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“Il suo tenebroso e sanguinario seduttore”. L’epopea di Dracula
> “Vidi la testa del Conte sporgersi dalla finestra. Non vidi la faccia, ma lo > riconobbi dal collo e dal movimento delle braccia e delle mani. Non potevo > sbagliare, quelle mani le conoscevo bene. Dapprima provai interesse e un lieve > divertimento. È incredibile quanto poco basti a interessare e divertire un > uomo quando è prigioniero, ma le mie reazioni furono di ripugnanza e di > terrore quando vidi l’intera figura emergere dalla finestra lentamente e > strisciare lungo il muro del castello, al di sopra di quello spaventoso > precipizio, a faccia in giù, con il mantello svolazzante come due grandi ali. > Non riuscivo a credere ai miei occhi. Pensai che fosse uno scherzo della luce, > un gioco d’ombre, ma continuai a guardare. Non mi ingannavo. Vidi le dita > delle mani e dei piedi aggrapparsi agli angoli delle pietre, usare tutte le > irregolarità della facciata per muoversi verso il basso a velocità > considerevole, come una lucertola che corre su un muro”. > > (Bram Stoker, Dracula il vampiro, Longanesi 1966, p. 35) Dracula, il capolavoro assoluto di Abraham Stoker (1847-1912), prolifico scrittore irlandese – come Joseph Sheridan LeFanu – che per tutta la vita coltivò la passione per il teatro, è stato spesso definito “il revival di un revival”, perché ha saputo rielaborare con grande perizia molti elementi del gotico; ma, a rigore, non può esser definito un vero romanzo “gotico”, perché con la sua grande ricchezza narrativa e il modernismo positivista che lo permea, rappresenta il culmine della maturazione del genere horror vampiresco che ha percorso l’Ottocento inglese, in quel tramonto della cultura vittoriana ormai sopravanzata dal progresso e proiettata verso il nuovo secolo. Partendo dal romantico Lord Ruthven d’ispirazione byroniana, passando attraverso la mediazione di quel pasticcio feuilletoniste che è Varney the Vampire del 1847 e dello splendido racconto “Carmilla” del 1871, ecco apparire nel 1897 il conte Dracula, espressione definitiva dell’antieroe demoniaco, uno dei personaggi più letti e sfruttati nella storia della letteratura – per non dire delle trasposizioni cinematografiche –, anche lui un essere “pallido come il chiarore lunare” e “dotato di un sorriso affascinante”, eppure terribilmente diverso dalle figure precedenti, stando alla descrizione fornita da Jonathan Harker, il primo personaggio che vi entra in contatto:  > “Il viso era forte, molto forte, e aquilino, con un naso sottile e narici > stranamente arcuate. I capelli diradavano sulle tempie e sull’alta fronte > sporgente, ma crescevano folti sul capo. Le sopracciglia erano molto fitte e > quasi si inoltravano alla radice del naso, con peli ricciuti e scomposti. La > bocca, per quel che potevo vedere sotto i folti baffi, era immobile, dalla > piega piuttosto crudele e denti eccezionalmente appuntiti che spuntavano dalle > labbra, molto rosse e fresche per un uomo della sua età. Aveva orecchie > pallide e appuntite, il mento largo e forte, le guance magre ma ferme”. Si racconta che il germe del romanzo sia nato da un sogno fatto dopo una suggestiva conversazione con Ármin Vámbéry, studioso autodidatta, viaggiatore e docente di lingue orientali all’Università di Budapest, che parlò diffusamente delle tradizioni vampiresche ungheresi e delle superstizioni annidate nelle pieghe dei Carpazi. Stoker aveva conosciuto Vámbéry a Londra attraverso l’inseparabile amico Henry Irving, l’attore di cui Stoker fu impresario teatrale e su cui scrisse una biografia dopo la morte: un istrione dal grande carisma, cultore della tradizione gotica – dotato di una voce sibilante e terribile, da vampiro – e famoso interprete di ruoli dannati come Faust, l’Olandese volante, l’Ebreo errante, Frankenstein. Da lì seguirono sette anni di ricerche e preparazione di materiale romanzesco, la cui prima traccia è una pagina di diario datata 18 marzo 1890, in cui Stoker abbozza una suddivisione del libro, originariamente ambientato nella Londra vittoriana. Ne è uscito Dracula, costruito interamente con una tecnica tipica del tempo, quella che cuce insieme pagine di diario, lettere, articoli di stampa, ma non solo: anche relazioni, memorandum, lettere commerciali, comunicati legali, giornali di bordo, in una sequela cronologica di registrazioni dei rispettivi punti di vista che farebbe la felicità di ogni diarista incallito – per inciso, una razza che oggi andrebbe protetta, vista l’effimera società elettronico-digitale e ultra-semplificata nella quale siamo disgraziatamente immersi. Il vergare la pagina con l’inchiostro, il riflettere, rileggere, inviare e attendere riscontri, il custodire le carte, il registrare il proprio diario anche con metodi moderni – siamo a fine Ottocento, e il dottor Seward, uno dei personaggi, incide la sua voce nel cilindro rotante del fonografo: tutto questo muoversi, raccontare, confrontarsi, così rigoroso e dettagliato, stupisce per la sua capacità di essere tanto avvincente, incisivo, trascinante nel susseguirsi delle voci che si alternano in questa costruzione poderosa e complessa. * Tutto comincia quando un giovane solicitor, Jonathan Harker, è inviato in Transilvania dal capo del suo studio legale per definire con un ricco cliente locale, il conte Dracula, l’acquisto di uno stabile a Londra. Harker sosta a Bistriza, all’Albergo della Corona D’Oro, e prosegue verso il passo di Borgo dove ha appuntamento con il cocchiere del conte. Il clima è macabro e, fra gli ululati dei lupi, i locali cercano di dissuaderlo dall’avventurarsi in terre pericolose: “«Lo sapete che giorno è oggi?» Risposi che era il quattro maggio. Scosse la testa e disse: «Oh sì! Lo so, questo lo so! Ma sapete che giorno è oggi?» Le dissi che non capivo e la donna riprese: «È la vigilia di San Giorgio. Non lo sapete che stasera, quando l’orologio batterà mezzanotte, i poteri malvagi del mondo avranno tutta la loro forza? Sapete dove state andando e verso cosa?»”