Un demone si aggira per la letteratura italiana contemporanea: lo spirito di
autocommiserazione.
Prendendo in mano i migliori scrittori della generazione intermedia – né troppo
vecchi né troppo giovani – ci si accorge che una strana vertigine
autocommiserativa esala dalle loro pagine. Dario Ferrari è classe 1982; Alberto
Ravasio 1990. I libri in oggetto sono gli ultimi pubblicati: L’idiota di
famiglia, per il primo; Il grande mantenuto, per il secondo.
Entrambi si trovano nel periodo aureo della creatività: da qui in poi si può
solo migliorare, o fallire meglio, come dice Beckett.
1. In entrambi i romanzi è il mondo dell’editoria a rilucere da lontano come un
antro proibito, superato il quale bisogna pagare la tassa d’ingresso sotto forma
di apologia o di invettiva. In entrambi ci sono scene in cui si varcano vere e
proprie case editrici, o altre in cui si partecipa a festival letterari. Ma il
vero punto focale è il precariato a cui costringe il mondo dell’editoria quando
non si è ancora accettati tra le sue fila. Nel romanzo di Ferrari, un traduttore
vive un’esistenza di stenti; in quello di Ravasio, un aspirante scrittore
ripercorre la saga delle sue scorribande per cercare di pubblicare un libro. I
romanzi sono quanto di meglio si possa trovare oggi in lingua italiana. Quello
di Ravasio, in particolare, possiede una carica corrosiva di ironia capace di
squadernare i generi e di fonderli in un’unica visione ininterrotta. Entrambi,
in misura diversa, soffrono però della sindrome dell’autocommiserato: colui che
sa di essere arrivato dove voleva e si volta a guardare le proprie disgrazie,
contentandosi che siano riuscite a portarlo fin lì senza scalfirlo.
1.1. Sarebbe ovvio arguire che senza editoria difficilmente si potrebbe fare
letteratura. Ma è sconfortante notare che la narrazione del mondo editoriale
stia diventando il banchetto d’elezione di alcuni tra i migliori scrittori
italiani. A rigor di logica, l’editoria dovrebbe essere un mezzo: gli editori
servono a favorire e a promuovere la pubblicazione di un libro. Si ha come
l’impressione che oggi, svuotato il mondo di valori, e inondata l’immensa
distesa del web di diffusori di letteratura permanente, l’editoria stia
diventando il fine del libro, forse proprio per soddisfare, inconsciamente, la
pletorica platea di consumatori che ha prodotto. Alla proliferazione degli
utenti segue l’unificazione dei fini. Tutto deve nascere e morire dentro
l’editoria, come un novello Saturno che fagocita i propri figli.
1.2. Davvero la vita degli autori si riduce a così poco, al noviziato
intellettuale prima di approdare al sacerdozio della pubblicazione? Ravasio
stesso lo confessa: “scrivendo e non pubblicando, il solito morto di fame finiva
a scrivere di quanto fosse difficile scrivere, cadeva in una spirale
metaletteraria”. L’ipotesi del ricatto involontario da parte del mondo
editoriale accenna una prima spiegazione. Varcare un mondo così autoreferenziale
è talmente difficile che alla fine la pubblicazione si trasforma in una sorta di
sindrome di Stoccolma.
2. La modesta proposta che si vorrebbe avanzare da queste righe, per quanto
paradossale, è la logica dell’impiegato. Nella maggior parte dei casi, e per
parecchio tempo, gli scrittori si sono gettati tra le braccia dell’impiego. Per
ragioni economiche, certo, ma anche e soprattutto per ragioni mimetiche:
omologarsi socialmente per elevarsi letterariamente; rendere invisibile, e
quindi inattaccabile, il proprio furore letterario; coltivarlo in solitudine, al
riparo da occhi indiscreti e inutili, per dargli il tempo di fiorire meglio.
Oggi al mestiere di scrivere segue anche, per ragioni promozionali, una serie di
compiti che ostacolano e ritardano e imbolsiscono la scrittura, la narrazione
dei quali è diventata una sorta di sottogenere letterario.
Questo sottogenere non è la cosiddetta autofiction. Quando Philip Roth e
Houellebecq si servono di questo genere, mettono al centro dell’agone il proprio
corpo personale: è lo scrittore fatto e compiuto, come persona e insieme
personaggio, a emergere nei loro romanzi, e il fatto di essere presenti nel
romanzo mette seriamente in discussione le tematiche di cui si parla.
