Siamo nel 1957, in una giornata di fine estate nel villaggio di Fischerhude,
vicino a Brema. L’atelier della scultrice Clara Westhoff è in fase di
ristrutturazione. Sua figlia, Ruth Rilke, vi ha portato gli archivi del padre,
deceduto nel 1926, e ormai celebrato come un grande poeta del Novecento. Fuori,
in giardino, sulle rive del fiume Wümme, dove i martin pescatori nidificano
sotto i vecchi salici, Ruth è attraversata dai ricordi della sua infanzia e
della vita movimentata (e complicata) che ha condiviso con i genitori, artisti
d’eccezione.
Alles behalten für immer. Ruth Rilke (“Trattenere tutto per sempre. Ruth
Rilke”) è concepito come un romanzo basato sulle memorie del passato di Ruth e
include numerose citazioni originali tratte dalle lettere e dall’opera del
padre. A partire dal titolo del libro, che è il ventunesimo verso della Nona
Elegia duinese. L’autrice, Erika Schellenberger, docente all’università di
Marburgo, si concentra sulle fasi della vita personale di Ruth e sui fili che la
legano tanto al padre quanto alla madre.
Grazie a lunghe conversazioni con la figliastra di Ruth, Uta Addicks – figlia
del secondo marito, Willy Fritsche –, Schellenberger ha avuto accesso a
informazioni di prima mano e a materiali inediti dell’archivio familiare
raccolto da Ruth a Fischerhude, poi approfonditi con rigorose ricerche negli
archivi Rilke di Berna e di Marbach.
Commovente – e a tratti spiritoso –, questo libro offre quindi un intimo sguardo
sulla paternità di Rilke, sul suo legame con Clara e con la “piccola grande
Ruth”, che ha gelosamente custodito l’eredità di famiglia come un autentico
compito di vita. A tre anni dalla morte della madre, nell’estate del 1957, Ruth
cerca di organizzare lo sterminato materiale letterario e privato raccolto nel
Fondo Rilke conservato a Weimar fino alla fine della Seconda guerra mondiale,
poi spostato a Brema ed ora finalmente davanti a lei, “a casa”. Ci sono anche le
carte che lei e Willy hanno recuperato a Muzot.
In mezzo a questa montagna di carta, Ruth trova una lettera del padre a Lou
Salomé, con i suoi ricordi su “loro tre”. Rilke descriveva la figlia in abito da
contadina “come in un quadro di Millet”. Forse la proiettava già in un futuro di
vita rustica: Ruth aveva lavorato in campagna a 17 anni e Knut Hamsun era “la
sua Bibbia”. Più oltre la chiama “Contadinella” e dice che ama “la semplicità e
la durezza” della vita rurale. Non è del tutto vero, si trova a pensare la Ruth
cinquantaseienne: forse la durezza dei lavori agricoli, quella disciplina di
fatica, era stato un modo per sfuggire alla sfera artistica dei genitori…
La figlia ricorda il padre che osservava i contadini al lavoro. Poteva fissare
un’attività senza muoversi, intensamente, per ore, come aveva osservato Rodin
all’opera, a Parigi, fino a coprirsi di polveri di metallo, fino a sembrare lui
stesso una scultura. Mentre Rodin, instancabile, lavorava a fianco dei
tagliapietre, Rilke si chiedeva quale strumento fosse necessario alla sua arte,
lui che doveva lavorare con le parole… Il padre avrebbe, ora, nel 1957, 82 anni.
I pioppi sono ormai altissimi, passeggerebbe volentieri sotto gli alberi. Forse
gli darebbero fastidio i rumori della strada, il brusio dei lavori agricoli. A
Berg non sopportava il rumore della segheria poco distante. “La vita – le aveva
detto un giorno – non è una cosa per principianti”. Giusto, bisognava provarci.
Ma – riflette Ruth – molte cose si imparano: nei lavori agricoli bisogna
calibrare forza e ritmo, non stancarsi troppo presto. Ci vogliono equilibrio e
riposo. Questo pensiero le è di conforto, quando torna al suo compito
nell’archivio. Per ora le sembra una gran fienagione sparsa sul campo, e nemmeno
l’ultima, tra i sette volumi delle opere complete e chissà quanti altri
epistolari… al momento vi sono diecimila lettere da selezionare e “molto rumore
per Rilke”. Ruth è ricercata da germanisti e studiosi.
