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“Conta l’opera, molto meno l’autrice”. Dialogo con Asia Werty (forse)
Asia Werty – nome fittizio, con esotismo d’acciaio in mezzo – esiste. In rete non è difficile rintracciare qualche fotografia: ventunenne, carina, probabilmente toscana, viso che ha il candore – al contempo – della prima della classe e della follia. Anche se dice di amare “le atmosfere dark” sembra solare; potrebbe essere insopportabile. Il suo primo romanzo – catalogato con una sigla improbabile per noi dinosauri: the horror romance – è uno dei ‘casi’ letterari di questo principio d’anno: in libreria lo si vede ovunque, a pile, a palate, con il cartello che provoca all’acquisto. Stupisce che a un esordiente italiano, tanto giovane, sia dedicato un tale entusiasmo editoriale: un sentore di miracolo aleggia intorno ad Asia Werty. Il romanzo, The Shadow, è edito da “Night + Day”, marchio partorito da Sem. La storia riassume, con garbo, i consueti cliché del ‘genere’: dallo sfondo – un college a Montpelier, nel Vermont, “fino a un secolo fa… poco più che un villaggio abitato in prevalenza da nativi americani, quasi tutti discendenti dalla tribù degli Abenaki” – ai protagonisti – studenti in estro –; ci sono, poi, morti misteriose, una scritta “a caratteri grondanti sangue” che denuncia la presenza del mefistofelico “Shadow Man”; le notti di sesso si confondono ai massacri, senza soluzione di continuità; il centro del contendere letterario è “una creatura di un altro mondo”. Con liturgica sapienza, il romanzo alterna parti drammatiche a momenti sentimentali, pura trama a quadretti simbolici: > “Nello stagno, fra le ninfee, grosse carpe guizzavano facendo volare via le > libellule. Si diceva che giù nel profondo si aggirasse un luccio, ritenuto > responsabile della scomparsa di almeno un paio di cigni neri”. La casa di Julian – enigmatico oggetto del desiderio del libro – sorge tra “vaste paludi”, nel bacino dell’Atchafalaya, tra “nutrie, trampolieri, aquile calve, alligatori e mocassini acquatici”. The Shadow si legge con la stessa spazientita energia con cui si vede Stranger Things – piaccia o meno è secondario.  Ciò che sorprende, al di là del libro, è la consapevolezza terribile dell’autrice. Prima di scrivere, Asia Werty ha letto Bret Easton Ellis e studiato i film di Tim Burton. Il suo libro-modello è Dio di illusioni di Donna Tartt – scritto “Donna Tart” nell’ala del romanzo… –, dove compare, tra l’altro, “un piccolo raffinato college nel Vermont”. Non disdegna i romanzi di Stephenie Meyer – scritto “Stephanie Meyer” nell’ala del romanzo… –, la scrittrice di Twilight. Da The Shadow sogna di trarre una fiction – e di vendere i diritti all’estero. Quando le parlo di ‘generi’ mi risponde che “in letteratura conta il ‘come’ non il ‘cosa’”, e ha ragione. Quando le dico dei ‘giovani’ mi dice che i ‘giovani’ non esistono, che “si scrive per il mondo”. Ha ragione due volte.  In fondo, The Shadow non è scritto in modo troppo diverso dai romanzi di troppi narratori italiani che credono di fare letteratura ‘alta’ e che si ritrovano a bere assiepati in cinquine, allo Strega. Per lo meno, Asia Werty ha il merito di non fingere – sa quel che fa, non dice di fare altro –, di andare dritta al punto, di raccontare qualcosa uscendo dal claustrofobico ombelico della narrativa nostrana. Di certo – gusti miei – il suo libro è migliore di troppi ‘gialli’ all’italiana, ormai stucchevoli, proni alla fiction Rai, perfetti per lettori in andropausa cerebrale. Ma ad Asia Werty le polemiche di quartiene non importano. Dall’altro lato del computer – dove abita?, sappiamo che ama andare per montagne – cita Beppe Salvia e Sylvia Plath, dice che il suo libro, in fondo, è una riflessione sul male che a volte non è il male. Verrebbe voglia di conoscerla, ma ama confondere le tracce e sovvertire le trame – preferisce sparire.  “Asia Werty”: cosa vuol dire questo nome? Perché questo nome? Chi sei davvero? Chi sono davvero non è importante. Conta l’opera, molto meno l’autrice. Il nome è di vecchia data e dal momento che suonava bene l’ho scelto per il romanzo. Conoscere la sottoscritta non significa conoscere il libro; vale semmai il contrario. Per gli amanti della cabala, come saprai sono le lettere allineate nella parte alta di sinistra della tastiera.   