiorno, l’urlo di un gabbiano.
Solo, con i miei pensieri, sto bene. Sono compresso in quel grande silenzio su
cui qualche francese deve aver fatto un film, una ventina di anni fa – lo vidi
appena ordinato prete. In questo grande silenzio abita Dio ma soprattutto non
riesce a penetrare del tutto la cosiddetta vita reale. Mi si architettano dentro
impalcature di pensieri, sogni, complessi sistemi di punizioni e
ricompense. Qualcuno lo chiamerebbe misticismo, ma io so che in realtà Dio ha un
posto non così grande in questa vita parallela; e soprattutto, quando lo ha, Lui
non è mai, davvero, una persona.
«Don Gabriele?»
Don Corey bussa alla porta vetrata e mi saluta, con fortissimo accento
americano. Alzo la testa dallo schermo del computer e gli sorrido come posso.
Trent’anni, fanatico della messa in latino, va in giro con l’abito talare nero
anche il dieci luglio. Detesto lui e il suo cristianesimo muscolare dal sapore
trumpiano. «Dopo pranzo vieni me aiutare portare comunione alla signora, sì?»
Annuisco meccanicamente e lo guardo proseguire nel corridoio. Mi fa piacere
avere qualcosa da fare nel pomeriggio: stavo cominciando a pensare troppo alla
ragazza della confessione, e quindi a Virginia. Peccato per la compagnia: non
sopporto il prete americano. Chissà cos’ha da essere sempre allegro, sempre
energico. Chissà perché quel tipo di cristiano, che spande gioia e ricorda la
gaiezza apostolica, è sempre qualcun altro. Chissà perché, quando dice messa,
con i suoi dominus vobiscum straziati dall’anglofonia, la chiesa è sempre piena,
mentre da me si presentano solo quattro vecchie. Eppure io soffro di più! E
Cristo lo rappresentiamo crocifisso, non a banchetto con gli apostoli; e
sicuramente non spalmava ovunque burro d’arachidi.
*
II
Alla fine con Don Corey ci siamo divisi il giro dei malati: ho preso Pasquale e
l’ho messo alla guida della mia vecchia Peugeot 206. Pasquale guida con estrema
prudenza e lentezza: si attarda ai semafori, cede le proprie precedenze, fa
passare ogni novantenne che si approssima anche lontanamente al bordo del
marciapiede. Come ogni volta che deve uscire, Pasquale si è abbondantemente
asperso con dell’acqua di colonia dozzinale, che accentua il divario tra la sua
età reale e quella percepita, ben maggiore.
Per sfruttare il tragitto ci diciamo un po’ di rosario. Col finestrino aperto,
guardo le strade della mia città, in cui sono tornato da prete dopo quindici
anni, ventuno se conto il seminario. Riconosco l’odore del porto lungomare, il
taglio della luce lungo le facciate vuote, rose dalla salsedine; poco altro,
forse certe facce, certe pose. Arrivati nelle strade intricate e brevi vicino
alla questura, accostiamo sul carico e scarico.
Saliamo le scale ripide e strette, sudando. L’immobile è vecchio, dev’essere
stato ricostruito subito dopo la guerra, dopo i bombardamenti. Ci apre la porta
la figlia della signora Letizia, è festosa, ha circa la mia età. «Mamma, guarda,
è arrivato Don Gabriele!» Mi faccio largo tra i due bambini che si affacciano,
curiosi, e raggiungo la camera da letto. Pasquale vorrebbe accettare un caffè ma
una mia occhiata lo richiama all’ordine.
La signora Letizia è allettata ma vigile. Quando mi vede spalanca gli occhi,
cerca di capire meglio. Nella stanza c’è il televisore, che continua a
trasmettere a volume altissimo, la bombola dell’ossigeno, una poltrona. Sui
mobili molte foto, quasi tutte del marito morto. Ce n’è una che dev’essere degli
anni Sessanta, i due sono molto giovani. Lui la stringe da dietro e sembra
completamente assorto nell’abbraccio, ha gli occhi chiusi, lei sorride e guarda
in camera. Questa è la foto preferita di Letizia: è sul comodino, accanto alla
sveglia.
«Signora, sono venuto a portarle la Comunione! Non si preoccupi, lei sta
benissimo», cerco di scherzare ad alta voce per far presente a Letizia che non
sta morendo, e non sono qui per amministrarle gli ultimi riti. L’anziana sembra
capire, e sorride, in particolar modo a Pasquale, che mi segue pedissequamente.
È proprio Pasquale a preparare gli oggetti per il rito.
«Dal Vangelo secondo Giovanni. Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che
Dio ha per noi. Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in
lui». La signora assiste dal letto, la figlia è in piedi. Con una mano, tiene
fermo il bambino più grande. Il più piccolo gironzola nella stanza. Le due donne
fanno la Comunione, l’anziana direttamente sulla lingua.
Terminato il breve cerimoniale, ci sediamo con la figlia di Letizia, Valeria.