Mentre è in corso la ristrutturazione dello studio di Clara, si annuncia la
visita di un giornalista radiofonico che vuole intervistarla. La raggiunge con
un blocco per appunti e matita alla mano. Ha con sé l’edizione Insel delle
poesie di Rilke.
Ed eccola lì, con un cappello di paglia da uomo in testa, la “Figlia di tanto
padre” e di Clara Westhoff, anche lei artista di eccezionale valore. “Cosa
ricorda di sua madre? Come la descriverebbe?” le chiede il giornalista. E Ruth
risponde:
> “Alta, forte, senza alcuno sfoggio. Riservata: non ho mai conosciuto una
> persona tanto autosufficiente. Aveva la sua arte: era il suo mondo, quasi
> monacale, ma si immergeva volentieri nel fiume con noi bambini”.
Ruth appartiene profondamente all’universo materno. Forte è il legame con la
madre Clara, che presiede alla sua crescita con saggezza, consapevole del suo
ruolo materno e del suo posto nel mondo. Clara rappresenta per Ruth la
stabilità, la protezione, ma anche la libertà, “una ferma fortezza”, potremmo
dire, per citare Lutero (i Westhoff e la stessa Ruth erano protestanti).
Clara: una donna dal grande talento che aveva scelto una professione insolita
per quell’epoca, quando le donne potevano diventare pittrici ma non scultrici.
La scultura era considerata troppo faticosa per una donna. Ma Clara non si
arrese. Dopo aver frequentato la scuola d’arte di Monaco, andò a Worpswede da
Fritz Mackensen, poi si trasferì da Max Klinger a Lipsia e approdò a Parigi, nel
1899, dove frequentò l’Académie Julian ed ebbe l’opportunità di partecipare ai
corsi di anatomia. E lì incontrò Rodin, che la stimava e ammirava le sue opere.
Nell’estate del 1900 tornò a Worpswede e conobbe Rilke. Si sposarono il 28
aprile 1901. Dopodiché, si trasferirono a Westerwede, dove a dicembre nacque
Ruth. L’estate successiva, Rilke andò a Parigi e divenne il segretario privato
di Rodin. “Un grande inizio. Non lo dimenticheremo mai” scrisse Rainer a Clara
nel settembre 1902. “Vieni, ti manca solo uno studio”.
Clara e Rilke nel 1903; si erano sposati due anni prima
Lei lo raggiunse a fine anno, anche se la separazione era già stata decisa.
Lasciò la figlia con i nonni Westhoff e negli anni successivi lo accompagnò in
Italia e Svezia, a Parigi e Berlino. Quando Ruth compì undici anni, nel 1912,
per garantirle una buona educazione, si stabilì a Monaco, dove arrivò anche
Rilke. (Sempre nel 1912 Clara si decise a chiedere il divorzio. Rilke
acconsentì. Tuttavia, la separazione non fu mai formalizzata ufficialmente per
ragioni burocratiche e i loro rapporti rimasero sempre amichevoli e cordiali).
Ruth ripensa agli anni di Monaco, dal 1912 al 1917: quello fu l’unico momento in
cui “loro tre” sono (quasi) stati una vera famiglia, pur vivendo in case
separate. Suo padre andava ad aspettarla davanti alla scuola, un istituto per
fanciulle a Schwabing. Ricorda le loro passeggiate, lei che cercava di tenere il
ritmo del suo passo affrettato, la falcata agevolata dal bastone ereditato dal
nonno, quello corto (Ruth lo aveva poi ritrovato nel primo baule recapitatole da
Muzot dopo la morte del padre; l’altro bastone, quello più lungo, era rimasto
alla “torre”). A Monaco il padre la aiutava a fare in compiti per il giorno
dopo, in particolare quelli di matematica. Quando veniva a pranzo da loro, Ruth
gli preparava le verdure con la salsa bernese, estragone, scalogno, pepe
(l’alimentazione sana era una delle fissazioni del padre; la governante, a
Muzot, ne sapeva qualcosa…). Clara li raggiungeva dopo essersi ripulita le mani
da strati di creta. La presenza di Rilke, “l’ospite tanto atteso”, restava come
una luce nelle loro stanze, una luce che, anche dopo la sua dipartita e ancora
adesso, davanti all’infinità di carte a cui dare un ordine, continua ad
incoraggiarla…
Per i suoi 15 anni il padre aveva invitato a pranzo lei e le sue due amiche
predilette. Le aveva fatto trovare 15 rose di un rosso non acceso, libri di
Goethe e Matthias Claudius e una tazza di porcellana con un motivo di rose
dipinte. E poi… il libro più amato: Canto d’amore e morte dell’alfiere Christoph
Rilke, una prima edizione, con la dedica:
> “Ciò che nella nostra stirpe era ardimento
> divenne per me paura: perché c’è ardimento anche nella paura.