Sei giovanissima: scrivi per “i giovani”? Che categoria sono i lettori “giovani”? Il mio romanzo è per tutti, ne sto avendo la riprova in questi giorni. Trovatemi un giovane che scriva autenticamente solo per i giovani; tutto ciò che si scrive, in realtà, lo si scrive per il mondo. L’isola del tesoro di Stevenson è per ragazzi o per adulti? Perché scrivere un libro al posto di fare tutt’altro? Perché scrivere un horror al posto di scrivere un libro di poesie? Se ci sono cose più belle al mondo della scrittura, io non le conosco. Quanto al resto, spero che la domanda non nasconda una scala di valori. Ognuno scrive assecondando i propri talenti e le proprie inclinazioni. La qualità in letteratura non sta nel ‘cosa’ ma nel ‘come’. Se uno scrive horror di qualità e un altro pessima poesia, quale dei due giova alla letteratura?  Quali sono le tue ‘fonti’? I libri che hai amato – i film – le ispirazioni – le aspirazioni.  Donna Tartt e Bret Easton Ellis, senza dubbio. Leggendo i loro romanzi ho capito che dovevo progettare la mia storia, e farlo subito. Avvertivo un’urgenza. Per me leggere e scrivere sono tutt’uno. A chi vede in The Shadow qualcosa di Stephen King, strizzo l’occhio. Quando ho scelto di ambientare il romanzo nel Vermont avevo le idee chiare – The Shadow doveva avere un respiro internazionale. Il mio obiettivo? Vendere i diritti all’estero.  Il libro mi sembra, in superficie, un concentrato di clichés: Stati Uniti, ragazzi, college, amore, morte, sparizioni, ombre, spettrali entità… Sembra scritto per diventare una fiction (a proposito: nei hai qualcuna di prediletta?). Lo hai fatto di proposito? Insomma, come hai costruito il libro? Dici bene, in superficie. Ma se uno inizia a leggerlo scoprirà una realtà ben diversa. Ancora una volta, in letteratura non conta il ‘cosa’, ma il ‘come’. Anche Austerlitz di Sebald, in superficie, potrebbe apparire un concentrato di cliché sul nazismo. Ma se ci si addentra nella sua lettura si scopre un libro grandioso per il suo sguardo e la sua parola. Si può scrivere un capolavoro con qualsiasi tema. E fare un pasticcio con la storia più ‘alta’. Spesso, la qualità sta proprio laddove meno te lo aspetti. Quanto alla poesia che si scrive oggi, non la frequento se non nei rari casi in cui è toccata dalla magia e dal senso. Amo la poesia di Mariangela Gualtieri e Beppe Salvia; e andando più indietro quella di T.S. Eliot, Marina Cvetaeva e Sylvia Plath: “Non servi, non servi più,/ O nera scarpa, tu/ In cui trent’anni ho vissuto/ Come un piede, grama e bianca,/ Trattenendo fiato e starnuto…”. Infine, naturale che voglia realizzare una serie tivù ispirata al romanzo. La fiction che mi ha più colpita di recente è Adolescence, capolavoro del realismo britannico. Che cose vuoi dire, profondamente, attraverso il tuo libro?  Che il male non è il male e il bene non è il bene, non sempre almeno. C’è molto di più da scoprire dietro le apparenze, anche se non sempre si è disposti a farlo. Scrivendo ho voluto mettere in scena l’ambiguità, che è la chiave di ogni romanzo. Quando Dante allude al peccato terreno di Ugolino compie un’operazione dissimulatrice, in poche parole fa appello all’arguzia (o forse dovrei dire alla scaltrezza) di un romanziere moderno; nel mio romanzo l’ambiguità è la protagonista indiscussa. Nell’universo che ho creato ogni giudizio è sospeso fino all’ultima pagina – forse per sempre. Qual è, del romanzo, la parte, l’idea che ti convince di più – e quella che riscriveresti?  Le scene meglio riuscite sono quelle immerse nella brutalità della natura (anche umana), le Green Mountains, le paludi della Louisiana, il carnevale di New Orleans tra riti e rimandi allegorici. Ovviamente la perfezione è soltanto un’aspirazione, ma anche potendo cambierei ben poco.  Hai usato l’Intelligenza Artificiale per costruire la trama del tuo libro, per ‘informarti’ e fare ricerca? Credi che l’IA rovinerà la facoltà immaginativa degli scrittori?  