Il padre era sbarcato negli Stati Uniti a dieci anni. I suoi venivano dalla
Germania, erano protestanti, piuttosto abbienti. Commerciavano in orologi. Il
padre indossava tre nomi: Florenz, Friedrick, Martin; diede agli Usa quattro
figli. Il primogenito, Alfred Louis Kroeber, nacque a Hoboken, modesta cittadina
del New Jersey; fu spedito alla Columbia, amava la letteratura inglese.
Conosceva il greco, parlava naturalmente inglese, in famiglia si esprimeva in
tedesco. Pare avesse un certo talento nella scrittura, poi abbandonato – certe
cose non si ereditano, sono un lascito.
Folgorato dalla figura di Franz Boas, il pioniere dell’antropologia moderna,
tedesco come lui, trasferitosi negli Usa dopo aver compiuto esplorazioni tra gli
eschimesi e i nativi, Alfred Kroeber ne divenne l’allievo più talentuoso. I suoi
primi studi si concentrarono sugli Arapaho; in California, a Berkeley, fondò la
cattedra di antropologia e diresse il “Phoebe A. Hearst Museum of Anthropology”.
Al suo rapporto con Ishi, un nativo, un sopravvissuto, deve le sue scoperta
sulla civiltà Yana, popolo originario della California settentrionale, quasi del
tutto sterminato durante i feroci fasti della “Corsa all’oro”.
I primi studi compiuti di Kroeber, pubblicati nel 1907, riguardano Indian Myths
of South Central California e The Religion of the Indians of California. Da
Boas, Kroaber aveva recepito la regola fondamentale dell’antropologia
scientifica: l’osservazione sul campo, confortata da strenua raccolta di dati.
Il primo esito di questa cernita venne pubblicato nel 1900 sul “Journal of
American Folk-Lore” (Vol. 13; Issue 50): si tratta di una raccolta di Cheyenne
Tales a tratti di struggente bellezza. Tali miti & leggende – un breve
repertorio è tradotto in calce all’articolo – sono stati “registrati sotto
dettatura oppure direttamente trascritti dai nativi”. La “rozzezza stilistica”,
così come i salti allusivi, le apparenti illogicità nella trama del racconto,
sono, per Kroeber, fondamentali perché denunciano il “carattere originario del
testi”. La poetica della ‘simpatia’ – o meglio, la magia – prevale sulla
didattica della dialettica; il sacro ha un vello ispido, da ritualità senza
mediatore. La “nudità primordiale”, priva di orpelli retorici, ci fa intuire –
pur per sussulti, per balbettii, per fraintesi spiragli – i caratteri della
cultura dei nativi. “Il drappeggio di una parafrasi moderna” – così scrive
Kroeber – ne danneggerebbe irrimediabilmente il pregio. È lunga la storia di
abbellimenti culturali che hanno imbellettato il primordiale con disneyano
trucco, al fine di ridurre i nativi a meri figuranti, a figurine, quando non a
statuari, astrusi esseri con copricapo di piume, pronti per Hollywood.
Benché abbia condotto spedizioni in Messico e in Perù, l’interesse scientifico
di Kroeber si è concentrato per lo più intorno ai nativi della California. È da
quelle osservazioni che l’antropologo trae la propria visione dei fenomeni
culturali “come appartenenti alla natura, situandoli però in una dimensione
separata (quella del ‘superorganico’), autonoma dai fenomeni fisici e chimici
(l’‘inorganico’) così come da quelli biologici e psichici (l’‘organico’). La
cultura possiederebbe perciò una natura ipostatica che trascende la stessa
coscienza e volontà dell’individuo” (così la “Treccani”). Fino a qualche
decennio fa, i libri di Kroeber erano fondamentali per chi volesse diventare
antropologo. In Italia, Il Mulino pubblicava La natura della
cultura (1952), Antropologia dei modelli culturali (1976), Il concetto di
cultura (1972); per Feltrinelli è uscito Antropologia: razza, lingua, cultura,
psicologia, preistoria (1983). Categorie di un mondo perduto.
Kroeber morì, ricco di gloria accademica, nel 1960, pluriottantenne, a Parigi.
Sfoggiava una folta barba, aveva lo sguardo intenso; nonostante una certa
compiuta severità, lo dicono simpatico, pronto al prossimo. La prima moglie,
Henriette, morì di tubercolosi dopo sette anni di matrimonio; la seconda,
Theodora, di vent’anni più giovane, vedova pure lei, lo seguì nelle ricerche
antropologiche – scrisse un’importante studio sul nativo Ishi – e gli dedicò,
nel 1970, una bella biografia, Alfred Kroeber. A Personal Configuration. L’anno
prima si era risposata con un artista, John Quinn.
Dall’unione tra Alfred e Theodora nacque, nel 1929, la scrittrice Ursula K. Le
Guin: esordì alla letteratura un anno prima della morte del padre. La
complessità dei mondi fantastici ideati da Ursula deriva dalla sapienza
trasmessale dai genitori: in particolare, in Always Coming Home (in
italiano: Sempre la valle, Mondadori, 2025), la scrittrice costruisce, con
impressionante armatura antropologica, l’epopea dei Kesh, “un popolo pacifico,
che rifiuta governi e costrizioni”, sopravvissuto a immane catastrofe ecologica.