> Infine esprime in te la vita la giusta misura:
> da paura e ardimento quieta sbocci.”
>
> A Ruth per i suoi 15 anni
> Monaco, 12 dicembre 1916
Ruth si sentiva proprio come una ragazza alfiere, di corsa, senza paura in
città; cantava forte nei boschi, ripetendosi quelle strofe: “cavalcare,
cavalcare tutto il giorno”. Prendersi la vita, prendere in mano le situazioni. I
genitori erano artisti, i soldi mancavano. Ruth cercava di rendersi utile:
sapeva, ad esempio, cucire a macchina, risparmiava il più possibile. D’altro
canto, le lasciavano molta libertà e le dimostravano fiducia. Forse avrebbe
desiderato un po’ più di responsabilità da parte loro, ma tutto era andato bene.
La sua vita fluiva come il corso di un fiume tranquillo, una vita assennata. Le
capitava di chiedersi se questo equilibrio non le venisse piuttosto
dall’infanzia in campagna, dalla nonna materna che l’aveva cresciuta, dal
giovane zio Helmuth, più giovane di Clara di 13 anni, pittore, con cui aveva
imparato a disegnare, una delle grandi gioie della sua vita. Forse anche i
lavori agricoli e i polli avevano contribuito…I genitori erano un po’
scapestrati. Una compagna di scuola le aveva detto un giorno “sei figlia di due
matti”. Si era un po’ offesa… ma poi aveva lasciato correre.
Ruth vuole che tutto, a Fischerhude, rimanga intatto. La ristrutturazione non
deve apportare cambiamenti: deve riflettere la casa come era un tempo, come se
Clara fosse ancora lì… Dal Wümme le pare d’udire la sua voce, quando la chiamava
per nome, con la sua caratteristica R arrotata “Rrrrruth!” Rivede la madre
intenta a fissare un blocco da scolpire, inumidito durante la notte. Fa
colazione col suo latte acido. Forse ha già in mente la forma che il blocco
assumerà. Sul modelé influirà anche il vento e la sua direzione, così le aveva
spiegato un giorno… Quanti venti anche nella poesia del padre: il vento che
soffia dal mare e porta con sé destini e misteri…ma nella Nona Elegia aveva
cantato le solide cose, prima tra tutte: la casa, lui che non ne aveva mai avuta
una, se non la spartana torre di Muzot…
> “Forse noi siamo qui per dire: casa,
> ponte, fontana, porta, brocca, albero da frutti, finestra,
> al più: colonna, torre…”
Nella veranda c’è ancora la panca, dalla forma curvata, in legno di salice: un
lavoro della madre lodato dai paesani, come tanti altri suoi lavori che parevano
“fatti da un uomo”. Era stata una pioniera, una combattente, una persona che
bastava a se stessa. Aveva fortemente voluto la casa di Fischerhude, l’aveva
progettata fin nei minimi dettagli, anche andando contro i pareri degli
architetti. Aveva voluto usare l’arenaria per le cantine. Un giorno, come
prevedibile, le cantine erano state allagate e il miracolo di Clara si era
compiuto: avevano potuto svuotarle senza grandi danni. La madre era un’esperta
di materiali e delle loro proprietà. Scolpiva busti, tra gli altri, quello di
Gerhart Hauptmann, Ricarda Huch e quello, meraviglioso, di Paula
Modersohn-Becker, la sua migliore amica, prematuramente scomparsa nel novembre
1907, pochi giorni dopo aver dato alla luce la sua bambina, Mathilde. All’epoca
Ruth stava per compiere sei anni e quello era stato il suo primo lacerante
incontro con la morte. Ricorda lo shock della madre nell’apprendere la notizia,
la lettera disperata di suo padre… Per molto tempo Clara non aveva potuto
sopportare la perdita dell’amica, poi aveva iniziato a modellarne il busto. Non
era facile fissare l’atteggiamento tipico di Paula, il capo spinto leggermente
in avanti, e al tempo stesso trattenuto tra le spalle. Infine Clara aveva
modellato un torso come di una donna in bicicletta, sporta in avanti, ma attenta
a mantenersi ferma sul sellino. Così l’aveva vista pedalare in salita tante
volte. Ne era venuta una delle sue opere più riuscite.
