Dio è amore. Un racconto di Eugenio Sournia

Pangea - Wednesday, May 13, 2026

La ragazza aveva la erre moscia e i capelli castani, come Virginia. Ho resistito alla tentazione di aprire la porticina del confessionale per guardarla andar via, pure già da dietro la grata avevo colto il volto allungato, il naso dritto, la pelle olivastra. Dio è amore, le ho detto, poi l’ho assolta, anche se ho sentito che non diceva l’Atto di Dolore – forse un moto d’orgoglio, o un atto di quella che oggi chiamano coerenza, spesso malintesa.

Stamani non è venuto nessun altro. Vado verso la sacrestia, passo davanti al Santissimo e mi inchino; nonostante le suole di gomma dei sandali, il riverbero è enorme. In sacrestia c’è Pasquale, il seminarista. Non ha ancora l’abito, si mette queste polo grigie, azzurre, sformate sul corpo pesante. Ha addosso un borsello a tracolla che non toglie mai, che fa aderire ulteriormente la polo al torace, formando piccole chiazze di sudore.

«Hai preparato i paramenti per la celebrazione liturgica di oggi pomeriggio?» 

«Sì, Don Gabriele, ho segnato anche i punti per le letture».

La verità è che non so cosa fargli fare. Mi rintano nell’ufficio adiacente e gli do del tempo libero; appena sente, Pasquale sgattaiola via verso la sua stanza. Ha sempre il telefono a portata di mano, nel borsello. Nell’ufficio, due mosche si alternano contro il vetro della finestra, chiusa ermeticamente per non far uscire l’aria condizionata. Dall’esterno arriva il vociare della piazza nella canicola del mezzogiorno, l’urlo di un gabbiano. 

Solo, con i miei pensieri, sto bene. Sono compresso in quel grande silenzio su cui qualche francese deve aver fatto un film, una ventina di anni fa – lo vidi appena ordinato prete. In questo grande silenzio abita Dio ma soprattutto non riesce a penetrare del tutto la cosiddetta vita reale. Mi si architettano dentro impalcature di pensieri, sogni, complessi sistemi di punizioni e ricompense. Qualcuno lo chiamerebbe misticismo, ma io so che in realtà Dio ha un posto non così grande in questa vita parallela; e soprattutto, quando lo ha, Lui non è mai, davvero, una persona. 

«Don Gabriele?» 

Don Corey bussa alla porta vetrata e mi saluta, con fortissimo accento americano. Alzo la testa dallo schermo del computer e gli sorrido come posso. Trent’anni, fanatico della messa in latino, va in giro con l’abito talare nero anche il dieci luglio. Detesto lui e il suo cristianesimo muscolare dal sapore trumpiano. «Dopo pranzo vieni me aiutare portare comunione alla signora, sì?»

Annuisco meccanicamente e lo guardo proseguire nel corridoio. Mi fa piacere avere qualcosa da fare nel pomeriggio: stavo cominciando a pensare troppo alla ragazza della confessione, e quindi a Virginia. Peccato per la compagnia: non sopporto il prete americano. Chissà cos’ha da essere sempre allegro, sempre energico. Chissà perché quel tipo di cristiano, che spande gioia e ricorda la gaiezza apostolica, è sempre qualcun altro. Chissà perché, quando dice messa, con i suoi dominus vobiscum straziati dall’anglofonia, la chiesa è sempre piena, mentre da me si presentano solo quattro vecchie. Eppure io soffro di più! E Cristo lo rappresentiamo crocifisso, non a banchetto con gli apostoli; e sicuramente non spalmava ovunque burro d’arachidi.

*

II

Alla fine con Don Corey ci siamo divisi il giro dei malati: ho preso Pasquale e l’ho messo alla guida della mia vecchia Peugeot 206. Pasquale guida con estrema prudenza e lentezza: si attarda ai semafori, cede le proprie precedenze, fa passare ogni novantenne che si approssima anche lontanamente al bordo del marciapiede. Come ogni volta che deve uscire, Pasquale si è abbondantemente asperso con dell’acqua di colonia dozzinale, che accentua il divario tra la sua età reale e quella percepita, ben maggiore.

