> “È disorientante e imbarazzante avere due bocche. Il suono che producono è una
> vera e propria cacofonia.”
Leggendo Il genere del suono di Anne Carson, per Crocetti, ho ricordato la
leggenda caraibica letta a mia figlia come favola della buonanotte, pescata a
caso da Miti e leggende dei Caraibi, per la collana Grandi Tascabili Economici
della Newton.
Mia figlia è chiacchierina e gli piacciono i chiacchierini. Pochi giorni fa ha
scritto il primo biglietto a un bambino della classe, il suo primo amore? Gli ha
scritto: “Anche se sei chiacchierone sei bellissimo”, e nella risposta il
bambino-suo-primo-amore ha scritto: “È bellissimo che siamo chiacchieroni.”
Il titolo della fiaba caraibica è stato Perché le donne parlano tanto e l’ho
scelto sperando fosse divertente, anche se le righe corsive di presentazione mi
hanno subito messo in guardia: “Anche in questa storia è presente una misoginia
di antica data che può farsi risalire, attraverso le culture dei conquistadores,
a quella letteratura antifemminista che ha uno dei suoi capisaldi
nel Corbaccio del Boccaccio. Anche qui il referente è la Bibbia.”
Il volume della Newton è a cura di Claudio Corvino – Corvino per la letteratura
antifemminista risale al Trecento per Boccaccio e all’ottavo secolo Avanti
Cristo per i libri più datati della Bibbia. L’ottavo secolo è anche il limite
temporale inferiore preso in considerazione dalla Carson che in Omero ritrova lo
stesso giudizio, pregiudizio, sulle donne: sul loro voler parlare sempre, troppo
e male: Ulisse che si risveglia senza vestiti nell’isola dei Feaci nel libro VI
dell’Odissea omerica, circondato da urla femminile. “Che chiasso di femmine mi
si fa intorno!”.
L’antifemminismo come radice giudaico-cristiana.
Nella leggenda caraibica, presente nella sezione Vecchie storie delle Bahamas ma
che delle Bahamas non ha nulla, la storia è questa: Dio creò Adamo ed Eva ed Eva
la creò muta. Adamo da principiò non se ne lamentò, poi cominciò a sentirsi
troppo solo senza qualcuno con cui poter parlare, o meglio che rispondesse alle
sue domande, e Dio per rimediare strappò la coda al primo leprotto a vista e con
quello ci fece la lingua per Eva, ma:
> “i peli della coda del leprotto le solleticavano il palato e così sputacchiava
> cercando di liberarsene, e più ci provava, più peli le si attaccavano al
> palato. Ed ecco perché la lingua delle donne non sta mai ferma.”
Per quel che vale, da una veloce verifica con un motore di ricerca online non
risulta la presenza di leprotti alle Bahamas, ma per un Dio non sarà mica un
problema rimediare un leprotto anche se la fauna locale non lo prevede, e ancora
meno sarà stato un problema per il curatore di miti&leggende caraibiche di
riportarne una che non si capisce cos’abbia di caraibico, o meglio si capisce
benissimo che quando un popolo subisce una colonizzazione finisce per perdere
anche il ricordo dei suoi miti e delle sue leggende, come osserva Naipaul
in Fedeli ad oltranza, per Adelphi:
> “Ma nella nostra isola la popolazione autoctona che conosceva i luoghi sacri
> fu annientata e, al suo posto, nella colonia-piantagione arrivò gente come
> noi, i cui luoghi sacri si trovavano in un altro continente.”
