> “Vidi la testa del Conte sporgersi dalla finestra. Non vidi la faccia, ma lo
> riconobbi dal collo e dal movimento delle braccia e delle mani. Non potevo
> sbagliare, quelle mani le conoscevo bene. Dapprima provai interesse e un lieve
> divertimento. È incredibile quanto poco basti a interessare e divertire un
> uomo quando è prigioniero, ma le mie reazioni furono di ripugnanza e di
> terrore quando vidi l’intera figura emergere dalla finestra lentamente e
> strisciare lungo il muro del castello, al di sopra di quello spaventoso
> precipizio, a faccia in giù, con il mantello svolazzante come due grandi ali.
> Non riuscivo a credere ai miei occhi. Pensai che fosse uno scherzo della luce,
> un gioco d’ombre, ma continuai a guardare. Non mi ingannavo. Vidi le dita
> delle mani e dei piedi aggrapparsi agli angoli delle pietre, usare tutte le
> irregolarità della facciata per muoversi verso il basso a velocità
> considerevole, come una lucertola che corre su un muro”.
>
> (Bram Stoker, Dracula il vampiro, Longanesi 1966, p. 35)
Dracula, il capolavoro assoluto di Abraham Stoker (1847-1912), prolifico
scrittore irlandese – come Joseph Sheridan LeFanu – che per tutta la vita
coltivò la passione per il teatro, è stato spesso definito “il revival di un
revival”, perché ha saputo rielaborare con grande perizia molti elementi del
gotico; ma, a rigore, non può esser definito un vero romanzo “gotico”, perché
con la sua grande ricchezza narrativa e il modernismo positivista che lo permea,
rappresenta il culmine della maturazione del genere horror vampiresco che ha
percorso l’Ottocento inglese, in quel tramonto della cultura vittoriana ormai
sopravanzata dal progresso e proiettata verso il nuovo secolo. Partendo dal
romantico Lord Ruthven d’ispirazione byroniana, passando attraverso la
mediazione di quel pasticcio feuilletoniste che è Varney the Vampire del 1847 e
dello splendido racconto “Carmilla” del 1871, ecco apparire nel 1897 il conte
Dracula, espressione definitiva dell’antieroe demoniaco, uno dei personaggi più
letti e sfruttati nella storia della letteratura – per non dire delle
trasposizioni cinematografiche –, anche lui un essere “pallido come il chiarore
lunare” e “dotato di un sorriso affascinante”, eppure terribilmente diverso
dalle figure precedenti, stando alla descrizione fornita da Jonathan Harker, il
primo personaggio che vi entra in contatto:
> “Il viso era forte, molto forte, e aquilino, con un naso sottile e narici
> stranamente arcuate. I capelli diradavano sulle tempie e sull’alta fronte
> sporgente, ma crescevano folti sul capo. Le sopracciglia erano molto fitte e
> quasi si inoltravano alla radice del naso, con peli ricciuti e scomposti. La
> bocca, per quel che potevo vedere sotto i folti baffi, era immobile, dalla
> piega piuttosto crudele e denti eccezionalmente appuntiti che spuntavano dalle
> labbra, molto rosse e fresche per un uomo della sua età. Aveva orecchie
> pallide e appuntite, il mento largo e forte, le guance magre ma ferme”.
Si racconta che il germe del romanzo sia nato da un sogno fatto dopo una
suggestiva conversazione con Ármin Vámbéry, studioso autodidatta, viaggiatore e
docente di lingue orientali all’Università di Budapest, che parlò diffusamente
delle tradizioni vampiresche ungheresi e delle superstizioni annidate nelle
pieghe dei Carpazi. Stoker aveva conosciuto Vámbéry a Londra attraverso
l’inseparabile amico Henry Irving, l’attore di cui Stoker fu impresario teatrale
e su cui scrisse una biografia dopo la morte: un istrione dal grande carisma,
cultore della tradizione gotica – dotato di una voce sibilante e terribile, da
vampiro – e famoso interprete di ruoli dannati come Faust, l’Olandese
volante, l’Ebreo errante, Frankenstein. Da lì seguirono sette anni di ricerche e
preparazione di materiale romanzesco, la cui prima traccia è una pagina di
diario datata 18 marzo 1890, in cui Stoker abbozza una suddivisione del libro,
originariamente ambientato nella Londra vittoriana. Ne è uscito Dracula,
costruito interamente con una tecnica tipica del tempo, quella che cuce insieme
pagine di diario, lettere, articoli di stampa, ma non solo: anche relazioni,
memorandum, lettere commerciali, comunicati legali, giornali di bordo, in una
sequela cronologica di registrazioni dei rispettivi punti di vista che farebbe
la felicità di ogni diarista incallito – per inciso, una razza che oggi andrebbe
protetta, vista l’effimera società elettronico-digitale e ultra-semplificata
nella quale siamo disgraziatamente immersi. Il vergare la pagina con
l’inchiostro, il riflettere, rileggere, inviare e attendere riscontri, il
custodire le carte, il registrare il proprio diario anche con metodi moderni –
siamo a fine Ottocento, e il dottor Seward, uno dei personaggi, incide la sua
voce nel cilindro rotante del fonografo: tutto questo muoversi, raccontare,
confrontarsi, così rigoroso e dettagliato, stupisce per la sua capacità di
essere tanto avvincente, incisivo, trascinante nel susseguirsi delle voci che si
alternano in questa costruzione poderosa e complessa.
*
Tutto comincia quando un giovane solicitor, Jonathan Harker, è inviato in
Transilvania dal capo del suo studio legale per definire con un ricco cliente
locale, il conte Dracula, l’acquisto di uno stabile a Londra. Harker sosta a
Bistriza, all’Albergo della Corona D’Oro, e prosegue verso il passo di Borgo
dove ha appuntamento con il cocchiere del conte. Il clima è macabro e, fra gli
ululati dei lupi, i locali cercano di dissuaderlo dall’avventurarsi in terre
pericolose: “«Lo sapete che giorno è oggi?» Risposi che era il quattro maggio.