. Al passo di Borgo lo raccoglie il misterioso cocchiere (che si capirà essere lo stesso Dracula) per condurlo al castello: “Nel parlare, sorrideva e la luce dei fanali è caduta sulla bocca dalla piega dura, con labbra molto rosse e denti puntuti, bianchi come l’avorio”. Giunto a destinazione, dopo un rumore di catene e sferragliare di chiavistelli dietro il portone pesante di borchie, vede apparire “sulla soglia un uomo alto, dal viso ben rasato, a parte i lunghi baffi bianchi, vestito di nero dalla testa ai piedi, senza un filo di colore in tutta la persona”, che lo saluta “in eccellente inglese, benché con accento straniero: «Siate il benvenuto nella mia casa! Entrate liberamente di vostra volontà»”. * Harker è invitato a cena dal conte, che però non mangia e sembra saziarsi ascoltando gli ululati dei lupi («Sentiteli, i figli della notte, che musica!»). Il mattino seguente, dopo aver scoperto che in casa non ci sono specchi, Harker usa un suo specchietto per radersi, quando il conte appare d’improvviso alle sue spalle senza lasciare alcun riflesso: nella sorpresa, Harker si taglia perdendo un po’ di sangue, e la reazione di Dracula è immediata: “negli occhi gli si è accesa una specie di furia demoniaca e si è lanciato per afferrarmi alla gola. Mi sono ritratto e la sua mano ha sfiorato i grani del rosario: questo ha prodotto un cambiamento istantaneo e la furia è sparita tanto rapidamente da farmi dubitare di averla vista”. “«Attento», ha detto, «attento a non tagliarvi. In questo paese è più pericoloso di quanto crediate». Poi ha afferrato lo specchio: «E questo è l’arnese che ha compiuto il misfatto. È un oggetto perverso della vanità umana. Via!»”. In breve, Harker si rende conto che, invece di essere ospite del castello, ne è prigioniero. Dracula si comporta in modo strano anche per un vecchio eccentrico: oltre a non mangiare, non si fa vedere di giorno, e di notte è capace di scivolare lungo le mura del castello come un animale. Nei suoi discorsi elaborati si vanta di discendere dagli Szekely, una valorosa etnia di origine ungherese: > “Noi Szekely abbiamo diritto di essere orgogliosi perché nelle nostre vene > scorre il sangue di molte razze coraggiose che hanno lottato come leoni per il > predominio. Qui, nel vortice delle razze europee, la tribù degli Ugri ha > portato dalla Terra dei Ghiacci lo spirito guerresco di Thor e Odino, e lo > spirito che i loro Bersekir hanno dimostrato con feroce determinazione sulle > coste d’Europa, sì, e dell’Asia e dell’Africa finché i popoli si sono convinti > che fossero giunti i lupi mannari. Quando arrivarono qui, trovarono gli Unni > la cui furia guerriera aveva spazzato la terra come una fiamma vivente, finché > i popoli morenti si convinsero che nelle loro vene scorreva il sangue delle > antiche streghe che, espulse dalla Scizia, si erano accoppiate con i demoni > del deserto”. * Benché il conte gli vieti di entrare in certe stanze del castello, Harker disubbidisce per cercare vie di fuga, e di notte, in una camera proibita, incontra tre donne bellissime (di cui una, “di carnagione chiarissima, con una massa di capelli d’oro e gli occhi come due zaffiri” gli ricorda qualcuno che conosce1). Le tre donne hanno “denti bianchissimi che brillano come perle fra il rosso rubino delle labbra voluttuose”, e Harker – benché sia fidanzato con Mina Murray, una donna energica e virtuosa – si sente sedotto: “In loro c’era qualcosa che mi metteva a disagio, una strana nostalgia e insieme una paura mortale. Nel mio cuore provavo un selvaggio, bruciante desiderio di essere baciato da quelle labbra”. Le tre donne cercano di vampirizzarlo, finché interviene il conte che le respinge infuriato: “Quest’uomo mi appartiene!” e le consola offrendo loro un sacco, dentro cui sembra di udire “distintamente i vagiti di un neonato”. Secondo Stephen King, “fu la mentalità dell’epoca di Stoker a imporre che il male del conte dovesse arrivare dall’esterno, perché il male incarnato nel conte è per lo più il male sessuale pervertito. Stoker ha fatto per gran parte rivivere la leggenda del vampiro scrivendo un romanzo che palpita vigorosamente di energia sessuale.  Il conte non si avventa mai su Jonathan Harker poiché lo ha promesso alle sorelle spettrali che abitano nel castello; l’incontro di Harker con le tre voluttuose ma letali arpie è di tipo sessuale, ed è descritto nel suo diario con termini che, per l’Inghilterra di fine secolo, erano piuttosto precisi”2: > “Avevo paura di aprire gli occhi, ma guardavo e vedevo chiaramente di sotto le > ciglia. La ragazza si è inginocchiata e chinata su di me, golosa. C’era in lei > una voluttà deliberata insieme eccitante e repulsiva, mentre inarcava il collo > e si leccava le labbra come un animale, finché ho visto il rosso scarlatto > brillare umido al chiarore della luna come la lingua che lisciava i denti > appuntiti. La sua testa si abbassava sempre più, le sue labbra si > allontanavano dalla bocca e dal mento e sembravano pronte ad attaccarsi alla > mia