Mancano luoghi dove la cultura possa farsi di nuovo relazione tra persone
parlanti, mancano librerie, biblioteche, sgabuzzini, cenacoli, angoli, salotti,
cabine telefoniche, garage, cantine, solai, soffitte, tinelli, cucine, sale
d’aspetto, saune, privé, pub? O che cosa manca veramente?
Mancano le persone? Manca chi è in grado di sostenere con noi una conversazione
non sui “libri” (a questo basta Radio Tre), ma sul mondo che i libri sollecitano
in ciascuno entro un tempo libero da sovrastrutture comunicative;con qualcuno
che possa con noi trasvolare non solo su titoli e autori più o meno noti, ma su
epoche, critica, autori totalmente sconosciuti e magari avventurosamente
scoperti, raccontandosi a vicenda storie di caccia che vedono protagoniste
librerie segrete nascoste nelle pieghe di centri storici, di piccoli paesi,
mimetizzate da cartolerie o mercerie di cinquant’anni fa ed esibenti fior di
volumi fuori catalogo perfettamente intonsi e anzi incellophanati, dentro un
cestone posto a lato dell’ingresso, come residui di un passato glorioso, e poi,
dopo cernita attenta, trasportati con una specie di frenesia gioiosa sul banco,
residuato anch’esso, ma bellico, davanti al vecchio titolare odorante di
antitarme per lana?
Oppure ci si vorrebbe confessare desideri da collocare in un orizzonte di attesa
di una qualche grande letteratura, o magari in nessun orizzonte di attesa se non
quello della cena, ma almeno preceduta da una caduta vertiginosa nei reciproci
vortici critici e analitici in prosa o in versi, passanti per silenzi complici,
per pause d’intesa?
Si tratta a ben vedere della vecchia necessità di poter contare su un amico (o
su un gruppo di amici) con cui stare a racconto su cose che la veglia continua
al consumo ricaccia nelle pieghe dello stato depressivo, e che dunque devono
essere estirpate o nascoste nello sgabuzzino dei materiali di risulta
impresentabili…
D’altra parte, non volendo eleggere ad argomenti degni le cose della vita di
tutti i giorni o i programmi serali in tivù o dello sport che cosa si può fare
che ci induca a esorbitare da ogni ragionevolezza e buon senso mercantile?
Poco o nulla, in effetti.
Si può tutt’al più sfiorare qualche tema spinoso, salvo poi vederlo precipitare
nel taschino dimenticato dell’imbarazzo con cui ci si saluta guadagnando
l’uscita con osservazioni sul meteo sempre più scientificamente improbabili, per
giunta aggiornabili di secondo in secondo sul web, dunque coeve all’osservazione
diretta e perciò perfettamente inutili o, al più, equivalenti al dorso di mano
sporto in fuori.
Dovremmo farci parlanti ripetitori indeterminati del flusso magmatico delle
informazioni che grondano da ogni dispositivo? Estensioni di software umane (si
spera, ancora), con variante di matrice linguale e salivale?
Sarebbe meglio di no, sarebbe meglio farsi parlanti di linee di faglia, di
sommovimenti dialettici, di subbugli filosofici, di concrezioni di domande
irrisolte, di aperture al coraggio del dubbio. Sarebbe meglio usare la lingua
parlante come strumento di scavo fra persone che si guardano negli occhi cadere
ogni difesa, ogni senso di opportunità, ogni necessità di rappresentanza, ogni
diagramma di potere implicito nel discorso e nelle posture fisiche-vocali sue
proprie.
Uno per esempio legge i Ritratti italiani di Alberto Arbasino (è quanto sta
accadendo all’estensore di questo articolo – ci si perdoni gli involontari
calchi di un grande) e ci ritrova le trattorie, i ristoranti, le case, le
camere, le piazze, i teatri, i caffè, dove il confronto tra menti pensanti è
continuo e tesse un reticolo di intuizioni, idee, invenzioni,
improvvisazioni. D’accordo, erano altri tempi. Ma così lontani che sembra
naturale sia venuto il momento di riavvicinarli. Così come si fa delle vecchie
mode, o musiche, che di colpo appaiono nuovissime.
Come?
Le persone si nascondono dietro i tavoli e gli schermi di casa. Tolte le
occasioni culturali pubbliche di un certo interesse (nella provincia della
provincia nella quale vivo molto poche in verità), non esiste nulla, men che
meno i caffè, se non come mera succursale della pratica degustatoria che
imperversa a ogni livello (assaggi e spuntini, cucina molecolare e tonni
vitellati, stuzzichini e apericene apriticielo con tutta quella roba distesa sui
tavoloni che ci si sputacchia su e aperòl), e spegne i residui moti di pensiero
nelle infinite varianti degli accostamenti gourmet.
