Tradurre: arte da trapper.
Sfogliando la “Treccani” siamo naturalmente in sintonia con il secondo
significato del lemma. “Escursionista che viaggia con un equipaggiamento
elementare, alla ricerca di un contatto diretto con la natura”. Ecco, con
esattezza, ciò che fa il traduttore. “Viaggia” – cioè: si muove in luoghi ignoti
– “con un equipaggiamento elementare” – cioè: al netto di sé, quasi nudo, senza
orpelli, leggero – “alla ricerca di un contatto diretto con la natura” –
cioè: contattando, toccando chi deve tradurre. Vicenda, dunque, di tende,
stelle, alberi, fiumi. Ricongiungersi a un Oriente: orientarsi. O meglio:
imparare a perdersi.
Che paradosso: tradurre è un esercizio di spoliazione. Si comprende la propria
voce – il proprio volto – dando voce a un altro. Servizio è questo
scortecciarsi, verbo dopo verbo. Voce come sinonimo di ascia – di lasciare.
È però col primo significato della parola trapper che dobbiamo fare i conti.
“Cacciatore di pellicce”. Trapperproviene da to trap: interrare trappole.
Tradurre: rivestirsi della pelle/pelliccia di un altro. Vendere la pelliccia di
un altro. Vendere cara la pelle.
Interrare trappole, cioè: le strategie verbali che servono per intrappolare il
tradotto. Il linguaggio, inevitabilmente, è una gabbia – il linguaggio uccide.
Il linguaggio-esca. Il linguaggio-escamotage. Il linguaggio non esce mai allo
scoperto – si copre, si fa scoprire. Scotenna. Tradurre è azione che riguarda la
malizia, l’odore, l’attesa, la ricerca. La sessualità. L’agguato. La morte.
Bisogna intrappolare la lingua dell’altro.
Intrappolare, a volte, è un sinonimo di liberare.
In un modo o in un altro tradurre riguarda uno sconfinamento – si va in terre
diverse, riemerse; a volte ostili – e un atto di predazione. Non si dà
traduzione senza lotta – ciò che resta al lettore è un sentore di sangue alle
labbra.
C’è chi dice che la traduzione è impossibile; basta intendersi sul senso del
tradurre. Secondo alcuni, invece, è nel tradurre – cioè: nella morte
dell’originale – che si realizza compiutamente un testo. Un testo si realizza
quando viene trascinato in un’altra lingua, cioè in un’altra casa. Che gusto
avrà ora? Le parole originarie si scoprono quando perdono ogni origine. Le
parole si scoprono quando rompono il servizio buono, quando irrompono, spaccano
i bicchieri, fanno arrabbiare i frontalieri del galateo.
Detto in modo analogo: tradurre è camminare. Nel cammino, la semente di parole
in bisaccia può diventare leggenda, può levitare in cielo, in ghepardo, in
capodoglio. Oppure, possiamo sprecarla. Gettarla via. Darla alle lepri di turno.
Tornare dal viaggio privi di lingua – ammutoliti. Sul quaderno, qualche disegno
di panorami abnormi e di castelli in aria. Del tradotto, non c’è più traccia:
l’abbiamo bevuto come latte. Ci ha salvati – ci ha permesso di tornare sani e
salvi a casa. Una casa, però, alla luce del viaggio, che non è più casa – è una
candela, ora; la fissiamo mentre si consuma.
Tradurre è un esercizio rischioso perché rischiamo, compiendolo, di consumarci.
Di erodere la propria lingua fino al silenzio. Che fortuna, allora, non avere
più riparo e ricostruire un linguaggio dalla terra, dai bramiti, dalle stelle.
