“Pronto a infrangere tutte le convenzioni”. Un’opera punk per Francis Thompson

Pangea - Wednesday, April 29, 2026

Su Francis Thompson andrebbe scritta un’opera lirica. Gli occhi scavati come quelli di Macbeth, il re che aveva rovi per guanciali. Il volto pallido e malato di Violetta e di Mimì. La ritratta poesia di Chénier al patibolo. La fuga dal «dio tremendo» di Rigoletto. In una sua lettera, cita i versi di Carmen. Scrive centinaia di lettere come Werther, ne brucia la maggior parte.

Poeta e drogato, profeta e bestemmiatore. Odia il padre e ama la madre. Viene cacciato dal seminario per la troppa indolenza. Per troppa indolenza non completa gli studi di medicina imposti dal padre. Morta la mamma, litiga col padre risposato e fugge di casa. Vive sotto i ponti. Si droga. Prova ad uccidersi per overdose – poeta punk ante litteram – senza riuscirci: viene fermato nell’atto dal fantasma di Thomas Chatterton, il padre dei romantici, il poeta maledetto inglese suicidatosi a diciotto anni, consacrando la sua poesia all’eternità. Viene raccolto per strada da una puttana e infine salvato e rimesso in sesto dai coniugi Meynell, mecenati ammanicati coll’intellighenzia londinese. Lo lavano lo sistemano e lo conducono nei migliori salotti della Londra bene, portato su un palmo di mano a cantare versi per il piacere dei savi. Lui, però, perseguitato dalle visioni, dal ricordo della povertà, dal Veltro del paradiso – un Dio ferino, bestiale che lo insegue per dargli un amore sempre ricercato ma mai raccolto – ricade nel tunnel dell’oppio. Risanato in una prioria francese, vive in mezzo ai bimbi, gioca con loro, dedica poesie al Gesù bambino parlandogli come fosse un compagno di merende. Muore, presto.

La poesia di Thompson è un susseguirsi di visioni, di immagini oscillanti tra il sordido e il sublime, di colori vividi, di ritmi tribali e celestiali, di musica e di strumenti.

L’opera su di lui l’ho immaginata così. Servono solo un compositore e un teatro che creda nel Veltro, che accetti l’inseguimento.

*

“Notturno”. Opera in un atto

Personaggi:

Francis, un poeta
Un fantasma
Una donna
Il Veltro del Paradiso (coro)

Quadro primo: Londra, Ponte di Charing Cross

Scena 1

Francis è tormentato dalle voci. Il Veltro lo perseguita e gli intima di fermare la sua fuga. “Tutto tradisce te, che mi tradisci”, ripete. Francis si nasconde sotto il ponte di Charing Cross per trovare pace.

Scena 2

Il poeta assume una imponente dose di laudano. Sta per assumerne una seconda per potersi uccidere e porre fine alle voci che lo tormentano. Compare il fantasma di Thomas Chatterton. Lo distoglie dall’estremo atto prospettandogli le pene infernali. Thompson, terrorizzato, invoca pietà. Il fantasma recita dei versi:

“Addio, putridi mattoni di Bristolia,
amanti di Mammona, adoratori
del dio Inganno! Aveta cacciato 
il ragazzo che cantava antichi miti: 
preferite pagare chi vi insegna vuoti elogi.
Addio, idioti politici ubriaconi,
connaturati all’opera della Corruzione!
Io vado dove spirano inni celesti
ma voi, nel giorno della dipartita,
sprofonderete negli inferi. Addio
madre carissima, custodisci la mia
angosciata anima, non permettere
che la travolgano i flutti della Distrazione.
Pietà di me, Cielo! Cesserò di vivere:
perdona questo estremo atto di viltà.”

(Thomas Chatterton, Last verses)

Scena 3

Il fantasma è sparito, ma Francis, preso dal panico, non cessa di gridare, chiede perdono e pietà, chiede la morte. Si somma al suo grido la voce del Veltro: “Nulla accoglie te, che non mi accogli”. Francis sviene. 

Intermezzo strumentale

Scena 4

Sopraggiunge una donna di strada. Vedendolo si commuove. Le ricorda un bambino di un tempo passato. Lo carezza senza svegliarlo e gli lava il volto.

Scena 5

Francis si desta. I due conversano. Parlano di povertà, di amore. Parlano della salvezza. Lei lo porta via con la promessa di un pasto e dell’affetto che si deve ai figli.