Scosse la testa e disse: «Oh sì! Lo so, questo lo so! Ma sapete che giorno è
oggi?» Le dissi che non capivo e la donna riprese: «È la vigilia di San Giorgio.
Non lo sapete che stasera, quando l’orologio batterà mezzanotte, i poteri
malvagi del mondo avranno tutta la loro forza? Sapete dove state andando e verso
cosa?»”. Al passo di Borgo lo raccoglie il misterioso cocchiere (che si capirà
essere lo stesso Dracula) per condurlo al castello: “Nel parlare, sorrideva e la
luce dei fanali è caduta sulla bocca dalla piega dura, con labbra molto rosse e
denti puntuti, bianchi come l’avorio”. Giunto a destinazione, dopo un rumore di
catene e sferragliare di chiavistelli dietro il portone pesante di borchie, vede
apparire “sulla soglia un uomo alto, dal viso ben rasato, a parte i lunghi baffi
bianchi, vestito di nero dalla testa ai piedi, senza un filo di colore in tutta
la persona”, che lo saluta “in eccellente inglese, benché con accento straniero:
«Siate il benvenuto nella mia casa! Entrate liberamente di vostra volontà»”.
*
Harker è invitato a cena dal conte, che però non mangia e sembra saziarsi
ascoltando gli ululati dei lupi («Sentiteli, i figli della notte, che musica!»).
Il mattino seguente, dopo aver scoperto che in casa non ci sono specchi, Harker
usa un suo specchietto per radersi, quando il conte appare d’improvviso alle sue
spalle senza lasciare alcun riflesso: nella sorpresa, Harker si taglia perdendo
un po’ di sangue, e la reazione di Dracula è immediata: “negli occhi gli si è
accesa una specie di furia demoniaca e si è lanciato per afferrarmi alla
gola. Mi sono ritratto e la sua mano ha sfiorato i grani del rosario: questo ha
prodotto un cambiamento istantaneo e la furia è sparita tanto rapidamente da
farmi dubitare di averla vista”. “«Attento», ha detto, «attento a non tagliarvi.
In questo paese è più pericoloso di quanto crediate». Poi ha afferrato lo
specchio: «E questo è l’arnese che ha compiuto il misfatto. È un oggetto
perverso della vanità umana. Via!»”.
In breve, Harker si rende conto che, invece di essere ospite del castello, ne è
prigioniero. Dracula si comporta in modo strano anche per un vecchio eccentrico:
oltre a non mangiare, non si fa vedere di giorno, e di notte è capace di
scivolare lungo le mura del castello come un animale. Nei suoi discorsi
elaborati si vanta di discendere dagli Szekely, una valorosa etnia di origine
ungherese:
> “Noi Szekely abbiamo diritto di essere orgogliosi perché nelle nostre vene
> scorre il sangue di molte razze coraggiose che hanno lottato come leoni per il
> predominio. Qui, nel vortice delle razze europee, la tribù degli Ugri ha
> portato dalla Terra dei Ghiacci lo spirito guerresco di Thor e Odino, e lo
> spirito che i loro Bersekir hanno dimostrato con feroce determinazione sulle
> coste d’Europa, sì, e dell’Asia e dell’Africa finché i popoli si sono convinti
> che fossero giunti i lupi mannari. Quando arrivarono qui, trovarono gli Unni
> la cui furia guerriera aveva spazzato la terra come una fiamma vivente, finché
> i popoli morenti si convinsero che nelle loro vene scorreva il sangue delle
> antiche streghe che, espulse dalla Scizia, si erano accoppiate con i demoni
> del deserto”.
*
Benché il conte gli vieti di entrare in certe stanze del castello, Harker
disubbidisce per cercare vie di fuga, e di notte, in una camera proibita,
incontra tre donne bellissime (di cui una, “di carnagione chiarissima, con una
massa di capelli d’oro e gli occhi come due zaffiri” gli ricorda qualcuno che
conosce1). Le tre donne hanno “denti bianchissimi che brillano come perle fra il
rosso rubino delle labbra voluttuose”, e Harker – benché sia fidanzato con Mina
Murray, una donna energica e virtuosa – si sente sedotto: “In loro c’era
qualcosa che mi metteva a disagio, una strana nostalgia e insieme una paura
mortale. Nel mio cuore provavo un selvaggio, bruciante desiderio di essere
baciato da quelle labbra”. Le tre donne cercano di vampirizzarlo, finché
interviene il conte che le respinge infuriato: “Quest’uomo mi appartiene!” e le
consola offrendo loro un sacco, dentro cui sembra di udire “distintamente i
vagiti di un neonato”.
Secondo Stephen King, “fu la mentalità dell’epoca di Stoker a imporre che il
male del conte dovesse arrivare dall’esterno, perché il male incarnato nel conte
è per lo più il male sessuale pervertito. Stoker ha fatto per gran parte
rivivere la leggenda del vampiro scrivendo un romanzo che palpita vigorosamente
di energia sessuale. Il conte non si avventa mai su Jonathan Harker poiché lo
ha promesso alle sorelle spettrali che abitano nel castello; l’incontro di
Harker con le tre voluttuose ma letali arpie è di tipo sessuale, ed è descritto
nel suo diario con termini che, per l’Inghilterra di fine secolo, erano
piuttosto precisi”2:
> “Avevo paura di aprire gli occhi, ma guardavo e vedevo chiaramente di sotto le
> ciglia. La ragazza si è inginocchiata e chinata su di me, golosa. C’era in lei
> una voluttà deliberata insieme eccitante e repulsiva, mentre inarcava il collo
> e si leccava le labbra come un animale, finché ho visto il rosso scarlatto
> brillare umido al chiarore della luna come la lingua che lisciava i denti
> appuntiti. La sua testa si abbassava sempre più, le sue labbra si
> allontanavano dalla bocca e dal mento e sembravano pronte ad attaccarsi alla
> mia gola… Poi si è fermata e ho sentito il risucchio della lingua che leccava
> denti e labbra, e ho avvertito il suo fiato caldo sul collo. Quindi la pelle
> della gola ha cominciato a fremere come fa la carne quando si avvicina una
> mano a solleticarla. Sentivo il tocco leggero, palpitante delle sue labbra
> sulla pelle sensibilissima della gola, e la pressione di due denti aguzzi che
> l’hanno toccata e si sono fermati. Ho chiuso gli occhi in un’estasi di
> languore, attendendo, attendendo con il cuore che batteva forte”.
