
Assetato di noi
Pangea - Sunday, June 28, 2026Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: “Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me.
Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà.
Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato.
Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto.
E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa”. (Mt 10,37-42)
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In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: “Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me.
“(Gesù) è venuto come Messia di pace, come re mite e disarmato (cfr. 21,5), ma l’opposizione da lui patita ha prodotto in Israele la divisione del figlio dal padre e dalla figlia dalla madre, una divisione degli animi così profonda da sopraffare perfino i legami famigliari”.
(Alberto Mello, Evangelo secondo Matteo, Edizioni Qiqajon, 1995)
È questione di identità personale. Facile affrontare queste durissime parole di Cristo tentando di addolcirne l’urto, andando a mettere l’accento sul fatto che il Signore non ci chiede un amore esclusivo ma che, grazie al rapporto con lui, tutti gli altri amori acquistano in profondità. Non credo sia onesto trasformare il rapporto con il Risorto in un potenziamento degli affetti umani. Quello che mi pare succeda al discepolo, e non subito, e non sempre, è che ad un certo punto egli cada nella trappola del Cristo e non possa più uscirne. Nel senso che matura la sensazione esatta che se si staccasse da Lui egli perderebbe la propria identità.
La fede non è un oggetto, una dottrina, un’ideologia, la fede del discepolo è una relazione che prende ogni cosa, il riferimento ai genitori e ai figli è potentissimo: si parla di radici e di frutti. Più importante del passato e del futuro è Cristo perché se al discepolo mancasse lui, esattamente lui, personalmente lui, il discepolo non si riconoscerebbe più.
Tema delicato quello della libertà nel rapporto con Cristo. Libero non è chi può disporre di sé in una totale ed estrema autonomia (che spesso non è nient’altro che bieco individualismo), libertà è poter sentire che “io sono” solo perché sono in Cristo.
Ripenso alla vicenda di Franz Jägerstätter narrata mirabilmente dal regista Terrence Malick in Hidden Life – La vita nascosta, film del 2019. È una storia vera, Franz contadino cattolico austriaco decide di non combattere per l’esercito di Hitler in nome della sua fede cattolica. Una vera e rischiosa obiezione di coscienza. Verrà ucciso. Nessuno intorno a lui comprende la sua scelta, nessuno. Non la moglie, non i figli, non la gente del paese, non il vescovo, nessuno comprende. La loro motivazione è lucida: non ne vale la pena. Hitler non verrà mai nemmeno a conoscenza della sua scelta. È una decisione che non cambia nulla a livello politico e pratico e che, invece, mette a repentaglio la vita dei suoi famigliari e dei suoi amici. E se fosse solo egoismo? Ma Franz non può cedere. Non perché è cocciuto, non per motivi politici, non per eroismo, ma perché se lui accettasse si perderebbe. Il Franz sopravvissuto non sarebbe più Franz. Perderebbe la sua identità profonda. E sarebbe una morte ancora più drammatica. Per questo più dei genitori e dei figli (ma anche per i genitori e per i figli) può la relazione con Cristo che sola fonda la nostra vera identità. Per i veri discepoli il legame con il Risorto è davvero vitale.
Il 26 ottobre 2007 Franz Jägerstätter è stato beatificato.
“Proprio come l’uomo che pensa solamente a questo mondo fa tutto il possibile per rendere la sua vita qui più facile e migliore, così dobbiamo anche noi, che crediamo nel regno eterno, rischiare tutto al fine di ricevere là una grande ricompensa … Il segno più certo di chi segue Gesù si trova nelle azioni che dimostrano amore per il prossimo. Fare al proprio prossimo ciò che si desidera per se stessi è più che non fare agli altri quello che non si vuole sia fatto a sé … Felici quelli che vivono e muoiono nell’amore di Dio”.
(Da una lettera dal carcere di Franz Jägerstätter, tratto da www.monasterodibose.it)
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Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà.
Perdere la vita non è solo decidere di consegnarla in un servizio ai più piccoli. Anche in questo caso il rischio di edulcorare le parole del Vangelo è drammatico. Perdere la propria vita significa accettare che Cristo la conduca. È farsi portare da lui. Difficile arrivare a questo punto ma ancora più difficile non cadere nel tranello di credere di essere obbedienti a Cristo quando invece stiamo assecondando solo i nostri sogni.
Discernimento, questo servirebbe, aiutati dalla maestria di padri spirituali sapienti e per nulla accondiscendenti. Uomini capaci di raccogliere dalla tradizione delle prassi, non solo dei consigli teorici, per svelare il grande rischio che corriamo quando crediamo di aver “trovato la vita”, di aver trovato il nostro posto nel mondo, nella chiesa, nella società. Chi è a posto è chiamato a perdersi.
Ma non ci si perde per una decisione personale (ancora l’ingombrante ego che non accetta di fare spazio), spesso ci si perde per degli eventi esterni che hanno il profilo della sconfitta. Della croce. Occorre passare da lì. La Via Crucis è lo snodo essenziale per arrivare a consegnarsi completamente e definitivamente al Padre. Non è possibile altra strada.
