“Sei figlia di due matti”. Vita luminosa di Ruth Rilke

Pangea - Friday, February 20, 2026

Siamo nel 1957, in una giornata di fine estate nel villaggio di Fischerhude, vicino a Brema. L’atelier della scultrice Clara Westhoff è in fase di ristrutturazione. Sua figlia, Ruth Rilke, vi ha portato gli archivi del padre, deceduto nel 1926, e ormai celebrato come un grande poeta del Novecento. Fuori, in giardino, sulle rive del fiume Wümme, dove i martin pescatori nidificano sotto i vecchi salici, Ruth è attraversata dai ricordi della sua infanzia e della vita movimentata (e complicata) che ha condiviso con i genitori, artisti d’eccezione.

Alles behalten für immer. Ruth Rilke (“Trattenere tutto per sempre. Ruth Rilke”) è concepito come un romanzo basato sulle memorie del passato di Ruth e include numerose citazioni originali tratte dalle lettere e dall’opera del padre. A partire dal titolo del libro, che è il ventunesimo verso della Nona Elegia duinese. L’autrice, Erika Schellenberger, docente all’università di Marburgo, si concentra sulle fasi della vita personale di Ruth e sui fili che la legano tanto al padre quanto alla madre.

Grazie a lunghe conversazioni con la figliastra di Ruth, Uta Addicks – figlia del secondo marito, Willy Fritsche –, Schellenberger ha avuto accesso a informazioni di prima mano e a materiali inediti dell’archivio familiare raccolto da Ruth a Fischerhude, poi approfonditi con rigorose ricerche negli archivi Rilke di Berna e di Marbach. 

Commovente – e a tratti spiritoso –, questo libro offre quindi un intimo sguardo sulla paternità di Rilke, sul suo legame con Clara e con la “piccola grande Ruth”, che ha gelosamente custodito l’eredità di famiglia come un autentico compito di vita. A tre anni dalla morte della madre, nell’estate del 1957, Ruth cerca di organizzare lo sterminato materiale letterario e privato raccolto nel Fondo Rilke conservato a Weimar fino alla fine della Seconda guerra mondiale, poi spostato a Brema ed ora finalmente davanti a lei, “a casa”. Ci sono anche le carte che lei e Willy hanno recuperato a Muzot. 

In mezzo a questa montagna di carta, Ruth trova una lettera del padre a Lou Salomé, con i suoi ricordi su “loro tre”. Rilke descriveva la figlia in abito da contadina “come in un quadro di Millet”. Forse la proiettava già in un futuro di vita rustica: Ruth aveva lavorato in campagna a 17 anni e Knut Hamsun era “la sua Bibbia”. Più oltre la chiama “Contadinella” e dice che ama “la semplicità e la durezza” della vita rurale. Non è del tutto vero, si trova a pensare la Ruth cinquantaseienne: forse la durezza dei lavori agricoli, quella disciplina di fatica, era stato un modo per sfuggire alla sfera artistica dei genitori… 

La figlia ricorda il padre che osservava i contadini al lavoro. Poteva fissare un’attività senza muoversi, intensamente, per ore, come aveva osservato Rodin all’opera, a Parigi, fino a coprirsi di polveri di metallo, fino a sembrare lui stesso una scultura. Mentre Rodin, instancabile, lavorava a fianco dei tagliapietre, Rilke si chiedeva quale strumento fosse necessario alla sua arte, lui che doveva lavorare con le parole… Il padre avrebbe, ora, nel 1957, 82 anni. I pioppi sono ormai altissimi, passeggerebbe volentieri sotto gli alberi. Forse gli darebbero fastidio i rumori della strada, il brusio dei lavori agricoli. A Berg non sopportava il rumore della segheria poco distante. “La vita – le aveva detto un giorno – non è una cosa per principianti”. Giusto, bisognava provarci. Ma – riflette Ruth – molte cose si imparano: nei lavori agricoli bisogna calibrare forza e ritmo, non stancarsi troppo presto. Ci vogliono equilibrio e riposo. Questo pensiero le è di conforto, quando torna al suo compito nell’archivio. Per ora le sembra una gran fienagione sparsa sul campo, e nemmeno l’ultima, tra i sette volumi delle opere complete e chissà quanti altri epistolari… al momento vi sono diecimila lettere da selezionare e “molto rumore per Rilke”. Ruth è ricercata da germanisti e studiosi. 