Non solo, ma la pianificazione ha i metri cubi contati. Ogni tavolino deve
rispondere alla misura metrica minima del movimento umano funzionale, non
permettere esondazioni gestuali, se non quelle debitamente finalizzate al
manovrare le posate o il bicchiere (in pizzeria, ad esempio), e anche lì: la
linea aggettante del gomito esteso nell’atto di portare il bicchiere alle
labbra ecco sfiorare lo spazio vitale del tavolo vicino, entrare nello schema
degli sguardi casuali senza accoglienza o complicità ma solo con subitaneo
imbarazzo. Perché la vicinanza imposta per calcolo catastale non può essere la
stessa della vicinanza improvvisata sul caso di uno sfioramento di sguardi e
gesti: insomma la distanza crea l’occasione della vicinanza, la vicinanza coatta
fa sorgere il disagio della programmazione, o al massimo un sorrisino
d’imbarazzo per aver visto i denti del dirimpettaio mostrarsi nelle masticature
in corso d’opera o per lo scivolare a latere dello zaino sulla caviglia affianco
impostata alla correttezza ortopedica della seduta.
Dunque, come?
Vernissage della mostra Dada Max Ernst alla libreria Au Sans Pareil, Parigi, 2
maggio 1921
Ma scappando da queste mecche del sovrappopolamento ingerente o ingestionale o
digestimolante, dove per giunta la lettura del menù è quasi simultanea al pin
digitato sul pos, tanto il ragazzo ti sta addosso che vuole si liberi il tavolo
per la coppia entrante (sì, come le settimane degli appuntamenti di lavoro), e
tu ricorderai più le parole della lista che quelle su cui dovevi costruire liste
di temi e di consigli di lettura da scambiarsi nel luccichio delle posate
operanti in pietanza, pia danza di tagli e imboccature, spiate però sempre dal
cameriere in disparte (con arte, bisogna ammettere)…
E, aggiungerei, per andare dove?
Infatti, non lo sappiamo. L’amico poeta mi ha chiamato dicendomi che sta
arrivando, ma è un appuntamento volante il nostro, a seconda di dove ci
troveremo in qualche punto dello spazio tempo di qui al futuro immediato, lì
troveremo il modo di comunicarci le coordinate; del resto la posizione con
Whatsapp è precisa al metro quadro, non ti può mancare. È come la battaglia
navale che si giocava da bambini con foglietti coperti e schema a rete parallele
e incrociate: F5 e zac! ti ho individuato. Qui non si tira mica a indovinare
però, si apre il programmino ed è fatta, come far “ciao ciao” dalla superficie
della terra verso l’alto, subito individuati dal cecchino satellitare – come può
mancarti e mancare lui, l’amico poeta, all’appuntamento, con il suo aiuto?
Sta di fatto che adesso sono impegnato in una infinita querelle con l’ufficio
clienti di un negozio di elettronica, e non posso muovermi da lì, in che punto
sarà lui ora su Maps, quale traiettoria starà seguendo?
E bisogna ancora risolvere il problema del dove andare.
Ho sempre percepito i bar dei centri commerciali come dei luoghi di assoluto
passaggio; non c’è nulla da vedere dalla prospettiva del tavolino, se non
schiene, nuche, gomiti di chi sta insaccando la spesa alla fine del tapis
roulant della giostra comandata dalla signorina in grembiule. Oppure si viene
abbagliati, inseguiti, scovati, dalla luce continua in schermata spiovente dalle
lontanissime capriate e dai controsoffitti. Non mi ero mai soffermato sul fatto
che in quei posti c’è bivacco di gente. Tornandoci, vedi le stesse facce e noti
che sui tavoli non ci sono segni di consumazione. Dapprima la cosa ti appare
insignificante; un’altra volta invece capita che il piccolo-borghese fascistoide
razzista che pure in te in qualche modo alberga si lamenti del fatto che se
volesse sedere per consumare un quaicoss non troverebbe posto, e dunque via
questa gente che occupa senza diritto, ché poi son tutti veci bamba, con gozzi,
gobbe e tripli menti e la decadenza della carne evidente su tutti le parti di
pelle visibili, perciò smammare!
Poi, un’altra volta ancora, più rilassato, dopo aver chiuso in gabbia il membro
interno urlante in manganello, avendo trovato un posto, avverti: aria (certo,
artificiale, ma calda – fuori c’è meno due), nessun cameriere che ti importuna,
spazio tra i tavoli, peraltro liberamente spostabili, brusio di fondo diffuso,
non singole voci con il loro importuno gracchiare, ma un rumore bianco
consolante, quasi protettivo.
