Anita Brookner è stata una donna complessa e riservata e una scrittrice
affascinante e sfuggente come le protagoniste dei suoi romanzi, con i quali ha
esplorato la solitudine, la malinconia e la dignità di donne e uomini che, quasi
sempre in silenzio, resistono alle durezze della vita. Ha descritto la fragilità
degli esseri umani e le difficoltà nei rapporti tra le persone. Le storie che ha
raccontato non sono certo autobiografiche però non si può fare a meno di notare
come una certa vulnerabilità malinconica sia un tratto comune all’autrice e ai
suoi personaggi.
Nata a Londra nel 1928 in una famiglia ebraico-polacca il cui nome originario
era Bruckner, poi anglicizzato in Brookner negli anni della Prima guerra
mondiale, si è laureata in storia e ha poi conseguito un dottorato in storia
dell’arte, specializzandosi nella pittura francese del Settecento e
dell’Ottocento. Nel 1967 è stata la prima donna a occupare la cattedra Slade di
belle arti all’Università di Cambridge per poi andare a insegnare a lungo al
Courtauld Institute di Londra. Apprezzata dai suoi studenti e ancora oggi
ricordata con affetto, ha molto amato il suo lavoro tanto è vero che non si è
mai definita una scrittrice ma un’insegnante.
> «Il mio vero lavoro era quello di insegnante e lo adoravo. Quello di
> scrittrice di romanzi è solo un modo per riempire il tempo.»
A 53 anni, anche in previsione della pensione che si avvicinava, ha cominciato a
dedicarsi alla narrativa. Nel 1981, durante la pausa estiva quando era libera
dall’insegnamento, ha scritto il suo primo romanzo, A Start in Life, e poi non
si è più fermata, nel senso che per più di venti anni ha pubblicato un libro
all’anno, con una regolarità implacabile. Alla fine saranno ben ventiquattro i
romanzi pubblicati, purtroppo solo in minima parte tradotti in italiano e ormai
spesso fuori catalogo.
Nel 1984, nella sorpresa generale e sua per prima, ha vinto il più prestigioso
premio letterario inglese, il Booker Prize, con Hotel du Lac, la storia di una
timida scrittrice di romanzi rosa che rifiuta un uomo noioso e affidabile per un
affascinante uomo sposato con cui non può esserci un futuro. Su YouTube in un
breve video della serata è possibile vedere l’espressione di stupore e di
incredulità sul volto di Anita Brookner al momento dell’annuncio della sua
vittoria. Non se l’aspettava. Chiamata sul palco, se la cava con una battuta e
poi non dice nient’altro. Ringrazia chi deve essere ringraziato, e se ne torna
il più velocemente possibile al suo tavolo.
Nel corso degli anni la relativa fama letteraria non ha cambiato di una virgola
le sue abitudini e il suo stile di vita. Tutte le mattine usciva di casa, andava
nella vicina King’s Road, dove faceva una frugale colazione, fumava la prima
sigaretta della giornata e comprava
l’Independent, il Mail, il Guardian e ilTelegraph; il Times, invece lo riceveva
direttamente a casa. Alle dieci era di nuovo nel suo appartamento dove passava
il resto della giornata a leggere e a scrivere. Ma la sua vera arma di difesa
davanti al successo è sempre stata l’ironia. Quando le telefonarono per darle la
notizia che era stata inserita nella ristretta rosa dei finalisti al Booker
Prize rispose: «Penso che andrò a farmi risuolare un paio di scarpe. Mi aiuterà
a stare con i piedi per terra». E qualche tempo dopo in una delle sue rare
interviste alla domanda: «Come hanno reagito all’istituto d’arte dove insegna
quando lei è diventata una scrittrice famosa?» osservò: «Sono stati molto
gentili. L’hanno ignorato completamente».
Anita Brookner non si è mai sposata e non aveva figli. Ha continuato a vivere
fino all’ultimo da sola nel suo piccolo appartamento di Chelsea. Nessuno era
autorizzato ad avvicinarsi troppo a lei, né a intromettersi in modo eccessivo
nella sua vita. Nessuno la conosceva veramente, o comunque sapeva molto di lei.
Era una natura riservata, discreta e per molti versi segreta. La sua vita
privata era affar suo e non riguardava nessun altro. Le rare volte che andava a
uno di quei party dove si riuniva tutto il mondo letterario inglese era solita
presentarsi puntualissima, scambiare qualche chiacchiera formale e dopo una
mezz’oretta scomparire nel nulla da cui era arrivata.