Ursula crea il linguaggio – con glossario – di questo popolo di nativi, un
corpus di miti, il repertorio delle loro conoscenze musicali. Insomma, il libro
– che ha richiesto cinque anni di elaborazione – è una specie di “romanzo
antropologico”. Anche le poesie di Le Guin sono – direttamente o indirettamente
– legate agli studi compiuti dai genitori. In un poemetto, in particolare, A
Private Ceremony of Public Mourning for the Language of the People Called
Wappo (raccolto in Wild Oats and Fireweed, uscito nel 1988, intorno agli anni
di Sempre la valle), Le Guin cita un libro del padre, Handbook of the Indians of
California (1925). Da lì, impalca una sorta di lugubre canto rituale:
> “Non c’è nessuno
> non c’è nessuno niente
> nessuno in vita non più
> non più lingua non più uno che sappia
> parola non uno
> e nessun nome no non più: quale
> fu il loro nome?
> Quale quello del mio popolo?
> Chi li uccise li disse Temerari.
> Morti – e con loro morti i nomi”.
Anche così, da genitori a figli, trapassa il sapere. Ogni esercizio di
linguaggio è resurrezione. Come una talea, il mito passa di mano in mano – chi
dice che sia un vaso vuoto, un vortice di niente, non vede il germoglio che
prende coraggio, esplode.
**
Leggende Cheyenne
Quando furono creati, le genti si unirono in assemblea per capire se sarebbero
vissuti a lunghi, se morte si stagliava su loro. Se una pietra galleggia
sull’acqua, viviamo, se affonda moriamo, dicono. La pietra è gettata in acqua.
Per un attimo resta sulla superficie dell’acqua e tutti gioiscono: viviamo per
sempre, dicono. Poi affonda. Ne gettarono un’altra. Galleggiava per un po’, poi
spariva alla vista. Il breve periodo in cui la pietra galleggia significa che la
vita dell’uomo è breve – definitiva la morte.
*
Animali di terra e di cielo tennero consiglio per stringere patti e promettersi
reciproco aiuto, come fossero fratelli. Questa riunione fu chiamata “Assemblea
dell’amicizia con gli uccelli”. La maggior parte delle bestie era propensa a
vivere in pace, ma gli uccelli rapaci – l’aquila, il falco, la gazza e il corvo
– si opposero. Il falco disse: La guerra è la più nobile cosa. Poi volò via a
cacciare altri uccelli. Anche l’aquila lo seguì, esprimendo parole contrarie
all’amicizia. L’assemblea fu sciolta. Le bestie appresero nuovi nascondigli –
tutte furono cibo per i rapaci.
*
Un uomo prese il sentiero di guerra. Venne il giorno del ritorno a casa. Una
bufera di neve gli fece perdere i sensi, rischiò di morire. Qualcuno lo sollevò,
conducendolo presso una tenda. In tanti affollavano la tenda, in tanti vestivano
a festa. Era una congrega di volpi. Insegnarono all’uomo la loro danza, gli
mostrarono come dipingere, cosa indossare, quali canti intonare. Con loro,
c’erano quattro ragazze. Il quarto mattino, l’uomo aveva imparato ogni cosa, la
tempesta era terminata, il tempo era buono. La danza si interruppe e l’uomo fu
accompagnato verso casa. Quando la compagnia si sciolse, l’uomo vide che si
trattava di lupi e di coyote. Un lupo guidò l’uomo che tornò sano e salvo a
casa. Lì, l’uomo istituì la danza delle volpi, che dura tuttora.
*
Sole e Luna disputarono si chi dei due fosse superiore. Il Sole disse di essere
luminoso, di governare sul giorno; disse che nessuno era più potente di lui. La
Luna disse di governare la notte; disse che nessuno era più potente di lei: si
prendeva cura di tutte le cose della terra, proteggeva uomini e animali dai
pericoli. Il Sole le rispose: “Sono io che illumino il mondo. Se dovessi
riposare, tutto si oscurerebbe; l’umanità non può fare a meno di me”. Allora la
Luna replicò: “Io sono grande. E potente. Posso prendere il governo del giorno e
guidare ogni cosa. Non mi importa se tu riposi”. Sole e Luna sono entrambi
grandi sovrani, si parlarono a lungo. Il giorno in cui disputarono durò due
giorni: tanto a lungo si parlarono. Infine, la Luna disse di avere moltissimi
esseri meravigliosi e potenti dalla sua parte – si riferiva alle stelle.
*
La terra poggia su una grande trave. Lontano, a Nord, abita un castoro, bianco
come la neve: è il padre dell’umanità. Un giorno, rosicchierà i sostegni della
trave e la terrà crollerà perché siamo indifesi. Quando si arrabbierà, il
castoro farà proprio questo. Il palo è già corroso. Per questo, i Cheyenne non
mangiano castoro e non toccano la sua pelle. Se non rispettano questa norma, si
ammalano.
*
Uno spettro prese il corpo di un uomo: aveva due facce, una rivolta in avanti e
una indietro. Era immensamente grande e poteva attraversare i fiumi camminando.
