> “Vidi la testa del Conte sporgersi dalla finestra. Non vidi la faccia, ma lo
> riconobbi dal collo e dal movimento delle braccia e delle mani. Non potevo
> sbagliare, quelle mani le conoscevo bene. Dapprima provai interesse e un lieve
> divertimento. È incredibile quanto poco basti a interessare e divertire un
> uomo quando è prigioniero, ma le mie reazioni furono di ripugnanza e di
> terrore quando vidi l’intera figura emergere dalla finestra lentamente e
> strisciare lungo il muro del castello, al di sopra di quello spaventoso
> precipizio, a faccia in giù, con il mantello svolazzante come due grandi ali.
> Non riuscivo a credere ai miei occhi. Pensai che fosse uno scherzo della luce,
> un gioco d’ombre, ma continuai a guardare. Non mi ingannavo. Vidi le dita
> delle mani e dei piedi aggrapparsi agli angoli delle pietre, usare tutte le
> irregolarità della facciata per muoversi verso il basso a velocità
> considerevole, come una lucertola che corre su un muro”.
>
> (Bram Stoker, Dracula il vampiro, Longanesi 1966, p. 35)
Dracula, il capolavoro assoluto di Abraham Stoker (1847-1912), prolifico
scrittore irlandese – come Joseph Sheridan LeFanu – che per tutta la vita
coltivò la passione per il teatro, è stato spesso definito “il revival di un
revival”, perché ha saputo rielaborare con grande perizia molti elementi del
gotico; ma, a rigore, non può esser definito un vero romanzo “gotico”, perché
con la sua grande ricchezza narrativa e il modernismo positivista che lo permea,
rappresenta il culmine della maturazione del genere horror vampiresco che ha
percorso l’Ottocento inglese, in quel tramonto della cultura vittoriana ormai
sopravanzata dal progresso e proiettata verso il nuovo secolo. Partendo dal
romantico Lord Ruthven d’ispirazione byroniana, passando attraverso la
mediazione di quel pasticcio feuilletoniste che è Varney the Vampire del 1847 e
dello splendido racconto “Carmilla” del 1871, ecco apparire nel 1897 il conte
Dracula, espressione definitiva dell’antieroe demoniaco, uno dei personaggi più
letti e sfruttati nella storia della letteratura – per non dire delle
trasposizioni cinematografiche –, anche lui un essere “pallido come il chiarore
lunare” e “dotato di un sorriso affascinante”, eppure terribilmente diverso
dalle figure precedenti, stando alla descrizione fornita da Jonathan Harker, il
primo personaggio che vi entra in contatto:
> “Il viso era forte, molto forte, e aquilino, con un naso sottile e narici
> stranamente arcuate. I capelli diradavano sulle tempie e sull’alta fronte
> sporgente, ma crescevano folti sul capo. Le sopracciglia erano molto fitte e
> quasi si inoltravano alla radice del naso, con peli ricciuti e scomposti. La
> bocca, per quel che potevo vedere sotto i folti baffi, era immobile, dalla
> piega piuttosto crudele e denti eccezionalmente appuntiti che spuntavano dalle
> labbra, molto rosse e fresche per un uomo della sua età. Aveva orecchie
> pallide e appuntite, il mento largo e forte, le guance magre ma ferme”.
Si racconta che il germe del romanzo sia nato da un sogno fatto dopo una
suggestiva conversazione con Ármin Vámbéry, studioso autodidatta, viaggiatore e
docente di lingue orientali all’Università di Budapest, che parlò diffusamente
delle tradizioni vampiresche ungheresi e delle superstizioni annidate nelle
pieghe dei Carpazi. Stoker aveva conosciuto Vámbéry a Londra attraverso
l’inseparabile amico Henry Irving, l’attore di cui Stoker fu impresario teatrale
e su cui scrisse una biografia dopo la morte: un istrione dal grande carisma,
cultore della tradizione gotica – dotato di una voce sibilante e terribile, da
vampiro – e famoso interprete di ruoli dannati come Faust, l’Olandese
volante, l’Ebreo errante, Frankenstein. Da lì seguirono sette anni di ricerche e
preparazione di materiale romanzesco, la cui prima traccia è una pagina di
diario datata 18 marzo 1890, in cui Stoker abbozza una suddivisione del libro,
originariamente ambientato nella Londra vittoriana. Ne è uscito Dracula,
costruito interamente con una tecnica tipica del tempo, quella che cuce insieme
pagine di diario, lettere, articoli di stampa, ma non solo: anche relazioni,
memorandum, lettere commerciali, comunicati legali, giornali di bordo, in una
sequela cronologica di registrazioni dei rispettivi punti di vista che farebbe
la felicità di ogni diarista incallito – per inciso, una razza che oggi andrebbe
protetta, vista l’effimera società elettronico-digitale e ultra-semplificata
nella quale siamo disgraziatamente immersi. Il vergare la pagina con
l’inchiostro, il riflettere, rileggere, inviare e attendere riscontri, il
custodire le carte, il registrare il proprio diario anche con metodi moderni –
siamo a fine Ottocento, e il dottor Seward, uno dei personaggi, incide la sua
voce nel cilindro rotante del fonografo: tutto questo muoversi, raccontare,
confrontarsi, così rigoroso e dettagliato, stupisce per la sua capacità di
essere tanto avvincente, incisivo, trascinante nel susseguirsi delle voci che si
alternano in questa costruzione poderosa e complessa.
