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“Hai visto il cielo sconfinato dal buco della serratura di una stella”. Divinare Ritsos
Facciamo un gioco. Chiudete gli occhi, aprite questo libro a caso, puntate il dito dove capita. Sfogliare i Monocordi di Ghiannis Ritsos – ritornati ora, per Crocetti, nell’antica, rivista traduzione di Nicola Crocetti, dalla prima edizione di allora, del 1980, per Scheiwiller – come i tarocchi; usare i Monocordi come l’I-Ching, l’antico – e veritiero – oracolo cinese: ogni poesia è mantica, esercizio di divinazione, estatica prima che estetica. Se la poesia non muta l’ordine vigente delle cose – trasmutazione del materiale grezzo in oro, della morta materia in vita – la poesia, semplicemente, non esiste, non se ne sente l’esigenza. Poesia: liana che unisce cielo e terra, angelo e belva, natura e abiura.  Poi: su quel singolare verso dei Monocordi estratto dalla sorte – che è poi un altro modo per dire provvidenza – conformate la vostra giornata.  Gioco anch’io. Capito sul “monocordo” 54. Recita così: “Fino in fondo al baratro il ringraziamento”. Cosa vuol dire? Vi leggo – per riflesso, per una sorta di cataratta interiore – un senso messianico. Giunti al fondo del baratro, dimentichi di sé, ormai smarriti tutti i nomi, occorre ancorarsi al grazie. Chiamiamola: disciplina dell’offerta. Vale la pena passare la notte a investigare i legami tra “baratro” e “ringraziamento”, tra grazia e graziare.  Il giorno dopo, mi rivolgo ancora ai Monocordi come alla Pizia. Apro il libro, sigillo gli occhi, punto il dito. 138: “Hai visto il cielo sconfinato dal buco della serratura di una stella”. Una frase da tatuarsi sulla schiena. Il poeta sembra parlare dal punto cieco dell’universo, dal punto di vista degli dèi, dei morti, dei mai nati: quelli che abitano al di là delle stelle, il cui stallatico sono gli astri.  Che genio inarginabile, Ghiannis Ritsos – Louis Aragon parlava di “choc violent du génie” –: ha dato nuovo impulso – da mitografo maturato nell’era atomica – all’epica, con l’immenso ciclo di Quarta dimensione, e ha coniato, dal niente, da un tenue sussurro, i Monocordi. Briciole di versi, frantumi di logos, una specie di haiku ellenico. A differenza degli haiku, però – versi che si sbriciolano una volta letti, come una katana di zucchero –, i “monocordi”, poesie di un solo verso, sono come corde, appunto: arpionano a questa terra, ci incatenano al compito di stare al mondo. Se l’haiku è una farfalla, uno sfarfallio di sillabe, i Monocordi sono strigidi, stritolano con gli artigli. Per mezzo del “monocordo”, strumento musicale a un’unica corda, Pitagora sperimentava le leggi dell’armonia. Dal caos al cosmo: entro un brillio di parole.  Apro ancora, seguendo la disciplina del caso. “Monocordo” 237: “Virile anche il pianto. Certo, non il piagnisteo”. Sembra scritto per le brade masse di oggi, messe a pascolare nel recinto del proprio ombelico, genti avvezze al vittimismo. Il lamento, quando non si eleva in planctus, in vertiginosa lamentazione, sradica l’uomo, lo rende galletto – anzi: gallina.  Viziato dall’insania dei rivoltosi, di genia insonne, proseguo il mio allunaggio su Ritsos e leggo il verso 239: “Nell’oscurità, a volte, gli specchi sussurrano le più grandi verità”. Nel dire di Ritsos il biascichio di Delfi si fa amuleto; la glossolalia è glassa angelica, pura razzia lirica. Nell’oscurità, lo specchio ha il vigore del lampo, prende possesso del letto nuziale.  