Clara aveva anche scolpito il busto di Ruth undicenne, lo sguardo abbassato.
Molti suoi calchi sono conservati nei sacchi (da caffè, il cui commercio era
stata la proficua attività dei Westhoff) e nelle ceste, nella lavanderia. In
soffitta, lei e Willy hanno trovato uno scheletro. Ruth ricorda che Clara lo
chiamava “Wanda” (forse utilizzato per lo studio di posizioni, in seguito
regalato a un’agopunturista). In un baule ci sono delle tuniche di provenienza
egiziana. Bisogna svuotare la soffitta: sarà destinata a diventare un soppalco
per l’archivio del padre. Bisognerà selezionare le cose, i documenti e le
testimonianze da tenere, il resto dovrà sparire.
Ruth guarda la barca: ecco una cosa indispensabile, giacché Fischerhude è spesso
invasa dall’acqua alta, e in quei momenti si trasforma quasi in un’isola. Si
scorgono boe bianche sul fiume; con l’acqua bassa, si vedono i canali affluenti.
Qui si poteva nuotare, galleggiare sui pneumatici, vedere i pesci. Qualcuno se
li portava nella vasca da bagno. Ruth ricorda che il padre, un giorno, le aveva
mostrato un uccello acquatico, la procellaria, ma questo era accaduto sul fiume
Lahn. Aveva remato lungo: era un buon rematore (e un buon nuotatore).
La barca e la casa paiono le metafore del padre e della madre. Il padre che
scioglieva sempre gli ormeggi, eterno pellegrino per il mondo. La madre, invece,
era il suo punto fermo, con la sua bella, isolata casa. Quella dimora era stata
il suo sogno, la sua vita, il suo paesaggio. Col tempo, in paese, presero a
chiamarla “Mutter Rilke”, lei che da tanto tempo non aveva marito. Dal 1917,
Clara aveva iniziato a progettare la sua casa, a Fischerhude, compresa la fila
di pioppi. Vi si era stabilita con Ruth, continuando a scolpire senza sosta,
lottando costantemente per la sopravvivenza economica. Il padre scherzava sul
loro futuro insieme, ma poi non ci venne mai. Non era mai tornato fin là (aveva
però contribuito alle spese).
Quando Ernst Zinn, il primo serio studioso di Rilke, le aveva chiesto, anni
dopo, quale fosse l’ultimo ricordo del padre, Ruth aveva ripensato ad una gita
al lago, quando “loro tre” si erano recati sul Chiemsee, nel 1917. Lei e il
padre avevano nuotato assieme verso un’isoletta disabitata. Ma quello era solo
l’ultimo ricordo di un tempo condiviso. In realtà lo aveva visto, per l’ultima
volta, il 5 marzo del 1919, quando gli aveva portato dei biglietti per un
concerto di Bach al Bachverein: il padre era rimasto sulla soglia del suo
appartamento, lei era corsa via. Non si erano più rivisti.
Quando, nell’estate del 1922, Ruth si sposò con Carl Sieber, laureato in
giurisprudenza e piccolo proprietario terriero, Rilke le fece pervenire una dote
in denaro; per le nozze fece recapitare una torta da ricevimento. “L’avevo detto
che non sarebbe venuto”, commentò lo zio Helmuth. La distanza era grande, dice
Ruth, più di 900 km, e poi “sarà stato esausto dopo il completamento
delle Elegie”.
Ruth ebbe tre figli (Christine, Josepha e Christoph) con Sieber, che poi morì
prematuramente nel primo dopoguerra; si risposò in seconde nozze con Willy
Fritsche, anche lui vedovo. Entrambi i suoi matrimoni furono felici. Willy e
Ruth si tolsero la vita insieme nel 1972: pare fossero entrambi gravemente
malati. Ma questo è detto solo nella postfazione. Della vita di Ruth è data,
fino all’ultimo capitolo, un’impressione di serenità e appagamento, con lei
intenta al lavoro negli archivi familiari, a rispondere a studiosi e galleristi,
ad illuminare l’opera del padre e della madre.
Grazie ad Erika Schellenberger la luce di Ruth Rilke potrà continuare a
risplendere per sempre sull’amato fiume materno, sulle chiome dei salici e degli
ontani, come una lanterna del celebre quadro di Modersohn, Lampionfahrt auf der
Wümme. Una luce che emerge dall’oscurità, come il mistero che l’avvolge.
Marilena Garis
Per Gabriella, con gratitudine
*In copertina: Clara con Ruth Rilke
L'articolo “Sei figlia di due matti”. Vita luminosa di Ruth Rilke proviene da
Pangea.