Era un grande cacciatore: non esisteva selvaggina in grado di sfuggirgli. Un
giorno, trovò una tenda isolata, in cui viveva un uomo con la sua famiglia, tra
cui la figlia, molto bella. Lo spettro si innamorò perdutamente della ragazza e
decise di rifornire di carne quella famiglia. Ogni mattina, prima dell’alba,
lasciava selvaggina fuori dalla tenda. L’uomo ignorava chi fosse così generoso
con loro, così scavò un nascondiglio e vi entrò quando scese la notte. Fu allora
che vide lo spettro. Ne fu spaventato e quando il fantasma tornò presso la tenda
gli disse che non gli avrebbe concesso sua figlia. Decisero allora di sfidarsi
facendo un gioco. Giocarono per cinque notti. Il gioco consisteva nel nascondere
un bottone nelle mani. L’uomo riuscì con astuzia a battere il fantasma, che
perse la donna di cui era infatuato. Non portò più cibo a quella famiglia.
*
Un uomo andò a caccia di aquile. Scavò una buca, la coprì con sterpaglie, vi
mise sopra un vitello di bufalo, scuoiato. Poi si nascose nella buca. L’aquila
vide il vitello e piombò su di lui. Appena cominciò a mangiarlo, l’uomo afferrò
le gambe del rapace. L’aquila non si fece intimidire e volò su una montagna
ripida, da cui sapeva che l’uomo non avrebbe potuto scendere. L’uomo cominciò ad
avere fame e pianse. Adorò il sole, lo pregò di aiutarlo a scendere in pianura
sano e salvo. Alla fine, la tempesta lo riportò a casa. Era stato salvato dal
sole.
*
Affamato, il coyote cercava cibo. Non riuscì a catturare né lepre né uccello,
non aveva nulla da mangiare. Quando incontro una tartaruga, decise di ucciderla.
Sapendo di non poter sfondare il suo guscio, tentò di vincerla con uno
stratagemma. “Sono un grande amico del popolo delle tartarughe”, disse il
coyote. “Le tartarughe mi chiamano Capo Tartaruga perché sono amico per la vita
delle tartarughe”. Così il coyote voleva costringere la tartaruga a mostrarsi.
La tartaruga disse che si chiamava Tartaruga Medicina. “Bene, tartaruga, abbiamo
avuto un incontro da amici: ricordiamolo a lungo”. Stavano per lasciarsi e il
coyote pensò di poter uccidere la tartaruga. Andò a baciarla, pensando di
poterla dilaniare. La tartaruga, però, intuì le sue intenzioni e morse il muso
del coyote, che scappò via.
*
Un cacciatore aveva ucciso un bufalo. Nel luogo dove lo stava macellando, si
posò un corvo. “Ho molta fame”, disse il corvo al cacciatore, “e non ho mai
mangiato gli occhi del bufalo. Conosco molto bene i problemi degli occhi e ti
chiedo di farmi mangiare gli occhi del bufalo e di nutrirmi della carne che
desidero”. L’uomo rispose al corvo: “Ti darò la carne che desideri e ucciderò
altri bufali per te, così potrai saziarti dei loro occhi”. Il corvo disse:
“Tornerò dalla mia famiglia, porterò qui mia moglie e i miei giovani corvi. In
cambio, ti istruirò sui modi per guarire gli occhi”. L’uomo pensò che gli
sarebbe utile quell’insegnamento perché la moglie era cieca da un occhi e vedeva
male dall’altro. Il corvo tornò con la sua famiglia nel luogo dove l’uomo stava
tagliando la carne e ne mangiarono. Poi il corvo e sua moglie gli diedero
insegnamenti riguardo agli occhi. Entrambi cominciarono a cantare. L’uomo
credette a ciò che gli cantava il corvo, ma a causa del suo insegnamento perse
immediatamente gli occhi. Quando cercò di tornare a casa, si perse. Infine,
cadde in una gola ripida e profonda. Latrò, urlò, ma nessuno venne ad aiutarlo.
*In copertina: Sioux nella fotografia di Edward Sheriff Curtis (1868-1952)
L'articolo “Un uomo andò a caccia di aquile…”: le leggende dei Cheyenne (e
l’epopea di scrittori straordinari) proviene da Pangea.
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Il poeta presiede all’identità di un luogo.
Potremmo dire che un luogo esiste in virtù del canto del poeta.
Quando quel canto si perde, da quei luoghi fuggono gli dèi e i negromanti; quei
luoghi tornano anonimi, legati, semmai, a qualche catena di parentele – che come
ogni altra cosa, prima o poi si slegherà – a qualche circostanza
‘paesaggistica’, fotografica. The nymphs are departed, cantava Eliot sulla sua
rovinosa arpa: il Tamigi scorre dolce, trascinando “bottiglie vuote, carte da
sandwich… cicche di sigarette”; al posto dei fauni corrono, fatui, i ben
agghindati banchieri della City, in brigata.