In un libro uscito per Gallimard trent’anni fa, D’une lyre à cinq cordes,
Philippe Jaccottet, il grande poeta svizzero di lingua francese, assembla
diverse, occasionali traduzioni, spesso dall’italiano (Petrarca, Tasso,
Leopardi, Ungaretti, Montale, Luzi…). È interessante la prospettiva traduttiva
di Jaccottet, animata, scrive il poeta, da un “desiderio di cancellarmi, di
cancellazione”. Il poeta è intimidito dagli “artifici, dagli ingegnosi e
superflui cambi di tono, dagli eccessivi ornamenti che avrebbero prodotto
soltanto, a mio parere, monotonia, insipidezza, banalità”. Naturalmente,
Jaccottet è consapevole che “ogni pretesa di trasparenza, cioè di servire il
testo originale senza interferire, è in larga misura un’illusione quando non una
follia”. È un principio fisico: il punto di osservazione e
l’osservatore determinano in qualche misurabile misura – o dismisura –
l’osservato. Non esiste innocenza né ingenuità al mondo:
esistono rapporti (ingegnosamente ingenui).
Ad ogni modo, c’è una cosa fatalmente mirabile in ciò che scrive Jaccottet. Un
poeta traduce cancellandosi. Perché una lingua splenda bisogna che la propria
lingua scompaia. Questa sparizione, in realtà, è come la bassa marea: ciò che
appare è un mondo, altrimenti ignoto, mai visto prima, di molluschi, figure
anfibie, pietre che brillano di un brillio che sembra il capovolgimento delle
costellazioni. Il mare che si fa terra e che si fa cielo. Ecco cos’è il
tradurre.
In questo esercizio, poi, abbiamo mescolato ulteriormente le carte. Traduzione
dalle traduzioni di Jaccottet (compresi i reflui biografici degli autori).
Esercizi di brigantaggio, a valicare ogni frontiera. Esercizio di chimera. Del
loto lotto dei tradotti, abbiamo preferito i predestinati: poeti sgangherati dal
regime, votati alla poesia fino alla morte (Osip Mandel’štam); poeti costretti
al silenzio da poteri vili e avversi (Jan Skácel); poetesse issate sull’abisso
interiore (Christine Lavant), armate di indifesa solitudine (Erika
Burkart). Ciascun poeta si sceglie i propri lari: Jaccottet era in sintonia con
il dire di Rilke e di Hölderlin; ha tradotto Robert Musil, Carlo Cassola,
l’Odissea. Eppure, forse, per un poeta sono più importanti le traduzioni
inattese, occasionali, giunte da un altrove dei propri gusti. Sono quei
poeti-guastatori a intrappolarci. Ecco che il rapporto, non più governato, si
rovescia: è il tradotto il vero trapper– intrappola il traduttore, lo arretra
nella resa, gli fa lo scalpo.
**
Osip Mandel’štam
(1891-1938)
“Più che per ogni altro poeta, occorre pudore nel ridurre a biografia il destino
di un uomo che, come ha scritto Josif Brodskij, ‘ha lavorato trent’anni per la
poesia russa e la sua poesia resisterà finché resisterà la poesia russa’,
stroncato dal regime sovietico all’età di quarantasette anni… Insieme ad Anna
Achmatova, Boris Pasternak e Marina Cvetaeva è una delle figure più importanti
della poesia del XX secolo”.
Mi lavo, è notte, nel cortile
e il cielo brilla di stelle barbare.
Il loro bagliore è come sale sull’ascia
e il catino, colmo fino all’orlo, si fa freddo.
Il chiavistello chiude il portale
e la terra, in coscienza, è rude.
Trama più pura di questa verità
di questa franca tela, non puoi trovare.
Nel catino, la stella si scioglie come sale
e l’acqua gelida diventa nera
la morte è più pura, la sventura è salata
e la terra diventa vera, formidabile.
*
Alle mie labbra porto queste erbe
questa fangosa legislazione di foglie
questa terra idolatra, madre
di bucaneve, aceri, querce.
Guarda come divento cieco e forte
sottomesso alle misere radici:
non è forse troppa luce per gli
occhi questo parco in fiamme?
I rospi come biglie di mercurio
creano un globo con le loro voci
ramificate, i rami mutano in mani
la nebbia è una chimera di latte.