Prospettive? Dovunque ti volti puoi inquadrare: campo medio verso le casse,
piani americani degli avventori, campo lungo e lunghissimo verso le uscite,
addirittura possibilità di piano sequenza ininterrotto ruotando sulla sedia di
180 gradi (ma anche di tre e sessanta). Non ci avevi mai pensato, eppure, ecco,
intuizione: qui darai appuntamento all’amico poeta.
******
Siamo stati due ore, seduti alla periferia della parte più densa della
costellazione casuale dei tavolini.
Agio totale, potevi urlare (dovevi, per sovrastare il brusio) senza che nessuno
sentisse quello che dicevi; potevi cambiare posizione alla sedia, spostare a
volontà il tavolino di metallo (leggerissimo); cambiare punti di vista, andare e
tornare dal bancone con le consumazioni. Sembrerà strano dirlo, ma la mia
concentrazione è migliorata, il pensiero si è sbrigliato, la fantasia si è messa
a galoppare; volendo, avrei potuto alzarmi in piedi e fare un balletto, ne avrei
avuto agio e spazio, e nessuno si sarebbe stupito.
Dov’eravamo? Lo dirò in un orecchio. All’esselunga – sì. Ma con la e minuscola,
come fosse un bosco, una piazzola, una radura, un’area pic-nic; un’esselunga.
E mi è venuto questo pensiero, bislacco.
E se potessimo immaginare che lì, proprio lì, avrebbero agio di nascere le nuove
discussioni, le nuove battaglie culturali, le nuove riviste, le
nuove-star-lì-a-fantasticare-in-gruppo, rivoltando dall’interno la logica
consumistica che invade, privatizza, sequestra gli spazi pubblici
brandizzandoli? Appropriarsi degli spazi privati, brandizzarli in proprio
sbrandizzandoli, allargando il minimo margine di funzione pubblica prevista e
concessa dalla logica del consumo su larga scala per renderli veramente
pubblici, questi spazi?
E se poeti, romanzieri, critici, attori, registi, musicisti, compositori,
cineasti, pittori, performer, artisti visivi, insieme a barboni, perditempo,
ubriaconi, flâneur, storti, disgraziati, disagiati, gente stufa ci prendessero
casa?
Allons enfants de la poésie…
Franco Acquaviva
*In copertina: André Breton, René Hilsum, Louis Aragon, Paul Eluard con DADA #3,
gennaio 1919 © Paris, Bibliothèque littéraire Jacques Doucet
L'articolo All’esselunga (con la minuscola) insieme all’amico poeta, a
immaginare rivoluzioni letterarie… proviene da Pangea.
Tag - cultura italiana
Il ridicolo spettacolo che in questi giorni di torrido caldo estivo va in scena
dal teatro sempre attivo dei social con l’amletico dubbio (si fa per
dire!) “presentazione dei libri, sì o no?” fa lo stesso effetto della mosca che
molesta la pennichella pomeridiana.
A leggere questi messaggi parrebbe che da un giorno all’altro le presentazioni
dei libri siano diventate inutili e soprattutto improduttive: per i librai che
devono mettere a disposizione e allestire i loro ambienti ricavandoci poco o
nulla, per le case editrici che già da tempo investono pochissimi denari in
queste iniziative e, infine, anche per gli stessi scrittori che si sono accorti
(sempre con maggiore lentezza degli altri, sia chiaro) dell’ininfluenza – sulle
vendite e sulla auspicata notorietà – di queste futili sagre dell’ovvio e della
banalità.
Il bello, però, è che ad aggiungersi alla compagnia dei tristi teatranti siano
proprio gli stessi protagonisti della cosiddetta scena culturale che fino a
qualche giorno fa smaniavano per esporsi, per presentarsi, per far parlare di
sé… per coprirsi di ridicolo, insomma. Gli stessi che, pur di mostrare la
copertina del proprio libro, erano disposti a macinare chilometri viaggiando
dalla Pro Loco di Cuneo alla Società Bocciofila di Gioia Tauro anche nella
stessa giornata; i medesimi che avrebbero fatto carte false pur di esporre i
loro modesti prodotti artistici nel primo tinello disponibile a quel cenacolo di
amici e di parenti che (non lo dicono, ma è così!) non ne possono più di avere
nel proprio giro “uno che scrive”.
