
“In luogo dell’Imprevedibile”. Dialogo con Mattia Tarantino
Pangea - Monday, June 15, 2026Ho conosciuto Mattia la prima volta quando Piazza Navona era ancora lo Stadio di Domiziano e si facevano le gare in onore di Giove. Mattia mi dice che proviene dalla Campania Felix (nel senso di fertile). Scopriamo che dalle parti dello stadio c’è un Odeon, dedicato alle sfide di poesia. All’epoca non c’era Inverso e nemmeno Pangea (la rivista, perché la Pangea in effetti c’era stata), però io e Mattia per passare il tempo della competizione ci mettiamo a intonare un canto alla musa, e qualcuno dal fondo della sala ci definisce poeti. Mi faccio quindi l’idea che Mattia sia legato in qualche modo a Roma.
Molte vite dopo (quantificate voi quante), il 31 gennaio 2026 facciamo un altro evento insieme a Roma, in un caffè letterario che si chiama Horafelix (anch’esso nel senso di fertile, dal latino). Questo reading però non è più per Giove Ottimo Massimo e la sua effigie, ma per la Roman Beat Generation che sta per venire (i tempi cambiano, il futuro è già passato).
Comunque ci viene voglia di farci una chiacchierata…
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Mattia, da direttore di una rivista letteraria – Inverso, fondata con Gabriele Galloni nel 2018 – registri delle tendenze nella poesia contemporanea italiana? E in quella straniera? – di recente hai anche compiuto un piccolo tour poetico europeo…
Che ridere il siparietto. Io però vengo da una terra irredimibile. Mercenari, manicomi, radioattività. È la terra dei fuochi. Altro che felix, sta tutta appicciata. Tenete le idee della terra lontane da me. Terre promesse, giardini a cui accedere. Qualcuno diceva che «siamo ancora troppo terrestri». Andiamo avanti. Non è stato un “tour poetico”. Sono andato a raccogliere fondi per mandare aiuti in trincea. Elmetti per gli elicotteri, giubbotti antiproiettile. A Praga c’è la più grande comunità della diaspora della più grande tra le guerre del secolo. Mandiamo i corpi degli altri al macello ai confini dell’Europa così ci sentiamo più sicuri e beatamente sonnecchianti nel Diritto. Ci risvegliamo per difenderlo nelle rare occasioni in cui ci rendiamo conto che i nostri di corpi, tra tutti sempre i più pacificati, diventano punti di presa, leve, bersagli. Come se per il resto del tempo fossero assolti nel loro riposo, intangibili, felicemente al riparo dalla storia. Il resto del viaggio è servito a incontrare un po’ di poeti. C’è una carovana in cammino per l’Europa che sosta dove meno te l’aspetti. Precisamente in luogo dell’Imprevedibile. È piena di gente che la polizia non arresta perché non saprebbe come registrarla. Come li archivi, questi? Li trovi nelle piazze che si dicono le poesie, alle feste di paese, nel bosco che cercano piantagioni segretissime di marijuana e non trovano né il bosco né la marijuana – piuttosto li vedi smaniosi come creature senza sostanza, affamatissime. Quello che ha imparato a giocare a carte per fare certe cose, quello che è stato un mangiafuoco, l’altro in bilico al baratro che ride e più ride più si incarna in qualcosa che non sai e che ti inquieta, ti reclama. Tutta gente con le spalle al muro che se ce li schiacci contro ci si infiltrano, nel muro, e ronzano e ronzano, zanzare invisibili e senza consistenza, fastidiosissime. Non hanno neanche una lingua da parlare, no, si tratta veramente di un ronzio. Credo questo ti risponda anche alla questione della poesia. Diciamolo che «il poeta non ha contemporanei», però, perché nessuna di noi zanzare ha una vaga idea di come funzionino linearità e cronologia. Domani mi sveglio e ti vengo a fare un’imboscata in un sogno che hai sognato da bambino.
Ti ho sentito spesso parlare di “carovana” – cosa intendi, in ambito poetico? Può essere un concetto contrapposto al personalismo poetico dilagante del pensiero – “il mio libro, i miei premi, le mie recensioni”?