A mia figlia, che ha sei anni, a fine lettura ho chiesto di controllare: “La tua
lingua allora è tutta pelosa come la coda di un leprotto?”, e lei: “No!” e giù a
ridacchiare. Allo stesso modo avrei potuto chiederle se secondo lei la sua voce
assomigliasse più a quella di una gallina, come nel caso di Nancy Astor secondo
il collega alla Camera dei comuni sir Henry Channon, o se a quella di Getrude
Stein, che secondo una delle sue biografie “Aveva una risata come una bistecca
di manzo. Amava il manzo.” Ovvero, per chiederglielo con la Carson, se si sente
pronta al fatto che “compito fondamentale della cultura patriarcale
dall’antichità ai giorni nostri” è quello di “associare ideologicamente il suono
femminile alla mostruosità, al disordine, alla morte”. Immagino avrebbe
ridacchiato meno.
Altro inciso: traduttore del testo della Carson per Crocetti è stato Patrizio
Ceccagnoli – che è un po’ la versione italiana della voce della Carson. Siccome
quanto scritto fin qui si presta fin troppo al risentimento di chi definisce
woke chi non ha punto voglia di lasciar dormire il cane dell’egemonia culturale
il cui sonno genera già fin troppi mostri mi lascio il pelo dell’uovo sulla
lingua, ce l’avrò un po’ di leprotto pure io, e non sollevo la questione sul
caso di un libro scritto da una donna a proposito del tentativo perenne
dell’uomo di toglierle la parola che viene tradotto da un uomo, al più invito
alla lettura dell’aggiornatissimo saggio Sensibili di Svenja Flasspöhler, per
Nottetempo, che riflette su come “ridefinire i limiti dell’accettabile” con lo
scopo di “illuminare la sensibilità nella sua dialettica, in rapporto con la
resilienza, in modo da trovare possibili vie d’uscita dalle crisi del nostro
tempo”, e che sa destreggiarsi con intelligente equilibrio tra gli opposti
estremismi in merito alle questioni di appropriazione-culturale:
> “Un dubbio analogo investe la possibilità per gli scrittori bianchi di
> immedesimarsi nella realtà e nella identità dei neri: si sospetta che chi
> decide di farlo voglia solo trarre profitto da una condizione di oppressione
> di cui è invece responsabile. Ma per quanto una tale sensibilizzazione possa
> essere giustificata dalla storia del colonialismo, questa rigidità riporta il
> gioco post-strutturalista alla fissità dello strutturalismo.”
Il registro della Flasspöhler nel saggio è di aggiornata e civile e stimolante
conversazione, insomma tutt’altro che il “gemito raggelante della Gorgone” o “la
voce fatale delle Sirene” o l’atteggiamento della vecchia Iambe “che urla
oscenità e si alza la gonna sopra la testa per esibire i suoi organi genitali”,
come da copione normalmente assegnato dagli uomini alle donne, convinti di saper
parlare, e di aver diritto a parlare, lorsignori, più delle donne perché a
differenza delle donne saprebbero tacere.
Gli uomini che se lo raccontano da soli di saper parlare meglio delle donne mi
domando se siano poi davvero convinti di deciderlo da sé quando è opportuno
tacere e di cosa o se sappiano in cuor loro di star soltanto obbedendo alla
consegna del silenzio a cui li sottopone il potere perché gli si conceda. Le
donne, estromesse dal potere, vuoi vedere mai che parlano fintanto che ne sono
escluse e che per emanciparsi, cioè per godere degli stessi privilegi degli
uomini potenti, sono disposte a limitarsi e a obbedire alla stessa consegna, a
uniformarsi sull’omertà su cui si fonda il potere e rispetto al quale la
letteratura si pone come antipotere poiché non tace ma racconta, e racconta non
quel che il potere consente ma esattamente quello che il potere mai vorrebbe che
fosse raccontato?
Il rimando è istantaneo all’incipit de Le consapevolezze ultime, di Aldo Busi,
per me memorabile quanto quello de Seminario sulla gioventù, questo:
> “Una delle ultime consapevolezze di cui ho fatto bottino, per magro che sia, è
> che da ragazzo ero affascinato dagli uomini che non parlano perché avevano
> tutti la pelle cerulea e luminescente e lo sguardo intenso di chi vuole far
> capire qualcosa senza dire cosa illudendoti, e secondo me illudendosi, che
> loro lo sapevano, cosa.”