Mentre è in corso la ristrutturazione dello studio di Clara, si annuncia la visita di un giornalista radiofonico che vuole intervistarla. La raggiunge con un blocco per appunti e matita alla mano. Ha con sé l’edizione Insel delle poesie di Rilke. 

Ed eccola lì, con un cappello di paglia da uomo in testa, la “Figlia di tanto padre” e di Clara Westhoff, anche lei artista di eccezionale valore. “Cosa ricorda di sua madre? Come la descriverebbe?” le chiede il giornalista. E Ruth risponde: 

“Alta, forte, senza alcuno sfoggio. Riservata: non ho mai conosciuto una persona tanto autosufficiente. Aveva la sua arte: era il suo mondo, quasi monacale, ma si immergeva volentieri nel fiume con noi bambini”.

Ruth appartiene profondamente all’universo materno. Forte è il legame con la madre Clara, che presiede alla sua crescita con saggezza, consapevole del suo ruolo materno e del suo posto nel mondo. Clara rappresenta per Ruth la stabilità, la protezione, ma anche la libertà, “una ferma fortezza”, potremmo dire, per citare Lutero (i Westhoff e la stessa Ruth erano protestanti).

Clara: una donna dal grande talento che aveva scelto una professione insolita per quell’epoca, quando le donne potevano diventare pittrici ma non scultrici. La scultura era considerata troppo faticosa per una donna. Ma Clara non si arrese. Dopo aver frequentato la scuola d’arte di Monaco, andò a Worpswede da Fritz Mackensen, poi si trasferì da Max Klinger a Lipsia e approdò a Parigi, nel 1899, dove frequentò l’Académie Julian ed ebbe l’opportunità di partecipare ai corsi di anatomia. E lì incontrò Rodin, che la stimava e ammirava le sue opere. Nell’estate del 1900 tornò a Worpswede e conobbe Rilke. Si sposarono il 28 aprile 1901. Dopodiché, si trasferirono a Westerwede, dove a dicembre nacque Ruth. L’estate successiva, Rilke andò a Parigi e divenne il segretario privato di Rodin. “Un grande inizio. Non lo dimenticheremo mai” scrisse Rainer a Clara nel settembre 1902. “Vieni, ti manca solo uno studio”. 

Clara e Rilke nel 1903; si erano sposati due anni prima

Lei lo raggiunse a fine anno, anche se la separazione era già stata decisa. Lasciò la figlia con i nonni Westhoff e negli anni successivi lo accompagnò in Italia e Svezia, a Parigi e Berlino. Quando Ruth compì undici anni, nel 1912, per garantirle una buona educazione, si stabilì a Monaco, dove arrivò anche Rilke. (Sempre nel 1912 Clara si decise a chiedere il divorzio. Rilke acconsentì. Tuttavia, la separazione non fu mai formalizzata ufficialmente per ragioni burocratiche e i loro rapporti  rimasero sempre amichevoli e cordiali).

Ruth ripensa agli anni di Monaco, dal 1912 al 1917: quello fu l’unico momento in cui “loro tre” sono (quasi) stati una vera famiglia, pur vivendo in case separate. Suo padre andava ad aspettarla davanti alla scuola, un istituto per fanciulle a Schwabing. Ricorda le loro passeggiate, lei che cercava di tenere il ritmo del suo passo affrettato, la falcata agevolata dal bastone ereditato dal nonno, quello corto (Ruth lo aveva poi ritrovato nel primo baule recapitatole da Muzot dopo la morte del padre; l’altro bastone, quello più lungo, era rimasto alla “torre”). A Monaco il padre la aiutava a fare in  compiti per il giorno dopo, in particolare quelli di matematica. Quando veniva a pranzo da loro, Ruth gli preparava le verdure con la salsa bernese, estragone, scalogno, pepe (l’alimentazione sana era una delle fissazioni del padre; la governante, a Muzot, ne sapeva qualcosa…). Clara li raggiungeva dopo essersi ripulita le mani da strati di creta. La presenza di Rilke, “l’ospite tanto atteso”, restava come una luce nelle loro stanze, una luce che, anche dopo la sua dipartita e ancora adesso, davanti all’infinità di carte a cui dare un ordine, continua ad incoraggiarla…

Per i suoi 15 anni il padre aveva invitato a pranzo lei e le sue due amiche predilette. Le aveva fatto trovare 15 rose di un rosso non acceso, libri di Goethe e Matthias Claudius e una tazza di porcellana con un motivo di rose dipinte. E poi… il libro più amato: Canto d’amore e morte dell’alfiere Christoph Rilke, una prima edizione, con la dedica: 

“Ciò che nella nostra stirpe era ardimento
divenne per me paura: perché c’è ardimento anche nella paura.
Infine esprime in te la vita la giusta misura:
da paura e ardimento quieta sbocci.”