No, mi sono appoggiata a metodi tradizionali, ma non escludo di usarla in futuro, quantomeno sul piano del reperimento del materiale (non della trama o della scrittura). Parlando con altri scrittori, pare che l’AI sia un buon supporto nella fase di ricerca ma che, allo stato attuale, fatichi a stare al passo con la creatività umana e con i nostri canoni di bellezza e di senso. I più grandi scultori avevano una pletora di aiuti di bottega ad assisterli, aiuti che eseguivano più o meno meccanicamente i comandi sotto la direzione artistica del maestro, secondo la sua visione artistica e il suo progetto ideale. Sbozzavano il marmo, piegavano la materia, poi arrivava il maestro che la modellava, la rifiniva, le dava la vita. Per come la vedo io, chi ha le qualità per scrivere un’opera di valore lo farà con o senza intelligenza artificiale. E viceversa. L’uomo resterà l’artefice primario ancora a lungo. Tra mille anni non so. Se il progresso tecnologico non si può arrestare, bisogna imparare a volgerlo a nostro vantaggio. Credo andrà così, dopo un periodo di inevitabili assestamenti. …e ora, cosa ti appresti a scrivere? Quale storia vorresti scrivere? Il materiale a dire il vero non mi manca, sono molto operosa, ma per adesso non rivelerò nulla. Non vi resta che aspettare. *In copertina: manifesto per “La cosa” il film di John Carpenter del 1982 L'articolo “Conta l’opera, molto meno l’autrice”. Dialogo con Asia Werty (forse) proviene da Pangea.
February 2, 2026 / Pangea
Nonostante la degenerazione del genere horror, ciò che scrive Manuela Maddamma ci turba e ci piace
Non sono tempi d’oro per le oneste storie di fantasmi. Per chi come me è cresciuto con la compagnia dei grandi spettri ottocenteschi è desolante fare un giro nella sezione degli horror contemporanei, fra best-seller o aspiranti tali che si rifanno più a serie televisive di terz’ordine che alla grande letteratura di un Poe o di una Mary Shelley o di un Matthew Gregory Lewis o anche di uno Stevenson. La letteratura di genere ha sempre meno a che fare con la letteratura e sempre di più con il mercato e dunque con il cinema e le serie televisive, perseguendo una pretenziosa narrazione onnisciente e scorrevole che discende dai libri più o meno riusciti di Stephen King (o dai film tratti da quei libri) ma che finisce dritta dritta nel dimenticatoio del già visto o del banale, fra ripetitive scene “a effetto” mal scritte e mal raccontate che procurano sbadigli di tedio piuttosto che brividi di terrore. Sono sempre più rare le meravigliose strutture a incastro che hanno reso indimenticabili romanzi quali Lo strano caso del dr. Jekyll e del sig. Hyde di Stevenson o, più avanti nel tempo, L’invenzione di Morel di Adolfo Bioy Casares. Eppure la letteratura sa ancora sorprenderci e spaventarci, specie se, come accade a me, non si crede nel maligno ma lo si frequenta spesso.  Quest’estate l’editore Fandango pubblica uno strano romanzo che rientra certamente nella categoria della migliore letteratura horror: L’affascino, di Manuela Maddamma. Mi erano già capitati fra le mani un paio di scritti di Maddamma contenuti in un volume dedicato ai grandi maledetti dell’Ottocento e del Novecento; uno di essi mi aveva fatto scoprire Aleister Crowley, figura orrifica semmai ve ne furono, cultore di Satana e dell’occulto, perciò quando seppi che Maddamma avrebbe pubblicato un romanzo dell’orrore ne fui più che interessato. È infatti una scrittrice molto peculiare, Manuela Maddamma: appassionata di autori dalle vite tormentate e tragiche, studiosa e traduttrice di Giordano Bruno, è una di quelle ottime stiliste che tendono a pubblicare pochissimo e che dunque bisogna seguire con attenzione. Il suo primo romanzo, Lascia che ti guardi, è del 2005. Ora, vent’anni dopo, esce il suo secondo romanzo, L’affascino. Vent’anni sono molti.  