Una volta Dario ha sognato il mondo al tempo in cui il linguaggio non esisteva ancora e solo io, raccontava, prendevo la parola per dire sciababàb, sciababàbba. Così camminavamo sulle alture del villaggio, lungo le colline, e improvvisavamo un grande tavolo per sederci e mangiare. Un’altra volta, invece, Paolo Gera ha scritto: «‘Mattia Tarantino’ non indica un’entità individuale, ma una tribù». Ecco, la storia è questa. Parliamo con le parole venute in sogno agli amici, le parole per chiamarci al cammino e riunirci per mangiare. La carovana prima di tutto ci ricorda che non esiste qualcosa come una vita individuale. La vita di Dario, quella di Nicola, quella delle bestie, del basilico e perfino di tutte le pietre e i corpi celesti sono una vita sola, inseparabile, una variazione continua, emanazioni scivolose incompatibili con gradi, specie, gerarchie. Figuriamoci quando si tratta degli amici. In che senso Daphne o Luigi e la brodaglia che risponde del mio nome incarnino o dispongano di vite differenti non riesco a capirlo. Siamo insieme allo stesso bar, seduti ogni sera allo stesso tavolo, ci vediamo di città in città lungo tutto il Paese, diciamo le poesie alle stesse persone negli stessi luoghi e i nostri segni schiudono ogni volta l’accesso a un sotterraneo o illuminano un filo, una cordicella, che conduce dall’uno all’altro. La cosa che abbiamo a lungo chiamato ‘vita’ sono questi sottopassaggi e questi portali schiusi ai segni, l’illusione di un destino in luogo di precisi incantesimi di prossimità. No, nessuno ha scritto un libro. Sono collezioni di furti, di tecniche per manipolarci l’esistenza, parole che diciamo per attivare qualcos’altro ancora inaccessibile che appena nominato appare e circola, inesauribilmente. Come quando senti di qualcosa per la prima volta e poi non vedi altro: era tutto lì, è sempre stato lì – o, al contrario, senza chiamarlo non sarebbe apparso mai. Questa è la carovana. Le nostre esistenze, sciabababba, spese al riparo dai punti di presa e di governo, da quello che cerca di censirci, amministrarci, farci una sagoma nell’incantamento di razionalità senza incanto, il minuzioso gioco di prestigio che chiamiamo Occidente. Nessuno ha scritto un libro perché tutto il libro è la declinazione di un solo nome, e tutte le mani che puoi contare non fanno che copiarlo. A noi, poi, di tutto questo piace il falso, perché il libro è il libro delle bugie, delle panzane nere. Uno scherzetto.

Quanto è importante riscoprire il live, la lettura fisica, nell’epoca digitale? È nello stare insieme che prospera l’arte?
Come dicevamo. Soprattutto perché viviamo nell’incantesimo che ha separato la voce dal linguaggio. I viventi che detengono il potere di parlare e stabilire, i viventi, cioè, che chiamano per nome il proprio potere di parlare e stabilire, hanno informato le proprie esistenze del linguaggio e lasciato la voce agli altri. La poesia è l’unico luogo in cui il linguaggio degli uomini alle volte è felicemente sospeso e la voce rimossa riappare: crìcrì, bau bau, le voci degli altri viventi, ma anche schècchera, smacche zatàn, perché questo, tutto il linguaggio, è solo vento, la ventosità di un codice, un istituto un poco triste. Si tratta di raccontare delle storie a chi incontriamo, no? Altrimenti ogni saluto è dichiarare che nome porti, da dove vieni, a chi sei figlio. No, grazie, Cvetaeva scriveva che «tutti i poeti sono ebrei» proprio perché qui non c’è nome né provenienza, e figurati papà. Possiamo dire qualcos’altro, più divertenti e omerici, cos’hai visto a Ogigia, ricordarci del porcaio, degli sciagurati finiti in mare perché sentivano cantare. «Circe’s this craft, the trim-coifed goddess».
Ha ancora senso parlare di “poesia” o la produzione in versi comincia ad aver bisogno di un nuovo nome, una nuova etichetta?