Gli esperti diranno come, con coerenza miliare, la “funzione Eraclito” agisca in Ritsos: dal Novecento in qua, troppi poeti hanno praticato il “frammento” con boria, mascherando il nulla con cipria enigmatica, meri esegeti del proprio egotismo. Ritsos imbraccia le parole di ogni giorno – il mare e i pesci, le vigne, il cemento, l’usignolo, la nuvola e il sole – e ce ne mostra lo splendore, affrancato dall’incuria, ce le mostra ancora vergini: autentico antidoto alla poesia artefatta, putrefatta, creata dall’AI per stordire la nostra straordinarietà.  Per chi strologa coi numeri – in ebraico si direbbe ghematria – la cifra dei Monocordi – 336 – non è innocua. La somma dei singoli elementi fa 12, la trinità (il numero sacro per antonomasia) moltiplicata per 4, cifra-civetta, sacra ai pitagorici, che simboleggia l’ordine e la materia. Allo stesso tempo 3+3=6: il 336 ci inchioda al dogma trinitario, è un numero-stimmate, un numero che sobilla il sonno degli dèi.  Nell’ultimo verso, Ritsos si confessa: “Sappi, questi monocordi sono le mie chiavi. Prendili”. In un solo verso, il poeta raduna un mondo, lo racconta: questi sono versi-passepartout, versi ladruncoli che scassinano le riserve limitate del nostro cervello – esaudiscono gli intelligenti.  Continuo a baloccare coi numeri. Ritsos testimonia di aver scritto i Monocordi dal primo al 26 agosto del 1979. In media, quasi tredici poesie di un verso al giorno: una specie di mantra, di formula aurea per liberare il poeta dalla iattura del tempo. Un esorcismo. Nell’agosto del 1979, Ghiannis Ritsos aveva settant’anni; io compivo sette mesi; il mese dopo, in settembre, Micheal Ende pubblicava La storia infinita e Pietro Mennea, a Città del Messico, stabiliva il record del mondo dei 200 metri piani (che resiste ancora, immacolato, come record europeo). Agli Oscar aveva trionfato Il cacciatore, strepitoso film di Michael Cimino con Robert De Niro e un memorabile Christopher Walken. In febbraio registrarono un’onirica nevicata sul deserto del Sahara. L’anno dopo, Nicola Crocetti avrebbe fondato la Crocetti, inaugurando le pubblicazioni – l’anno dopo ancora – con un libro di Ritsos, Erotica. Chi conosce Crocetti, sa i suoi occhi apollinei, la postura di chi è nel candore, alieno alle menzogne e alle malie del tempo. È un uomo buono, è un uomo severo, Nicola: si esprime in “monocordi”, frasi lapidarie da cui spesso occorre snodare il segreto ultimo – cioè: snidare il ghepardo, figura di luce nel bestiario di Dioniso.  A volte i numeri, pur inermi, danno la gioia di appartenere a un mondo orfico, giallo: dal labirinto è possibile uscire, cantando.  Ora, non resta che usare i Monocordi di Ritsos come cerbottane: spaccate le finestre, pupille di un Ciclope di vetro, e correte… piegate il cielo, fatene la vostra barchetta di carta.  Buona divinazione.  ** 21 Il senso al di fuori dai sensi, più una foglia. * 45 Quando ti avrò dimenticata mi parlerà di nuovo il giardino. * 65 Com’è possibile a un tempo la bandiera e la poesia? * 95 Così sono passati gli anni – lupi, parole e lune. * 167 Il monte, il mare e una ragazza nuda dietro i girasoli. * 186 Cancello tutta l’ombra con questa matita d’oro. * 275 Nelle stanze vuote dei bambini entra ogni sera il grande cane e piange. Ghiannis Ritsos  Da Ghiannis Ritsos, Monocordi, Crocetti, 2026; traduzione italiana di Nicola Crocetti L'articolo “Hai visto il cielo sconfinato dal buco della serratura di una stella”. Divinare Ritsos proviene da Pangea.