**
Christine Lavant
(1915-1973)
“Figlia di un minatore nella valle di Lavant, in Carinzia, nata Christine
Habernig Tonhauser, visse in condizioni di estrema povertà, tormentata da gravi
malattie. Costretta a lasciare la scuola a quattordici anni, imparò a lavorare
la maglia, suo mezzo di sostentamento. Scrisse dal 1932, giovanissima: bruciò i
suoi manoscritti dopo il rifiuto di pubblicare infertole da un editore. Nel 1939
sposò un pittore di trent’anni più anziano di lei. Nel 1945 riprese a scrivere
dopo aver letto, stupefatta, Rilke. Le sue raccolte principali apparvero tra il
1956 e il 1962. Piacque a Thomas Bernhard”.
Che bello: sono per sempre nascosta.
Il mio io – per meglio contrastare la terra –
si è unito alla luna: ora puoi
dormire tranquillo.
Il luogo in cui ci siamo incontrati
non appartiene al tempo.
Perdonami, ti ho esumato
da strati di solitudine – questo solo so.
Forse anche il tuo cuscino
è pregno di rugiada, forse
dalla cima del trespolo
ti sembra stridulo il canto del gallo.
Forse il mattino, limpido
come un vetro, sorge dal tetto
mentre crolli
perché non hai dormito.
Dunque, non sono io a tormentarti
io sono la serva che al chiaro di luna
sbuccia le mele senza mangiarle.
*
Ferite, ghiaia, piccoli incendi –
era doloroso non camminare sul velluto
ma ora devo sopportare questa pena
e sentire le crepe del cranio
allargarsi prima della marea
di questa incoercibile solitudine –
che angoscia! È una bestia e grida
e una pietra fa il miracolo
se la tieni per la punta.
L’uccello era così gentile e spesso
così pieno di gioia che è fuggito, impaurito.
Signora, ora hai tutto il bottino
che potevi avere dalla razzia.
A parte me! Barbara e chiara
mi isso sul mio alto violento coraggio
e attendo senza timore la tua marea.
*
Riporta da ogni commemorazione
il tuo astioso nome
riportalo prima che il rosso gallo
intenerisca una buona volta il mio cuore.
Tra poco vedremo fiammeggiare
l’albero delle stelle, dopo la curva,
la pietra sotto la stazione, tre quarti di città
e il misericordioso volto del Potente.
Ogni umana bocca
da cui inavvertitamente è sfuggito il nome
brucerà e il tuo annuale accerchiarmi sarà cenere
nel dolente albero della mia vita.
Riporta il tuo nome senza indugi!
Ho esaurito le ultime forze
deponendolo sul cuore di mia madre morta:
sarà consumato – anch’esso – dal dolore.
*
Erika Burkart
(1922-2010)
“Dopo molti anni dediti all’insegnamento, ha vissuto in campagna dividendo il
tempo tra le faccende domestiche, la cura del giardino e del frutteto,
l’attività letteraria. Ha pubblicato diversi romanzi e diverse raccolte di
versi, frutto di una amorevole contemplazione del mondo naturale, riflesso in
una profonda esperienza interiore”.
Voci dall’alba
Attendo l’arrivo
del primo uccello.
Una lingua che dice
ciò che non so dire.
Ho gli occhi chiusi
ho aperto il corpo
in direzione
delle voci.
La rugiada inzuppa
l’erba. Il sonno
ha smosso il presagio
del sole.
*
Il tavolo
Ricoperto di edera
il tavolo arrugginito del giardino
coperto di foglie e di verdi ombre
verde o soleggiato
maculato di rosso
dimentica di essere
un tavolo, che uomini e donne
si sono seduti, qui, passandosi
tè e pasticcini sulla tovaglia
sfrecciando sguardi
chiacchierando in estate
oppure preferendo il silenzio –
popoli hanno sparecchiato
questo stesso tavolo
prima di tornare ciascuno
al proprio inverno.