*
Harker, a questo punto, si rende conto di trovarsi in una situazione disperata e
decide di uscirne con ogni mezzo, per quanto la fuga possa essere pericolosa e
potenzialmente mortale. Si entra dunque nella seconda unità narrativa, dove sono
protagoniste la fidanzata di Harker, Mina Murray, e la sua amica Lucy Westenra.
Se Mina è concreta e pratica, Lucy è una sognatrice, alle prese con tre
innamorati che desiderano sposarla: il nobiluomo Arthur Holmwood, l’americano
Quincey Morris e il medico John Seward. Quest’ultimo segue attentamente un
paziente del suo manicomio, R.N. Renfield, che mastica insetti e vaneggia sul
prossimo arrivo in Inghilterra di un misterioso Maestro. Mina, che non ha più
notizie di Jonathan, va in vacanza con Lucy a Whitby, dove, al culmine di una
furiosa tempesta, si arena una nave alla deriva proveniente da Varna, la
spettrale Demeter, senza marinai e con il solo capitano, morto, legato alla
ruota del timone. Mentre il giornale di bordo non sembra riportare nulla di
rilevante, se non l’assenza dell’equipaggio, il foglio chiuso in una bottiglia
rinvenuta nella tasca del capitano rivela che un mostro misterioso ha ucciso
tutti gli uomini dell’equipaggio, l’uno dopo l’altro. La nave trasportava
cinquanta casse piene di terra della Transilvania, che servono a Dracula per
riposarvi e rinnovare i propri poteri; le casse verranno poi recuperate e
nascoste dal conte in diverse proprietà, tra cui la tenuta di Carfax acquistata
tramite Harker, per creare delle basi intorno a Londra e attuare il suo progetto
di “invasione” del suolo inglese. Dal resoconto sulla tempesta apparso in The
Dailygraph dell’8 agosto (incollato sul diario di Mina Murray):
> “Quando il battello s’è incagliato con violenza, il cozzo ha fatto crollare
> cime e pezzi di legno e, nel momento dell’impatto, un cane mastodontico è
> saltato sul ponte dalla stiva, quasi fosse stato sbalzato dall’urto, e
> correndo a prua si è lanciato sulla battigia, puntando dritto verso l’erto
> dirupo su cui il cimitero sorge tanto a picco sulla stradina che alcune delle
> lapidi si proiettano nel vuoto dove la scogliera che le sosteneva è franata,
> ed è scomparso nell’oscurità che sembrava più intensa oltre il raggio del
> faro. […] Molto interesse ha suscitato il cane saltato a terra al momento
> dell’approdo di fortuna, e più di un membro della Protezione degli animali ha
> cercato di avvicinarlo. Ma nessuno vi è riuscito: sembra scomparso dalla
> città”.
Dracula è sbarcato in forma di animale, e subito ricomincia a nutrirsi in terra
d’Albione. Quando una suora scrive da un ospedale di Budapest che Jonathan è
salvo, Mina corre in Ungheria a riprenderselo e senza indugio lo sposa. Ma, nel
frattempo, Lucy – che fra i suoi pretendenti ha scelto Arthur – viene
vampirizzata da Dracula, che approfitta prima del suo sonnambulismo,
succhiandola presso lo stesso cimitero di Whitby, e poi continua ad attaccarla
penetrando direttamente nella sua camera. Ancora Stephen King:
> “In fatto di sesso, una società rigidamente moralista può trovare una valvola
> di sfogo nell’idea del male che arriva dall’esterno; la cosa è più grande di
> noi due. Harker è un po’ deluso quando il conte entra nella stanza e
> interrompe questo breve tête-á-tête [nel castello con la vampira]. Forse anche
> molti dei lettori guardoni del tempo di Stoker lo furono. Analogamente, il
> conte infierisce solo sulle donne: prima su Lucy, poi su Mina. Le reazioni di
> Lucy al morso del conte somigliano molto ai sentimenti che Jonathan prova per
> le spettrali sorelle. Per essere proprio volgari, Stoker ci fa capire da un
> punto di vista piuttosto classista che a Lucy sta dando di volta il cervello.
> Di giorno, una sempre più terrea ma impeccabile e apollinea Lucy tesse il suo
> irreprensibile e decoroso idillio con lo sposo promesso, Arthur Holmwood. Di
> notte, se la spassa in dionisiaco abbandono con il suo tenebroso e sanguinario
> seduttore”3.
*
A causa delle visite notturne di Dracula, Lucy sta sempre peggio e a nulla
servono i tentativi di cura. Allora il dottor Seward informa Arthur, promesso
sposo di Lucy, di aver scritto al suo vecchio amico e maestro, il professor Van
Helsing di Amsterdam, un esperto in malattie oscure: “Sembra un tipo originale,
ma sa quel che fa, meglio di chiunque altro. È un filosofo e un metafisico,
nonché uno degli scienziati più all’avanguardia del nostro tempo; in più lo
ritengo dotato di una mente assolutamente aperta. Ha nervi d’acciaio, un
temperamento di ghiaccio, una volontà indomabile, autodisciplina e tolleranza,
ed è il cuore più sincero e nobile che io conosca. Tutte queste qualità gli
permettono di compiere la nobile opera che sta facendo per l’umanità; un’opera
sia pratica che teorica, poiché le sue prospettive sono così vaste come la sua
onnicomprensiva sensibilità”.