Per sfruttare il tragitto ci diciamo un po’ di rosario. Col finestrino aperto, guardo le strade della mia città, in cui sono tornato da prete dopo quindici anni, ventuno se conto il seminario. Riconosco l’odore del porto lungomare, il taglio della luce lungo le facciate vuote, rose dalla salsedine; poco altro, forse certe facce, certe pose. Arrivati nelle strade intricate e brevi vicino alla questura, accostiamo sul carico e scarico.

Saliamo le scale ripide e strette, sudando. L’immobile è vecchio, dev’essere stato ricostruito subito dopo la guerra, dopo i bombardamenti. Ci apre la porta la figlia della signora Letizia, è festosa, ha circa la mia età. «Mamma, guarda, è arrivato Don Gabriele!» Mi faccio largo tra i due bambini che si affacciano, curiosi, e raggiungo la camera da letto. Pasquale vorrebbe accettare un caffè ma una mia occhiata lo richiama all’ordine.

La signora Letizia è allettata ma vigile. Quando mi vede spalanca gli occhi, cerca di capire meglio. Nella stanza c’è il televisore, che continua a trasmettere a volume altissimo, la bombola dell’ossigeno, una poltrona. Sui mobili molte foto, quasi tutte del marito morto. Ce n’è una che dev’essere degli anni Sessanta, i due sono molto giovani. Lui la stringe da dietro e sembra completamente assorto nell’abbraccio, ha gli occhi chiusi, lei sorride e guarda in camera. Questa è la foto preferita di Letizia: è sul comodino, accanto alla sveglia.

«Signora, sono venuto a portarle la Comunione! Non si preoccupi, lei sta benissimo», cerco di scherzare ad alta voce per far presente a Letizia che non sta morendo, e non sono qui per amministrarle gli ultimi riti. L’anziana sembra capire, e sorride, in particolar modo a Pasquale, che mi segue pedissequamente. È proprio Pasquale a preparare gli oggetti per il rito.

«Dal Vangelo secondo Giovanni. Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi. Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui».  La signora assiste dal letto, la figlia è in piedi. Con una mano, tiene fermo il bambino più grande. Il più piccolo gironzola nella stanza. Le due donne fanno la Comunione, l’anziana direttamente sulla lingua.

Terminato il breve cerimoniale, ci sediamo con la figlia di Letizia, Valeria. Accetto un bicchiere di coca e i venti euro di offerta che la donna mi passa, chiusi in una busta per pudore. «Sono contenta di vedere mamma più serena», fa Valeria. «Però da quando babbo non c’è più ha fatto una cascata… non mangia mai nulla, mi fa penare». Istintivamente, quando vedo un vecchio o una vecchia in quelle condizioni, ho orrore a dirlo, ma vorrei che morissero subito, lì davanti, che mi si tolga da davanti quello strazio, quella pena. La condizione umana mi nausea nella sua normalità, figuriamoci nella sua fase liminale. Invece mi limito a dire: «Signora, quest’ultimo periodo della vita di sua madre le servirà per fare un po’ di penitenza, per quel poco male che può aver fatto nella sua vita. Lo so che non è facile. Ma se ha bisogno ci chiami. Ha il numero della Misericordia?».

*

III

Rientriamo che il sole cala. Uno scampolo di pace dal caldo, dalla luce accecante di metà luglio. L’asfalto è caldo, grigio; escono le blatte. Mi sbottono il colletto per strada, incurante delle forme. Pasquale è un bagno di sudore, la sua polo azzurra è messa a dura prova; mi chiede se può essere dispensato dal servire la Messa delle 19, io gli rispondo di no e la conversazione si chiude. Forse per una strana forma di vendetta, tira fuori un Toscanello dal marsupio e comincia a fumarlo davanti a me, come un adolescente di trentaquattro anni che vuole indispettire i genitori. 