**
Jan Skácel
(1922-1989)
“Dopo aver studiato filosofia a Brno, Jan Skácel ha lavorato come redattore
in alcune riviste e per la radio. Dal 1968 gli fu impedito di pubblicare, ma la
sua opera, radicata nella poesia popolare e di grande densità formale, trovò
comunque risonanza. Morì nel 1989, poco dopo aver ricevuto il premio Petrarca a
Lucca. In quell’occasione, Peter Handke elogiò la sua poesia, che dava ‘la
sensazione del calore dell’erba sotto i piedi nudi, d’estate’, accostando, con
ragione, la sua arte a quella di Mozart e di Schubert”.
Qualche quartina
amico, ho la città da traversare
le strade sono ancora vive
conficcano l’orgoglio alla croce
mentre cerchi il martello
*
desidero e ancora ho paura della notte
scusami, ho paura come un bambino
che dice non posso, la paura ha occhi
grandi come un gatto e buca la notte
*
e siamo di nuovo muti, la culla
scollata dal linguaggio è vuota
chiunque tocchi il silenzio
ormai lo scuote invano
*
si asciuga il silenzio appeso ai fienili
l’orso dei miei sogni ha svuotato gli alveari
il tempo arretra in un avvenire lontano
dietro casa è acquattato per sempre il passato
**
Sulla cima dell’estate
È giusto
che l’estate penda dal crepuscolo
sui rami il sorbo è intatto
e il tempo non ha gravità
agosto è prossimo come il cardo
sul sentiero, i giorni hanno i piedi stretti
lembi di dialogo sotto fragili stelle
è difficile credere che nel bosco
si approssimi autunno
gli alberi sono ancorati all’estate
e sembrano campane
la certezza pesa
è sorprendente che ogni lamento sia inutile
*In copertina: Józef Chełmoński, Estate indiana, 1875
L'articolo Per sempre nascosto. Qualcosa sull’arte di tradurre proviene da
Pangea.
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Qualche giorno fa, alla radio, davano Il mattino di Grieg. Alle elementari, il
maestro di musica ci faceva suonare Il mattino: gli Aulos fischiavano nell’aula,
pervasa da un improvviso odore di larici. Nulla, nella periferia torinese dove
si esercitavano quei bambini, ricordava la Norvegia o le gesta di Peer Gynt,
l’eroe scapestrato di Ibsen. Le Alpi, lontane, inaccessibili, sembravano bianche
sfingi. Secondo i pitagorici, il flauto è “troppo sfrenato” (così Giamblico) per
indurre alla contemplazione: le loro danze si sviluppano lungo le elitre della
lira. Eppure, Il mattino è una musica vitrea, traslucida, si frantuma ovunque,
come crisalidi di zucchero.
Non ricordavo che Edvard Grieg si fosse fatto seppellire in una parete rocciosa,
poco lontano dalla sua casa, Trodhaugen, presso Bergen. Il sepolcro guarda
l’oceano, assediato da felci, muschi, piante – nessuno, tranne gli uccelli
marini, può onorare il grande compositore. Grieg non voleva fiori, non voleva
pianti. Grieg è raffigurato sempre con lunghi baffi che rassegnano il suo viso a
quello di uno sparviero.
*
Il sepolcro di Grieg – e la sua poetica, da autodidatta e naïf – rimanda in me
alla poesia di Christine Lavant. Inaccessibile, vertiginosa per eccesso di
semplicità, rivolta agli elementi primi del creato – il sole e la luna, la
pioggia e la pietra – più che all’uomo. Tesa, intendo, verso l’umano, verso
quella candida ferocia, che non all’umanità: verbo che mette conifere e artigli,
che spaura l’inno in uno scoccare di frecce.