*
Tutto comincia quando un giovane solicitor, Jonathan Harker, è inviato in
Transilvania dal capo del suo studio legale per definire con un ricco cliente
locale, il conte Dracula, l’acquisto di uno stabile a Londra. Harker sosta a
Bistriza, all’Albergo della Corona D’Oro, e prosegue verso il passo di Borgo
dove ha appuntamento con il cocchiere del conte. Il clima è macabro e, fra gli
ululati dei lupi, i locali cercano di dissuaderlo dall’avventurarsi in terre
pericolose: “«Lo sapete che giorno è oggi?» Risposi che era il quattro maggio.
Scosse la testa e disse: «Oh sì! Lo so, questo lo so! Ma sapete che giorno è
oggi?» Le dissi che non capivo e la donna riprese: «È la vigilia di San Giorgio.
Non lo sapete che stasera, quando l’orologio batterà mezzanotte, i poteri
malvagi del mondo avranno tutta la loro forza? Sapete dove state andando e verso
cosa?»”. Al passo di Borgo lo raccoglie il misterioso cocchiere (che si capirà
essere lo stesso Dracula) per condurlo al castello: “Nel parlare, sorrideva e la
luce dei fanali è caduta sulla bocca dalla piega dura, con labbra molto rosse e
denti puntuti, bianchi come l’avorio”. Giunto a destinazione, dopo un rumore di
catene e sferragliare di chiavistelli dietro il portone pesante di borchie, vede
apparire “sulla soglia un uomo alto, dal viso ben rasato, a parte i lunghi baffi
bianchi, vestito di nero dalla testa ai piedi, senza un filo di colore in tutta
la persona”, che lo saluta “in eccellente inglese, benché con accento straniero:
«Siate il benvenuto nella mia casa! Entrate liberamente di vostra volontà»”.
*
Harker è invitato a cena dal conte, che però non mangia e sembra saziarsi
ascoltando gli ululati dei lupi («Sentiteli, i figli della notte, che musica!»).
Il mattino seguente, dopo aver scoperto che in casa non ci sono specchi, Harker
usa un suo specchietto per radersi, quando il conte appare d’improvviso alle sue
spalle senza lasciare alcun riflesso: nella sorpresa, Harker si taglia perdendo
un po’ di sangue, e la reazione di Dracula è immediata: “negli occhi gli si è
accesa una specie di furia demoniaca e si è lanciato per afferrarmi alla
gola. Mi sono ritratto e la sua mano ha sfiorato i grani del rosario: questo ha
prodotto un cambiamento istantaneo e la furia è sparita tanto rapidamente da
farmi dubitare di averla vista”. “«Attento», ha detto, «attento a non tagliarvi.
In questo paese è più pericoloso di quanto crediate». Poi ha afferrato lo
specchio: «E questo è l’arnese che ha compiuto il misfatto. È un oggetto
perverso della vanità umana. Via!»”.
In breve, Harker si rende conto che, invece di essere ospite del castello, ne è
prigioniero. Dracula si comporta in modo strano anche per un vecchio eccentrico:
oltre a non mangiare, non si fa vedere di giorno, e di notte è capace di
scivolare lungo le mura del castello come un animale. Nei suoi discorsi
elaborati si vanta di discendere dagli Szekely, una valorosa etnia di origine
ungherese:
> “Noi Szekely abbiamo diritto di essere orgogliosi perché nelle nostre vene
> scorre il sangue di molte razze coraggiose che hanno lottato come leoni per il
> predominio. Qui, nel vortice delle razze europee, la tribù degli Ugri ha
> portato dalla Terra dei Ghiacci lo spirito guerresco di Thor e Odino, e lo
> spirito che i loro Bersekir hanno dimostrato con feroce determinazione sulle
> coste d’Europa, sì, e dell’Asia e dell’Africa finché i popoli si sono convinti
> che fossero giunti i lupi mannari. Quando arrivarono qui, trovarono gli Unni
> la cui furia guerriera aveva spazzato la terra come una fiamma vivente, finché
> i popoli morenti si convinsero che nelle loro vene scorreva il sangue delle
> antiche streghe che, espulse dalla Scizia, si erano accoppiate con i demoni
> del deserto”.
*
Benché il conte gli vieti di entrare in certe stanze del castello, Harker
disubbidisce per cercare vie di fuga, e di notte, in una camera proibita,
incontra tre donne bellissime (di cui una, “di carnagione chiarissima, con una
massa di capelli d’oro e gli occhi come due zaffiri” gli ricorda qualcuno che
conosce1). Le tre donne hanno “denti bianchissimi che brillano come perle fra il
rosso rubino delle labbra voluttuose”, e Harker – benché sia fidanzato con Mina
Murray, una donna energica e virtuosa – si sente sedotto: “In loro c’era
qualcosa che mi metteva a disagio, una strana nostalgia e insieme una paura
mortale. Nel mio cuore provavo un selvaggio, bruciante desiderio di essere
baciato da quelle labbra”. Le tre donne cercano di vampirizzarlo, finché
interviene il conte che le respinge infuriato: “Quest’uomo mi appartiene!” e le
consola offrendo loro un sacco, dentro cui sembra di udire “distintamente i
vagiti di un neonato”.