Giunto da Amsterdam e presa in pugno la situazione, il professor Van Helsing
cerca di salvare Lucy con ripetute trasfusioni di sangue prelevato dai compagni
coinvolti nell’avventura (ignorando il problema della compatibilità dei gruppi
sanguigni, la cui scoperta si avrà fra il 1900 e il 1902); ma Lucy muore e, dopo
la sua sepoltura, riappare come vampira insidiando bambini intorno a un cimitero
di Londra. Così, Van Helsing convince i suoi amici che c’è una sola cosa da
fare: sarà lo stesso Arthur a conficcare un paletto nel petto della fidanzata,
liberandola dalla condizione di vampiro.
*
Di grande interesse è la lettura psico-sociologica che offre David Punter nel
suo The Literature of Terror. Come dirà il professor Van Helsing, nel suo
inglese scorretto, “il vampiro continua a vivere, e non può morire con il
semplice passar del tempo, può prosperare quando può impinguarsi del sangue dei
viventi. E in più abbiamo visto anche noi che può perfino ringiovanire, che le
sue facoltà vitali si intensificano e sembrano come rianimarsi quando trova a
sufficienza del suo speciale alimento”. Ma il sangue che dà vita a Dracula è
anche il sangue – come dice a Harker – di una dinastia, di una “casa”, e lui è
il fiero discendente e portatore di una lunga tradizione aristocratica.
> “Il lungo progresso storico dei tentativi compiuti dalla borghesia per capire
> il significato del «sangue» nobile giunge all’apoteosi in Dracula, poiché
> Dracula è l’ultimo aristocratico. Egli ha rarefatto i suoi bisogni, e quelli
> della sua casa e del suo lignaggio, al punto di non avere più alcun bisogno di
> un qualche sistema di scambio o di sostentamento fuorché del sangue. Tutti gli
> altri legami materiali con il «disonorevole» mondo borghese sono stati
> tagliati: l’aristocratico ha pagato il tragico prezzo del soppiantamento
> sociale, eppure il suo destino finisce per coinvolgere anche altri. Defraudato
> del suo diritto al dominio effettivo, il suo potere si esercita nella pura e
> semplice sopravvivenza, il suo rapporto con il mondo è il culmine della
> tirannia, eppure è giustificato dal fatto che egli non cerca la propria
> sopravvivenza personale bensì quella della casa e perciò, naturalmente, la
> sopravvivenza dei morti. Stoker mette in luce molto bene l’ambiguità delle
> leggende quando Dracula racconta a Harker la sua storia: «Trattando di cose e
> di persone, e specialmente di battaglie, ne parlava come se le avesse
> conosciute o vi avesse assistito. Mi spiegò che per un boiaro l’orgoglio della
> casata e del nome è il suo stesso orgoglio, che la loro gloria è la sua
> gloria, che il loro destino è il suo destino. Ogni volta che parlava della sua
> casa diceva sempre: ‘noi’, e parlava al plurale, come si esprimerebbe un
> re»”4.
*
In Dracula, più che in altre versioni, il mito diventa un’inversione della
cristianità, poiché il conte offre la vera resurrezione del corpo, ma disunito
dall’anima. E la forza del romanzo sta nell’aver affrontato in modo diretto una
serie di tabù, quelli che fissano divisioni e linee invalicabili che consentono
alla società di funzionare senza disgregarsi. Dracula, oltre a cancellare la
linea di separazione fra uomo e animale, “cancella quella fra uomo e Dio, osando
condividere la vita immortale e praticando una forma di amore corrotta ma
sovrumana; e cancella quella fra uomo e donna dimostrando l’esistenza della
passione femminile. Nella sua figura sono descritte numerosissime paure
primordiali: egli cambia le forme, fonde le specie, preannuncia il crollo
etnico. Renfield, il suo «discepolo», lo ritiene un dio, e i suoi aspetti
satanici sono tanto più interessanti se ricordiamo che il suo vero antenato
[Vlad III di Valacchia] si era guadagnata la fama di crudeltà a causa della
diligenza messa a difendere la fede cristiana contro il turco predatore”5.
Ora il compito del piccolo gruppo di sodali – Jonathan, Arthur, l’americano
Quincey Morris, il dottor Seward e Mina – diventa quello di eliminare il
Principe dei vampiri, che dopo aver annientata Lucy sta minacciando Mina,
novella sposa di Jonathan. Mentre il gruppo – dopo un accurato lavoro di
indagine e detection – trova e distrugge le casse di terra della Transilvania
nascoste a Londra, Dracula riesce comunque a vampirizzare Mina,
smaterializzandosi e rimaterializzandosi attraverso una densa nebula che
stordisce la vittima formando un alone luminoso. Da quel momento Mina si sente
infetta, e si trova in uno speciale contatto telepatico col vampiro: essendo
ormai identificati i rifugi e sottratta la terra transilvana, Mina – sotto
ripetute ipnosi – può seguire e descrivere a Van Helsing il precipitoso viaggio
di ritorno di Dracula verso il Mar Nero a bordo della Czarina Catherina, una
nave diretta a Varna. Ne segue una caccia serrata attraverso Turchia, Bulgaria,
Romania, fino all’epilogo6.
*
Risalendo nella genealogia, “il vampiro in Polidori è capace di «vincere»;
quando arriveremo alla versione di Stoker, quasi un secolo dopo, egli è
sconfitto dalle forze associate della scienza, del razionalismo e del
conformismo etico. Egli è un ribelle, non per il fatto di essersi distolto dalla
società ma per averla preceduta nel tempo”7. Resta il fatto che quella di
Dracula è una passione inestinguibile: è un non-morto perché il desiderio non
muore mai, e ogni sua soddisfazione non fa che spostare il desiderio verso altre
prede. È il perpetuo desiderio di soddisfacimento dell’inconscio, che dev’essere
represso per mantenere la stabilità; e, come per l’inconscio, per Dracula non ci
sarà una soddisfazione finale, perché il desiderio è la sua stessa natura.
> “La sanguisuga ha due figlie: «Dammi! Dammi!».
> Tre cose non si saziano mai,
> anzi quattro non dicono mai: «Basta!»:
> il regno dei morti, il grembo sterile,
> la terra mai sazia d’acqua
> e il fuoco che mai dice: «Basta!»”.