Finita la Messa, torna il grande silenzio. Per un po’ ho sperato che venisse la ragazza di stamani, quella della confessione; invece, ecco le solite quattro vecchie, il paracadutista di Caserta, i cinque o sei ragazzini della catechesi giovanile. La chiesa ora è vuota e mi avvio verso le nostre stanze, verso il refettorio, che sa di minestra e di gas. Prendo le pillole per la pressione, mangio un po’ di pasta fredda, un bicchiere di vino. Pasquale cena da solo e legge le notizie sul cellulare; le suore filippine si fanno invisibili, ogni tanto scappa loro un accenno di riso, girati gli angoli.

Torno nella mia stanza. Il letto, l’inginocchiatoio, il crocifisso sulla scrivania. Sul muro, appesa, l’immagine del Sacro Cuore. «Non potevo avere la vita della vecchia, vero?», penso ad alta voce guardando Gesù, immobile nel quadretto. «Non chiedevo molto. Vivere con la persona che amo, lavorare, un lavoro di merda qualsiasi, invecchiare insieme. No, era troppo facile! Lei doveva andarsene, senza che avessi fatto niente per meritarlo». Mi aggiro per la stanza a passi lunghi, famelici, andando in cerchio. «Però va bene, uno dice “Signore, vuoi questa croce, allora me la prendo, faccio il possibile”, e ti rimetti in gioco e addirittura entri in seminario, ti fai prete, per aiutare gli altri, per servire nostro signore Gesù Cristo, no? E un cazzo!» Prendo la confezione di Zoloft da 50 mg che tengo sul comodino, e la scaglio contro il muro. Ormai sto urlando. «Uno si aspetta la “pace”, la “serenità”, la “gioia dei figli di Dio”. E invece voglio morire, capito? Voglio morire, tutti i giorni, tutto il giorno!» A questo punto Lo sto guardando dritto negli occhi, attraverso l’immagine sacra. 

«Don Gabriele, serve di aiutare?»

Don Corey bussa alla porta.

«Sono al telefono!», rispondo, con rabbia.

«A lui sì, a me no. A lui sì, a me no. A lui sì!», e sbatto il pugno sulla scrivania. So che non dovrei farlo, ma apro i cassetti e comincio a cercare furiosamente, gettando a terra calendari, santini, biglietti da visita. Eccolo. 

Lo scontrino recita “Pizzeria degli Amici”, ed è datato 16 dicembre 2001. È in lire. Sono gli ordini di due persone, con le birre e un antipasto misto. Quelle persone siamo io e Virginia, poche settimane prima di lasciarci; tenemmo lo scontrino per ricordo, poco prima del cambio di moneta. 

Comincio, meccanicamente, a pregare mentalmente per Virginia. Mi chiedo dove sia, che vita abbia avuto negli Stati Uniti, se abbia avuto dei figli; se, ogni tanto, mi pensa. Sono le stesse domande che mi faccio da ventidue anni. Non sempre, non tutti i giorni, non quando il grande silenzio viene scacciato dalla Messa, dalla catechesi, dai malati, dalle offerte, dalle vecchie, dallo psicologo, da Pasquale. Nel labirinto del mio grande silenzio, ogni svolta rischia di portare all’insondabile, terribile tenerezza del mio dolcissimo dolore. All’enorme voragine della perdita, per cui mi riscopro, nonostante tutto, capace di quello che devo.

Strappo lo scontrino. Mentre piango e prego, sorrido. «Dio è amore», penso.

Eugenio Sournia

*Eugenio Sournia vive, scrive, lavora a Livorno. È stato il leader dei Siberia, con cui ha pubblicato tre dischi. Nel 2023 ha pubblicato l’EP “Eugenio Sournia”, con cui ha vinto il Premio Ciampi. Lo ascoltate, in parte, qui. 

In copertina e nel testo: disegni di John Singer Sargent (1856-1925)

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