*
Nata Thonhauser nel luglio del 1915, in Carinzia, Christine Lavant – il nome
ricalca quello della valle in cui è cresciuta – è tra i poeti più eccentrici e
insondati del secolo. Figlia di un minatore e di una sarta, afflitta dalla
scrofola, da continui mali, diseguale l’educazione, presto interrotta, la Lavant
scrive come in una camera d’attesa del creato, nell’antiporta dell’Eden, di
uomini ancora indecisi tra la forma dell’angelo e quella del leone, della serpe
e del toro. Il sentire della Lavant, il suo dire scampanio, non ha mediazione
retorica, giunge dal fondaco biblico, da quel residuo d’uomo che chiamiamo
candore.
*
Sulla strada della Lavant, Rilke, il lupo orfico, che la marchia a fuoco. Lo
legge durante uno dei ricoveri, a Klagenfurt, negli anni Trenta. Christine
impara a cucire per darsi in pasto al quotidiano; scrive come una forma
dell’andare mendicando. Tentare un gemellaggio tra ago e penna, tra cucitura e
scrittura – punto intermedio: la cicatrice.
Seguono i primi rifiuti, le violente reazioni: brucia i taccuini, albeggianti
nel fuoco, tenta il suicidio, affossa nella depressione. Di lì, l’ingresso nella
casa di cura – i valligiani le danno della pazza, e lei è lì, reclina nell’aura
di santità dei marginali e dei dementi. Dopo la morte dei genitori, nel 1938 –
che è poi uno sbandarsi, un vivere senza più bende – Christine si sposa con
Josef Habernig, pittore, colto, già proprietario di terre, di trentacinque anni
più grande di lei. Usava indossare un velo, a celare il cranio.
> “Dopo la morte dei miei genitori, mi sono trasferita in una soffitta. Così,
> interruppi l’incanto. Pensai che l’ira con cui scrivevo fosse una malattia,
> volevo sedarla, non si addiceva alla povera persona che ero. Finché non ebbi
> trent’anni. Lavoravo a maglia tutto il giorno per i contadini, leggevo, mi
> auguravo – secondo i modi di nostra madre – di avere un tetto sopra il cranio
> e un posto buono per dormire. Finché un giorno, contro mia volontà, mi è stato
> imposto un volume di versi di Rilke. Lo presi per non offendere la
> bibliotecaria che me l’aveva offerto. Nulla sapevo di Rilke, non intendevo
> leggere poesie – ostacolavano il mio lavoro. Poi l’ho letto. Galoppata di
> nuvole sopra di me. Non ho fatto che scrivere versi. Giorno e notte”.
*
Miracolata da Rilke, che giunge come un dio tra le nubi – ma di Rilke, Christine
tiene l’esubero, la carcassa. Nessun vello retorico, nessun veicolo filosofico:
soltanto denti, ossa, le scattanti figure della predazione. Di Rilke, il profilo
centauro.
*
Lento, lentissimo approvvigionarsi di onori. La prima raccolta nel 1949; nel ’54
ottiene il Premio Georg Trakl. Usciranno “La ciotola del mendicante” (1956), “Un
fuso nella luna” (1959), “Il grido del pavone” (1962). L’amore per il pittore
Werner Berg le dona dionisiaca ispirazione. Christine scrive fino a trenta
poesie al giorno; finché la soglia tra vita e scrittura si deforma, si sfascia,
la donna crolla in collasso nervoso.
Di migliaia di versi si compone il canzoniere di Lavant – dissennato, diseguale,
inabile ad alcuna didattica lirica. Va amato questo sperpero di sé, questo
intenebrarsi nel linguaggio, ogni giorno, come una lotta al quotidiano. Come una
tacca sul bastone, come un intaccare la luce. Ci è stato detto di una poesia
raffinata fino all’alambicco, di poche perfettissime parole: chessò, i testi di
Eliot e di Valéry, l’opera ben ragionata di Montale, di Ungaretti. Invece,
penetrare nell’oceano fino a perdere il giudizio – fino allo scafo capodoglio.