>
> (Proverbi, 30, 15-16)
Paolo Ferrucci
*
1 “Dracula’s Guest and Other Weird Stories di Bram Stoker, pubblicato postumo,
contiene un capitolo espunto dalla versione finale di Dracula, nel quale
Jonathan Harker, sulla strada della Transilvania, si ferma a Monaco. Ignorando i
consigli di chi lo ospita all’Hotel Vier Jahreszeiten, se ne va in giro nella
notte di Valpurga per la campagna bavarese. Presso la tomba di una contessa
Dolingen, originaria ‘di Graz in Styria’ [la Stiria in cui è ambientato il
racconto “Carmilla”], incontra una non-morta e viene insieme spaventato e
salvato da un gigantesco lupo” (Massimo Introvigne, La stirpe di Dracula,
Mondadori 1997, p. 220).
2 Stephen King, Danse macabre, Sperling & Kupfer 2006, pp. 77-78.
3 ibidem.
4 David Punter, Storia della letteratura del terrore, Editori Riuniti 1997, p.
231.
5 ivi, pp. 235-236
6 Per salvare Mina – che rischia di diventare un vampiro e chiede di essere
uccisa se le dovesse toccare questa sorte – e l’Inghilterra, il gruppo di
inseguitori scopre che Dracula non è sbarcato a Varna, ma a Galata. Mina e Van
Helsing, staccatisi dagli altri, giungono al castello, dove l’olandese distrugge
le tre vampire che avevano concupito Harker e trova la tomba di Dracula, vuota.
Il conte, infatti, sta per arrivare in una bara, ricondotto a casa dalla sua
squadra di zingari. Ma Jonathan, Arthur e Quincey li raggiungono e ordinano loro
di fermarsi, mentre anche Mina e Van Helsing, provenienti dal castello, puntano
contro i servitori di Dracula le loro armi. Ne segue uno scontro, in cui Morris
riceve una coltellata mortale; ma prima di morire riesce, insieme a Jonathan, ad
aprire la bara di Dracula. Mentre al tramonto del sole il conte sta per
risvegliarsi, due pugnalate – una di Jonathan alla gola con un kukri e una
dell’americano al cuore con un coltello Bowie – distruggono il vampiro, il cui
corpo si riduce in polvere.
4 David Punter, cit, p. 107.
*In copertina: disegno di George Bess per una edizione illustrata di Dracula
L'articolo “Il suo tenebroso e sanguinario seduttore”. L’epopea di Dracula
proviene da Pangea.
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> “Ruthven non è la rappresentazione di un individuo mitizzato ma di una classe
> mitizzata. Egli è morto e tuttavia non lo è, così come il potere
> dell’aristocrazia all’inizio del XIX secolo era e non era morto; egli esige
> sangue perché il sangue è l’occupazione dell’aristocrazia, il sangue sparso in
> guerra e il sangue di famiglia. Il vampiro, nella cultura inglese, in
> Polidori, in Bram Stoker e altrove, è una figura fondamentalmente
> antiborghese. È elegante, ben vestito, un maestro nell’arte della seduzione,
> un cinico, una persona esente dai codici socio-morali predominanti. Pertanto
> egli prende posto accanto ad altre forme di cattivi del «gotico», come
> partecipe di un mito prodotto dalla classe media per spiegare i propri
> antecedenti e le proprie paure”.
>
> (David Punter, Storia della letteratura del terrore, Editori Riuniti 1997, pp.
> 106-107)
Tornando alla genealogia dei mostri letterari nati in epoca gotico-romantica,
sappiamo che il personaggio di Lord Ruthven, il vampiro ideato dallo sfortunato
John William Polidori, viene messo sulla pagina fra il luglio e l’agosto 1816,
quando l’autore sta ancora villeggiando con George Gordon Byron, Percy Bisshe
Shelley e Mary Godwin nella celebre – e fatidica – Villa Diodati a Ginevra. Il
medico Polidori “ne termina una prima stesura nei giorni precedenti al 15
settembre 1816, quando decide di lasciare Byron (i due si trovano ormai
reciprocamente difficili da sopportare) per intraprendere un avventuroso
viaggio in Italia (dove incontra celebrità letterarie come Vincenzo Monti, e
riesce perfino a farsi arrestare dalla polizia austriaca dopo un alterco con un
graduato asburgico alla Scala di Milano)”.1 Dopo il rientro in Inghilterra e la
pubblicazione di The Vampyre nel marzo 1819, pare proprio che il “povero
Polidori” non avesse colpe nella controversia editoriale scatenata dall’uso
indebito del nome di Byron da parte del furbo editore londinese Colburn, come
abbiamo raccontato, se non quella di essersi ispirato in maniera smaccata al
frammento scritto dal suo datore di lavoro e al modo in cui questi intendeva
svilupparlo; ma, com’era prevedibile, venne trattato dagli amici di Byron come
una sorta di farabutto profittatore e inevitabilmente isolato.