*
Soltanto il canto dispiega i nomi, ne dice – celandolo – il segreto. E quel nome
– cioè: quel fiume e quella valle, quel bosco e quella particolare rocca, quella
particola fonte – splende, imperituro, imperiale, nostro. Se perdiamo il canto,
siamo dispersi al mondo. L’arte, allora – o ciò che ne resta – non è che
implorazione e lamento, peana malinconico, reprimenda, semmai, inerte trama di
marce vocali. Gli artisti – non più poeti, non più aedi – si rinnovano nei
ricami del lacchè, dei mestieranti del sé. Diventano esperti,
sono professionisti – mentre l’incanto e l’inesprimibile cerca gli ingenui e i
dilettanti; chi, vuoto di sé, sappia davvero incaricarsi dell’altro, invasarsi
di altro. L’angelo, allora, non grida più dalle pareti delle più inerpicate
pievi; il dio non scende più dalla volta celeste, non scoscende come un
acquazzone, in corsa – i lupi, i licaoni e gli stambecchi non corrispondono più
al canto – il poeta ha smesso di essere falco e erba, cicala e serpe.
*
In un dialogo privato, Rosita Copioli, poetessa, studiosa di William Butler
Yeats e del misticismo irlandese, mi ha introdotto alla figura dell’ollam. Nella
cultura d’Irlanda, l’ollam ha un ruolo diverso dal bardo, dall’aedo, dal poeta
di corte: egli serba i canti che riformulano il mondo. L’ollam è il garante del
re, in quanto mediatore dei poteri superni. L’ollam somma in sé la statura del
bardo e la sapienza del druido: il suo addestramento è un destino, al ruolo si è
avviati per lignaggio. Quando un ollam sceglie di farsi morire perché un re gli
ha mancato di rispetto, si siede sulla soglia del castello e digiuna. Alla morte
dell’ollam segue, necessariamente, quella del re: la legge terrena è officiata
dal canto celeste.
Tutti conosciamo la storia di Eraclito, tramandata da Diogene Laerzio. Il
pensatore oscuro, artefice di enigmi, capace di penetrare nelle angustie del
linguaggio – avrà un eletto discepolo nel poeta francese René Char – è preteso
dagli abitanti di Efeso, la sua città. Alla richiesta di plasmare per loro la
costituzione, Eraclito si indigna, preferisce ritirarsi all’ombra del tempio di
Artemide e giocare a dadi con i bambini. Infine, sceglie l’ascesi tra i boschi,
si imbestia, dimentico di sé, a quattro zampe, seguace delle belve notturne.
*
Alla poesia incantatoria seguirà il poema cavalleresco, che reca diletto ai
principi in stanze corredate di orsi impagliati e impigliati falchi, contorno di
Titani alle pareti, di nubi e forre ricche di satiri. Nelle sale dei re rivive
il selvatico e la selva, ormai dragato dall’ingegno umano, che relega le ninfe a
ninfette, le sirene a pin up, i duelli all’arma bianca, sotto lo stemma del
fato, a stermini di massa. L’azione fine a se stessa si volge in azienda, il
‘bel gesto’, connaturato al cavaliere, stinge in spiccio utilitarismo. La fiaba
reca ancora, sigillato, il segreto di un mondo fatato e fatale; il motto e
l’adagio popolare serbano dell’antico poema cosmico la lisca, l’estrema esca.
Carlo Fornara, Da una leggenda alpina, 1902
*
Forse è per l’ancestrale potere degli ollamain che in Irlanda il poeta è tenuto
in alto onore: è ancora lui a onorare i nomi delle valli, dei fiumi, dei brutali
bastioni. Un’amicizia si stringe sotto il fuoco del poeta. In Inghilterra un
valore simile ha il “Poet Laureate”: l’incarico (mutuato dall’alloro poetico
conferito in Italia, tra l’altro, a Petrarca), di eminenza ‘politica’ (a
investire il poeta è il Primo ministro in carica e il sovrano, non una combine
di intellettuale né un club di letterati), dura dieci anni. Un tempo – fino al
1999 – era un compito da percorrere a vita, ora è qualcosa di simile al
‘servizio di Stato’. Il primo poeta laureato fu John Dryden, incoronato nel
1668. L’esercizio, dicevo, è ‘politico’: il poeta si fa – secondo il proprio
insindacabile, ingiustificabile estro – portavoce dell’identità della nazione.
Il poeta laureato inglese di maggior talento, Ted Hughes, trafficava con gli
oroscopi, ha dedicato il suo libro più bello al corvo, l’uccello psicopompo, si
ritirava nello Yorkshire a scrivere e a cacciare. Non è un caso che abbia
tradotto Eschilo, tra i tragici il più grave di sacro. In una intervista del
1971, rilasciata al “London Magazine”, Hughes anela al ritorno del
poeta-sciamano: “Il Bardo Thodol è un volo sciamanico, con ritorno. Il buddismo
tibetano è influenzato enormemente dallo sciamanesimo. Il potere occulto che
emana la cultura tibetana proviene dal substrato sciamanico più che dal
buddismo. Lo sciamanesimo si concentra sull’attività di uno stregone, un uomo di
medicina, presso le genti primordiali. L’individuo è evocato da certi sogni. Gli
stessi sogni in tutto il mondo. Uno spirito lo chiama… di solito un animale o
una donna. Se egli rifiuta la chiamata, muore… o muore uno che gli è accanto. Se
accetta, si predispone al lavoro, ci vogliono anni… Di solito si apprende l’arte
da un altro sciamano, ma lo spirito può dare insegnamenti diretti. Una volta
educato, può entrare in trance a suo piacimento e varcare il mondo degli
spiriti… Lo stesso schema lo troviamo in migliaia di racconti popolari e di
miti. L’Odissea, la Divina Commedia, Faust… Come può un poeta tornare stregone e
volare alla fonte, saper guarire e pronunciare oracoli?”.