Per molti anni è stata bersaglio di battutine e facili ironie perché considerata
triste e malinconica, misery Anita la chiamavano, per il suo immutabile taglio
di capelli, perché vestiva in modo antiquato, perché non amava le femministe e
poi la accusavano di vivere fuori dal suo tempo. Tutte cose che l’hanno sempre
lasciata indifferente. Quello che la interessava veramente non era il facile
consenso.
> «Be’, sono zitella. Non me ne scuso. Mi interessano le persone che vivono da
> sole, quelle che vengono abbandonate, che cadono nella rete, ma che
> sopravvivono. A volte mi sembrano personaggi piuttosto eroici, ma nessuno si
> interessa a loro perché sono persone che fanno a meno di parlare, i cui
> momenti più rumorosi sono interiori.»
La critica letteraria, dopo un iniziale apprezzamento, l’ha giudicata con una
certa sufficienza. Agli occhi di molti tutti i suoi romanzi non sono altro che
un lungo elenco di malinconici sospiri di una vita che si spegne lentamente e si
dissolve nella tristezza. Come detto in precedenza, Brookner scriveva un nuovo
romanzo ogni anno, con un numero totale di pagine e dei singoli capitoli più o
meno sempre della stessa misura. Un modus operandi che era benzina sul fuoco per
quanti la accusavano di pubblicare troppi libri e mettevano in evidenza la
ripetitività dei temi trattati. In pratica sostenevano che ha sempre riscritto
lo stesso romanzo. Giudizi, a mio avviso, del tutto superficiali. I lettori più
attenti riconoscono in lei una voce unica e una sensibilità che trascende di
gran lunga il tempo e il luogo in cui visse.
Certo, nei romanzi di Brookner ci sono situazioni e circostanze ricorrenti.
Quasi sempre i personaggi intorno ai quali sono costruite le storie sono un po’
avanti negli anni e hanno un conflitto irrisolto nelle relazioni con gli altri.
Aldilà delle apparenze esteriori, di fatto la loro è un’esistenza ai margini.
Una invisibile parete di vetro sembra averli tenuti separati; prigionieri della
loro sensibilità, sono condannati a una sorta di esilio esistenziale.
Altro tema ricorrente sono le domeniche, presentate sempre come giornate
silenziose, un po’ tristi, malinconiche:
> «La monotonia di quelle tranquille domeniche mattina, quelle passeggiate
> pacate per le strade silenziose».
Per restare in tema, i libri di Anita Brookner sono intrisi di una sorta di
pervasiva malinconia domenicale, da sera del dì di festa. Anche quando non è
domenica. Le automobili sono una rarità nel mondo di Brookner. I suoi personaggi
preferiscono utilizzare i taxi, gli autobus o la metropolitana. In realtà,
quello che amano fare davvero è muoversi con le proprie gambe, camminando,
camminando e ancora camminando. Proprio come ha sempre fatto lei che è stata una
grande camminatrice per le strade e i parchi di Londra.
Quello che conta e che resta di tutta la sua opera è che, attraverso una
prosa sempre raffinata e contenuta, Anita Brookner ha rivendicato l’intensità
del sottile; ha saputo vedere ciò che molti ignorano, le piccole sconfitte
quotidiane, i silenzi che definiscono una vita, l’impostura del gioco sociale,
le contraddizioni intime che tutti condividiamo. I personaggi principali delle
sue storie vivono in una sorta di esilio interiore incatenati a vita a un
rovello infinito. Una scrittrice capace di creare un universo narrativo dove
l’intimo diventa specchio dell’universale e dove i minimi dettagli nascondono le
grandi verità dell’esperienza umana. Nel mondo brookneriano non c’è posto per i
temi sociali o tanto meno per la politica, anche l’erotismo è bandito per
lasciare spazio a percezioni profonde e a sensazioni quasi impalpabili. La sua è
una letteratura di introspezione, sfumature, atmosfere rarefatte, un promemoria
che la vera forza narrativa si trova nella misura, nella bellezza dell’istante
appena percettibile e nella capacità unica di illuminare l’invisibile.
Leggere Brookner è un’educazione all’osservazione; non va dimenticato che era
una storica dell’arte e quindi osservare era parte del suo lavoro. E lei nei
suoi romanzi osserva senza sosta. Come tutte le nature riservate, era una di
quelle persone a cui non sfugge niente, dotata di una sensibilità quasi
soprannaturale. Il vero fil rouge dei suoi libri è quello di una continua
riflessione interiore e non a tutti i lettori può piacere. Se devo dirla tutta,
sono intimamente convinto che se non sei introverso non puoi apprezzare né
identificarti con uno dei suoi romanzi. Ma se sei introverso, allora ti sentirai
subito a casa.