Dunque: la scrittura continua di Lorenzo Calogero, il milione di versi di Gian
Giacomo Menon, la lirica perpetua, almeno una poesia al giorno, di Ghiannis
Ritsos. A questa indecente generosità segue, di solito, la reticenza,
l’incomprensione, il disorientamento. Ma è quello: perdersi in un’opera
immeditata e immensa, darsi alla danza. Altri vadano con il bilancino
dell’orafo, a pesare aggettivi ed endecasillabi – qui si è nel ritmo, nel gorgo
– senza poesia, non sorge il sole, nasce obliquo, mero astro-feto, infecondo.
*
> “Poesia, nemico mortale. È lei che mi ha fatto invecchiare così presto, mia
> prematura morte”.
Dopo la morte del marito, nel 1964, Christine piomba nell’abulia, nel disastro
dei nervi. Nel 1970 riceve il “Großer Österreichischer Staatspreis”, tra le
massime onorificenze conferite all’eccezionalità letteraria dallo stato
austriaco, andata, tra gli altri, a Elias Canetti e a Ingeborg Bachmann.
Christine Lavant muore tre anni dopo, in giugno. Nel 1978 esce, postuma, la
raccolta “Un’arte come la mia è solo vita mutilata”: nel titolo già si è negli
argini di una poetica che risolve, a contrario, l’estasi della “vita come opera
d’arte”. In Christine è il senso animale, l’andare con mani a maggese, a
setacciare particole e rovi.
Piaceva a Thomas Bernhard, la poesia di Christine Lavant. L’aveva conosciuta
negli anni Cinquanta, Bernhard, poco più che ventenne, quando praticava la
lirica, con toni campali, marziali, di campo (una selezione delle poesie di
Bernhard è in Sulla terra e all’inferno e Sotto il ferro della luna, entrambi
editi da Crocetti). Proprio Bernhard, nel 1987, per Suhrkamp, cura una
serratissima antologia di Poesie di Christine Lavant, da cui la traduzione di
Anna Ruchat per FinisTerrae (2022; già Effigie, 2016).
Tra le altre cose – tratte dal carteggio tra Bernhard e Siegfrid Unseld, 2009 –
Bernhard scrive che “La nostra poetessa è tra le più interessanti e merita di
essere conosciuta nel mondo intero”. E più in particolare:
> “La Lavant era un essere assolutamente terreno, molto intelligente e
> raffinato. Viveva sopra il tetto di cemento di un supermercato e batteva le
> sue poesie direttamente a macchina. Per me tutto questo è molto più
> significativo di tutte le menzogne raccontare sulla sua estraneità al mondo,
> sul suo romanticismo valligiano e su un destino voluto da Dio”.
L’estranea è nel mondo ben più dei mondani, gli straniti.
Aveva quel volto ligneo, uscito dalla bottega di Bruegel, la nobiltà di una
regina di Saba in stracci – la nobiltà di chi lancia le briciole alle stelle, i
suoi piccioni.
**
Voglio condividere il pane con i pazzi,
ogni giorno un pezzo di questo grande orrore,
anche la campana nel cuore,
là, dove il colombo fa il nido
e trova un minuscolo asilo
nella selva sulle acque.
A lungo ho vissuto come pietra
sul fondo delle cose.
Ma ho sentito la campana
sussurrare il tuo segreto
nei pesci volanti.
Imparerò a volare e a nuotare
e lascerò tutto ciò che è pietra sotto la pietra
lascerò la malinconia coricata nella madreperla,
ma solleverò in alto la rabbia e la miseria.
Le mie ali sono più antiche della tua pazienza,
le mie ali sono volate oltre il coraggio,
che s’era fatto carico dell’errare.
Voglio condividere il pane con i pazzi
là, nella spaventosa selva del colombo
dove la campana divide in tre parti il grande terrore
trasformandolo nel suono tripartito del tuo nome.
*
Caccia via da me la stella,
che sghignazza così, senza motivo,
tu, cane del vicino!