*
Nella prima delle Leggende delle Alpi Lepontine catalogate e riscritte con garbo
da Aurelio Garobbio (ora stampate dall’Associazione culturale Terra Insubre per
tramite di De Piante Editore), Il drago di Sesto Calende, si dice di un
pescatore che d’improvviso partecipa ai misteri della terra e del cielo. “L’uomo
sentì dentro di sé un che di immenso nel quale gli parve naufragare”. Al di là
della eco leopardiana, è proprio questa, frugale, lignea, l’esperienza
sciamanica: cogliere i colloqui tra “acqua terra cielo”. Il poeta ascolta, si fa
da parte – inscrive se stesso e i suoi in un luogo. Digging, direbbe Seamus
Heaney, il grande poeta irlandese – scavando.
*
Nelle leggende registrate da Garobbio ci sono le ninfe di lago: sono nella Valle
Isorno, una delle valli dell’Ossola; sguazzano nel Matogno, a poco più di
duemila metri. Attraggono a sé i viandanti, il loro fare ricorda quello delle
Sirene:
> “Sono creature amorose ed attirano i giovani cantando. L’incauto che udendole
> s’avvicina alle rive, difficilmente riesce a sottrarsi a tanto fascino; esse
> lo invitano mostrandosi dalle ginocchia in su. Chi mette un piede nell’acqua
> più non si libera dall’incantesimo e le segue immergendosi pian piano, come
> esse si immergono, scomparendo nei flutti in un abbraccio che non ha fine”.
C’è qualcosa di liberty in queste donne che all’ardore omerico uniscono le
ambiguità dei ritratti di Klimt.
“Tra i ghiacciai del Rosa”, invece, si apre “una misteriosa isola verde”, specie
di Eden di ubertose terre, a contrasto con le gelide lande. Sembra di rileggere
il mito tibetano di Śambhala, di varcare la prodigiosa città di Shangri-la,
conficcata in un luogo segreto, a nord del Ladakh. In quel luogo – che è poi un
varco tra i mondi, è un luogo simbolico – il viandante accede a un’armonia
perduta, impara il linguaggio delle bestie:
> “Per tre settimane egli resta nella valle fatata, in mezzo agli animali che
> più non fuggono dinanzi a lui, e vive la loro vita imparando il loro
> linguaggio. Ode suoni mai uditi e vede cose che sempre sfuggirono al suo
> occhio acutissimo, apprende mille segreti penetrando nell’armonia del
> creato”.
È una sorta di quarantena al contrario, questa, di ventuno giorni: l’uomo
ritorna Adamo e Mowgli, puer eterno che doma le fiere e ascolta i sussurri degli
alberi.
Al ghiacciaio del Belvedere, presso Macugnaga, dimora invece la Fata Bianca:
naturalmente, è agli umani precluso il suo “volto fulgente”. Secondo il mito
classico – Atteone, mutato in cervo dopo aver scorto Artemide nuda – e il monito
biblico – “Mosè si coprì il volto, aveva paura di guardare verso Dio”, Es 3, 6 –
la vista del divino è vietata all’uomo, pena la cecità e la morte: “gli occhi
umani non resistono a quel celestiale splendore”.
D’altronde, se si è ciechi a se stessi è per eguale ragione: terrore provoca
sondare il mostro che si agita nel nostro cuore. Meglio ignorarlo – e che lui,
ingordo, ci divori da dentro. Rinnegare se stessi, cioè: disertarsi, essere di
sé il bandito, bandire razzia all’ego. Così, vuoti, potremo fare altare
dell’Altro.
*
Da bambino, volevo conquistare il monte Zeda. Forse per quel nome, definitivo.
Più tardi, avrei associato lo Zeda a Zembla, l’immaginaria regione dei ghiacci
inventata da Vladimir Nabokov in Fuoco pallido, romanzo impossibile che ruota
attorno a un poema, un’eredità, una filigrana di magie. Zembla è mutuato, credo,
da Novaja Zemlja, l’inaccessibile arcipelago russo che perfora il Mar Glaciale
Artico. Vi domina l’orso polare e la volpe bianca – fu un’importante base
nucleare sovietica.
Anselm Kiefer, Voglio vedere le mie montagne – für Giovanni Segantini, 2013
Lo Zeda svetta in Val Grande. Da bambino, si partiva verso il Rifugio Pian
Cavallone da Miazzina o da Comero. Si passava lì la notte – le stelle,
agnelline, belavano – i pascoli pieni di mirtilli. Lo Zeda – poco più di duemila
metri – mi fissava, come un selvaggio con l’arco a tracolla. L’ho sognato più
volte – come fosse il mio Himalaya personale, un Everest da taschino. Garobbio
scrive dello Zeda in un racconto che s’intitola Il pastore malvagio; come
sempre, è capace nel pennello, pare un Segantini:
> “In alto stanno i pascoli del monte Zeda, e da lontano sembrano velluto,
> soffici come sono all’occhio che riposato li percorre digradando lungo pendici
> e sostando su ripiani e pianori. L’aria risuona del martellante scampanio
> delle mandrie; in qualche anfratto gli ultimi rododendri segnano rosse
> pennellate”.