gola… Poi si è fermata e ho sentito il risucchio della lingua che leccava > denti e labbra, e ho avvertito il suo fiato caldo sul collo. Quindi la pelle > della gola ha cominciato a fremere come fa la carne quando si avvicina una > mano a solleticarla. Sentivo il tocco leggero, palpitante delle sue labbra > sulla pelle sensibilissima della gola, e la pressione di due denti aguzzi che > l’hanno toccata e si sono fermati. Ho chiuso gli occhi in un’estasi di > languore, attendendo, attendendo con il cuore che batteva forte”. * Harker, a questo punto, si rende conto di trovarsi in una situazione disperata e decide di uscirne con ogni mezzo, per quanto la fuga possa essere pericolosa e potenzialmente mortale. Si entra dunque nella seconda unità narrativa, dove sono protagoniste la fidanzata di Harker, Mina Murray, e la sua amica Lucy Westenra. Se Mina è concreta e pratica, Lucy è una sognatrice, alle prese con tre innamorati che desiderano sposarla: il nobiluomo Arthur Holmwood, l’americano Quincey Morris e il medico John Seward. Quest’ultimo segue attentamente un paziente del suo manicomio, R.N. Renfield, che mastica insetti e vaneggia sul prossimo arrivo in Inghilterra di un misterioso Maestro. Mina, che non ha più notizie di Jonathan, va in vacanza con Lucy a Whitby, dove, al culmine di una furiosa tempesta, si arena una nave alla deriva proveniente da Varna, la spettrale Demeter, senza marinai e con il solo capitano, morto, legato alla ruota del timone. Mentre il giornale di bordo non sembra riportare nulla di rilevante, se non l’assenza dell’equipaggio, il foglio chiuso in una bottiglia rinvenuta nella tasca del capitano rivela che un mostro misterioso ha ucciso tutti gli uomini dell’equipaggio, l’uno dopo l’altro. La nave trasportava cinquanta casse piene di terra della Transilvania, che servono a Dracula per riposarvi e rinnovare i propri poteri; le casse verranno poi recuperate e nascoste dal conte in diverse proprietà, tra cui la tenuta di Carfax acquistata tramite Harker, per creare delle basi intorno a Londra e attuare il suo progetto di “invasione” del suolo inglese. Dal resoconto sulla tempesta apparso in The Dailygraph dell’8 agosto (incollato sul diario di Mina Murray): > “Quando il battello s’è incagliato con violenza, il cozzo ha fatto crollare > cime e pezzi di legno e, nel momento dell’impatto, un cane mastodontico è > saltato sul ponte dalla stiva, quasi fosse stato sbalzato dall’urto, e > correndo a prua si è lanciato sulla battigia, puntando dritto verso l’erto > dirupo su cui il cimitero sorge tanto a picco sulla stradina che alcune delle > lapidi si proiettano nel vuoto dove la scogliera che le sosteneva è franata, > ed è scomparso nell’oscurità che sembrava più intensa oltre il raggio del > faro. […] Molto interesse ha suscitato il cane saltato a terra al momento > dell’approdo di fortuna, e più di un membro della Protezione degli animali ha > cercato di avvicinarlo. Ma nessuno vi è riuscito: sembra scomparso dalla > città”. Dracula è sbarcato in forma di animale, e subito ricomincia a nutrirsi in terra d’Albione. Quando una suora scrive da un ospedale di Budapest che Jonathan è salvo, Mina corre in Ungheria a riprenderselo e senza indugio lo sposa. Ma, nel frattempo, Lucy – che fra i suoi pretendenti ha scelto Arthur – viene vampirizzata da Dracula, che approfitta prima del suo sonnambulismo, succhiandola presso lo stesso cimitero di Whitby, e poi continua ad attaccarla penetrando direttamente nella sua camera. Ancora Stephen King:  > “In fatto di sesso, una società rigidamente moralista può trovare una valvola > di sfogo nell’idea del male che arriva dall’esterno; la cosa è più grande di > noi due. Harker è un po’ deluso quando il conte entra nella stanza e > interrompe questo breve tête-á-tête [nel castello con la vampira]. Forse anche > molti dei lettori guardoni del tempo di Stoker lo furono. Analogamente, il > conte infierisce solo sulle donne: prima su Lucy, poi su Mina. Le reazioni di > Lucy al morso del conte somigliano molto ai sentimenti che Jonathan prova per > le spettrali sorelle. Per essere proprio volgari, Stoker ci fa capire da un > punto di vista piuttosto classista che a Lucy sta dando di volta il cervello. > Di giorno, una sempre più terrea ma impeccabile e apollinea Lucy tesse il suo > irreprensibile e decoroso idillio con lo sposo promesso, Arthur Holmwood. Di > notte, se la spassa in dionisiaco abbandono con il suo tenebroso e sanguinario > seduttore”3. * A causa delle visite notturne di Dracula, Lucy sta sempre peggio e a nulla servono i tentativi di cura. Allora il dottor Seward informa Arthur, promesso sposo di Lucy, di aver scritto al suo vecchio amico e maestro, il professor Van Helsing di Amsterdam, un esperto in malattie oscure: “Sembra un tipo originale, ma sa quel che fa, meglio di chiunque altro. È un filosofo e un metafisico, nonché uno degli scienziati più all’avanguardia del nostro tempo; in più lo ritengo dotato di una mente assolutamente aperta. Ha nervi d’acciaio, un temperamento di ghiaccio, una volontà indomabile, autodisciplina e tolleranza, ed è il cuore più sincero e nobile che io conosca. Tutte queste qualità gli permettono di compiere la nobile opera che sta facendo per l’umanità; un’opera sia pratica che teorica, poiché le sue prospettive sono così vaste come la sua onnicomprensiva sensibilità”.  