Per tutta la vita Anita Brookner è stata una grande bevitrice di caffè e
un’accanita fumatrice e, tragicamente, le sigarette hanno finito per ucciderla,
ma non nel modo a cui si potrebbe pensare. Nel febbraio del 2016, quando aveva
87 anni, si appisolò a letto con una sigaretta accesa e diede fuoco alle
lenzuola. Morì tre settimane dopo in ospedale per le inalazioni di fumo. Non
aveva familiari né amici intimi che potessero interessarsi alle sue condizioni e
così durante quelle ultime tre settimane della sua vita rimase abbandonata a se
stessa. In quel letto anonimo d’ospedale Anita Brookner era solo un’anziana
signora molto fragile che nessuno conosceva. E di cui nessuno si è curato.
Silvano Calzini
L'articolo “Mi interessano le persone che vivono da sole, quelle che vengono
abbandonate”. Anita Brookner, la scrittrice sfuggente proviene da Pangea.
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Felo de se significa: essere di se stesso fellone. Fellone – dal francese
antico, félon – vuol dire (spulcio la tetragona Treccani) traditore, ribelle,
persona perfida, sleale. Fare fellonia di sé: suicidarsi. Insidiare se stessi
fino a strangolarsi. Il termine latino, incorporato dalla common law inglese,
indicava, appunto, il reato del suicida: a lui, sepoltura maculata di colpa era
inflitta – di notte, privo di sacramentale conforto, di corona di parenti
privato, in un luogo segreto, affinché muschio di preghiera, fungo d’opera pia
non crescessero su quel dannato corpo.
Al suicida, tolto a se stesso, tutto era sottratto.
L’ultima sezione dell’ultimo libro di Alessandro Ceni, I bracciali dello
scudo (Crocetti, 2025), s’intitola “Felo da se”: spiccano alcune bellissime
poesie – Passo all’orso, ad esempio – che contengono, nel nocciolo, nel più
intimo seme, la ragione del titolo dell’antologia. “Felo de se”, nel caso di
Ceni, che dalla lingua inglese è eccezionale traduttore, implica una poetica. Il
poeta è il fellone di se stesso nel senso che deve sterminare il sé, deve farsi
cembalo cavo, tamburo risonante, arma da imbracciare. Arma purissima,
perché l’altro – qualsiasi cosa voglia dire – attraverso il poeta accada. Tutta
qui è la distanza tra il poeta – colui che si fa fuori per far spazio ad altro –
e l’esecutore, che scrive di sé.
Forse è per questo – oltre ai lacci biografici, che sempre ci braccano, ci
rimano tra corde – che a un Libraccio ho preso un libro che s’intitola Felo de
se. Uscito nella mitica collana Feltrinelli ‘Le Comete’ nel 1964, è una
raccolta di racconti del finora a me ignoto Aidan Higgins. La copertina, usata
come trappola per i lettori, spiega di cosa si tratta: “Felo de se: il suicida.
Un libro che rivive la violenza l’acredine la magnificenza
dell’autodistruzione”. Poco sotto: “Una apparizione clamorosa nella letteratura
inglese”. Non so se oggi un editore di primo piano avrebbe il coraggio di uscire
con un libro che in copertina dice del suicida e della magnificenza
dell’autodistruzione – oggi, mi dicono, sarebbe impossibile pubblicare Lolita.
‘Le Comete’ è la collana ‘sperimentale’ di Feltrinelli. Scorro qualche titolo
tra quelli impilati in ultima pagina, vado in orda di miele: Il sole si
spegne di Osamu Dazai; La promessa di Dürrenmatt; Pedro Páramo di Juan
Rulfo; Congetture su Jakob di Uwe Johnson. Tutti autentici capolavori. Si
pubblicavano – per chi ama i reperti archeologici editoriali – Edoardo
Sanguineti (Capriccio italiano) e Alberto Arbasino (La narcisata); da tempo – se
non altro per il titolo – vorrei ripubblicare Scrivo come amo di Andrej
Voznesenskij.