Dille una parola di cane!
Abbaiale contro qualcosa di cattivo,
inseguila come fosse selvaggina,
non mi serve una costellazione,
il mio Cane Minore ora sei tu!
Pensi forse che non basti
per questo cuore nero?
Colpisce alla cieca il dolore
e lo morde finché non si spezza.
Non hai fame, cane?
Andate e mangiate entrambi!
La stella s’è ritirata lontano
ora io piango senza motivo.
*
Solo un ramo secondario del sonno,
selvaggio e bastardo, allevato dalle droghe
si prende cura a volte della mia anima.
Due esseri abusati a servizio l’uno dell’altro,
consolano quel che ancora va consolato
e benevoli nascondono ciò che sanno
mettono al mondo sogni dimidiati
cerei e senza volto
ignoranti di pazienza e cura
sciolti già al primo canto del gallo.
E tuttavia sono figli piccoli
battezzati di corsa, tutti consacrati
a colui che li ha sacrificati entrambi
come due schiavi o cani randagi
mentre il buon nobile sonno
si corica soltanto con anime illustri.
*
Dimentica il tuo ciarpame, Creatore!
O sarai creatore
di ciò che è cadavere e lo rimane
e si unisce alla terra
ben più volentieri che al cielo.
Vai, continua ad ammantare i gigli
corrompi pure i passeri con il miele vergine –
io vivo di ruggine e muffa.
Tu dici che questo non mi sazia
e blateri della città di Dio
che molti conquistano con il digiuno.
Non io! Mi piace vivere nell’argilla
per diventare pietra e tuttavia
mai esserti di peso.
*
Decrepita fisso la ruota del tempo.
Come girano lentamente ora i raggi del sole!
Nessun mastro m’insegna a raggiungere lo scopo,
ma spesso sembra che io sia un’iniziata.
Le persone più vicine mi hanno consegnata
a ciò che vi è di comprensibile nelle caverne
dell’abbandono e le mie dita scivolano
lungo la scrittura ideografica che sa ogni cosa.
Come preferirei star seduta tra i papaveri
tra consolazione, speranza e un po’ di malafede
perché qui tutto ha già i lineamenti chiari
della dura verità – si muore assiderati.
*
Hai modificato tu il paesaggio tra noi.
Ogni cosa tra nuvole e radici ha subito gravi danni.
I fratelli non dormono più l’uno accanto all’altro
e il ponte della fiducia è sparito dagli occhi di tutti.
Non so più su cosa cammino, né dove vado,
perché la tua voce non mi porta nessun vento,
nessun richiamo d’uccello né rumore di fogliame.
Quattro volte verso il basso spinge la direzione del cielo
e la mia mano, che cerca la tua manica,
torna vuota e segnata.
Ora lo grido a perdifiato ed è come tempesta, che mi fa nuda,
tutta nuda, fino all’anima e senza vergogna sotto le stelle.
Perché, dimmi, perché mi hai lasciato il gridare?
E il cartiglio degli occhi sotto la fronte apprensiva?
Perché non mi hai strappato il cuore dalle costole,
perché non l’hai calpestato e dato, a pezzetti, in pasto ai cani?
Questo avresti dovuto fare prima di consegnarmi al villaggio!
Perché è questo l’inferno di cui sognavo con terrore da bambina,
e di certo anche prima nel corpo affamato di mia madre.
Tutto viene di lì.
Di lì sono venuta io, smilza e avida di miracoli,
che uno di essi alla fine mi rendesse bella
per le cose dell’amore e più tardi nella trasparenza degli angeli.
Tu avresti potuto farlo!
Lo sento ancora, sotto la cute, dove gemendo la bestia cresce.
Traduzione di Anna Ruchat
Da Christine Lavant, Poesie. Scelte da Thomas Bernhard, tr. it. di Anna Ruchat,
FinisTerrae, Como-Pavia, 2022.
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poetessa amata da Thomas Bernhard proviene da Pangea.