Giunto da Amsterdam e presa in pugno la situazione, il professor Van Helsing cerca di salvare Lucy con ripetute trasfusioni di sangue prelevato dai compagni coinvolti nell’avventura (ignorando il problema della compatibilità dei gruppi sanguigni, la cui scoperta si avrà fra il 1900 e il 1902); ma Lucy muore e, dopo la sua sepoltura, riappare come vampira insidiando bambini intorno a un cimitero di Londra. Così, Van Helsing convince i suoi amici che c’è una sola cosa da fare: sarà lo stesso Arthur a conficcare un paletto nel petto della fidanzata, liberandola dalla condizione di vampiro. * Di grande interesse è la lettura psico-sociologica che offre David Punter nel suo The Literature of Terror. Come dirà il professor Van Helsing, nel suo inglese scorretto, “il vampiro continua a vivere, e non può morire con il semplice passar del tempo, può prosperare quando può impinguarsi del sangue dei viventi. E in più abbiamo visto anche noi che può perfino ringiovanire, che le sue facoltà vitali si intensificano e sembrano come rianimarsi quando trova a sufficienza del suo speciale alimento”. Ma il sangue che dà vita a Dracula è anche il sangue – come dice a Harker – di una dinastia, di una “casa”, e lui è il fiero discendente e portatore di una lunga tradizione aristocratica. > “Il lungo progresso storico dei tentativi compiuti dalla borghesia per capire > il significato del «sangue» nobile giunge all’apoteosi in Dracula, poiché > Dracula è l’ultimo aristocratico. Egli ha rarefatto i suoi bisogni, e quelli > della sua casa e del suo lignaggio, al punto di non avere più alcun bisogno di > un qualche sistema di scambio o di sostentamento fuorché del sangue. Tutti gli > altri legami materiali con il «disonorevole» mondo borghese sono stati > tagliati: l’aristocratico ha pagato il tragico prezzo del soppiantamento > sociale, eppure il suo destino finisce per coinvolgere anche altri. Defraudato > del suo diritto al dominio effettivo, il suo potere si esercita nella pura e > semplice sopravvivenza, il suo rapporto con il mondo è il culmine della > tirannia, eppure è giustificato dal fatto che egli non cerca la propria > sopravvivenza personale bensì quella della casa e perciò, naturalmente, la > sopravvivenza dei morti. Stoker mette in luce molto bene l’ambiguità delle > leggende quando Dracula racconta a Harker la sua storia: «Trattando di cose e > di persone, e specialmente di battaglie, ne parlava come se le avesse > conosciute o vi avesse assistito. Mi spiegò che per un boiaro l’orgoglio della > casata e del nome è il suo stesso orgoglio, che la loro gloria è la sua > gloria, che il loro destino è il suo destino. Ogni volta che parlava della sua > casa diceva sempre: ‘noi’, e parlava al plurale, come si esprimerebbe un > re»”4. * In Dracula, più che in altre versioni, il mito diventa un’inversione della cristianità, poiché il conte offre la vera resurrezione del corpo, ma disunito dall’anima. E la forza del romanzo sta nell’aver affrontato in modo diretto una serie di tabù, quelli che fissano divisioni e linee invalicabili che consentono alla società di funzionare senza disgregarsi. Dracula, oltre a cancellare la linea di separazione fra uomo e animale, “cancella quella fra uomo e Dio, osando condividere la vita immortale e praticando una forma di amore corrotta ma sovrumana; e cancella quella fra uomo e donna dimostrando l’esistenza della passione femminile. Nella sua figura sono descritte numerosissime paure primordiali: egli cambia le forme, fonde le specie, preannuncia il crollo etnico. Renfield, il suo «discepolo», lo ritiene un dio, e i suoi aspetti satanici sono tanto più interessanti se ricordiamo che il suo vero antenato [Vlad III di Valacchia] si era guadagnata la fama di crudeltà a causa della diligenza messa a difendere la fede cristiana contro il turco predatore”5. Ora il compito del piccolo gruppo di sodali – Jonathan, Arthur, l’americano Quincey Morris, il dottor Seward e Mina – diventa quello di eliminare il Principe dei vampiri, che dopo aver annientata Lucy sta minacciando Mina, novella sposa di Jonathan. Mentre il gruppo – dopo un accurato lavoro di indagine e detection – trova e distrugge le casse di terra della Transilvania nascoste a Londra, Dracula riesce comunque a vampirizzare Mina, smaterializzandosi e rimaterializzandosi attraverso una densa nebula che stordisce la vittima formando un alone luminoso. Da quel momento Mina si sente infetta, e si trova in uno speciale contatto telepatico col vampiro: essendo ormai identificati i rifugi e sottratta la terra transilvana, Mina – sotto ripetute ipnosi – può seguire e descrivere a Van Helsing il precipitoso viaggio di ritorno di Dracula verso il Mar Nero a bordo della Czarina Catherina, una nave diretta a Varna. Ne segue una caccia serrata attraverso Turchia, Bulgaria, Romania, fino all’epilogo6. * Risalendo nella genealogia, “il vampiro in Polidori è capace di «vincere»; quando arriveremo alla versione di Stoker, quasi un secolo dopo, egli è sconfitto dalle forze associate della scienza, del razionalismo e del conformismo etico. Egli è un ribelle, non per il fatto di essersi distolto dalla società ma per averla preceduta nel tempo”7. Resta il fatto che quella di Dracula è una passione inestinguibile: è un non-morto perché il desiderio non muore mai, e ogni sua soddisfazione non fa che spostare il desiderio verso altre prede. È il perpetuo desiderio di soddisfacimento dell’inconscio, che dev’essere represso per mantenere la stabilità; e, come per l’inconscio, per Dracula non ci sarà una soddisfazione finale, perché il desiderio è la sua stessa natura. > “La sanguisuga ha due figlie: «Dammi! Dammi!». > Tre cose non si saziano mai, > anzi quattro non dicono mai: «Basta!»: > il regno dei morti, il grembo sterile, > la terra mai sazia d’acqua > e il fuoco che mai dice: «Basta!»”