Ad ogni modo – ed è la cosa che più conta –, i racconti – sei, ciascuno con uno
spirito, un ritmo e una lunghezza diversi – sono molto belli. L’autore – ci
arrivo tra un attimo – riesce a conferire la vita ai suoi personaggi, estratti
da una disperazione che, a tratti, conforta. Si tratta, cioè, di una scrittura
sagace, sapida, piena di vitalità, di nero istrionismo, sotto la sovrana di
un’ispirazione pressoché perpetua. Pare Samuel Beckett coniugato a Philip Roth.
Questo, per dire, per dar di morso, è l’attacco de Il campo di Killachter:
“I resti mortali della signorina Emily Norton Kervick vennero affidati alla
tomba in un freddo giorno del marzo 1927. Quel mattino, il terzo del mese, era
stata offerta una messa funebre per la pace della sua anima, ed ella venne
sepolta senza indugi nel cimitero di Griffenwrath.
Il giorno prima il suo corpo era stato deposto sul suo alto letto in una camera
troppo colma dell’odore inebriante dei gigli: era stata la sua camera.
L’arredamento non aveva nulla di straordinario. L’invadente motivo della
tappezzeria, con bambù e generosi virgulti, pareva contrarre le pareti su due
lati, ed entro quell’area, appoggiato su nude assi, bianco e grave, adornato di
fiori, si ergeva il letto di morte. Nonostante la sua panoplia, nonostante il
carattere della sua inequivocabile funzione e la sua occupante, il letto
sembrava muoversi sulle rotelle ad una velocità minima, quasi impercettibile,
come un piccolo naviglio che in una rada difficile si liberi lentamente dagli
ormeggi”.
Questo invece è l’attacco di Lebensraum:
“Fraulein Sevi Klein lasciò la Germania nella primavera del suo trentanovesimo
anno; dopo aver viaggiato sola da Colonia a Ostenda, attraversò la Manica, e da
Folkestone a Londra si trovò in compagnia di sobri cittadini britannici. Sul
treno per Londra prese un posto prenotato che guardava verso la locomotiva, i
piedi sul pavimento della carrozza sistemati come in quei mobili le cui gambe
finiscono in artigli, entrambi con un aspetto minaccioso e ‘accomodati’ secondo
lo stile di siffatte estremità, curvati in basso verso una stretta inesorabile.
Le anche e il dorso facevano la stessa impressione, ma più accentuata,
diventando la testa capovolta di una bestia col muso abbassato come per bere; le
sue palpebre sembravano un peso intollerabile. Le ginocchia erano pudicamente
serrate; aveva mani di notevole bellezza e vestiva in un modo che probabilmente
sarebbe stato più adatto per una donna che avesse avuto dieci anni di meno.
Prese un taxi alla Stazione Victoria, lesse ad alta voce dal suo taccuino il
nome di un albergo di Kensington, e là venne trasportata con il modesto gruppo
di valigie legate al portabagagli. Ciò accadeva nell’estate del 1947”.
Non è difficile capire il moto narrativo. Diversa l’altura cronologica dei testi
e il punto di osservazione – un feretro; una donna. Simile la dinamica, per
accumulo, che ci fa entrare a pieno petto ‘in scena’, e l’uso, nobile, della
similitudine (letto/naviglio; piedi/artigli). In entrambi i casi, la foia
descrittiva prelude all’abulia, ai bolidi dell’oblio, all’intenzione di marcare
l’esatto istante in cui un’anonima esistenza diventa vertigine, maniscalco
dell’abisso.
Nei racconti, la dedizione al dettaglio è necessaria per svelare gli aspetti
oscuri dell’esistere, i fremiti. Su tutto, domina carnalità, implacabile, e una
certa ‘bestialità’. Nel pieno del racconto più lungo – Il ricovero – si fa
l’elogio, a un certo punto, centrale, delle “meravigliose signore del
Settecento”, che con smaliziata sapienza sapevano dirigere il destino di
intellettuali, amanti e lacchè: “Oggi non abbiamo nulla di paragonabile a loro,
neppure remotamente, né per stile né per intelligenza. Le convenienze di questo
nostro maledetto secolo hanno prodotto la donna ‘professionista’”. Per
fortuna, Felo de se è un libro intransigente, cioè, secondo i canoni di un oggi
esangue, scorretto.