Secondo Stephen King, “fu la mentalità dell’epoca di Stoker a imporre che il
male del conte dovesse arrivare dall’esterno, perché il male incarnato nel conte
è per lo più il male sessuale pervertito. Stoker ha fatto per gran parte
rivivere la leggenda del vampiro scrivendo un romanzo che palpita vigorosamente
di energia sessuale. Il conte non si avventa mai su Jonathan Harker poiché lo
ha promesso alle sorelle spettrali che abitano nel castello; l’incontro di
Harker con le tre voluttuose ma letali arpie è di tipo sessuale, ed è descritto
nel suo diario con termini che, per l’Inghilterra di fine secolo, erano
piuttosto precisi”2:
> “Avevo paura di aprire gli occhi, ma guardavo e vedevo chiaramente di sotto le
> ciglia. La ragazza si è inginocchiata e chinata su di me, golosa. C’era in lei
> una voluttà deliberata insieme eccitante e repulsiva, mentre inarcava il collo
> e si leccava le labbra come un animale, finché ho visto il rosso scarlatto
> brillare umido al chiarore della luna come la lingua che lisciava i denti
> appuntiti. La sua testa si abbassava sempre più, le sue labbra si
> allontanavano dalla bocca e dal mento e sembravano pronte ad attaccarsi alla
> mia gola… Poi si è fermata e ho sentito il risucchio della lingua che leccava
> denti e labbra, e ho avvertito il suo fiato caldo sul collo. Quindi la pelle
> della gola ha cominciato a fremere come fa la carne quando si avvicina una
> mano a solleticarla. Sentivo il tocco leggero, palpitante delle sue labbra
> sulla pelle sensibilissima della gola, e la pressione di due denti aguzzi che
> l’hanno toccata e si sono fermati. Ho chiuso gli occhi in un’estasi di
> languore, attendendo, attendendo con il cuore che batteva forte”.
*
Harker, a questo punto, si rende conto di trovarsi in una situazione disperata e
decide di uscirne con ogni mezzo, per quanto la fuga possa essere pericolosa e
potenzialmente mortale. Si entra dunque nella seconda unità narrativa, dove sono
protagoniste la fidanzata di Harker, Mina Murray, e la sua amica Lucy Westenra.
Se Mina è concreta e pratica, Lucy è una sognatrice, alle prese con tre
innamorati che desiderano sposarla: il nobiluomo Arthur Holmwood, l’americano
Quincey Morris e il medico John Seward. Quest’ultimo segue attentamente un
paziente del suo manicomio, R.N. Renfield, che mastica insetti e vaneggia sul
prossimo arrivo in Inghilterra di un misterioso Maestro. Mina, che non ha più
notizie di Jonathan, va in vacanza con Lucy a Whitby, dove, al culmine di una
furiosa tempesta, si arena una nave alla deriva proveniente da Varna, la
spettrale Demeter, senza marinai e con il solo capitano, morto, legato alla
ruota del timone. Mentre il giornale di bordo non sembra riportare nulla di
rilevante, se non l’assenza dell’equipaggio, il foglio chiuso in una bottiglia
rinvenuta nella tasca del capitano rivela che un mostro misterioso ha ucciso
tutti gli uomini dell’equipaggio, l’uno dopo l’altro. La nave trasportava
cinquanta casse piene di terra della Transilvania, che servono a Dracula per
riposarvi e rinnovare i propri poteri; le casse verranno poi recuperate e
nascoste dal conte in diverse proprietà, tra cui la tenuta di Carfax acquistata
tramite Harker, per creare delle basi intorno a Londra e attuare il suo progetto
di “invasione” del suolo inglese. Dal resoconto sulla tempesta apparso in The
Dailygraph dell’8 agosto (incollato sul diario di Mina Murray):
> “Quando il battello s’è incagliato con violenza, il cozzo ha fatto crollare
> cime e pezzi di legno e, nel momento dell’impatto, un cane mastodontico è
> saltato sul ponte dalla stiva, quasi fosse stato sbalzato dall’urto, e
> correndo a prua si è lanciato sulla battigia, puntando dritto verso l’erto
> dirupo su cui il cimitero sorge tanto a picco sulla stradina che alcune delle
> lapidi si proiettano nel vuoto dove la scogliera che le sosteneva è franata,
> ed è scomparso nell’oscurità che sembrava più intensa oltre il raggio del
> faro. […] Molto interesse ha suscitato il cane saltato a terra al momento
> dell’approdo di fortuna, e più di un membro della Protezione degli animali ha
> cercato di avvicinarlo. Ma nessuno vi è riuscito: sembra scomparso dalla
> città”.
Dracula è sbarcato in forma di animale, e subito ricomincia a nutrirsi in terra
d’Albione. Quando una suora scrive da un ospedale di Budapest che Jonathan è
salvo, Mina corre in Ungheria a riprenderselo e senza indugio lo sposa. Ma, nel
frattempo, Lucy – che fra i suoi pretendenti ha scelto Arthur – viene
vampirizzata da Dracula, che approfitta prima del suo sonnambulismo,
succhiandola presso lo stesso cimitero di Whitby, e poi continua ad attaccarla
penetrando direttamente nella sua camera. Ancora Stephen King:
> “In fatto di sesso, una società rigidamente moralista può trovare una valvola
> di sfogo nell’idea del male che arriva dall’esterno; la cosa è più grande di
> noi due. Harker è un po’ deluso quando il conte entra nella stanza e
> interrompe questo breve tête-á-tête [nel castello con la vampira]. Forse anche
> molti dei lettori guardoni del tempo di Stoker lo furono. Analogamente, il
> conte infierisce solo sulle donne: prima su Lucy, poi su Mina. Le reazioni di
> Lucy al morso del conte somigliano molto ai sentimenti che Jonathan prova per
> le spettrali sorelle. Per essere proprio volgari, Stoker ci fa capire da un
> punto di vista piuttosto classista che a Lucy sta dando di volta il cervello.