May 23, 2026 / Pangea
“Nella poesia, come nei sogni, nessuno invecchia”. Elitis e Kavafis, i poeti della luce
Un lento avvicinamento al cuore di Roma in una mattina di tarda primavera: corona della solarità, vasti aneliti di azzurro e un sentore di gelsomino nell’aria. Andiamo alla ricerca del Graal nascosto in fondo al silenzio dei tempi, la rosa dei secoli sfracellati – la fuga a ritroso dalla storia al mito. Ci avviciniamo dall’alto, disegnando dolci traiettorie. Avvistiamo i bastioni del Vaticano, San Pietro. Ecco le maestose forme, corolle di bianco marmo, fregi e lesene di ionica nostalgia – mettiamo a fuoco lo sguardo verso l’oro inseguito da Giasone. Eccesso di idealismo? Forse. Come a dire: da una sponda dell’Egeo alla costa tirrenica, presidiamo l’arco interiore della distanza con la fedeltà senescente di Argo, innalzando iliache fortezze d’amore e fari di luminosa verità. Da due lustri ormai riecheggia la marea dell’Egeo, non lontano dalla città di Smirne. Quella notte è ormai istoriata nelle pareti del sogno. Lo pensava Saffo, lo ha scritto Elitis:  > “nella poesia, come nei sogni, nessuno invecchia.” E la luna era un astro più vivido che mai, come gli occhi luminosi della circassa descritta da Kavafis. Con solide reti da pesca andavamo a caccia di coralli, tenendo chiusa in petto quella voce che si sarebbe riversata, calda e dolce come mosto, in puri esametri greci.  La strada per Efeso si snodava attraverso dorati campi di ulivi. Un tempo – dove ora il muschio ricopre gli angoli sbreccati dei capitelli – si respirava salsedine. Ho sempre creduto che la felicità occupi, nello spettro cromatico dell’anima, il posto dell’ocra e dell’azzurro, sigillati uno dentro l’altro come verso la linea dell’orizzonte. È qui, mi dico, che il grande solitario lanciava i suoi frammenti. Sì, scagliati come piccole meteore infuocate. Per questo, leggendo Eraclito, si accendono ancora piccoli falò ai bordi delle pagine e sotto l’epidermide.  Sul lungomare di Smirne, nel viavai dei traghetti e tra i richiami alla preghiera, pensavo all’Asia Minore, ad Efeso e Antiochia – all’oro dell’Ellenismo –: è da qui, e non dall’Acropoli di Atene, che nasce l’umanesimo di Kavafis, come suggerisce Marguerite Yourcenar nella sua splendida presentazione critica del poeta. In quel momento, come dalle vigne e dai frutteti pieni di agrumi di Archiloco, ho cercato di spremere il succo di un modo di esistere, di una postura che giustificasse le coordinate presenti e quelle passate. Era a Odisseas Elitis che dovevo guardare: > “Devi saper afferrare il mare dall’odore perché esso ti dia la nave e perché > la nave ti dia la Gorgona e la Gorgona ti dia Alessandro Magno e tutte le pene > della grecità.” Voglio dire: deve pur esserci un filo, un’immagine, una catena che tenga uniti la pietra, i graffiti nelle caverne, la gola, il mattone e la pergamena: qualcosa che rifluisce nel tempo, nonostante il tempo, dentro il tempo, attraverso e al di fuori del tempo. > “Dorme più profondamente chi è intriso di Storia > Avanti accendila con un fiammifero come fosse alcol.  > Solo Poesia è > Quello che rimane. Poesia. Giusta essenziale e retta > Come forse l’hanno immaginata le prime due creature > Giusta nell’asprezza del giardino e infallibile nel tempo.”    > > (Odisseas Elitis, Come Endimione) Nelle linee esatte dei palazzi del centro, nelle fughe dei cornicioni – fosforescenza del passato – ripenso a Kavafis e a Elitis: poeti della luce. Sì, anche Kavafis, considerato il poeta della penombra e delle stanze oscurate dalle finestre chiuse. Per me, la poesia di K. inonda di luce. Come l’innamorata ateniese ascolta le parole dello straniero Orazio e vi scopre immagini di fulgida bellezza, così i versi del poeta greco rivelano squarci di mondo, aprono nuove rotte da percorrere con fremito di piacere. > “Il giovane professa il proprio amore > E l’ateniese ascolta silenziosa > Il suo eloquente innamorato Orazio; > e del grande italiano la passione > con mondi nuovi di Beltà l’abbaglia.”                   > > (Kavafis, Orazio ad Atene) Anche io, mi dico con ingenuo spirito d’immedesimazione, sono un “Greco con emozioni d’Asia”. Ecco, la vedo quella geometria invisibile che mi diverto a incrinare con il richiamo di steppe, deserti e passi himalayani… Ho scritto: “una fuga a ritroso dalla storia al mito” – un’anfora greca, un ciottolo levigato, lo zampillio dell’acqua e lo sguardo di una ragazza. Dai colli della periferia romana siamo arrivati a uno splendido borgo sul mare. La natura non ha bisogno di camuffamenti e maschere. Dove fallisce la storia, arriva la poesia. Il grano ci insegna ad esercitare la sua solare e libera disciplina. I colori: buganvillea viola, lo smeraldo del mare, la ginestra, un ciuffo di papavero. Tra gli arbusti e i rovi roventi per il mezzogiorno sgusciano piccole vipere – anfibio attaccamento al cuore pulsante della terra. Basilico, gelsomino e tiglio; sciame di vespe: il ronzio dei millenni.  La prima voce lirica nella poesia, l’obbedienza del marmo alla carezza umana, il triangolo delle montagne introdotto nell’architettura, il richiamo dell’acqua, l’attesa minoica del tuffo, l’etrusco sorriso: c’è qualcosa che incede lungo i colli della storia, più persuasivo della tettonica delle placche. Mi viene in mente ancora una volta Kavafis:  > “Oh, terra d’Ionia, te amano ancora, > le loro anime te ricordano ancora. > Quando l’alba d’agosto splende su di te > Un rigoglio della loro vita percorre l’aria; > e un’eterea forma di adolescente, a volte; > indistinta, con passo celere, > incede sopra le tue alture.” > > (Kavafis, Ionico)  A un’ansa del sentiero si trova una piccola edicola votiva dedicata alla Madonna. La ospita una nicchia scavata nella pietra. Credo sia in quella posizione da secoli. Da lì, ha vegliato sui pescatori, sui viandanti e ora continua a vigilare sulle fiumane di sciatti turisti domenicali. In un lampo di associazione, penso alle divinità dei crocevia: in Giappone, a ogni svolta, trovi piccole statue di Jizō, bodhisattva protettore dei viaggiatori. Questa Madonna mi ricorda le cappelle votive in Grecia: una in particolare, con annessa chiesetta in miniatura, sul colle di una collina ateniese che vede il Partenone. Su tutto, il bianco e l’azzurro. Tra le pagine della mia antologia di Elitis ho ritrovato una piccola icona greca: raffigura un San Giorgio fiammante nell’atto di uccidere il drago. Ho smesso da tempo di credere alle coincidenze. E infatti, lo sguardo individua subito delle frasi sottolineate con un lieve tratto di lapis: > “Tendo con tutto me stesso verso un – come dire? – avvolgente, abbagliante > bene. Da come mordo un frutto a come guardo dalla finestra, sento formarsi un > intero alfabeto che mi sforzo di mettere in atto con l’intenzione di comporre > parole e frasi e, massima ambizione, giambi e tetrametri. Il che vuol dire: > concepire e parlare di un altro secondo mondo che dentro di me arriva sempre > primo.” Quando rileggo e rimedito tutto questo, nell’immaginazione e poi nel meriggio spalancato della cassa toracica, allora, per dirlo con Elitis,  > “è come se sorgesse un secondo giorno dentro al primo”. Lorenzo Giacinto *La traduzione di Kavafis è di Nicola Crocetti; la traduzione di Elitis è di Paola Maria Minucci L'articolo “Nella poesia, come nei sogni, nessuno invecchia”. Elitis e Kavafis, i poeti della luce proviene da Pangea.
June 6, 2025 / Pangea