. > > (Proverbi, 30, 15-16) Paolo Ferrucci * 1 “Dracula’s Guest and Other Weird Stories di Bram Stoker, pubblicato postumo, contiene un capitolo espunto dalla versione finale di Dracula, nel quale Jonathan Harker, sulla strada della Transilvania, si ferma a Monaco. Ignorando i consigli di chi lo ospita all’Hotel Vier Jahreszeiten, se ne va in giro nella notte di Valpurga per la campagna bavarese. Presso la tomba di una contessa Dolingen, originaria ‘di Graz in Styria’ [la Stiria in cui è ambientato il racconto “Carmilla”], incontra una non-morta e viene insieme spaventato e salvato da un gigantesco lupo” (Massimo Introvigne, La stirpe di Dracula, Mondadori 1997, p. 220). 2 Stephen King, Danse macabre, Sperling & Kupfer 2006, pp. 77-78. 3 ibidem. 4 David Punter, Storia della letteratura del terrore, Editori Riuniti 1997, p. 231. 5 ivi, pp. 235-236 6 Per salvare Mina – che rischia di diventare un vampiro e chiede di essere uccisa se le dovesse toccare questa sorte – e l’Inghilterra, il gruppo di inseguitori scopre che Dracula non è sbarcato a Varna, ma a Galata. Mina e Van Helsing, staccatisi dagli altri, giungono al castello, dove l’olandese distrugge le tre vampire che avevano concupito Harker e trova la tomba di Dracula, vuota. Il conte, infatti, sta per arrivare in una bara, ricondotto a casa dalla sua squadra di zingari. Ma Jonathan, Arthur e Quincey li raggiungono e ordinano loro di fermarsi, mentre anche Mina e Van Helsing, provenienti dal castello, puntano contro i servitori di Dracula le loro armi. Ne segue uno scontro, in cui Morris riceve una coltellata mortale; ma prima di morire riesce, insieme a Jonathan, ad aprire la bara di Dracula. Mentre al tramonto del sole il conte sta per risvegliarsi, due pugnalate – una di Jonathan alla gola con un kukri e una dell’americano al cuore con un coltello Bowie – distruggono il vampiro, il cui corpo si riduce in polvere. 4 David Punter, cit, p. 107. *In copertina: disegno di George Bess per una edizione illustrata di Dracula L'articolo “Il suo tenebroso e sanguinario seduttore”. L’epopea di Dracula proviene da Pangea.
July 1, 2026 / Pangea
“Il mio cuore selvaggio sanguina col tuo”. Carmilla o l’epopea del vampiro femmina
> “Ruthven non è la rappresentazione di un individuo mitizzato ma di una classe > mitizzata. Egli è morto e tuttavia non lo è, così come il potere > dell’aristocrazia all’inizio del XIX secolo era e non era morto; egli esige > sangue perché il sangue è l’occupazione dell’aristocrazia, il sangue sparso in > guerra e il sangue di famiglia. Il vampiro, nella cultura inglese, in > Polidori, in Bram Stoker e altrove, è una figura fondamentalmente > antiborghese. È elegante, ben vestito, un maestro nell’arte della seduzione, > un cinico, una persona esente dai codici socio-morali predominanti. Pertanto > egli prende posto accanto ad altre forme di cattivi del «gotico», come > partecipe di un mito prodotto dalla classe media per spiegare i propri > antecedenti e le proprie paure”.  > > (David Punter, Storia della letteratura del terrore, Editori Riuniti 1997, pp. > 106-107) Tornando alla genealogia dei mostri letterari nati in epoca gotico-romantica, sappiamo che il personaggio di Lord Ruthven, il vampiro ideato dallo sfortunato John William Polidori, viene messo sulla pagina fra il luglio e l’agosto 1816, quando l’autore sta ancora villeggiando con George Gordon Byron, Percy Bisshe Shelley e Mary Godwin nella celebre – e fatidica – Villa Diodati a Ginevra. Il medico Polidori “ne termina una prima stesura nei giorni precedenti al 15 settembre 1816, quando decide di lasciare Byron (i due si trovano ormai reciprocamente difficili da sopportare) per intraprendere  un avventuroso viaggio in Italia (dove incontra celebrità letterarie come Vincenzo Monti, e riesce perfino a farsi arrestare dalla polizia austriaca dopo un alterco con un graduato asburgico alla Scala di Milano)”.1 Dopo il rientro in Inghilterra e la pubblicazione di The Vampyre nel marzo 1819, pare proprio che il “povero Polidori” non avesse colpe nella controversia editoriale scatenata dall’uso indebito del nome di Byron da parte del furbo editore londinese Colburn, come abbiamo raccontato, se non quella di essersi ispirato in maniera smaccata al frammento scritto dal suo datore di lavoro e al modo in cui questi intendeva svilupparlo; ma, com’era prevedibile, venne trattato dagli amici di Byron come una sorta di farabutto profittatore e inevitabilmente isolato. Il polidoriano The Vampyre, che in effetti traccia un ritratto di Lord Byron come membro degenerato dell’aristocrazia inglese, resta comunque la pietra fondante nella lunga serie di storie orrifiche che ne è seguita. Il cliché del vampiro nobile, pallido, amorale, fonte di attrazione sessuale col suo sguardo gelido che ordina senza dover chiedere, ebbe un successo mai visto, anche oltremanica. In Inghilterra, in particolare, oltre a ispirare vari romanzi assurse a vero e proprio eroe popolare in Varney the Vampire; or, The Feast of Blood, pubblicato – senza indicazione dell’autore – dapprima in volume nel 1847 e successivamente nei tipici fascicoli settimanali venduti a un penny l’uno – i cosiddetti penny dreadful – che spopolavano presso le classi lavoratrici bisognose di svago raccapricciante. Benché sia stato attribuito a lungo a Thomas Preskett Prest (1810-1859), un mestierante specialista del