> Di giorno, una sempre più terrea ma impeccabile e apollinea Lucy tesse il suo
> irreprensibile e decoroso idillio con lo sposo promesso, Arthur Holmwood. Di
> notte, se la spassa in dionisiaco abbandono con il suo tenebroso e sanguinario
> seduttore”3.
*
A causa delle visite notturne di Dracula, Lucy sta sempre peggio e a nulla
servono i tentativi di cura. Allora il dottor Seward informa Arthur, promesso
sposo di Lucy, di aver scritto al suo vecchio amico e maestro, il professor Van
Helsing di Amsterdam, un esperto in malattie oscure: “Sembra un tipo originale,
ma sa quel che fa, meglio di chiunque altro. È un filosofo e un metafisico,
nonché uno degli scienziati più all’avanguardia del nostro tempo; in più lo
ritengo dotato di una mente assolutamente aperta. Ha nervi d’acciaio, un
temperamento di ghiaccio, una volontà indomabile, autodisciplina e tolleranza,
ed è il cuore più sincero e nobile che io conosca. Tutte queste qualità gli
permettono di compiere la nobile opera che sta facendo per l’umanità; un’opera
sia pratica che teorica, poiché le sue prospettive sono così vaste come la sua
onnicomprensiva sensibilità”.
Giunto da Amsterdam e presa in pugno la situazione, il professor Van Helsing
cerca di salvare Lucy con ripetute trasfusioni di sangue prelevato dai compagni
coinvolti nell’avventura (ignorando il problema della compatibilità dei gruppi
sanguigni, la cui scoperta si avrà fra il 1900 e il 1902); ma Lucy muore e, dopo
la sua sepoltura, riappare come vampira insidiando bambini intorno a un cimitero
di Londra. Così, Van Helsing convince i suoi amici che c’è una sola cosa da
fare: sarà lo stesso Arthur a conficcare un paletto nel petto della fidanzata,
liberandola dalla condizione di vampiro.
*
Di grande interesse è la lettura psico-sociologica che offre David Punter nel
suo The Literature of Terror. Come dirà il professor Van Helsing, nel suo
inglese scorretto, “il vampiro continua a vivere, e non può morire con il
semplice passar del tempo, può prosperare quando può impinguarsi del sangue dei
viventi. E in più abbiamo visto anche noi che può perfino ringiovanire, che le
sue facoltà vitali si intensificano e sembrano come rianimarsi quando trova a
sufficienza del suo speciale alimento”. Ma il sangue che dà vita a Dracula è
anche il sangue – come dice a Harker – di una dinastia, di una “casa”, e lui è
il fiero discendente e portatore di una lunga tradizione aristocratica.
> “Il lungo progresso storico dei tentativi compiuti dalla borghesia per capire
> il significato del «sangue» nobile giunge all’apoteosi in Dracula, poiché
> Dracula è l’ultimo aristocratico. Egli ha rarefatto i suoi bisogni, e quelli
> della sua casa e del suo lignaggio, al punto di non avere più alcun bisogno di
> un qualche sistema di scambio o di sostentamento fuorché del sangue. Tutti gli
> altri legami materiali con il «disonorevole» mondo borghese sono stati
> tagliati: l’aristocratico ha pagato il tragico prezzo del soppiantamento
> sociale, eppure il suo destino finisce per coinvolgere anche altri. Defraudato
> del suo diritto al dominio effettivo, il suo potere si esercita nella pura e
> semplice sopravvivenza, il suo rapporto con il mondo è il culmine della
> tirannia, eppure è giustificato dal fatto che egli non cerca la propria
> sopravvivenza personale bensì quella della casa e perciò, naturalmente, la
> sopravvivenza dei morti. Stoker mette in luce molto bene l’ambiguità delle
> leggende quando Dracula racconta a Harker la sua storia: «Trattando di cose e
> di persone, e specialmente di battaglie, ne parlava come se le avesse
> conosciute o vi avesse assistito. Mi spiegò che per un boiaro l’orgoglio della
> casata e del nome è il suo stesso orgoglio, che la loro gloria è la sua
> gloria, che il loro destino è il suo destino. Ogni volta che parlava della sua
> casa diceva sempre: ‘noi’, e parlava al plurale, come si esprimerebbe un
> re»”4.
*
In Dracula, più che in altre versioni, il mito diventa un’inversione della
cristianità, poiché il conte offre la vera resurrezione del corpo, ma disunito
dall’anima. E la forza del romanzo sta nell’aver affrontato in modo diretto una
serie di tabù, quelli che fissano divisioni e linee invalicabili che consentono
alla società di funzionare senza disgregarsi. Dracula, oltre a cancellare la
linea di separazione fra uomo e animale, “cancella quella fra uomo e Dio, osando
condividere la vita immortale e praticando una forma di amore corrotta ma
sovrumana; e cancella quella fra uomo e donna dimostrando l’esistenza della
passione femminile. Nella sua figura sono descritte numerosissime paure
primordiali: egli cambia le forme, fonde le specie, preannuncia il crollo
etnico. Renfield, il suo «discepolo», lo ritiene un dio, e i suoi aspetti
satanici sono tanto più interessanti se ricordiamo che il suo vero antenato
[Vlad III di Valacchia] si era guadagnata la fama di crudeltà a causa della
diligenza messa a difendere la fede cristiana contro il turco predatore”5.