Nel sentiero che dal rifugio porta allo Zeda, si spalanca, dopo un po’, una
cella. Vi è dipinto, in modo rudimentale, un angelo che schiaccia la serpe, il
demonio. La serpe si diparte in un cespuglio di corpi che sibilano; l’angelo ha
il volto camuffato, ha un volto da lupo. Le ali, appese alla meglio, sembrano
chiese in prestito da un airone. Lo zio mi diceva che lì abitava il monaco dello
Zeda. Figura per lo più leggendaria, non apparteneva, nel suo appartarsi al
mondo, ad alcun ordine monastico costituito. Vagabondava con una Bibbia in mano,
come l’antico pellegrino russo, di tutto spoglio, di nulla manchevole. Dicono
sapesse mutarsi in cervo; dicono sapesse curare chi era preda, su quel suolo di
ingannevoli pietre, di un incidente; morso di vipera non ne intaccava il nerbo.
Dicono che le stelle lo seguissero, a notte, come cani. Sognavo di vivere quella
stessa vita – lo dicono altissimo, bianchissimo, purificato dal gelo – a metà
tra l’eremita e il licaone.
*
Quando racconta degli strani abitanti nei pressi di Dongio, in Canton Ticino,
Garobbio scrive che costoro “conoscevano i segreti delle erbe, delle piante,
degli animali, dei sassi, leggevano nelle stelle, adoravano il sole e la luna e
forse vedevano al di là delle cose visibili”. Dimoravano presso pareti
vertiginose, vivendo secondo la formula degli antichi cenacoli: dai pitagorici
ai Terapeuti, dai seguaci di Orfeo agli Esseni, agli pneumatici confitti nelle
meteore dell’Athos. A quello stadio, il canto non conta più: si vive
nell’incanto. Il poeta non ha più peso né senso perché si è tutti poeti e la
profezia è ormai realizzata. Non esiste legge né loggia, mio o tuo, bene o male
– tutto, semplicemente, è.
*In copertina: Giovanni Segantini, Il castigo delle lussuriose, 1891
L'articolo “Conoscevano i segreti delle erbe, delle piante, degli animali, dei
sassi, leggevano nelle stelle” proviene da Pangea.
Si trasformò da arguto rivoluzionario a “Robinson polare”. Nato Natan
Mandelevich Bogoraz a Ovruč, attuale Ucraina, da famiglia colta ebraica, voltò
il nome in Vladimir dopo essersi convertito al cristianesimo, firmava i suoi
libri “Tan”. Come se il suo nome fosse il suono di un tamburo, un richiamo dai
primordi d’Oriente. Agli studi di legge a San Pietroburgo, Vladimir alternava
l’attività rivoluzionaria nei gangli dell’organizzazione antizarista e
sovversiva “Narodnaja volja”. Arrestato nel 1886, poco più ventenne, fu spedito
in Siberia, presso la Kolyma, in Jacuzia, area dei futuri campi stalinista,
luogo d’orrore reso leggenda nei memorabili Racconti della Kolyma di Varlam
Šalamov.
La reclusione e l’esilio nell’Estremo Oriente russo cambiarono la vita
di Vladimir Bogoraz. Fu affascinato dalla popolazione autoctona dei Ciukci:
tribù di pescatori, di cacciatori e allevatori di renne, veneravano l’orso,
vivevano in tende vaste come ville, si muovevano in kayak o su slitta. Sapevano
addestrare il cane e la renna alla briglia. Erano riusciti a tradurre un luogo
inospitale in una terra fertile di ‘segni’; perfino la più infima ombra, ai loro
occhi, era viva:
> “La lampada ha le zampe, cammina. Le pareti della tenda hanno voci
> proprie… le ombre sul muro costituiscono tribù ben definite, con un proprio
> terreno di caccia, delle proprie dimore, dei cacciatori sapienti…”
In questo mondo di ombre e di segni, che proliferavano ovunque, come il caglio
di un dio, gli sciamani avevano un ruolo preponderante. Vivevano in prossimità
dei boschi, addestrati dalle ‘voci’, per lo più eccentrici, decentrati
all’esistenza comune. Evanescenti come la neve. A loro ci si rivolgeva di
continuo: per propiziare la caccia e l’unione, per benedire le bestie e i
nascituri, per dialogare con i morti, che dilagavano, dappertutto. Esistevano
sciamani crudeli, scoppiavano guerre tra sciamani avversari. Bogoraz era
affascinato, soprattutto, dalla struttura sociale dei Ciukci: pareva non
avessero governanti diretti, le attività si svolgevano secondo
un’‘autogestione’, per così dire, guidata da gerarchie cosmiche, da una
consuetudine che nessuno osava intaccare. Gli parve di trovarsi di fronte a
degli uomini buoni.