L’importante è che sia per “causa mia”, cioè che la frattura alla nostra idea di felicità sia compresa in un legame vivo con il Risorto altrimenti la sconfitta è solo sconfitta, chi ce l’ha inferta è un nemico e a noi rimane solo di desiderare la vendetta. Se invece il trauma ci permette di sprofondare definitivamente nel Padre, tutto si trasfigurerà in provvidenza. Siamo su un limite rischioso, possiamo dirlo solo per noi stessi, siamo a un niente dalla blasfemia, sono parole che urtano e causano ribellione. Già scriverle, qui, è atto temerario e forse errato. Me ne scuso, davvero. Forse sarebbero parole, beatitudini scandalose, da sussurrare nel silenzio solo nel rapporto intimo con Cristo nella preghiera.
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Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato.
Entrare in questa logica è perdere se stessi. Totalmente. Tanto che chi accoglie il discepolo accoglie Cristo e così il Padre. Sembrano parole rassicuranti, lo sono solo per chi non ha mai sentito la pesantezza di non potersi liberare dalla Sua presenza. Non è solo questione di ruolo o di divisa riconoscibile del discepolo, non è questione di “mestiere”, è che il discepolo, quando è discepolo davvero, è guardato in altro modo. E non importa che siano sguardi positivi o negativi, non è questione di onori o di disprezzo è altro, è che la presenza personale del discepolo impone sempre, sempre, al mondo un rimando ad Altro. E questo è durissimo da sopportare.
È il dramma del discepolo, ogni relazione con gli altri è come spossessata. È l’invadenza del divino, che non può essere relegato a un settore intimo della vita. Uno non fa il discepolo ma lo è. Si è consacrati discepoli. Agli occhi della gente verrà sempre chiesta ragione al discepolo di come è testimone Cristo, in ogni frangente. I credenti cercheranno coerenze impeccabili, i non credenti tenteranno di trascinare su discorsi e modi di fare laicissimi… il discepolo sa che questo non è quello che conta, lui solo sente che ormai si è condannato a essere segno di provocazione. Se manca questo aspetto il discepolo non è ancora discepolo.
A volte il discepolo vorrebbe fuggire, come Giona, strapparsi l’ingombrante chiamata del testimone. Ma il vero discepolo sa che il martirio non è solo l’apoteosi di sangue finale ma la terribile coerenza di tutta una vita persa per Cristo. Con buona pace di chi spaccia ancora un cristianesimo fatto di buone intenzioni e di ingenue fraternità.
Il discepolo sa che essere in mano sua significa decidere del profilo da dare alla presenza di Cristo nel mondo. Che uno scandalo del discepolo è devastante.
“Il Figlio dell’uomo se ne va, come è scritto di lui, ma guai a colui dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito; sarebbe meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!». Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l’hai detto»”.
(Matteo 26,24-25)
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Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto. E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa.
Credere è accogliere. Non solo capire, non professare, ma entrare in profonda relazione, fare spazio. Accogliere il profeta è come accogliere la profezia. Accogliere un giusto è fare spazio alla giustizia, diventare giusti. La fede si muove per assimilazione e conversione, per metamorfosi, trasfigurazione. Per relazione profonda, inabitazione di Dio in noi.
C’è tanto rischio in queste parole e forse è qui il vero profilo della libertà secondo il Vangelo: la possibilità concreata di non accogliere il discepolato, la profezia, la giustizia. Il rischio concreto del rifiuto.
Mille sono i motivi per non accogliere la chiamata di Cristo. Forse, sempre, la paura di morire, di morire già qui in vita, sicuri che i nostri desideri esauditi ci avrebbero portato la felicità. Non è così, la felicità per il Vangelo accade solo in una relazione con lui. Felicità paradossale, beatitudine.
Rischio terribile quello di decidere di non accogliere Dio, rischio terribile che lo stesso Cristo si assume: condivide lo stesso destino del discepolo. Forse la fede, la fede vera, è in questa disposizione a essere traditi da chi dovrebbe accoglierci, disposti a essere traditi senza maledire.
Forse fede vera è quella testimoniata da tutte le persone che ci amano a prescindere, che si fidano nonostante noi, forse loro sono i chiamati, i discepoli, i credenti.
“Essi avranno, in questo mondo, il destino che ha Dio stesso: se Dio sarà accolto, ci sarà posto anche per loro; se Dio non sarà accolto, neppure essi avranno un posto”.
(Giuseppe Angelini, Se vuoi essere perfetto, Ed. Glossa, 2007)
Certo, alla fine, quello che stupisce è che per essere discepoli basta un bicchiere d’acqua. Un solo minimo bicchiere d’acqua. Come a dire che la Sua chiamata non ci schiaccerà, non è questo il suo obiettivo. Non importa quanto siamo capaci di fare, l’unica cosa che conta è che lo riconosciamo presente il Risorto, vivo, e assetato di noi.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata, forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo stare.
*In copertina: Paul-Hippolyte Flandrin, Fra’ Angelico visitato dagli angeli, 1894
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