Ora il compito del piccolo gruppo di sodali – Jonathan, Arthur, l’americano
Quincey Morris, il dottor Seward e Mina – diventa quello di eliminare il
Principe dei vampiri, che dopo aver annientata Lucy sta minacciando Mina,
novella sposa di Jonathan. Mentre il gruppo – dopo un accurato lavoro di
indagine e detection – trova e distrugge le casse di terra della Transilvania
nascoste a Londra, Dracula riesce comunque a vampirizzare Mina,
smaterializzandosi e rimaterializzandosi attraverso una densa nebula che
stordisce la vittima formando un alone luminoso. Da quel momento Mina si sente
infetta, e si trova in uno speciale contatto telepatico col vampiro: essendo
ormai identificati i rifugi e sottratta la terra transilvana, Mina – sotto
ripetute ipnosi – può seguire e descrivere a Van Helsing il precipitoso viaggio
di ritorno di Dracula verso il Mar Nero a bordo della Czarina Catherina, una
nave diretta a Varna. Ne segue una caccia serrata attraverso Turchia, Bulgaria,
Romania, fino all’epilogo6.
*
Risalendo nella genealogia, “il vampiro in Polidori è capace di «vincere»;
quando arriveremo alla versione di Stoker, quasi un secolo dopo, egli è
sconfitto dalle forze associate della scienza, del razionalismo e del
conformismo etico. Egli è un ribelle, non per il fatto di essersi distolto dalla
società ma per averla preceduta nel tempo”7. Resta il fatto che quella di
Dracula è una passione inestinguibile: è un non-morto perché il desiderio non
muore mai, e ogni sua soddisfazione non fa che spostare il desiderio verso altre
prede. È il perpetuo desiderio di soddisfacimento dell’inconscio, che dev’essere
represso per mantenere la stabilità; e, come per l’inconscio, per Dracula non ci
sarà una soddisfazione finale, perché il desiderio è la sua stessa natura.
> “La sanguisuga ha due figlie: «Dammi! Dammi!».
> Tre cose non si saziano mai,
> anzi quattro non dicono mai: «Basta!»:
> il regno dei morti, il grembo sterile,
> la terra mai sazia d’acqua
> e il fuoco che mai dice: «Basta!»”.
>
> (Proverbi, 30, 15-16)
Paolo Ferrucci
*
1 “Dracula’s Guest and Other Weird Stories di Bram Stoker, pubblicato postumo,
contiene un capitolo espunto dalla versione finale di Dracula, nel quale
Jonathan Harker, sulla strada della Transilvania, si ferma a Monaco. Ignorando i
consigli di chi lo ospita all’Hotel Vier Jahreszeiten, se ne va in giro nella
notte di Valpurga per la campagna bavarese. Presso la tomba di una contessa
Dolingen, originaria ‘di Graz in Styria’ [la Stiria in cui è ambientato il
racconto “Carmilla”], incontra una non-morta e viene insieme spaventato e
salvato da un gigantesco lupo” (Massimo Introvigne, La stirpe di Dracula,
Mondadori 1997, p. 220).
2 Stephen King, Danse macabre, Sperling & Kupfer 2006, pp. 77-78.
3 ibidem.
4 David Punter, Storia della letteratura del terrore, Editori Riuniti 1997, p.
231.
5 ivi, pp. 235-236
6 Per salvare Mina – che rischia di diventare un vampiro e chiede di essere
uccisa se le dovesse toccare questa sorte – e l’Inghilterra, il gruppo di
inseguitori scopre che Dracula non è sbarcato a Varna, ma a Galata. Mina e Van
Helsing, staccatisi dagli altri, giungono al castello, dove l’olandese distrugge
le tre vampire che avevano concupito Harker e trova la tomba di Dracula, vuota.
Il conte, infatti, sta per arrivare in una bara, ricondotto a casa dalla sua
squadra di zingari. Ma Jonathan, Arthur e Quincey li raggiungono e ordinano loro
di fermarsi, mentre anche Mina e Van Helsing, provenienti dal castello, puntano
contro i servitori di Dracula le loro armi. Ne segue uno scontro, in cui Morris
riceve una coltellata mortale; ma prima di morire riesce, insieme a Jonathan, ad
aprire la bara di Dracula. Mentre al tramonto del sole il conte sta per
risvegliarsi, due pugnalate – una di Jonathan alla gola con un kukri e una
dell’americano al cuore con un coltello Bowie – distruggono il vampiro, il cui
corpo si riduce in polvere.
4 David Punter, cit, p. 107.
*In copertina: disegno di George Bess per una edizione illustrata di Dracula
L'articolo “Il suo tenebroso e sanguinario seduttore”. L’epopea di Dracula
proviene da Pangea.
Tag - Horror
Asia Werty – nome fittizio, con esotismo d’acciaio in mezzo – esiste. In rete
non è difficile rintracciare qualche fotografia: ventunenne, carina,
probabilmente toscana, viso che ha il candore – al contempo – della prima della
classe e della follia. Anche se dice di amare “le atmosfere dark” sembra solare;
potrebbe essere insopportabile. Il suo primo romanzo – catalogato con una sigla
improbabile per noi dinosauri: the horror romance – è uno dei ‘casi’ letterari
di questo principio d’anno: in libreria lo si vede ovunque, a pile, a palate,
con il cartello che provoca all’acquisto. Stupisce che a un esordiente italiano,
tanto giovane, sia dedicato un tale entusiasmo editoriale: un sentore di
miracolo aleggia intorno ad Asia Werty. Il romanzo, The Shadow, è edito da
“Night + Day”, marchio partorito da Sem. La storia riassume, con garbo, i
consueti cliché del ‘genere’: dallo sfondo – un college a Montpelier, nel
Vermont, “fino a un secolo fa… poco più che un villaggio abitato in prevalenza
da nativi americani, quasi tutti discendenti dalla tribù degli Abenaki” – ai
protagonisti – studenti in estro –; ci sono, poi, morti misteriose, una scritta
“a caratteri grondanti sangue” che denuncia la presenza del mefistofelico
“Shadow Man”; le notti di sesso si confondono ai massacri, senza soluzione di
continuità; il centro del contendere letterario è “una creatura di un altro
mondo”. Con liturgica sapienza, il romanzo alterna parti drammatiche a momenti
sentimentali, pura trama a quadretti simbolici:
> “Nello stagno, fra le ninfee, grosse carpe guizzavano facendo volare via le
> libellule. Si diceva che giù nel profondo si aggirasse un luccio, ritenuto
> responsabile della scomparsa di almeno un paio di cigni neri”.