Avresti dovuto chiederlo a Jean-Marie Gleize, e la risposta ti avrebbe sorpreso. Da parte mia non sono convinto la poesia abbia a che fare con la scrittura; più radicalmente, non sono neppure convinto la poesia abbia a che fare inevitabilmente con il linguaggio.
Sacha Piersanti ha definito Roman Beat Generation uno “scherzo serio” – tu come la vedi?
All’Horafelix ridevamo dicendo che si tratta prima di tutto di un quadrato: un ring, uno spazio per la lotta e, insieme, qualcosa che richiama. Sicuramente ci sono degli infiltrati: ci avete infilato me, tutto espulso dalla beatitudine, che vivo a Napoli, «a Sud di nessun Nord», e questa infiltrazione è una faccenda idraulica, cosa scorre e cosa perde, cosa conduce a cosa e cosa porta, legami incomprensibili – e quindi, ridiamo, facilmente, felicemente, un legame nell’Incomprensibile. Sicuramente, ecco, uno dei pochi posti in cui non ci sono stati chiesti i documenti, per chi passa e comincia a raccontare, e avrai capito che è questo che mi piace.
Quanto è importante riscoprire il ventaglio lessicale del linguaggio poetico a dispetto di un linguaggio comune sempre più risicato?
Ogni tanto torna in circolo l’idea le poesie debbano adoperare la lingua di ogni giorno, e andrebbe anche bene, se non fosse così povera e dominata – e se parlare del reale, del ‘vigente’, nella sua stessa lingua non fosse in fondo un modo di confermarlo e raddoppiarlo per negazione. «Dialettica e dualismo», diceva qualcuno, «attirano il pensiero nella comodità degli scambi». Anche qui, però, il punto mi sembra ritenere così certa l’esistenza di qualcosa come una lingua, darla come presupposta; Gobard cinquant’anni fa scriveva che in luogo di quella che chiamiamo ‘lingua’ sarebbe più opportuno parlare di bouillies, di poltiglie – campi e usi di tensioni, forze più o meno egemoni, al posto di restare nel mondo chiuso dei segni, nelle catene di significazione, pensieri che tolgono la lingua dal mondo e con questo gesto inventano la lingua e il mondo. Qui ci sono cose che fanno sciababàb, invece, roba che vaterca, che ci smàcchera.

I lettori di poesia sono, spesso, essi stessi poeti. Noti un diverso approccio mentale nell’accostarsi ai poeti vivi e ai poeti morti?
Dicevamo che «nessun poeta è contemporaneo a un altro» e potremmo aggiungere che tutto l’apparato di scissione dell’esistenza in ‘vita’ e ‘morte’ non sembra funzionare più granché. Proviamo a fare un capriccio di variazioni e incarnazioni, piuttosto. Le conseguenze vengono da sé.
L’8 aprile scorso, in Campidoglio, hai ricevuto l’alloro poetico, 685 anni dopo Francesco Petrarca – cosa significa, oggi, la figura del poeta laureato?
Dovresti chiederlo anche a Magrelli, però; io sono il principino. Abbiamo riso molto dei rischi di questa cerimonia. Nel suo discorso ha raccontato dell’aureola di Baudelaire rovinata in strada, e di qualcuno che passi, passi pure, prego, per raccoglierla. Il gesto, diceva, che ha inaugurato la modernità della poesia. Te li immagini i poeti scrivere in gloria della Festa della Repubblica e leggere la loro poesia con la marcetta dei carabinieri in sottofondo? Noi sì, tremendamente. Anche qui, però – ecco il punto – possiamo infiltrarci. Stare serpentini nelle cose, imprendibili dalla viscosità che operano, insidiare le mucose, tentare perfino una piccola infezione. Lasciare la poesia, come scrive proprio Magrelli, derivi da ‘pus’, adoperarla e riconoscerla come «un’infiammazione del linguaggio». Ecco, per risponderti, cos’è che significa. Parlare tenacemente, inevitabilmente, in luogo di questa infiammazione.
Edoardo Piazza
*In copertina: Mattia Tarantino secondo Riccardo Frolloni
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