A Ruth per i suoi 15 anni
Monaco, 12 dicembre 1916

Ruth si sentiva proprio come una ragazza alfiere, di corsa, senza paura in città; cantava forte nei boschi, ripetendosi quelle strofe: “cavalcare, cavalcare tutto il giorno”. Prendersi la vita, prendere in mano le situazioni. I genitori erano artisti, i soldi mancavano. Ruth cercava di rendersi utile: sapeva, ad esempio, cucire a macchina, risparmiava il più possibile. D’altro canto, le lasciavano molta libertà e le dimostravano fiducia. Forse avrebbe desiderato un po’ più di responsabilità da parte loro, ma tutto era andato bene. La sua vita fluiva come il corso di un fiume tranquillo, una vita assennata. Le capitava di chiedersi se questo equilibrio non le venisse piuttosto dall’infanzia in campagna, dalla nonna materna che l’aveva cresciuta, dal giovane zio Helmuth, più giovane di Clara di 13 anni, pittore, con cui aveva imparato a disegnare, una delle grandi gioie della sua vita. Forse anche i lavori agricoli e i polli avevano contribuito…I genitori erano un po’ scapestrati. Una compagna di scuola le aveva detto un giorno “sei figlia di due matti”. Si era un po’ offesa… ma poi aveva lasciato correre.

Ruth vuole che tutto, a Fischerhude, rimanga intatto. La ristrutturazione non deve apportare cambiamenti: deve riflettere la casa come era un tempo, come se Clara fosse ancora lì… Dal Wümme le pare d’udire la sua voce, quando la chiamava per nome, con la sua caratteristica R arrotata “Rrrrruth!” Rivede la madre intenta a fissare un blocco da scolpire, inumidito durante la notte. Fa colazione col suo latte acido. Forse ha già in mente la forma che il blocco assumerà. Sul modelé influirà anche il vento e la sua direzione, così le aveva spiegato un giorno… Quanti venti anche nella poesia del padre: il vento che soffia dal mare e porta con sé destini e misteri…ma nella Nona Elegia aveva cantato le solide cose, prima tra tutte: la casa, lui che non ne aveva mai avuta una, se non la spartana torre di Muzot… 

“Forse noi siamo qui per dire: casa,
ponte, fontana, porta, brocca, albero da frutti, finestra,
al più: colonna, torre…” 

Nella veranda c’è ancora la panca, dalla forma curvata, in legno di salice: un lavoro della madre lodato dai paesani, come tanti altri suoi lavori che parevano “fatti da un uomo”. Era stata una pioniera, una combattente, una persona che bastava a se stessa. Aveva fortemente voluto la casa di Fischerhude, l’aveva progettata fin nei minimi dettagli, anche andando contro i pareri degli architetti. Aveva voluto usare l’arenaria per le cantine. Un giorno, come prevedibile, le cantine erano state allagate e il miracolo di Clara si era compiuto: avevano potuto svuotarle senza grandi danni. La madre era un’esperta di materiali e delle loro proprietà. Scolpiva busti, tra gli altri, quello di Gerhart Hauptmann, Ricarda Huch e quello, meraviglioso, di Paula Modersohn-Becker, la sua migliore amica, prematuramente scomparsa nel novembre 1907, pochi giorni dopo aver dato alla luce la sua bambina, Mathilde. All’epoca Ruth stava per compiere sei anni e quello era stato il suo primo lacerante incontro con la morte. Ricorda lo shock della madre nell’apprendere la notizia, la lettera disperata di suo padre… Per molto tempo Clara non aveva potuto sopportare la perdita dell’amica, poi aveva iniziato a modellarne il busto. Non era facile fissare l’atteggiamento tipico di Paula, il capo spinto leggermente in avanti, e al tempo stesso trattenuto tra le spalle. Infine Clara aveva modellato un torso come di una donna in bicicletta, sporta in avanti, ma attenta a mantenersi ferma sul sellino. Così l’aveva vista pedalare in salita tante volte. Ne era venuta una delle sue opere più riuscite.