La prima raccolta di “Miti e leggende dei Ciukci” è pubblicata da Bogoraz nel
1899; l’anno dopo esce a San Pietroburgo l’importantissimo “Materiali per lo
studio della lingua e del folclore dei ciukci”. Il giovane rivoluzionario
divenuto pioniere dell’antropologia russa, è accolto nei gangli dell’Accademia
delle Scienze. Quando può, però, Bogoraz attraversa l’oceano a sbarca a New
York: presso l’American Museum of Natural History trova un complice
nell’etnologo Franz Boas e partecipa alla mitica “Jesup North Pacific
Expedition”. La missione si occupa di snidare, sondare e studiare le popolazioni
indigene intorno allo stretto di Bering, tra Alaska e Estremo Oriente russo;
l’esito di queste osservazioni permette a Vladimir Bogoraz – ormai
americanizzato “Waldemar” – di pubblicare, nel 1910, Chukchee Mythology (da cui
abbiamo tratto i testi in appendice) e nel 1913 The Eskimo of Siberia. Sono
lavori miliari: la pagina dedicata ai Ciukci in Testi dello Sciamanesimo
siberiano e centro-asiatico (Utet 1984; 2009), si avvale ancora di quel
repertorio.
Rientrato in Russia, Bogoraz fu professore di etologia; forse vide in Lenin il
prototipo dello sciamano moderno; intuì che la Rivoluzione era guidata da un
fervore ‘magico’, che le masse si muovono soltanto se guidate dalle voci e dalle
ombre – cioè: dalle idee o dal dio, che a tratti sono la stessa cosa. Nel 1930
fondò a San Pietroburgo – allora Leningrado – l’“Istituto dei Popoli del Nord”,
con il compito precipuo di studiare le lingue degli indigeni, organizzandole per
vocabolari. Fu facile per Bogoraz intuire la parentela tra i Ciukci e gli Ainu,
gli indigeni del Giappone settentrionale, un popolo per molti versi avvolto nel
mistero. Ma i tempi cambiavano con rapidità di fortunale: Bogoraz, patriarca
dell’antropologia russa, fu attaccato dagli allievi più giovani perché si
rifiutava di utilizzare i codici della “lotta di classe” nell’interpretare
l’organizzazione sociale dei Ciukci. Lo accusarono di voler preservare i nativi
del Nord dai fasti dello “sviluppo economico”: per Bogoraz il cosiddetto
‘progresso’ avrebbe definitivamente corrotto la sciamanica autarchia dei Ciukci.
Voleva credere in un Eden nordico, nella possibilità – ancora viva, prossima –
di poter parlare con le renne, di cavalcare l’orso, di coalizzare un esercito di
spiriti. Le ombre avevano preso a dialogare con lui.
Il vecchio rivoluzionario fu costretto a ritrattare e a rivedere alcune
conclusioni. Comunque, morì poco dopo, nel maggio del 1936, in circostanze non
del tutto chiare. Costantemente ristampate nel mondo americano, le opere di
Bogoraz sono state recepite di recente dalle Éditions des Syrtes, in
Francia: Récits de la Perdition raccoglie i miti dei Ciukci, ma soprattutto il
picaresco racconto di un intellettuale perduto nel grande Nord. Così ne ha
scritto “Le Monde”: “Intriso di una tenerezza non priva di humour, il libro
racconta l’intima tragedia e il turbamento metafisico di un uomo bandito dalla
società, prigioniero di una natura superba ma di cui non sa riconoscere i
simboli, in cui è disorientato”.
Dal vasto repertorio di leggende, proverbi, miti assemblato da Bogoraz, si è
scelto di tradurre alcuni “Incantesimi”. Si tratta di parole pronunciate dagli
sciamani Ciukci e di brevi sketch che dicono di un mondo affollato di demoni, in
cui l’invisibile ha la prevalenza sulla mera, sgargiante superficie delle cose;
in cui le bestie parlano e risorgere vale quanto vendicarsi. Questo è un mondo
in cui la parola – coagulata in gesti, in effluvio di gesticolii – è efficace o
non è – come dovrebbe essere la parola poetica. Non c’è nulla di esornativo
nella ripetizione della formula verbale, perché è grazie a quel giaculio, a quel
gracidio, che il mondo continua a parlarci, continua a esistere. Vivere nel
canto per non subire l’incanto; fare nido nel miracolo osteggiando il miraggio.
In un testo raccolto in Testo dello Sciamanesimo siberiano e centro-asiatico,
“Il giovane sciamano e la sua fidanzata”, si narra del più piccolo di cinque
fratelli che rifiuta di conformarsi ai riti sociali. Quando è il suo turno di
prendere moglie, scappa, si nasconde, “sciamanizza” (cioè: articola canti a
ritmo di tamburo). Infine, si innamora di una ragazza morta, dopo aver scorto il
suo feretro trascinato dalle renne. Grazie agli innati, misteriosi poteri, il
giovane va nell’aldilà (“Ora io andrò… mi immergo… cerco la sua anima…”),
recupera l’anima della ragazza, la incastra nel corpo, fa della risorta la
propria moglie. L’estasi dello sciamano è un’immersione nell’amnio del mondo –
ascesi per apnea, diremmo –; la sua unione l’opera di un potere degno di aura. I
fratelli non canzoneranno più il più piccolo, accogliendo il suo destino di
solitudine e di estraneità.