Accetto un bicchiere di coca e i venti euro di offerta che la donna mi passa,
chiusi in una busta per pudore. «Sono contenta di vedere mamma più serena», fa
Valeria. «Però da quando babbo non c’è più ha fatto una cascata… non mangia mai
nulla, mi fa penare». Istintivamente, quando vedo un vecchio o una vecchia in
quelle condizioni, ho orrore a dirlo, ma vorrei che morissero subito, lì
davanti, che mi si tolga da davanti quello strazio, quella pena. La condizione
umana mi nausea nella sua normalità, figuriamoci nella sua fase liminale. Invece
mi limito a dire: «Signora, quest’ultimo periodo della vita di sua madre le
servirà per fare un po’ di penitenza, per quel poco male che può aver fatto
nella sua vita. Lo so che non è facile. Ma se ha bisogno ci chiami. Ha il numero
della Misericordia?».
*
III
Rientriamo che il sole cala. Uno scampolo di pace dal caldo, dalla luce
accecante di metà luglio. L’asfalto è caldo, grigio; escono le blatte. Mi
sbottono il colletto per strada, incurante delle forme. Pasquale è un bagno di
sudore, la sua polo azzurra è messa a dura prova; mi chiede se può essere
dispensato dal servire la Messa delle 19, io gli rispondo di no e la
conversazione si chiude. Forse per una strana forma di vendetta, tira fuori
un Toscanello dal marsupio e comincia a fumarlo davanti a me, come un
adolescente di trentaquattro anni che vuole indispettire i genitori.
Finita la Messa, torna il grande silenzio. Per un po’ ho sperato che venisse la
ragazza di stamani, quella della confessione; invece, ecco le solite quattro
vecchie, il paracadutista di Caserta, i cinque o sei ragazzini della catechesi
giovanile. La chiesa ora è vuota e mi avvio verso le nostre stanze, verso il
refettorio, che sa di minestra e di gas. Prendo le pillole per la pressione,
mangio un po’ di pasta fredda, un bicchiere di vino. Pasquale cena da solo e
legge le notizie sul cellulare; le suore filippine si fanno invisibili, ogni
tanto scappa loro un accenno di riso, girati gli angoli.
Torno nella mia stanza. Il letto, l’inginocchiatoio, il crocifisso sulla
scrivania. Sul muro, appesa, l’immagine del Sacro Cuore. «Non potevo avere la
vita della vecchia, vero?», penso ad alta voce guardando Gesù, immobile nel
quadretto. «Non chiedevo molto. Vivere con la persona che amo, lavorare, un
lavoro di merda qualsiasi, invecchiare insieme. No, era troppo facile! Lei
doveva andarsene, senza che avessi fatto niente per meritarlo». Mi aggiro per la
stanza a passi lunghi, famelici, andando in cerchio. «Però va bene, uno dice
“Signore, vuoi questa croce, allora me la prendo, faccio il possibile”, e ti
rimetti in gioco e addirittura entri in seminario, ti fai prete, per aiutare gli
altri, per servire nostro signore Gesù Cristo, no? E un cazzo!» Prendo la
confezione di Zoloft da 50 mg che tengo sul comodino, e la scaglio contro il
muro. Ormai sto urlando. «Uno si aspetta la “pace”, la “serenità”, la “gioia dei
figli di Dio”. E invece voglio morire, capito? Voglio morire, tutti i giorni,
tutto il giorno!» A questo punto Lo sto guardando dritto negli occhi, attraverso
l’immagine sacra.
«Don Gabriele, serve di aiutare?»
Don Corey bussa alla porta.
«Sono al telefono!», rispondo, con rabbia.
«A lui sì, a me no. A lui sì, a me no. A lui sì!», e sbatto il pugno sulla
scrivania. So che non dovrei farlo, ma apro i cassetti e comincio a cercare
furiosamente, gettando a terra calendari, santini, biglietti da visita. Eccolo.
Lo scontrino recita “Pizzeria degli Amici”, ed è datato 16 dicembre 2001. È in
lire. Sono gli ordini di due persone, con le birre e un antipasto misto. Quelle
persone siamo io e Virginia, poche settimane prima di lasciarci; tenemmo lo
scontrino per ricordo, poco prima del cambio di moneta.
Comincio, meccanicamente, a pregare mentalmente per Virginia. Mi chiedo dove
sia, che vita abbia avuto negli Stati Uniti, se abbia avuto dei figli; se, ogni
tanto, mi pensa. Sono le stesse domande che mi faccio da ventidue anni. Non
sempre, non tutti i giorni, non quando il grande silenzio viene scacciato dalla
Messa, dalla catechesi, dai malati, dalle offerte, dalle vecchie, dallo
psicologo, da Pasquale. Nel labirinto del mio grande silenzio, ogni svolta
rischia di portare all’insondabile, terribile tenerezza del mio dolcissimo
dolore. All’enorme voragine della perdita, per cui mi riscopro, nonostante
tutto, capace di quello che devo.
Strappo lo scontrino. Mentre piango e prego, sorrido. «Dio è amore», penso.
Eugenio Sournia
*Eugenio Sournia vive, scrive, lavora a Livorno. È stato il leader dei Siberia,
con cui ha pubblicato tre dischi. Nel 2023 ha pubblicato l’EP “Eugenio Sournia”,
con cui ha vinto il Premio Ciampi. Lo ascoltate, in parte, qui.
In copertina e nel testo: disegni di John Singer Sargent (1856-1925)
L'articolo Dio è amore. Un racconto di Eugenio Sournia proviene da Pangea.