Intermezzo musicale

Quadro secondo: La casa della donna

Scena 6

Francis, solo, scrive una lettera. Sullo scrittorio, una pila di lettere non ancora spedite:

“A Mr Meynell
Lei penserà che io sia in uno stato / di spensierata euforia: / del tutto sconveniente da parte mia / per tutto ciò di cui devo pentirmi. / Le assicuro che soffro come un demonio. / Ma quando si è così, / bisogna ridere o piangere a crepapelle! / Troppa acqua ha bevuto [cancella una parola]: / perciò sorriderò attraverso il collare da cavallo più grande che riesco a trovare. / Non pensi, però, che io mi penta di essere venuto qui. / Mi sarei già tuffato nel Tamigi: / è un posto troppo sporco perché ci anneghi un poeta.
Ora mi trovo in uno stato bizzarro; / pronto a infrangere tutte le convenzioni / come un toro in un negozio di porcellane, / e posso gridare: «che allegria!». / Ho quasi voglia, come oltraggio finale, / di fare l’amore con la ragazza più bella che abbia mai visto. / Ma un lacero residuo di morale ancora mi aleggia addosso / e potrebbe preservare una decenza elementare / nella progenie bastarda della natura e dell’arte.”

Riletto il biglietto, lo brucia insieme a tutte le altre lettere. Scoppia in lacrime.

Scena 7

La donna entra in stanza cercando di placare il suo pianto. Francis si cheta al suono di una ninna nanna per Gesù Bambino da lei intonata:

“Laggiù, in una grotta, 
senza culla per giacere,
il bimbo Gesù la dolce testolina 
fa riposare.

Le stelle nel cielo 
guardano giù 
e il bimbo Gesù
dorme sul fieno.

Il bestiame muggisce 
il bambino si sveglia,
ma il bimbo Gesù non piange.

Ti amo, Gesù! Guarda giù dal cielo,
resta alla mia culla 
fino al mattino.”

(Dalla ninna nanna tradizionale inglese “Away in a manager”)

Scena 8

Francis, calmo e ispirato, compone una poesia sul Gesù Bambino:

“Sei stato, tempo fa, Piccolo Gesù, 
come me timido e piccino? 
Come ti sentivi fuori dal Paradiso, 
come me? 
Ci pensavi, ogni tanto, a quel posto? 
Ti sei chiesto dove fossero finiti gli angeli? 
Penso che avrei pianto, al tuo posto, 
per la mia casa fatta di cielo: 
avrei guardato l’aria 
mi sarei chiesto dove fossero i miei angeli 
mi sarei agitato al risveglio: 
non c’è un angelo a vestirmi! 
Avevi giocattoli 
come noi bambine e bambini? 
E con gli angeli più piccoli 
giocavi in Paradiso 
con le stelle come biglie? 
Gli angeli giocavano a bubù-settete 
nascondendosi dietro le proprie ali? 
E tua Madre ti permetteva di conciarti 
i vestiti giocando per terra? 
Che bello averli sempre nuovi, i vestiti, 
in Paradiso: erano di un bel blu pulito! 
Non puoi aver dimenticato tutto 
quel che si prova a essere piccoli: 
e sai che non posso pregare te 
come fa il mio papà. 
Quando eri così piccolo, dimmi, 
avresti parlato come il tuo Papà? 
Scendi allora come un bimbo piccino 
ascolta le parole di un bimbo come te 
prendimi per mano e camminiamo 
ascolta i miei discorsi da bambino. 
A tuo Papà mostra la mia preghiera 
(Lui guarderà: sei così bello!) 
e digli: ‘Papà, io, tuo Figlio, 
porto la preghiera di un piccino’. 
E Lui sorriderà perché le parole dei bambini
non sono cambiate da quando eri giovane”. 

(Francis Thompson, Piccolo Gesù, da “Primo alfabeto stellare”, Magog 2026; trad. it. di Giulio Solzi Gaboardi)

Scena 9

Francis, commosso al pensiero del Dio infante che prega il Padre, crolla nuovamente nella disperazione. Vuole drogarsi di nuovo. Tra le carte, recupera una dose di laudano. Vuole infrangere questa pace nemica. Il Veltro interviene, lo terrorizza, dialoga con lui finché il poeta non si arrende e si arrende al suo amore invincibile e tremendo. Finalmente, trova pace al cuore inquieto mentre il Veltro intona:

“Tutto quello che ti ho tolto, io l’ho preso 
non per ferirti 
ma perché tu lo cercassi tra le mie braccia 
e tutta la tua infanzia perduta 
la conservo in Casa, per te. 
Alzati, dammi la mano e vieni. 
Sosta presso me

(…) 

Ingenuo, cieco, debole: 
io sono ciò che cerchi. 
Tu ricevi amore nel ricevermi.

(Francis Thompson, Il Veltro del Paradiso, da “Primo alfabeto stellare”, Magog 2026; trad. it. di Giulio Solzi Gaboardi)

Giulio Solzi Gaboardi

*In copertina: Henry Fuseli, “The Witches Floating Above Macbeth and Banquo” (1793–1794) 

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