In Sottomissione o La carta e il territorio è Houellebecq stesso a subire le
circostanze di cui parla, il rovesciamento della politica nel primo, e
l’abbruttimento del mondo artistico contemporaneo nel secondo; così nei libri di
Zuckermann di Roth, o in Operazione Shylock.
Nei romanzi di Ferrari e Ravasio c’è invece qualcosa di diverso, di
intermittente, che non è né fiction né autofiction. L’autore non si presenta
interamente, ma non rimane nemmeno nascosto: fa capolino tra le pagine, incerto
se varcare la soglia o meno. La posa da autocommiserato è un’abile copertura che
gli permette di rimanere in gioco senza scendere in campo.
2.1. Del cosiddetto paradigma dell’impiegato si potrebbero scomodare nomi
illustri: Kafka che liquida pratiche sulla sicurezza del lavoro al terzo piano
di un oscuro edificio assicurativo; Montale e Buzzati che ticchettano sulla
macchina da scrivere facendo le fortune del Corriere della Sera, a pochi uffici
di distanza; Mario Luzi che scrive recensioni cinematografiche per giornali di
provincia; Wallace Stevens che lavora in banca; Bolañoche si presta ai più umili
mestieri. L’impiegato, ad ogni modo, lavora per scrivere: vive per scrivere.
La lista potrebbe allungarsi. Come si vede, include tutti i generi: poeti,
critici, romanzieri. Certo, se il giornalismo non è ancora morto, la sua fine è
vicina, sussurrano alcuni. Ma il lavoro non passerà mai di moda, e pretendere di
sopravvivere di soli romanzi senza voler scendere a compromessi, senza
mimetismo, conduce dritti al precariato intellettuale. Se le idee non hanno un
tetto stabile sotto il quale crescere, è molto facile che si vendano al peggior
offerente.
3. Prendiamo ora i pesi massimi della letteratura, per fare un po’ di
controstoria.
Di Balzac sappiamo che la famiglia, prima di avviarlo verso la carriera da
notaio, gli diede due anni di tempo per dimostrare il suo talento, se ne aveva.
Lo spedì in una mansarda con un piccolo sussidio. E il figliol prodigo tornò a
casa con una tragedia in versi: l’Oliver Cromwell. Iniziò a leggere davanti alla
famiglia riunita in consiglio, ma lo giudicarono un fallimento senza appello.
Ma il Titano della futura Commedia umana, dei centoventi libri progettati e dei
novantacinque portati a termine, dei dodici volumi in sottilissima carta d’india
della Pléiade, dell’universo squadernato nel microcosmo “studi filosofici –
studi analitici – scene della vita di provincia – scene della vita parigina”,
quel Titano che, come racconta Zweig nella sua biografia, scriveva
indefessamente dalle otto alle venti nutrendosi solo di caffè e macerazione, non
si lasciò scoraggiare dai demoni della mediocrità e pubblicò, sotto pseudonimo
per non infangare il sacro nome della famiglia, un altro romanzo: L’Anonimo. Fu
l’inizio di una leggenda.
In nessun caso la letteratura si mette a sberciare su sé stessa. Pettegola nelle
idee, non si cura dei fatti che la smerciano. In nessun caso – e, come abbiamo
visto, gli elementi romanzeschi non mancavano – Balzac avrebbe fatto della
propria difficoltà di pubblicazione un romanzo vero e proprio. Le illusioni
perdute e La pelle di zigrino raccontano di quanto può essere spietata la
società verso chi è posseduto dalla vocazione della scrittura; ma non si
limitano a denunciare una piccola porzione di realtà.
3.1. Quanto a Dostoevskij, è utile osservare il nano elevarsi a gigante. Nel
1845 Dostoevskij ha venticinque anni e altrettante sfumature di povertà ricamate
addosso. Forse anche lui è in una mansarda; anche lui, come Balzac, si fida
soltanto del suo talento. Non ha altra scelta: ha appena finito di
scrivere Povera gente, il suo primo romanzo. A quel punto, uno scrittore ha due
soluzioni: o farlo leggere a un amico o suicidarsi. Lo consegna quindi all’amico
Dmitrij Grigorovič, il quale lo porta al poeta Nikolaj Nekrasov. Poi i due
iniziano a leggere. Non è passata neanche un’ora, che una levitazione prende a
sollevarli in aria, sempre più in alto, pagina dopo pagina. Alle quattro di
mattina escono per strada e irrompono in casa di Dostoevskij. Iniziano ad
abbracciarlo, le lacrime sgorgano naturalmente: è nato un genio.