genere, negli anni Sessanta si trovarono documenti fra le carte di James Malcolm Rymer (1814-1881), un autore della stessa casa editrice Lloyd, che lo indicavano come collaboratore della serie: una cosa più che verosimile, visti il tipo di produzione della Lloyd e il fatto che Varney – lungo più di ottocento pagine – tradisce talvolta contraddizioni, incongruenze cronologiche, salti di stile.2 Va da sé che Varney the Vampire aveva il compito di tenere sveglia l’attenzione dei lettori da una settimana all’altra, dunque la storia si tuffa subito nel vampirismo, senza preamboli o antefatti, dichiarandolo già nel titolo. L’elegante Sir Francis Varney penetra nella camera da letto della giovane Flora Bannerworth, di cui sta cercando di acquistare la casa, e la vampirizza. Da notare che è la prima volta in cui appare il riferimento ai canini aguzzi, il marchio tipico del vampiro moderno (“With a plunge he seizes her neck in his fang-like teeth”); egli lascia sul collo la ormai classica ferita bi-puntuta, dopo esser penetrato attraverso la finestra della camera da letto per azzannare la ragazza dormiente. Come farà il vampiro classico, ha il potere di ipnotizzare le sue vittime, oltre a possedere una forza sovrumana; tuttavia non subisce ancora il terrore paralizzante in presenza delle croci e dell’aglio. Quando Flora s’indebolisce, i parenti e gli amici pensano subito al vampirismo (divenuto ormai un tema popolare), ma lo stolido dottor Chillingworth, medico di famiglia, valuta i buchi nel collo come semplici punture di insetto. Quindi accade che il boia di Londra riconosce Varney, perché lo aveva già impiccato – il vampiro è poi risorto quando è stato esposto ai raggi della luna da un amico, che si rivelerà lo stesso dottor Chillingworth –, così si raduna una folla minacciosa, decisa a distruggere il mostro. Ma i Bannerworth, famiglia benestante finita in rovina dopo la morte del padre, compatisce la tragica esistenza di Varney e, paradossalmente, lo aiuta a scappare.  Le avventure del vampiro proseguono in Inghilterra e in Italia – a Napoli, in particolare, Varney salva la vita a un “conte Polidori”, rimarcando così la sua discendenza diretta dal leggendario byronic-type vampire Lord Ruthven. Sta di fatto che Varney, a furia di conquiste di giovani fanciulle che vengono puntualmente vampirizzate, si dibatte fra dubbi e pentimenti, perché soffre per la sua condizione e vorrebbe porvi fine. Sembra riuscire nell’intento quando alcuni briganti lo “uccidono”, ma, lasciando il suo corpo esposto ai raggi della luna, involontariamente gli ridanno vita. Così Varney tenta di annegarsi, ma è salvato e portato in una fattoria dai fratelli Crofton, di cui vampirizza – fino a farla morire – la sorella Clara, che diventa anche lei un vampiro. A questo punto gli abitanti del villaggio si mobilitano per distruggerlo, ma riescono soltanto a impalare Clara, mentre Varney si dilegua.  A ogni modo, sarà lui stesso a farla finita: la storia si conclude con un presunto estratto dalla Allgemeine Zeitung dove si racconta la vicenda di un inglese che, a Napoli, si fa portare da una guida fino al cratere del Vesuvio e, dopo averle regalato il suo portafoglio, le chiede di riferire “di aver accompagnato Varney, il Vampiro, fino al cratere del monte Vesuvio, e che egli, stanco e disgustato da una vita di orrore, vi si gettò dentro per impedire la possibilità che i suoi resti si rianimassero”. “Poi, prima che la guida potesse lanciare un solo grido, Varney fece un tremendo salto, e sparì nella bocca infuocata della montagna”.3 Come Varney sia diventato un mostro non è chiaro: dapprima sembra si tratti di un monarchico dei tempi di Cromwell, trasformato in vampiro per aver ucciso il figlio in un accesso di rabbia; altre volte sarebbe stato impiccato molto più tardi, per aver ucciso un parente, e si sarebbe trasformato in non-morto. La cosa importante è il suo contributo al processo di formazione del vampiro classico, che ne ha diffuso il mito letterario fra la gente di ogni estrazione. Un contributo che è stato ampliato e rafforzato un quarto di secolo dopo, in modo decisamente rivoluzionario, in “Carmilla” 4 di Joseph Sheridan LeFanu (1814-1873), prolifico giornalista e scrittore di discendenza ugonotta irlandese, protagonista della letteratura inglese del soprannaturale, che ha dato il meglio di sé in racconti e novelle weird e nel sottovalutato romanzo Uncle Silas (dove gli elementi del genere gotico sono stati mescidati nella forma più compiuta). Cinque dei suoi racconti migliori, tra cui “Carmilla”, sono raccolti nel volume In a Glass Darkly, pubblicato nel 1872, “in cui vedeva la luce anche il personaggio, che funge da tramite, del dottor Hesselius, un «dottore spiritico»”, che sembra prefigurare il Van Helsing di Bram Stoker; “Queste storie sono notevoli soprattutto per la loro capacità di penetrazione nella natura della psiche. La tipica trama di LeFanu è quella in cui il protagonista, vuoi deliberatamente vuoi altrimenti, scava nella propria mente in modo tale da diventare ossessionato da una figura che è, senza ombra di dubbio, una parte del suo stesso io”.5 Il titolo di questa raccolta allude alla prima lettera di San Paolo ai Corinzi, 13,12: “Adesso noi vediamo in modo confuso, oscuro, come in uno specchio (through a glass, darkly); allora invece vedremo faccia a faccia. Adesso conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto”. Gli specchi dell’antichità erano superfici metalliche lucidate, dunque riflettevano la realtà in modo