La casa di Julian – enigmatico oggetto del desiderio del libro – sorge tra
“vaste paludi”, nel bacino dell’Atchafalaya, tra “nutrie, trampolieri, aquile
calve, alligatori e mocassini acquatici”. The Shadow si legge con la stessa
spazientita energia con cui si vede Stranger Things – piaccia o meno è
secondario.
Ciò che sorprende, al di là del libro, è la
consapevolezza terribile dell’autrice. Prima di scrivere, Asia Werty ha letto
Bret Easton Ellis e studiato i film di Tim Burton. Il suo libro-modello è Dio di
illusioni di Donna Tartt – scritto “Donna Tart” nell’ala del romanzo… –, dove
compare, tra l’altro, “un piccolo raffinato college nel Vermont”. Non disdegna i
romanzi di Stephenie Meyer – scritto “Stephanie Meyer” nell’ala del romanzo… –,
la scrittrice di Twilight. Da The Shadow sogna di trarre una fiction – e di
vendere i diritti all’estero. Quando le parlo di ‘generi’ mi risponde che “in
letteratura conta il ‘come’ non il ‘cosa’”, e ha ragione. Quando le dico dei
‘giovani’ mi dice che i ‘giovani’ non esistono, che “si scrive per il mondo”. Ha
ragione due volte.
In fondo, The Shadow non è scritto in modo troppo diverso dai romanzi di troppi
narratori italiani che credono di fare letteratura ‘alta’ e che si ritrovano a
bere assiepati in cinquine, allo Strega. Per lo meno, Asia Werty ha il merito di
non fingere – sa quel che fa, non dice di fare altro –, di andare dritta al
punto, di raccontare qualcosa uscendo dal claustrofobico ombelico della
narrativa nostrana. Di certo – gusti miei – il suo libro è migliore di troppi
‘gialli’ all’italiana, ormai stucchevoli, proni alla fiction Rai, perfetti per
lettori in andropausa cerebrale.
Ma ad Asia Werty le polemiche di quartiene non importano. Dall’altro lato del
computer – dove abita?, sappiamo che ama andare per montagne – cita Beppe Salvia
e Sylvia Plath, dice che il suo libro, in fondo, è una riflessione sul male che
a volte non è il male. Verrebbe voglia di conoscerla, ma ama confondere le
tracce e sovvertire le trame – preferisce sparire.
“Asia Werty”: cosa vuol dire questo nome? Perché questo nome? Chi sei davvero?
Chi sono davvero non è importante. Conta l’opera, molto meno l’autrice. Il nome
è di vecchia data e dal momento che suonava bene l’ho scelto per il romanzo.
Conoscere la sottoscritta non significa conoscere il libro; vale semmai il
contrario. Per gli amanti della cabala, come saprai sono le lettere allineate
nella parte alta di sinistra della tastiera.
Sei giovanissima: scrivi per “i giovani”? Che categoria sono i lettori
“giovani”?
Il mio romanzo è per tutti, ne sto avendo la riprova in questi giorni. Trovatemi
un giovane che scriva autenticamente solo per i giovani; tutto ciò che si
scrive, in realtà, lo si scrive per il mondo. L’isola del tesoro di Stevenson è
per ragazzi o per adulti?
Perché scrivere un libro al posto di fare tutt’altro? Perché scrivere un horror
al posto di scrivere un libro di poesie?
Se ci sono cose più belle al mondo della scrittura, io non le conosco. Quanto al
resto, spero che la domanda non nasconda una scala di valori. Ognuno scrive
assecondando i propri talenti e le proprie inclinazioni. La qualità in
letteratura non sta nel ‘cosa’ ma nel ‘come’. Se uno scrive horror di qualità e
un altro pessima poesia, quale dei due giova alla letteratura?
Quali sono le tue ‘fonti’? I libri che hai amato – i film – le ispirazioni – le
aspirazioni.
Donna Tartt e Bret Easton Ellis, senza dubbio. Leggendo i loro romanzi ho capito
che dovevo progettare la mia storia, e farlo subito. Avvertivo un’urgenza. Per
me leggere e scrivere sono tutt’uno. A chi vede in The Shadow qualcosa di
Stephen King, strizzo l’occhio. Quando ho scelto di ambientare il romanzo nel
Vermont avevo le idee chiare – The Shadow doveva avere un respiro
internazionale. Il mio obiettivo? Vendere i diritti all’estero.
Il libro mi sembra, in superficie, un concentrato di clichés: Stati Uniti,
ragazzi, college, amore, morte, sparizioni, ombre, spettrali entità… Sembra
scritto per diventare una fiction (a proposito: nei hai qualcuna di
prediletta?). Lo hai fatto di proposito? Insomma, come hai costruito il libro?
Dici bene, in superficie. Ma se uno inizia a leggerlo scoprirà una realtà ben
diversa. Ancora una volta, in letteratura non conta il ‘cosa’, ma il ‘come’.