A volte, attirato nell’altro mondo, nell’altrove, nel nessundove, uno sciamano
non fa ritorno su questa terra. Il suo corpo resta crisalide vuota, in una
specie di infantile rimbambimento. Tra le mani dello sciamano, si dice, mangiano
gli orsi; lo sciamano, si dice, può domare perfino la tigre dell’Amur, la preda
sbalorditiva, amata da Dersu Uzala, il “piccolo uomo delle grandi pianure”
eternato dal film di Kurosawa.
Di questa recluta di leggende desunte da un sussurro, di identità spaiate in
fotografia, in una cronaca della scienza, forse, restano le viscere di un dio,
il pellame messo a nudo, lo scalpo, lo scalpiccio.
***
Incantesimo di una donna rifiutata dal proprio marito, gelosa della rivale
Dunque sei tu quella donna!
Amore hai da mio marito – tanto che lui mi respinge.
Ma tu non sei un umano essere. In carogna ti muto, carogna che crolla sui
ciottoli, carogna vecchia, putrefatta.
Muto mio marito in un orso. Orso che viene da terre lontane. Orso roso dalla
fame. Orso che incrocia la carogna e la divora. Poi la vomita. In quel vomito ti
volto. Mio marito contempla il vomito. E la rifiuta appena la vede.
Muto il mio corpo in quello di un giovane castoro appena svezzato. Liscio ogni
mio pelo. Questa donna è gradita a lui, lui mi insegue, mi desidera, perché
l’altra gli è ripugnante.
(Sputa, si imbratta di bava dalla testa ai piedi, il marito comincia a volerla).
Egli mi ha rigettata e io mi rivolgo a lui, per lui mi trasformo in un male
mortale. Che sia attratto dal mio odore, che mi azzanni. Lo respingo perché con
più forza mi assalga.
Finché mio marito non abbandona la sua amante.
*
Incantesimo per far tornare indietro i morti
L’uomo è morto da poco e un altro esce allo scoperto: il morto è ancora nella
sala d’attesa della morte, nella più remota stanza.
L’altro uomo parla all’Alba e all’Essere Superiore. Dice: Mente disorientata la
mia, mente dissennata. A chi posso chiedere aiuto? Mi rivolgo a te. Dammi il tuo
cane! Sono addolorato per mio figlio, che è scappato in un luogo lontano.
Lasciami usare il tuo cane.
Muove la mano sinistra, come se afferrasse il cane. Poi sussurra all’occhio del
morto, ulula come un cane, Uu, uuu, così.
Il cane allora si lascia avvincere e insegue il morto. Lo insegue e ulula e
abbaia. Gli passa davanti, lo incrocia, lo incorna. Abbaia con ferocia. Gli si
avventa contro, gli blocca in ogni direzione il cammino. Infine, lo obbliga a
interrompere il suo lungo viaggio e a tornare indietro. Deve rimetterlo nel
corpo, deve riposizionarlo nel corpo. Poi il morto ricomincia lentamente a
respirare. Pur essendo morto, ora vive.
*
Per curare un malato
Quando un uomo è malato fino al punto di poter morire e il suo corpo è debole,
quest’uomo viene portato fuori casa, con grandi sforzi, e viene strofinato con
la neve, dappertutto. Un altro uomo implora le Regioni Superiori e il fiume
detto Ciottolo. “O Fiume Ciottolo, vieni a me! Scivola in me! Desidero che tu mi
serva”. Inoltre, reclama il vento dell’Est.
Segue un acquazzone. Il fiume si gonfia. Il malato diventa le rapide del fiume.
Tutto viene spazzato via – non resta più nulla. Qualcuno getta cibo nelle acque,
e il fiume trascina via ogni rifiuto e ogni dono.
Così l’uomo che soffre può guarire e viene riportato a casa.
*
Incantesimo per allontanare Ke’let, il demone
Quando scende la sera, lego due grandi orsi sulla soglia di casa mia e dico:
“Oh, voi siete così grandi, così forti, non può capitarmi nulla di male finché
sono al vostro fianco”.
Se un ke’let mi vuole e cerca di entrare in casa, gli orsi lo afferrano perché
non fanno passare nessuno.
Poi c’è una vecchia, cieca, con gli occhi incavati, con le orbite vuote: agita
una frusta di ferro tutta la notte, in ogni direzione. Lei sa spaventare i
ke’let. È difficile assalirla. Dopo, su ogni lato della casa devi porre dei gufi
polari di ferro. Hanno becchi di ferro e ali di ferro. Hanno becchi molto
affilati.
Quando ke’let, l’Assassino, l’aggressore, trova la casa, loro lo colpiscono, lo
feriscono, gli cavano gli occhi. Il demone, pieno di sangue, volta verso il
deserto – vola obliquo, ha paura, se ne va per sempre.
L'articolo “La lampada cammina, le ombre parlano”. Bogoraz e gli incantesimi dei
Ciukci proviene da Pangea.