Nella mia città, una piccola libreria che programma almeno un paio di
presentazioni alla settimana occupa lo spazio di una piazzetta a essa antistante
e là, tra il via vai di chi porta a casa la spesa, tra l’insolenza di chi urla
parlando al cellulare e il bivacco scomposto di chi occupa le gradinate
pubbliche che collegano quella piazza alla strada che vi passa sopra, lo
scrittore di turno prova a interessare qualcuno parlandogli da un microfono con
amplificazione, come i Cristiani Evangelici che testimoniano ai passanti la loro
conversione religiosa e il cammino di fede, della sua ultima fatica che con ogni
probabilità nessuno degli astanti acquisterà e mai leggerà. Recentemente, poi,
ho preso parte alla presentazione del saggio di un filosofo nostrano che si è
tenuta in un bistrot di trenta metri quadri dopo la quale è stato servito, con
la formula della “consumazione obbligatoria”, un aperitivo rigorosamente “a
pagamento”. Ho dovuto inventare uno stratagemma per trovare una via di fuga e
sottrarmi a questa laida estorsione.
Allora, alla luce di tutto ciò, chiedo a voi, scrittori della vanagloria, poeti
da diporto, artisti della fanfaluca: davvero trovate utile e vantaggioso
ciarlare dei vostri raccontini a un pubblico di persone che nella maggior parte
dei casi vi è seduto davanti perché non aveva di meglio da fare o perché in
libreria, al bar, nella saletta parrocchiale in cui vi esibite c’è l’aria
condizionata? Veramente vi piace stordirvi e mostrare le vostre miserie
letterarie alla ridda dei saloni del libro o ai Barnum dell’arte in cui tutto è
soltanto siparietti, convenevoli, spettacolo, caciara e marketing? Ma davvero
trovate divertente e soddisfacente scrivere frasi di circostanza e dediche
fasulle, sotto le quali mettete pure la vostra firma (un’aggravante!), a persone
che non conoscete e che voi, invece di identificare come mitomani, chiamate
impunemente “lettori”? Quante foto che vi ritraggono mostrare giulivi e
soddisfatti la copertina del vostro libro appagheranno il vostro patologico
narcisismo? E quante sedie vuote dovrete ancora contare alle vostre
presentazioni prima di capire, una volta per tutte, che la giostra si è fermata
e che il giostraio è morto?
È vero, lo so, le cose non vanno meglio neppure alle rassegne letterarie e ai
festival del libro. Soprattutto quelli estivi che ora ci attendono, dove
purtroppo al ridicolo si aggiunge inesorabile anche il malcostume.
L’inarrestabile décadence di quest’epoca svaligiata, avvilita e colpevolmente
traviata si manifesta con preoccupazione quando, ahimè, i suoi segni giungono
proprio dagli ambiti artistico-culturali. Se un tempo lo hippie era la reazione
al pettinato conformismo borghese, oggi la sciatteria dei costumi (altro che la
kantiana metafisica!) è essa stessa il conformismo, la regola più che
l’eccezione. Il capellone, il figlio dei fiori, il punk, costituivano il
fenomeno culturale che investiva polemicamente una società chiamata, in un modo
o nell’altro, a farsene carico con confronti e analisi. Oggi, invece, pare che
la parola d’ordine sia soltanto la pigra strafottenza che livella tutto ai
propri confortevoli bisogni, alle proprie trasandate necessità, ai propri
infantili capricci.
E così, non è insolito assistere a festival letterari in cui i travet della
scrittura presentano i loro improbabili capolavori in pantaloncini, bermuda,
camicie hawaiane sbottonate fino all’ombelico, scarponcini da spiaggia e
infradito. Poi, collassati come dei Proust di periferia su poltroncine e cuscini
d’ogni foggia, si avvicendano nel resoconto balbettante del valore artistico del
loro nuovo romanzo (leggasi “esposizione della trama”, “sintesi o riassunto del
racconto”) a un pubblico che, in giornate di arsura estiva, forse meriterebbe di
più per coraggio e resistenza.
Ma tant’è, la conventicola delle nostrane lettere si riconosce anche da
questo glamourstraccione, da questa apparente nonchalance da artista incompreso
che alla fine si riduce allo smercio (magari!) di qualche altra copia del
proprio libriccino, a uno stravagante selfie per Instagram e a poche altre
ridicole bramosie. Che tristezza!
È in questi casi di esasperazione che, maledicendo l’attimo in cui ho deciso di
uscire di casa e di assistere a quest’inesorabile débacle, mi sovviene il
titolo, bizzarro ma implacabile, di quell’anomalo libro di Peter Bichsel: Al
mondo ci sono più zie che lettori, libro che i nostri scrittori e organizzatori
di rassegne letterarie un giorno dovranno leggere e tenere a mente come viatico.
Ahimé, «La vita o è stile o è errore» ebbe a dire un tempo Giovanni Arpino.
Già, un tempo!
Vincenzo Liguori
*In copertina: Giacomo Balla, Autosmorfia, 1900, Collezione privata
L'articolo Le rassegne letterarie ai tempi del narcisismo della mediocrità
proviene da Pangea.