Tag - Clara Westhoff
Si incontrarono all’Hotel Savoy di Losanna nel 1926, in settembre. Nimet Eloui
Bey era di una bellezza pericolosa: viso a spigoli, labbra avide, schiena da
ghepardo. Man Ray l’ha eternata in fotografie di cupa audacia. Egiziana,
ventitré anni, il padre era stato ciambellano del Sultano Ḥusayn Kāmil; il
marito era un facoltoso uomo d’affari: alla giovane moglie piacevano le macchine
sportive e sfoggiare un’eleganza ferina. Rainer Maria Rilke, per così dire,
la riconobbe. Era stato in Egitto molti anni prima, nel 1910: la Sfinge lo aveva
piagato di un’enigmatica inquietudine; quando poteva, faceva visita al Museo
Egizio di Berlino, sfidando il profilo di Amenophis IV, “dinanzi al quale si ha
soltanto il compito silenzioso di accettare il prodigio”. Conoscere Nimet,
l’ultima “amica”, fu una specie di sortilegio. “Il suo profilo era quello che si
vede nelle figure faraoniche delle statue regali d’Egitto”, scrisse Edmond
Jaloux (in: La Dernière Amitié de Rainer Maria Rilke, Arfuyen, 2023),
romanziere, accademico di Francia, intimo di Rilke, che aveva architettato
l’abboccamento.
La ragazza era stata sedotta – come tante – dal “Malte”, il romanzo – o poema in
prosa – di Rilke; il poeta la portò a Muzot, il suo maniero, “grande vecchio
fido animale”. Aveva scoperto quel castelletto del XIII secolo nell’estate del
1921: in Vallese, Svizzera, a poco più di seicento metri sul livello del mare.
Si diceva fosse abitato da uno spettro, quello di Isabelle de Chevron: vissuta
nel Cinquecento, era diventata pazzia dopo che due pretendenti si erano uccisi
in duello per averla. Un mecenate svizzero, Werner Reinhart, comprò Muzot
donandolo al poeta. In quel luogo, fuori dal tempo, fuori dal mondo, Rilke aveva
compiuto, nel febbraio del 1922, in stato d’estasi, da impossessato – cioè: da
spossessato di sé – le Elegie duinesi e I sonetti a Orfeo (di recente
ritradotti da Riccardo Held per Mondadori), tra i testi lirici più vasti di ogni
tempo (pari, per rivelazione, per umana statura, alle opere di Friedrich
Hölderlin e di Emily Dickinson, al Daodejing e al Fedone, alle Illuminations e
al Cherubinischer Wandersmann di Angelus Silesius). Nel castello mancava
l’elettricità, l’acqua doveva essere attinta da una pompa; Paul Valéry non
capiva come si potesse abitare in quel luogo; tutti cominciarono a dire che
Rilke era “il recluso dell’arte”, l’eremita della poesia.
Nimet Eloui Bey nel 1930, fotografata da Lee Miller
Il poeta amava coltivare le rose. Ne raccolse alcune per Nimet, graffiandosi.
L’incidente fu decisivo, il sangue copioso; gli fu diagnosticata la leucemia. In
novembre è ricoverato a Val-Mont; morirà a fine anno, il poeta “ucciso da una
rosa”. Poco tempo prima, aveva dedicato un ciclo di poesie proprio alle rose:
“Rosa, sovrana completezza,/ infinitamente ti contieni e all’infinito,/ ti
effondi” (cito da una recente traduzione di Mario Ajazzi Mancini: R. M.
Rilke, Le rose, Press & Archeos, 2025). L’ultima lettera di Nimet gli era giunta
che delirava, la vigilia di Natale del ’26,
> “Non interrompete il vostro riposo per scrivermi. Il vostro silenzio non vi
> rende meno presente, ve lo assicuro”.
Uno dei pregi del potente studio biografico di Marilena Garis (Rainer Maria
Rilke. Luce sull’invisibile, Edizioni Ares, 2025) è quello di mettere in fila le
donne che hanno amato e ispirato da Rilke, venendone, tutte, stigmatizzate.