Anche Austerlitz di Sebald, in superficie, potrebbe apparire un concentrato di
cliché sul nazismo. Ma se ci si addentra nella sua lettura si scopre un libro
grandioso per il suo sguardo e la sua parola. Si può scrivere un capolavoro con
qualsiasi tema. E fare un pasticcio con la storia più ‘alta’. Spesso, la qualità
sta proprio laddove meno te lo aspetti. Quanto alla poesia che si scrive oggi,
non la frequento se non nei rari casi in cui è toccata dalla magia e dal senso.
Amo la poesia di Mariangela Gualtieri e Beppe Salvia; e andando più indietro
quella di T.S. Eliot, Marina Cvetaeva e Sylvia Plath: “Non servi, non servi
più,/ O nera scarpa, tu/ In cui trent’anni ho vissuto/ Come un piede, grama e
bianca,/ Trattenendo fiato e starnuto…”. Infine, naturale che voglia realizzare
una serie tivù ispirata al romanzo. La fiction che mi ha più colpita di recente
è Adolescence, capolavoro del realismo britannico.
Che cose vuoi dire, profondamente, attraverso il tuo libro?
Che il male non è il male e il bene non è il bene, non sempre almeno. C’è molto
di più da scoprire dietro le apparenze, anche se non sempre si è disposti a
farlo. Scrivendo ho voluto mettere in scena l’ambiguità, che è la chiave di ogni
romanzo. Quando Dante allude al peccato terreno di Ugolino compie un’operazione
dissimulatrice, in poche parole fa appello all’arguzia (o forse dovrei dire alla
scaltrezza) di un romanziere moderno; nel mio romanzo l’ambiguità è la
protagonista indiscussa. Nell’universo che ho creato ogni giudizio è sospeso
fino all’ultima pagina – forse per sempre.
Qual è, del romanzo, la parte, l’idea che ti convince di più – e quella che
riscriveresti?
Le scene meglio riuscite sono quelle immerse nella brutalità della natura (anche
umana), le Green Mountains, le paludi della Louisiana, il carnevale di New
Orleans tra riti e rimandi allegorici. Ovviamente la perfezione è soltanto
un’aspirazione, ma anche potendo cambierei ben poco.
Hai usato l’Intelligenza Artificiale per costruire la trama del tuo libro, per
‘informarti’ e fare ricerca? Credi che l’IA rovinerà la facoltà immaginativa
degli scrittori?
No, mi sono appoggiata a metodi tradizionali, ma non escludo di usarla in
futuro, quantomeno sul piano del reperimento del materiale (non della trama o
della scrittura). Parlando con altri scrittori, pare che l’AI sia un buon
supporto nella fase di ricerca ma che, allo stato attuale, fatichi a stare al
passo con la creatività umana e con i nostri canoni di bellezza e di senso. I
più grandi scultori avevano una pletora di aiuti di bottega ad assisterli, aiuti
che eseguivano più o meno meccanicamente i comandi sotto la direzione artistica
del maestro, secondo la sua visione artistica e il suo progetto ideale.
Sbozzavano il marmo, piegavano la materia, poi arrivava il maestro che la
modellava, la rifiniva, le dava la vita. Per come la vedo io, chi ha le qualità
per scrivere un’opera di valore lo farà con o senza intelligenza artificiale. E
viceversa. L’uomo resterà l’artefice primario ancora a lungo. Tra mille anni non
so. Se il progresso tecnologico non si può arrestare, bisogna imparare a
volgerlo a nostro vantaggio. Credo andrà così, dopo un periodo di inevitabili
assestamenti.
…e ora, cosa ti appresti a scrivere? Quale storia vorresti scrivere?
Il materiale a dire il vero non mi manca, sono molto operosa, ma per adesso non
rivelerò nulla. Non vi resta che aspettare.
*In copertina: manifesto per “La cosa” il film di John Carpenter del 1982
L'articolo “Conta l’opera, molto meno l’autrice”. Dialogo con Asia Werty (forse)
proviene da Pangea.
Non sono tempi d’oro per le oneste storie di fantasmi. Per chi come me è
cresciuto con la compagnia dei grandi spettri ottocenteschi è desolante fare un
giro nella sezione degli horror contemporanei, fra best-seller o aspiranti tali
che si rifanno più a serie televisive di terz’ordine che alla grande letteratura
di un Poe o di una Mary Shelley o di un Matthew Gregory Lewis o anche di uno
Stevenson. La letteratura di genere ha sempre meno a che fare con la letteratura
e sempre di più con il mercato e dunque con il cinema e le serie televisive,
perseguendo una pretenziosa narrazione onnisciente e scorrevole che discende dai
libri più o meno riusciti di Stephen King (o dai film tratti da quei libri) ma
che finisce dritta dritta nel dimenticatoio del già visto o del banale, fra
ripetitive scene “a effetto” mal scritte e mal raccontate che procurano sbadigli
di tedio piuttosto che brividi di terrore. Sono sempre più rare le meravigliose
strutture a incastro che hanno reso indimenticabili romanzi quali Lo strano caso
del dr. Jekyll e del sig. Hyde di Stevenson o, più avanti nel
tempo, L’invenzione di Morel di Adolfo Bioy Casares. Eppure la letteratura sa
ancora sorprenderci e spaventarci, specie se, come accade a me, non si crede nel
maligno ma lo si frequenta spesso.