approssimativo e deformato, come accade in queste ghost stories. E dobbiamo riconoscere che la fama di “Carmilla”, che chiude il volume, non è stata eguagliata da nessun racconto o romanzo breve dell’epoca classica del vampiro. Di questo racconto è stato detto che sarebbe una versione in prosa della Christabel di Coleridge, poema narrativo composto in due parti tra il 1797 e il 1800, pubblicato nel 1816 (quell’anno Lord Byron lo legge agli amici nelle serate di Villa Diodati); ma nella novella di LeFanu l’elemento forte – l’incontro di una giovane donna con una figura femminile sovrannaturale e l’allusione a un legame erotico latente – erompe in modo esplicito: Carmilla, il vampiro donna che ama le donne, esercita un’attrazione irresistibile, con l’amore lesbico che si sviluppa senza reticenze, un fatto inconcepibile in piena epoca vittoriana, se non inserito in un contesto già mostruoso come quello dei vampiri.  In Coleridge, Christabel è una giovane che una notte, pregando accanto a una quercia nel bosco, incontra Geraldine, che sostiene di essere stata rapita da uomini a cavallo; commossa, la introduce nella sua casa, ma subito si manifestano presagi inquietanti: un cane abbaia nel sonno, le torce si spengono, mentre Geraldine non riesce a superare un cancello di ferro e un segno misterioso sul suo corpo incute terrore. Anche il padre di Christabel resta affascinato dalla giovane ospite, ma il poema s’interrompe prima che la vera natura di Geraldine venga svelata. In “Carmilla”, invece, l’amore di Laura – la narratrice – per la creatura metà donna e metà mostro viene introdotto in modo più accorto e mediato, a partire dall’impianto del racconto: la testimonianza in prima persona è raccolta dal dottor Hesselius, il cui compito sarebbe quello di codificare la vicenda riconducendola a un’indagine scientifica, l’unica modalità che il contesto vittoriano avrebbe potuto ammettere. L’incantesimo, dunque, si consegna al resoconto dettagliato e razionale: Laura narra il proprio amore per Carmilla senza reticenze, offrendosi così al giudizio di chi ne farà materia d’indagine, in modo da assolversi dalla colpa e allo stesso tempo avallare il “panico” suscitato dall’amore lesbico, in quanto presentato come amore indotto da un vampiro. Nella storia, Laura ricorda gli eventi di dieci anni prima, quando viveva col padre in un castello dell’Europa centrale. La strada per arrivarci è “antichissima e stretta” e passa davanti al ponte levatoio; il luogo è molto solitario, a poca distanza “c’è un villaggio in rovina, con la sua pittoresca chiesetta ora priva del tetto, nella cui navata si trovano le tombe sgretolate dell’orgoglioso casato dei Karnstein, ormai estinto, un tempo possessori del castello altrettanto desolato che, nel cuore della foresta, domina le rovine silenziose del paese”. Una notte, una carrozza che porta alcuni personaggi enigmatici ha un incidente nei pressi del castello, e Laura e il padre  accolgono in casa una ragazza ferita, Carmilla, che è stata loro affidata. Come la Geraldine di Coleridge, Carmilla resta molto vaga sul suo passato; ma da subito esercita su Laura una straordinaria attrazione, dichiaratamente fisica, e con un lento lavoro di seduzione ne approfitta per vampirizzarla. > “ – Mi domando se anche voi vi sentite stranamente attratta da me com’io da > voi: non ho mai avuto un’amica… Ne troverò una adesso? –. Sospirò e i suoi > splendidi occhi scuri mi fissarono appassionatamente. A dire il vero io, verso > la bella sconosciuta, provavo sentimenti contrastanti. Mi sentivo anch’io, > secondo le sue stesse parole, «attratta da lei», ma c’era anche un po’ di > repulsione. Nell’ambiguità, comunque, prevaleva enormemente l’attrazione. Ne > ero interessata e conquistata; era così bella, così affascinante”. […] La sua > bellezza non perdeva nulla alla luce del giorno: era senza alcun dubbio la più > splendida creatura che avessi mai visto”. Carmilla “era più alta della media”, era “snella, e meravigliosamente aggraziata. Tranne il fatto che i suoi movimenti erano languidi – molto, ma molto languidi –, non c’era nulla nel suo aspetto che denotasse l’ammalata. La carnagione era florida e luminosa; i lineamenti piccoli e finemente tratteggiati; gli occhi grandi, scuri e splendenti; i capelli una vera meraviglia, mai visto capelli così magnificamente folti e lunghi quando ricadevano sciolti sulle spalle: spesso ci ho messo sotto le mani, ridendo stupita per il loro peso. Erano squisitamente fini e morbidi, di un castano molto scuro e carico, con una punta d’oro, mi piaceva lasciarli ricadere sotto il loro peso come quando, nella sua stanza, lei si abbandonava all’indietro sulla sedia, parlando con quella sua voce sommessa e dolce, e io glieli piegavo e intrecciavo, li scioglievo e ci giocavo”. Mentre la Christabel di Coleridge subisce passivamente l’influsso soprannaturale – il fascino di Geraldine la paralizza, poiché è priva di strumenti di comprensione e resistenza –, l’amore tra Laura e Carmilla implica una tensione più consapevole: Laura si sforza di comprendere e anche di accettare il sentimento che la lega a Carmilla, pur sapendo nell’intimo che questa passione potrebbe portarla all’annientamento. Fra loro la dimensione erotica e quella mortifera si sovrappongono: > “Mi gettava al collo le sue braccia leggiadre, mi attirava a sé e, appoggiando > la guancia alla mia, mi avvicinava le labbra all’orecchio mormorando: – > Carissima, il tuo cuoricino è ferito; non mi giudicar crudele se obbedisco > alla legge ineluttabile che governa la mia forza come la mia debolezza; se il > tuo amato cuore è ferito, il mio cuore selvaggio sanguina col tuo. Nell’estasi > della mia atroce umiliazione io vivo nella tua calda vita, e tu, tu morirai – > sì dolcemente – nella mia. Non posso evitarlo: come io mi accosto a te, tu a > tua volta ti accosterai ad altri e conoscerai l’estasi di quella crudeltà, che > pure è amore; quindi, per un poco, non cercare di sapere altro di me e della > mia gente, ma fidati di me con tutto l’affetto che hai nel cuore –. E dopo una > tale effusione lirica, mi stringeva più forte nel suo abbraccio fremente e le > sue labbra accendevano dolcemente con teneri baci la mia guancia”.  