Il polidoriano The Vampyre, che in effetti traccia un ritratto di Lord Byron
come membro degenerato dell’aristocrazia inglese, resta comunque la pietra
fondante nella lunga serie di storie orrifiche che ne è seguita. Il cliché del
vampiro nobile, pallido, amorale, fonte di attrazione sessuale col suo sguardo
gelido che ordina senza dover chiedere, ebbe un successo mai visto, anche
oltremanica. In Inghilterra, in particolare, oltre a ispirare vari romanzi
assurse a vero e proprio eroe popolare in Varney the Vampire; or, The Feast of
Blood, pubblicato – senza indicazione dell’autore – dapprima in volume nel 1847
e successivamente nei tipici fascicoli settimanali venduti a un penny l’uno – i
cosiddetti penny dreadful – che spopolavano presso le classi lavoratrici
bisognose di svago raccapricciante. Benché sia stato attribuito a lungo a Thomas
Preskett Prest (1810-1859), un mestierante specialista del genere, negli anni
Sessanta si trovarono documenti fra le carte di James Malcolm Rymer (1814-1881),
un autore della stessa casa editrice Lloyd, che lo indicavano come collaboratore
della serie: una cosa più che verosimile, visti il tipo di produzione della
Lloyd e il fatto che Varney – lungo più di ottocento pagine – tradisce talvolta
contraddizioni, incongruenze cronologiche, salti di stile.2
Va da sé che Varney the Vampire aveva il compito di tenere sveglia l’attenzione
dei lettori da una settimana all’altra, dunque la storia si tuffa subito nel
vampirismo, senza preamboli o antefatti, dichiarandolo già nel
titolo. L’elegante Sir Francis Varney penetra nella camera da letto della
giovane Flora Bannerworth, di cui sta cercando di acquistare la casa, e la
vampirizza. Da notare che è la prima volta in cui appare il riferimento ai
canini aguzzi, il marchio tipico del vampiro moderno (“With a plunge he seizes
her neck in his fang-like teeth”); egli lascia sul collo la ormai classica
ferita bi-puntuta, dopo esser penetrato attraverso la finestra della camera da
letto per azzannare la ragazza dormiente. Come farà il vampiro classico, ha il
potere di ipnotizzare le sue vittime, oltre a possedere una forza sovrumana;
tuttavia non subisce ancora il terrore paralizzante in presenza delle croci e
dell’aglio. Quando Flora s’indebolisce, i parenti e gli amici pensano subito al
vampirismo (divenuto ormai un tema popolare), ma lo stolido dottor
Chillingworth, medico di famiglia, valuta i buchi nel collo come semplici
punture di insetto. Quindi accade che il boia di Londra riconosce Varney, perché
lo aveva già impiccato – il vampiro è poi risorto quando è stato esposto ai
raggi della luna da un amico, che si rivelerà lo stesso dottor Chillingworth –,
così si raduna una folla minacciosa, decisa a distruggere il mostro. Ma i
Bannerworth, famiglia benestante finita in rovina dopo la morte del padre,
compatisce la tragica esistenza di Varney e, paradossalmente, lo aiuta a
scappare.
Le avventure del vampiro proseguono in Inghilterra e in Italia – a Napoli, in
particolare, Varney salva la vita a un “conte Polidori”, rimarcando così la sua
discendenza diretta dal leggendario byronic-type vampire Lord Ruthven. Sta di
fatto che Varney, a furia di conquiste di giovani fanciulle che vengono
puntualmente vampirizzate, si dibatte fra dubbi e pentimenti, perché soffre per
la sua condizione e vorrebbe porvi fine. Sembra riuscire nell’intento quando
alcuni briganti lo “uccidono”, ma, lasciando il suo corpo esposto ai raggi della
luna, involontariamente gli ridanno vita. Così Varney tenta di annegarsi, ma è
salvato e portato in una fattoria dai fratelli Crofton, di cui vampirizza – fino
a farla morire – la sorella Clara, che diventa anche lei un vampiro. A questo
punto gli abitanti del villaggio si mobilitano per distruggerlo, ma riescono
soltanto a impalare Clara, mentre Varney si dilegua.
A ogni modo, sarà lui stesso a farla finita: la storia si conclude con un
presunto estratto dalla Allgemeine Zeitung dove si racconta la vicenda di un
inglese che, a Napoli, si fa portare da una guida fino al cratere del Vesuvio e,
dopo averle regalato il suo portafoglio, le chiede di riferire “di aver
accompagnato Varney, il Vampiro, fino al cratere del monte Vesuvio, e che egli,
stanco e disgustato da una vita di orrore, vi si gettò dentro per impedire la
possibilità che i suoi resti si rianimassero”. “Poi, prima che la guida potesse
lanciare un solo grido, Varney fece un tremendo salto, e sparì nella bocca
infuocata della montagna”.3
Come Varney sia diventato un mostro non è chiaro: dapprima sembra si tratti di
un monarchico dei tempi di Cromwell, trasformato in vampiro per aver ucciso il
figlio in un accesso di rabbia; altre volte sarebbe stato impiccato molto più
tardi, per aver ucciso un parente, e si sarebbe trasformato in non-morto. La
cosa importante è il suo contributo al processo di formazione del vampiro
classico, che ne ha diffuso il mito letterario fra la gente di ogni
estrazione. Un contributo che è stato ampliato e rafforzato un quarto di secolo
dopo, in modo decisamente rivoluzionario, in “Carmilla” 4 di Joseph Sheridan
LeFanu (1814-1873), prolifico giornalista e scrittore di discendenza ugonotta
irlandese, protagonista della letteratura inglese del soprannaturale, che ha
dato il meglio di sé in racconti e novelle weird e nel sottovalutato
romanzo Uncle Silas (dove gli elementi del genere gotico sono stati mescidati
nella forma più compiuta). Cinque dei suoi racconti migliori, tra cui
“Carmilla”, sono raccolti nel volume In a Glass Darkly, pubblicato nel 1872, “in
cui vedeva la luce anche il personaggio, che funge da tramite, del dottor
Hesselius, un «dottore spiritico»”, che sembra prefigurare il Van Helsing di
Bram Stoker; “Queste storie sono notevoli soprattutto per la loro capacità di
penetrazione nella natura della psiche. La tipica trama di LeFanu è quella in
cui il protagonista, vuoi deliberatamente vuoi altrimenti, scava nella propria
mente in modo tale da diventare ossessionato da una figura che è, senza ombra di
dubbio, una parte del suo stesso io”.5
Il titolo di questa raccolta allude alla prima lettera di San Paolo ai Corinzi,
13,12: “Adesso noi vediamo in modo confuso, oscuro, come in uno
specchio (through a glass, darkly); allora invece vedremo faccia a faccia.