Quest’estate l’editore Fandango pubblica uno strano romanzo che rientra
certamente nella categoria della migliore letteratura horror: L’affascino, di
Manuela Maddamma. Mi erano già capitati fra le mani un paio di scritti di
Maddamma contenuti in un volume dedicato ai grandi maledetti dell’Ottocento e
del Novecento; uno di essi mi aveva fatto scoprire Aleister Crowley,
figura orrifica semmai ve ne furono, cultore di Satana e dell’occulto, perciò
quando seppi che Maddamma avrebbe pubblicato un romanzo dell’orrore ne fui più
che interessato. È infatti una scrittrice molto peculiare, Manuela Maddamma:
appassionata di autori dalle vite tormentate e tragiche, studiosa e traduttrice
di Giordano Bruno, è una di quelle ottime stiliste che tendono a pubblicare
pochissimo e che dunque bisogna seguire con attenzione. Il suo primo
romanzo, Lascia che ti guardi, è del 2005. Ora, vent’anni dopo, esce il suo
secondo romanzo, L’affascino. Vent’anni sono molti.
L’affascino è un abile gioco a incastri che rende il lettore non più mero
spettatore di ciò che legge bensì parte attiva della storia narrata. Emilio
Della Torre è un giovane antropologo che viaggia in Salento per fare delle
ricerche sul tarantismo, rituale magico-religioso un tempo molto in voga nel Sud
Italia. Il racconto comincia in prima persona e, come in ogni vicenda horror che
si rispetti, non mancano le chiese e i preti, Dio e Satana, sebbene in seguito,
sfogliando dei rosari, Emilio osserverà che le preghiere e le croci non sono
altro che “una delle geniali trovate della superstizione, di quella religione
cattolica che da duemila anni mastica tutte le superstizioni precedenti”, come a
dire che ciò di cui si occupa lui – e di conseguenza la storia raccontata da
Maddamma: L’affascino – è ben più misterioso e terribile delle ordinarie
liturgie cristiane.
L’affascino è un romanzo che tratta del Male e dei morti e quindi dei fantasmi
che ospitano le nostre paure più ancestrali. La struttura del libro è in gran
parte binaria, alternando il diario di Irma, una bambina di tredici anni, ai
resoconti di Emilio, che dovrebbe prendersi cura di lei ma che è troppo
terrorizzato per farlo. C’è il “vecchio tema del doppio”, come lo chiama Borges
ne Il libro di sabbia, perché Irma – la bambina – è anche Mira, sua madre, o
forse soprattutto l’altra Mira che la perseguita: il bianco spettro di una
bambina che compare pure a Emilio e che di fatto regge il pathos dell’intero
romanzo.
Ci sarà un esorcismo. Ci sarà un tentato suicidio. C’è una casa infestata e c’è
una maledizione. Tuttavia c’è anche molta letteratura, dai grandi modelli
ottocenteschi (soprattutto Poe, Stevenson e James) fino a La Tigre Assenza di
Cristina Campo, perché a un certo punto Emilio si dice: “Non sono vane le parole
della poetessa, quando conia la definizione di Tigre Assenza. Cos’è infatti,
l’assenza della persona cara, se non un essere immondo, dal passo leggero e la
stretta definitiva?” Ogni fantasma è quindi un essere immondo. Ogni morto non
può che essere una Tigre Assenza.
Chi afferra la massima irrealtà plasmerà la massima realtà, recita il titolo di
uno dei capitoli del libro, riprendendo Hofmannsthal, quando Emilio si dispera
di non poter combattere il Male e la piccola Irma continua a deperire davanti ai
suoi occhi. Emilio però non vuole che la bambina fugga la casa maledetta,
egoista nel proprio terrore come se fosse anch’egli un fantasma. Così scrive:
> “Ho sbirciato nel Diario che da un bel po’ tiene nascosto sotto il materasso;
> nessun piano di fuga per ora. Tracce della piccina sì, non smette di
> tormentarla. Ieri non ha potuto dormire perché dal cuscino le arrivava la sua
> vocina ad augurarle la malanotte, una voce prima fievole e poi più nitida e
> acuta a rivelarle un sortilegio e infine assordante a urlarle: ‘È una strega
> malvagia!’ Allora si è tirata su e ha acceso la luce della lampada per
> pregare, ma le parole si ingarbugliavano.”
La piccina è il Male, lo spettro che infesta la casa e il funesto doppio di
Irma. La bambina si salverà? E Emilio? Cosa vuole dirci la frase di
Hofmannsthal? Se i morti non sono reali, in quale malefica irrealtà possono
condurci? L’innocente purezza di Irma, come lo spavento del lettore, è destinata
a soccombere al Demonio?
L’accavallarsi del diario di Irma e dei resoconti di Emilio portano la tensione
narrativa al culmine, in un crescendo emozionale e stilistico che – nel momento
della rivelazione del Male, ossia della maledizione e dell’invocazione al
Maligno – ci regalerà quel brivido di terrore proprio della grande letteratura
gotica di cui tanto sentiamo la mancanza.
Manuela Maddamma scrive e pubblica poco, forse memore della lezione di Cristina
Campo (“Ha scritto poco, e le piacerebbe aver scritto meno”), ma ciò che scrive
ci turba e ci piace. L’affascino è un romanzo dell’orrore che merita di essere
letto e che inquieta anche dopo la lettura. Gli innocui spaventi delle serie tv
e dei best-seller di genere sono lontani, per fortuna. Dalle profonde tenebre
dei nostri cuori ammaliati dal racconto, Satana sa ancora sorprenderci.
Edoardo Pisani
*In copertina: Gerard David, Il giudizio di Cambiase, 1488
L'articolo Nonostante la degenerazione del genere horror, ciò che scrive Manuela
Maddamma ci turba e ci piace proviene da Pangea.