Rilke – il più elusivo quando non il più grande poeta del secolo – è figura
chimerica: sembra muoversi da abulico, deambulando in un mondo tutto suo,
sigillato, in bulimia di belve celesti; in realtà, era un cannibale, creatura
esangue in grado di dissanguare il prossimo, di vampirizzarlo. Di questa schiera
di “abbandonate” – tenute all’erta e alla cinghia da epistolari di sgargiante
splendore, dalla complicità ambigua: Rilke era un poligrafo e le lettere,
tantissime, segnano la quota della sua fame – le più infelici sono state quelle
più vicine al poeta. Clara Westhoff, intanto, la moglie, che “offre” Rodin a
Rilke e sacrifica il proprio talento artistico – era scultrice – per i grigiori
della vita coniugale (in Essere qui è uno splendore, recentemente tradotto da
Crocetti, Marie Darrieussecq ne fa un chiaroscurale ritratto). C’è poi la
figlia, Ruth: il poeta rifiuta di vederla dal 1919, lei ha diciotto anni; non
parteciperà al suo matrimonio con Carl Sieber, non conoscerà mai la nipote,
Christine. Tra le amanti-mecenate di Rilke, va citata la principessa Marie von
Thurn und Taxis: diede al poeta la possibilità di usufruire del palazzo di
Duino. Fu lei ad affibbiargli il soprannome di “Doctor Seraphicus”; scrisse che
“sembrava avesse risolto l’enigma della vita”.
Lou von Salomé (1861-1937)
Ci sono, poi, le donne che hanno segnato la vita di Rilke. Tra queste, la più
importante è Lou von Salomé: introdusse Rilke ai misteri dell’amare; insieme
furono in Russia, due volte, nel 1899 e nel 1900. Fu un viaggio fondamentale,
quello, per Rilke (“Per me diventa sempre più chiaro che la Russia è la mia
patria – tutto il resto è paese straniero”, scrive nel 1902): tra l’altro,
conobbe Tolstoj e Leonid Pasternak, l’artista, il papà di Boris. La Russia gli
sarà restituita molti anni dopo, tramite Marina Cvetaeva, l’ennesima amata. Dal
maggio del 1926, Rilke riceve alcune forsennate, bellissime lettere dalla
Cvetaeva – in un ménage che coinvolge anche Boris Pasternak. Lo scambio dura
pochi mesi; i poeti non si incontreranno mai (il triplice epistolario, a cura di
Serena Vitale, è pubblico come: Cvetaeva, Pasternak, Rilke, Il settimo sogno.
Lettere 1926, Editori Riuniti, 1980).
Rilke era succube della madre. Sophie ‘Phia’ Entz, figlia di un ricco
industriale di Praga, aveva ventiquattro anni alla nascita del figlio, il 4
dicembre del 1875. Ambiva a una vita di lussi a cui il marito – Joseph Rilke,
ufficiale in congedo forzato – non poteva dare soddisfazione. I due si
separarono dopo dieci anni di matrimonio; Sophie vestiva il figlio come una
bambina, lo circondava di bambole. Fu Baladine Klossowska, piuttosto, l’ultima
amante di Rilke. Si erano incontrati nel 1919; lui le aveva scritto, “L’Amore
non è forse, con l’arte, la sola concessione al superamento della condizione
umana?”. Baladine era già la madre di Balthus, l’artista, e di Pierre
Klossowski, lo scrittore; Rilke preferiva unirsi a donne sposate.
Clara Westhoff la moglie di Rilke e la loro unica figlia, Ruth, nata nel 1902
Nell’ultimo mese della sua esistenza terrena, il poeta non volle vedere nessuna.
Scrisse a Nimet, la ragazza venuto dall’Egitto che per un po’ aveva sconvolto i
suoi sogni:
> “Niente fiori, Madame, ve ne prego, la loro presenza eccita i demoni di cui è
> piena la camera. Ma ciò che è arrivato con i fiori si somma alla grazia
> dell’invisibile”.
Scrisse l’ultima poesia, Val-Mont, con quel verso tremendo, angelico, “E io in
fiamme. Da Nessuno riconosciuto” (le ultime lettere di Rilke sono state tradotte
e commentate da Franco Rella in: R. M. Rilke, Noi siamo le api dell’invisibile,
De Piante, 2022). Al fianco del poeta, soltanto la segretaria, Genija
Černosvitov. L’aveva assunta in settembre, poco dopo aver conosciuto Nimet. Era
lei a sbrigare la corrispondenza, fu lei a raccogliere le estreme confidenze del
poeta. Scrisse a Marina Cvetaeva e a Boris Pasternak della sua morte. Poi si
dileguò, come uno spettro – di lei non si sa altro. Bisognerebbe scriverne.
L'articolo “La grazia dell’invisibile”. Rilke, le rose e l’enigma dell’ultima
donna proviene da Pangea.