Adesso conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come
anch’io sono conosciuto”. Gli specchi dell’antichità erano superfici metalliche
lucidate, dunque riflettevano la realtà in modo approssimativo e deformato, come
accade in queste ghost stories. E dobbiamo riconoscere che la fama di
“Carmilla”, che chiude il volume, non è stata eguagliata da nessun racconto o
romanzo breve dell’epoca classica del vampiro. Di questo racconto è stato detto
che sarebbe una versione in prosa della Christabel di Coleridge, poema narrativo
composto in due parti tra il 1797 e il 1800, pubblicato nel 1816 (quell’anno
Lord Byron lo legge agli amici nelle serate di Villa Diodati); ma nella novella
di LeFanu l’elemento forte – l’incontro di una giovane donna con una figura
femminile sovrannaturale e l’allusione a un legame erotico latente – erompe in
modo esplicito: Carmilla, il vampiro donna che ama le donne, esercita
un’attrazione irresistibile, con l’amore lesbico che si sviluppa senza
reticenze, un fatto inconcepibile in piena epoca vittoriana, se non inserito in
un contesto già mostruoso come quello dei vampiri.
In Coleridge, Christabel è una giovane che una notte, pregando accanto a una
quercia nel bosco, incontra Geraldine, che sostiene di essere stata rapita da
uomini a cavallo; commossa, la introduce nella sua casa, ma subito si
manifestano presagi inquietanti: un cane abbaia nel sonno, le torce si spengono,
mentre Geraldine non riesce a superare un cancello di ferro e un segno
misterioso sul suo corpo incute terrore. Anche il padre di Christabel resta
affascinato dalla giovane ospite, ma il poema s’interrompe prima che la vera
natura di Geraldine venga svelata. In “Carmilla”, invece, l’amore di Laura – la
narratrice – per la creatura metà donna e metà mostro viene introdotto in modo
più accorto e mediato, a partire dall’impianto del racconto: la testimonianza in
prima persona è raccolta dal dottor Hesselius, il cui compito sarebbe quello di
codificare la vicenda riconducendola a un’indagine scientifica, l’unica modalità
che il contesto vittoriano avrebbe potuto ammettere. L’incantesimo, dunque, si
consegna al resoconto dettagliato e razionale: Laura narra il proprio amore per
Carmilla senza reticenze, offrendosi così al giudizio di chi ne farà materia
d’indagine, in modo da assolversi dalla colpa e allo stesso tempo avallare il
“panico” suscitato dall’amore lesbico, in quanto presentato come amore indotto
da un vampiro.
Nella storia, Laura ricorda gli eventi di dieci anni prima, quando viveva col
padre in un castello dell’Europa centrale. La strada per arrivarci è
“antichissima e stretta” e passa davanti al ponte levatoio; il luogo è molto
solitario, a poca distanza “c’è un villaggio in rovina, con la sua pittoresca
chiesetta ora priva del tetto, nella cui navata si trovano le tombe sgretolate
dell’orgoglioso casato dei Karnstein, ormai estinto, un tempo possessori del
castello altrettanto desolato che, nel cuore della foresta, domina le rovine
silenziose del paese”. Una notte, una carrozza che porta alcuni personaggi
enigmatici ha un incidente nei pressi del castello, e Laura e il
padre accolgono in casa una ragazza ferita, Carmilla, che è stata loro
affidata. Come la Geraldine di Coleridge, Carmilla resta molto vaga sul suo
passato; ma da subito esercita su Laura una straordinaria attrazione,
dichiaratamente fisica, e con un lento lavoro di seduzione ne approfitta per
vampirizzarla.
> “ – Mi domando se anche voi vi sentite stranamente attratta da me com’io da
> voi: non ho mai avuto un’amica… Ne troverò una adesso? –. Sospirò e i suoi
> splendidi occhi scuri mi fissarono appassionatamente. A dire il vero io, verso
> la bella sconosciuta, provavo sentimenti contrastanti. Mi sentivo anch’io,
> secondo le sue stesse parole, «attratta da lei», ma c’era anche un po’ di
> repulsione. Nell’ambiguità, comunque, prevaleva enormemente l’attrazione. Ne
> ero interessata e conquistata; era così bella, così affascinante”. […] La sua
> bellezza non perdeva nulla alla luce del giorno: era senza alcun dubbio la più
> splendida creatura che avessi mai visto”.
Carmilla “era più alta della media”, era “snella, e meravigliosamente
aggraziata. Tranne il fatto che i suoi movimenti erano languidi – molto, ma
molto languidi –, non c’era nulla nel suo aspetto che denotasse l’ammalata. La
carnagione era florida e luminosa; i lineamenti piccoli e finemente
tratteggiati; gli occhi grandi, scuri e splendenti; i capelli una vera
meraviglia, mai visto capelli così magnificamente folti e lunghi quando
ricadevano sciolti sulle spalle: spesso ci ho messo sotto le mani, ridendo
stupita per il loro peso. Erano squisitamente fini e morbidi, di un castano
molto scuro e carico, con una punta d’oro, mi piaceva lasciarli ricadere sotto
il loro peso come quando, nella sua stanza, lei si abbandonava all’indietro
sulla sedia, parlando con quella sua voce sommessa e dolce, e io glieli piegavo
e intrecciavo, li scioglievo e ci giocavo”.
Mentre la Christabel di Coleridge subisce passivamente l’influsso soprannaturale
– il fascino di Geraldine la paralizza, poiché è priva di strumenti di
comprensione e resistenza –, l’amore tra Laura e Carmilla implica una tensione
più consapevole: Laura si sforza di comprendere e anche di accettare il
sentimento che la lega a Carmilla, pur sapendo nell’intimo che questa passione
potrebbe portarla all’annientamento. Fra loro la dimensione erotica e quella
mortifera si sovrappongono:
> “Mi gettava al collo le sue braccia leggiadre, mi attirava a sé e, appoggiando
> la guancia alla mia, mi avvicinava le labbra all’orecchio mormorando: –
> Carissima, il tuo cuoricino è ferito; non mi giudicar crudele se obbedisco
> alla legge ineluttabile che governa la mia forza come la mia debolezza; se il
> tuo amato cuore è ferito, il mio cuore selvaggio sanguina col tuo. Nell’estasi
> della mia atroce umiliazione io vivo nella tua calda vita, e tu, tu morirai –
> sì dolcemente – nella mia. Non posso evitarlo: come io mi accosto a te, tu a
> tua volta ti accosterai ad altri e conoscerai l’estasi di quella crudeltà, che
> pure è amore; quindi, per un poco, non cercare di sapere altro di me e della
> mia gente, ma fidati di me con tutto l’affetto che hai nel cuore –. E dopo una
> tale effusione lirica, mi stringeva più forte nel suo abbraccio fremente e le
> sue labbra accendevano dolcemente con teneri baci la mia guancia”.