L’affascino è un abile gioco a incastri che rende il lettore non più mero spettatore di ciò che legge bensì parte attiva della storia narrata. Emilio Della Torre è un giovane antropologo che viaggia in Salento per fare delle ricerche sul tarantismo, rituale magico-religioso un tempo molto in voga nel Sud Italia. Il racconto comincia in prima persona e, come in ogni vicenda horror che si rispetti, non mancano le chiese e i preti, Dio e Satana, sebbene in seguito, sfogliando dei rosari, Emilio osserverà che le preghiere e le croci non sono altro che “una delle geniali trovate della superstizione, di quella religione cattolica che da duemila anni mastica tutte le superstizioni precedenti”, come a dire che ciò di cui si occupa lui – e di conseguenza la storia raccontata da Maddamma: L’affascino – è ben più misterioso e terribile delle ordinarie liturgie cristiane.  L’affascino è un romanzo che tratta del Male e dei morti e quindi dei fantasmi che ospitano le nostre paure più ancestrali. La struttura del libro è in gran parte binaria, alternando il diario di Irma, una bambina di tredici anni, ai resoconti di Emilio, che dovrebbe prendersi cura di lei ma che è troppo terrorizzato per farlo. C’è il “vecchio tema del doppio”, come lo chiama Borges ne Il libro di sabbia, perché Irma – la bambina – è anche Mira, sua madre, o forse soprattutto l’altra Mira che la perseguita: il bianco spettro di una bambina che compare pure a Emilio e che di fatto regge il pathos dell’intero romanzo.  Ci sarà un esorcismo. Ci sarà un tentato suicidio. C’è una casa infestata e c’è una maledizione. Tuttavia c’è anche molta letteratura, dai grandi modelli ottocenteschi (soprattutto Poe, Stevenson e James) fino a La Tigre Assenza di Cristina Campo, perché a un certo punto Emilio si dice: “Non sono vane le parole della poetessa, quando conia la definizione di Tigre Assenza. Cos’è infatti, l’assenza della persona cara, se non un essere immondo, dal passo leggero e la stretta definitiva?” Ogni fantasma è quindi un essere immondo. Ogni morto non può che essere una Tigre Assenza.  Chi afferra la massima irrealtà plasmerà la massima realtà, recita il titolo di uno dei capitoli del libro, riprendendo Hofmannsthal, quando Emilio si dispera di non poter combattere il Male e la piccola Irma continua a deperire davanti ai suoi occhi. Emilio però non vuole che la bambina fugga la casa maledetta, egoista nel proprio terrore come se fosse anch’egli un fantasma. Così scrive:  > “Ho sbirciato nel Diario che da un bel po’ tiene nascosto sotto il materasso; > nessun piano di fuga per ora. Tracce della piccina sì, non smette di > tormentarla. Ieri non ha potuto dormire perché dal cuscino le arrivava la sua > vocina ad augurarle la malanotte, una voce prima fievole e poi più nitida e > acuta a rivelarle un sortilegio e infine assordante a urlarle: ‘È una strega > malvagia!’ Allora si è tirata su e ha acceso la luce della lampada per > pregare, ma le parole si ingarbugliavano.”  La piccina è il Male, lo spettro che infesta la casa e il funesto doppio di Irma. La bambina si salverà? E Emilio? Cosa vuole dirci la frase di Hofmannsthal? Se i morti non sono reali, in quale malefica irrealtà possono condurci? L’innocente purezza di Irma, come lo spavento del lettore, è destinata a soccombere al Demonio?  L’accavallarsi del diario di Irma e dei resoconti di Emilio portano la tensione narrativa al culmine, in un crescendo emozionale e stilistico che – nel momento della rivelazione del Male, ossia della maledizione e dell’invocazione al Maligno – ci regalerà quel brivido di terrore proprio della grande letteratura gotica di cui tanto sentiamo la mancanza.  Manuela Maddamma scrive e pubblica poco, forse memore della lezione di Cristina Campo (“Ha scritto poco, e le piacerebbe aver scritto meno”), ma ciò che scrive ci turba e ci piace. L’affascino è un romanzo dell’orrore che merita di essere letto e che inquieta anche dopo la lettura. Gli innocui spaventi delle serie tv e dei best-seller di genere sono lontani, per fortuna. Dalle profonde tenebre dei nostri cuori ammaliati dal racconto, Satana sa ancora sorprenderci.  Edoardo Pisani *In copertina: Gerard David, Il giudizio di Cambiase, 1488 L'articolo Nonostante la degenerazione del genere horror, ciò che scrive Manuela Maddamma ci turba e ci piace proviene da Pangea.
August 18, 2025 / Pangea