Laura non comprende perché la sua salute stia declinando. Il medico di famiglia – che ha riscontrato strani segni sul suo collo – comincia a intuire cosa sta succedendo e consiglia al padre di proteggerla. Qui l’amore romantico si configura come un sentimento così forte che non può morire, anche nel pericolo, e il gotico vittoriano di LeFanu deve confrontarsi con questa persistenza. Laura ama la giovane Carmilla, che tuttavia è anche un mostro: un amore fra donne che è consentito solo perché si manifesta come incantesimo. > “Talvolta, dopo un’ora d’indifferenza, la mia strana e bellissima compagna mi > prendeva la mano e la stringeva a lungo, sempre con rinnovato affetto: > arrossiva delicatamente, fissandomi con occhi ardenti e languidi, la > respirazione così accelerata che la veste le si sollevava e si abbassava nel > tumulto di quell’ansimare. Era come l’ardore di un innamorato; mi metteva in > imbarazzo; era odioso eppure soverchiante; con sguardi di cupidigia mi > attirava a sé e le sue labbra ardenti mi coprivano di baci la guancia mentre > sussurrava quasi singhiozzando: – Tu sei mia, tu devi essere mia, io e te > siamo una cosa sola, per sempre –. Poi si abbandonava contro lo schienale > della sedia, le piccole mani a coprire gli occhi, lasciandomi tutta > tremante”.  Nel villaggio vicino, intanto, giovani fanciulle muoiono dopo un rapido e inspiegabile deperimento fisico. Di giorno Carmilla compare solo tardi, mentre di notte si trasforma in un grosso felino che invade i sogni in dormiveglia delle sue vittime. Durante una visita alle rovine del vicino castello Karnstein, il padre di Laura trova il generale Spieldorf, che già avrebbe dovuto fargli visita con sua nipote, ma che era stato costretto a rinunciarvi per l’improvviso e fatale declinare della salute della ragazza. Questi gli racconta il tracollo della sua pupilla, vampirizzata da una misteriosa Millarca a cui aveva dato ospitalità, che non lasciava la sua stanza fino al pomeriggio inoltrato ma sapeva uscirne inspiegabilmente con la porta chiusa dall’interno, che il generale sospetta essere la contessa Mircalla Karnstein, morta da oltre un secolo e divenuta vampiro per maledizione di stirpe, della quale sta cercando la tomba nel cimitero abbandonato. Entrambi i nomi sono anagrammi di Carmilla, che al suo comparire viene subito riconosciuta dal generale e aggredita con una scure, ma lei con forza sovrumana riesce a disarmarlo e a dileguarsi senza lasciar traccia. A quel punto compare un cacciatore di vampiri, il barone Vordenburg, lì convocato, che riesce a trovare la tomba della contessa Mircalla. Il giorno dopo si svolge un’indagine amministrativa, con “due medici, uno incaricato ufficialmente, l’altro in qualità di rappresentante del promotore dell’inchiesta”. Aprendo il sacello, si scopre che i lineamenti di Mircalla “erano coloriti dal calore della vita”;  > “Gli arti erano perfettamente flessibili, la carne elastica; la bara di piombo > navigava nel sangue, e il corpo vi era immerso per la profondità di un palmo. > C’erano pertanto tutti i segni e le prove riconosciute del vampirismo. Di > conseguenza il corpo, conformemente all’antica prassi, venne sollevato e un > paletto aguzzo conficcato nel cuore del vampiro che, in quell’istante, lanciò > un urlo lacerante, in tutto e per tutto simile a quello che sarebbe potuto > sfuggire a un essere vivente nell’agonia estrema. Dopodiché la testa venne > spiccata dal busto e un fiume di sangue sgorgò dal collo reciso. Il corpo e la > testa vennero quindi posti su una catasta di legna e ridotti in cenere, che > venne a sua volta gettata nel fiume e trascinata via”. Ma per Laura l’amore resta più forte, e ancora dopo dieci anni prova un sentimento inalterato che non si estingue: “a tutt’oggi l’immagine di Carmilla mi torna alla memoria con ambigua alternanza – talora la bellissima fanciulla, allegra e languida; talaltra il demone convulso che ho visto nella chiesa diroccata; e spesso mi sono ridestata da una fantasticheria con l’impressione di udire il passo lieve di Carmilla sull’uscio del salotto”.6 Paolo Ferrucci  1 Massimo Introvigne, La stirpe di Dracula, Mondadori 1997, p. 179. 2 ivi, pp. 196-197. 3 Dall’antologia Thomas P. Prest – James M. Rymer, Varney il vampiro, a cura di Fabio Giovannini, Datanews 1993, p. 86. 4 Il racconto “Carmilla” venne pubblicato nel 1871 sulla rivista The Dark Blue e nel 1872 nel volume In a Glass Darkly. 5 David Punter, Storia della letteratura del terrore, Editori Riuniti 1997, p. 200. 6 Le citazioni da “Carmilla” sono prese da Racconti del soprannaturale, a cura di Malcolm Skey, Edizioni Theoria 1990. In copertina: Edvard Munch, “Amore e dolore o Il vampiro”, 1893-95 L'articolo “Il mio cuore selvaggio sanguina col tuo”. Carmilla o l’epopea del vampiro femmina proviene da Pangea.
June 19, 2026 / Pangea