Ora, Povera gente non è un sillabario di tribolazioni, anche se aveva tutti i
titoli per farlo, visto che dal 1876 al 1881 Dostoevskij diresse, scrisse e
smerciò da solo, con l’unico ausilio della moglie, una rivista che conteneva
articoli, racconti e resoconti giudiziari, tutti firmati da Dostoevskij, che
oggi possiamo leggere nell’edizione Bompiani del Diario di uno scrittore.
Nessuno più di Dostoevskij, quindi, assillato dai creditori, dalla ludopatia e
dalle ristrettezze, poteva permettersi di parlare della povertà o fare della
propria miseria un romanzo a puntate. Eppure nessuno meglio di lui ha levigato
il grezzo materiale dell’indigenza per trascenderlo in romanzi immortali che non
rievocano solo il tentativo di elevarsi attraverso la scrittura ma ne presentano
il frutto compiuto.
4. Un altro che non viveva di scrittura: Gottfried Benn. Professione:
anatomopatologo. Segni particolari: uno degli imperdonabili di cui parla
Cristina Campo – all’avvento di Hitler si rifiutò di abbandonare l’Accademia
degli Scrittori. Alla lettera accorata di Klaus Mann, che lo invitava a
spatriare, rispose: “Sono tedesco, dove dovrei andare?”.
Nella sua autobiografia pubblicata qualche anno fa, Doppia vita, racconta che
quando prestava servizio medico presso l’esercito e i suoi libri di poesia
comparivano in qualche supplemento letterario, il colonnello, stranito,
abbassava il giornale e gli chiedeva: “siete forse voi che vi occupate di queste
sciocchezze?”. La rispettabilità sociale veniva prima della celebrità
letteraria. Oggi è il contrario.
L’esempio di Benn ci interessa perché, parlando degli esempi di letteratura
assoluta, cita Paludi di Gide, scritto nel 1894, ad appena venticinque anni.
Cosa succede in questo libro tanto straordinario da essere citato dal
severissimo Benn nella sua rosa personale del gusto? Molto semplicemente, Gide
fa metaletteratura, arrivando alla prosa assoluta teorizzata da Benn. Racconta
del proprio lavoro di scrittura, della fatica di scrivere Paludi, e di quanto
sia complicato, e vano, separare un libro dal mondo. Cerca di raccontare la
storia di un uomo che osserva le pianure e gli stagni; ma gli amici a cui vuole
raccontarlo si annoiano. Allora si rende conto che lui stesso assomiglia alla
storia che vorrebbe raccontare, e che il mondo, invece, non somiglia a
nient’altro.
I libri di Ravasio e Ferrari, invece, raccontano molto di tutto ciò che implica
il fatto di pubblicare un libro e di condividere la stessa aria di chi lo
pubblica. Ma alla fine si ha la sensazione che le pareti del mondo siano molto
più larghe delle pagine di un libro, e che il lettore stia scomodo e stretto in
quell’ambientazione.
In meno di ottanta pagine, Gide ci consegna invece un affresco di immacolata
modernità e senza introdurre le proprie fisime in maniera compiaciuta, senza
troppa commiserazione mostra al lettore quanto sia sottile il confine tra il
libro e il mondo, e come la scrittura sia uno dei pochi strumenti a nostra
disposizione per assottigliare questo confine fino a renderlo invisibile. A
partire da un elemento apparentemente insignificante – la scrittura di un libro
– fa precipitare tutta l’architettura del mondo nella pagina.
Leggendo i libri di Ravasio e di Ferrari sapremo molto sullo stato dell’editoria
e sullo status dello scrittore, ma pochissimo sul mondo. Leggendo quello di Gide
non sapremo praticamente nulla di Paludi, ma quasi tutto l’essenziale sul
mondo.
Andrea Muratore
In copertina: Edvard Munch, “Elskende par i bolger”, 1896
L'articolo Letteratura italiana contemporanea (o dello spirito di
autocommiserazione) proviene da Pangea.