Clara aveva anche scolpito il busto di Ruth undicenne, lo sguardo abbassato. Molti suoi calchi sono conservati nei sacchi (da caffè, il cui commercio era stata la proficua attività dei Westhoff) e nelle ceste, nella lavanderia. In soffitta, lei e Willy hanno trovato uno scheletro. Ruth ricorda che Clara lo chiamava “Wanda” (forse utilizzato per lo studio di posizioni, in seguito regalato a un’agopunturista). In un baule ci sono delle tuniche di provenienza egiziana. Bisogna svuotare la soffitta: sarà destinata a diventare un soppalco per l’archivio del padre. Bisognerà selezionare le cose, i documenti e le testimonianze da tenere, il resto dovrà sparire.

Ruth guarda la barca: ecco una cosa indispensabile, giacché Fischerhude è spesso invasa dall’acqua alta, e in quei momenti si trasforma quasi in un’isola. Si scorgono boe bianche sul fiume; con l’acqua bassa, si vedono i canali affluenti. Qui si poteva nuotare, galleggiare sui pneumatici, vedere i pesci. Qualcuno se li portava nella vasca da bagno. Ruth ricorda che il padre, un giorno, le aveva mostrato un uccello acquatico, la procellaria, ma questo era accaduto sul fiume Lahn. Aveva remato lungo: era un buon rematore (e un buon nuotatore).

La barca e la casa paiono le metafore del padre e della madre. Il padre che scioglieva sempre gli ormeggi, eterno pellegrino per il mondo. La madre, invece, era il suo punto fermo, con la sua bella, isolata casa. Quella dimora era stata il suo sogno, la sua vita, il suo paesaggio. Col tempo, in paese, presero a chiamarla “Mutter Rilke”, lei che da tanto tempo non aveva marito. Dal 1917, Clara aveva iniziato a progettare la sua casa, a Fischerhude, compresa la fila di pioppi. Vi si era stabilita con Ruth, continuando a scolpire senza sosta, lottando costantemente per la sopravvivenza economica. Il padre scherzava sul loro futuro insieme, ma poi non ci venne mai. Non era mai tornato fin là (aveva però contribuito alle spese).

Quando Ernst Zinn, il primo serio studioso di Rilke, le aveva chiesto, anni dopo, quale fosse l’ultimo ricordo del padre, Ruth aveva ripensato ad una gita al lago, quando “loro tre” si erano recati sul Chiemsee, nel 1917. Lei e il padre avevano nuotato assieme verso un’isoletta disabitata. Ma quello era solo l’ultimo ricordo di un tempo condiviso. In realtà lo aveva visto, per l’ultima volta, il 5 marzo del 1919, quando gli aveva portato dei biglietti per un concerto di Bach al Bachverein: il padre era rimasto sulla soglia del suo appartamento, lei era corsa via. Non si erano più rivisti.

Quando, nell’estate del 1922, Ruth si sposò con Carl Sieber, laureato in giurisprudenza e piccolo proprietario terriero, Rilke le fece pervenire una dote in denaro; per le nozze fece recapitare una torta da ricevimento. “L’avevo detto che non sarebbe venuto”, commentò lo zio Helmuth. La distanza era grande, dice Ruth, più di 900 km, e poi “sarà stato esausto dopo il completamento delle Elegie”.

Ruth ebbe tre figli (Christine, Josepha e Christoph) con Sieber, che poi morì prematuramente nel primo dopoguerra; si risposò in seconde nozze con Willy Fritsche, anche lui vedovo. Entrambi i suoi matrimoni furono felici. Willy e Ruth si tolsero la vita insieme nel 1972: pare fossero entrambi gravemente malati. Ma questo è detto solo nella postfazione. Della vita di Ruth è data, fino all’ultimo capitolo, un’impressione di serenità e appagamento, con lei intenta al lavoro negli archivi familiari, a rispondere a studiosi e galleristi, ad illuminare l’opera del padre e della madre. 

Grazie ad Erika Schellenberger la luce di Ruth Rilke potrà continuare a risplendere per sempre sull’amato fiume materno, sulle chiome dei salici e degli ontani, come una lanterna del celebre quadro di Modersohn, Lampionfahrt auf der Wümme. Una luce che emerge dall’oscurità, come il mistero che l’avvolge.

Marilena Garis

Per Gabriella, con gratitudine

*In copertina: Clara con Ruth Rilke

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