Nell’ultimo racconto, Crepuscolo al Capo Piscator, ambientato in Sudafrica, le
ossessioni sessuali del signor Vaschel sono alternate da immagini strazianti: un
pescecane sviscerato, sulla spiaggia; asini tumidi, in estro, che si accoppiano,
ferini, ragliando; donne dalle forme potenti; panorami conradiani (“Vide il
secondo fiume inaridito fino alla foce, e sull’estuario gli ibis che volavano,
scuri e goffi, con i becchi curvi come scimitarre e le ali che battevano
pesantemente l’aria”). La modernità del libro va ascritta, probabilmente, anche
al talento del traduttore, Aldo Tagliaferri, già curatore delle opere di Beckett
e di Joyce, esegeta di Emilio Villa.
All’epoca in cui uscì Felo de se, nel 1960, l’autore, Aidan Higgins, compiva
trentatré anni. Nato a Celbridge, poco distante da Dublino, nel 1927, nei gangli
di una famiglia cattolica, faticò come copywriter, si diede – leggo dalla
noticina Feltrinelli – ai “tipici e disparati mestieri di uno scrittore povero e
d’avanguardia”. Dopo il matrimonio con Jill Damaris Anders, si trasferì in
Sudafrica – i suoi inquieti vagabondaggi lo portarono a Berlino e nell’allora
Rhodesia; quando Felo de se appare in Italia, Aidan risulta “in Spagna con la
moglie e i figli”. Il primo romanzo, Langrishe, Go Down (1966), storia in
costume irlandese ambientata negli anni Trenta, con ménage tra tre sorelle di
alterna verginità e un aitante studente tedesco, gli garantì premi di pregio e
un film. Fu Harold Pinter a trarre dal romanzo la sceneggiatura per la BBC: in
scena, Jeremy Irons interpretava il bel tedesco e Judi Dench una delle sorelle.
Parrebbe il principio di una storia letteraria di successo. Non fu così.
Anarcoide, irascibile, inappetente alle prelibatezze della fama, Aidan Higgins
continuò, con talentuosa ostinazione, a inseguire un’opera soltanto sua. I libri
seguenti – Balcony of Europe, Bornholm Night Ferry e Lions of the Grunwald, ad
esempio –, pur seguiti e assai recensiti, finirono per marginalizzare Higgins
alla stregua di uno scrittore ‘estremista’, perseguitato da un inaccettabile
demone. Fece fatica perfino come editorialista: lo “Spectator” e il “Guardian”
rifiutavano i suoi articoli per lo stile che disprezzava le convenzioni,
involuto, ellittico, eccessivo. La seconda moglie, Alannah Hopkin, censì la
biografia di Aidan Higgins sotto un titolo che dice tutto, A Very Strange Man.
Si erano conosciuti negli anni Ottanta, Alannah e Aidan: lei era decisamente più
giovane di lui; per lei, lui tornò a vivere in Irlanda.
Amato da scrittori e poeti – Derek Mahon, Alice Munro e John Banville su tutti
–, Higgins si disinteressava del cosiddetto ‘pubblico’. Così riassume la
questione Rob Doyle, suo ennesimo sofisticato ammiratore, in un articolo edito
dall’“Irish Times”, Aidan Higgins: a very singular talent: “Una sorta di
aristocratica indifferenza impedì a Higgins permise di capire che il pubblico,
ormai spazientito, desiderava storie lineari. Eppure, Higgins non avrebbe
raggiunto la propria assoluta originalità – una scrittura immersa nella memoria
e nei suoi fraintesi, in una divagante singolarità, spesso indimenticabile – se
fosse stato così convenzionalmente consapevole di se stesso”.
La storia di Aidan Higgins – un autore che con militare onnipotenza decise di
sabotare il proprio successo – apre diverse questioni. Si dovrebbe parlare
dell’autentico significato della parola scrittura, di cosa vuol dire
davvero letteratura, di quale sia la differenza tra il letterato e lo scrittore.
Bisognerebbe dire cosa s’intende per partecipazione del pubblico a un’opera.
Soprattutto, dovremmo dire del carisma avventuriero degli editori, un tempo.
Feltrinelli continuò a insistere su Aidan Higgins. Dopo Felo de se, pubblicò Una
tarda estate (1970) e Lampi d’inverno (1974). Non ripubblicò mai più Aidan
Higgins, lo scrittore che fu il fellone di se stesso.
Finì sfinito, Aidan. Precipitò, all’alba del nuovo millennio, in un buco nero
della mente. Si svuotò di sé, Aidan. Secondo le cronache, morì il 27 dicembre
del 2015, a ottantotto anni. Era già morto molte volte, molto tempo prima, di
molte diverse morti.
L'articolo Aidan Higgins, lo scrittore che uccise se stesso. (O degli editori
quando erano avventurieri) proviene da Pangea.