Laura non comprende perché la sua salute stia declinando. Il medico di famiglia
– che ha riscontrato strani segni sul suo collo – comincia a intuire cosa sta
succedendo e consiglia al padre di proteggerla. Qui l’amore romantico si
configura come un sentimento così forte che non può morire, anche nel pericolo,
e il gotico vittoriano di LeFanu deve confrontarsi con questa persistenza. Laura
ama la giovane Carmilla, che tuttavia è anche un mostro: un amore fra donne che
è consentito solo perché si manifesta come incantesimo.
> “Talvolta, dopo un’ora d’indifferenza, la mia strana e bellissima compagna mi
> prendeva la mano e la stringeva a lungo, sempre con rinnovato affetto:
> arrossiva delicatamente, fissandomi con occhi ardenti e languidi, la
> respirazione così accelerata che la veste le si sollevava e si abbassava nel
> tumulto di quell’ansimare. Era come l’ardore di un innamorato; mi metteva in
> imbarazzo; era odioso eppure soverchiante; con sguardi di cupidigia mi
> attirava a sé e le sue labbra ardenti mi coprivano di baci la guancia mentre
> sussurrava quasi singhiozzando: – Tu sei mia, tu devi essere mia, io e te
> siamo una cosa sola, per sempre –. Poi si abbandonava contro lo schienale
> della sedia, le piccole mani a coprire gli occhi, lasciandomi tutta
> tremante”.
Nel villaggio vicino, intanto, giovani fanciulle muoiono dopo un rapido e
inspiegabile deperimento fisico. Di giorno Carmilla compare solo tardi, mentre
di notte si trasforma in un grosso felino che invade i sogni in dormiveglia
delle sue vittime. Durante una visita alle rovine del vicino castello Karnstein,
il padre di Laura trova il generale Spieldorf, che già avrebbe dovuto fargli
visita con sua nipote, ma che era stato costretto a rinunciarvi per l’improvviso
e fatale declinare della salute della ragazza. Questi gli racconta il tracollo
della sua pupilla, vampirizzata da una misteriosa Millarca a cui aveva dato
ospitalità, che non lasciava la sua stanza fino al pomeriggio inoltrato ma
sapeva uscirne inspiegabilmente con la porta chiusa dall’interno, che il
generale sospetta essere la contessa Mircalla Karnstein, morta da oltre un
secolo e divenuta vampiro per maledizione di stirpe, della quale sta cercando la
tomba nel cimitero abbandonato. Entrambi i nomi sono anagrammi di Carmilla, che
al suo comparire viene subito riconosciuta dal generale e aggredita con una
scure, ma lei con forza sovrumana riesce a disarmarlo e a dileguarsi senza
lasciar traccia. A quel punto compare un cacciatore di vampiri, il barone
Vordenburg, lì convocato, che riesce a trovare la tomba della contessa Mircalla.
Il giorno dopo si svolge un’indagine amministrativa, con “due medici, uno
incaricato ufficialmente, l’altro in qualità di rappresentante del promotore
dell’inchiesta”. Aprendo il sacello, si scopre che i lineamenti di Mircalla
“erano coloriti dal calore della vita”;
> “Gli arti erano perfettamente flessibili, la carne elastica; la bara di piombo
> navigava nel sangue, e il corpo vi era immerso per la profondità di un palmo.
> C’erano pertanto tutti i segni e le prove riconosciute del vampirismo. Di
> conseguenza il corpo, conformemente all’antica prassi, venne sollevato e un
> paletto aguzzo conficcato nel cuore del vampiro che, in quell’istante, lanciò
> un urlo lacerante, in tutto e per tutto simile a quello che sarebbe potuto
> sfuggire a un essere vivente nell’agonia estrema. Dopodiché la testa venne
> spiccata dal busto e un fiume di sangue sgorgò dal collo reciso. Il corpo e la
> testa vennero quindi posti su una catasta di legna e ridotti in cenere, che
> venne a sua volta gettata nel fiume e trascinata via”.
Ma per Laura l’amore resta più forte, e ancora dopo dieci anni prova un
sentimento inalterato che non si estingue: “a tutt’oggi l’immagine di Carmilla
mi torna alla memoria con ambigua alternanza – talora la bellissima fanciulla,
allegra e languida; talaltra il demone convulso che ho visto nella chiesa
diroccata; e spesso mi sono ridestata da una fantasticheria con l’impressione di
udire il passo lieve di Carmilla sull’uscio del salotto”.6
Paolo Ferrucci
1 Massimo Introvigne, La stirpe di Dracula, Mondadori 1997, p. 179.
2 ivi, pp. 196-197.
3 Dall’antologia Thomas P. Prest – James M. Rymer, Varney il vampiro, a cura di
Fabio Giovannini, Datanews 1993, p. 86.
4 Il racconto “Carmilla” venne pubblicato nel 1871 sulla rivista The Dark Blue e
nel 1872 nel volume In a Glass Darkly.
5 David Punter, Storia della letteratura del terrore, Editori Riuniti 1997, p.
200.
6 Le citazioni da “Carmilla” sono prese da Racconti del soprannaturale, a cura
di Malcolm Skey, Edizioni Theoria 1990.
In copertina: Edvard Munch, “Amore e dolore o Il vampiro”, 1893-95
L'articolo “Il mio cuore selvaggio sanguina col tuo”. Carmilla o l’epopea del
vampiro femmina proviene da Pangea.