Agli uomini che a forza di tacere per potersi sentire uomini hanno perso la
parola e assieme alla parola la possibilità di conoscere qualcosa di sé stessi,
cosa significhi essere uomini per esempio ma mica soltanto una banalità del
genere sul genere, non resta che imparare dalle donne come recuperarla, prima
che la perdano pure loro, le donne, pur di passare a loro volta dalla parte dei
perdenti di successo, di chi per vedersi riconosciuto il diritto al potere della
parola deve rinunciare alla parola, accontentandosi così di un potere cheppoi
non sarà mai il loro ma di chi tiene presso di sé la parola per meglio dominare
chi avrà introiettato la vergogna di aprire bocca.
Mia figlia continuerà a essere chiacchierina o riusciranno a rieducarla suo
malgrado a tenere la bocca chiusa per la troppa vergogna si noti la coda pelosa
di leprotto che ha per lingua? Da Il genere del suono della Carson:
> “Era un assioma della antica teoria medica greco-romana e delle coeve dispute
> di anatomia che la donna avesse due bocche. (…) Entrambe le bocche forniscono
> accesso a una cavità protetta da labbra che è meglio tenere chiuse.”
E il bambino-suo-primo-amore resisterà alla pressione sociale per cui se vuole
diventare uomo dovrà imparerà a tacere altrimenti dovrà sentirsi messo in fila
con “Le donne, i catamiti, gli eunuchi e gli androgini”, ovvero tra coloro i cui
“suoni sono sgradevoli da sentire e mettono a disagio gli uomini”, quegli
uomini-veri che pur di sentirsi in prossimità del feticcio della virilità
autorizzata diventeranno taciturni, inautentici, silenziosi, muti come Iddio
creò Eva quel dì lontano laggiù alle Bahamas?
O come tutti per potersi illudere di piacere dovranno dispiacersi e basta, a
partire da sé stessi, per la goduria del potere che è principalmente quello di
non far provare piacere agli altri incapace com’è di saperne provare lui?
antonio coda
*In copertina: Guercino, studio di volto, XVII secolo
L'articolo Il leprotto delle Bahamas, ovvero: perché le donne (non) devono
tenere la bocca chiusa proviene da Pangea.
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Non sono tempi d’oro per le oneste storie di fantasmi. Per chi come me è
cresciuto con la compagnia dei grandi spettri ottocenteschi è desolante fare un
giro nella sezione degli horror contemporanei, fra best-seller o aspiranti tali
che si rifanno più a serie televisive di terz’ordine che alla grande letteratura
di un Poe o di una Mary Shelley o di un Matthew Gregory Lewis o anche di uno
Stevenson. La letteratura di genere ha sempre meno a che fare con la letteratura
e sempre di più con il mercato e dunque con il cinema e le serie televisive,
perseguendo una pretenziosa narrazione onnisciente e scorrevole che discende dai
libri più o meno riusciti di Stephen King (o dai film tratti da quei libri) ma
che finisce dritta dritta nel dimenticatoio del già visto o del banale, fra
ripetitive scene “a effetto” mal scritte e mal raccontate che procurano sbadigli
di tedio piuttosto che brividi di terrore. Sono sempre più rare le meravigliose
strutture a incastro che hanno reso indimenticabili romanzi quali Lo strano caso
del dr. Jekyll e del sig. Hyde di Stevenson o, più avanti nel
tempo, L’invenzione di Morel di Adolfo Bioy Casares. Eppure la letteratura sa
ancora sorprenderci e spaventarci, specie se, come accade a me, non si crede nel
maligno ma lo si frequenta spesso.
Quest’estate l’editore Fandango pubblica uno strano romanzo che rientra
certamente nella categoria della migliore letteratura horror: L’affascino, di
Manuela Maddamma. Mi erano già capitati fra le mani un paio di scritti di
Maddamma contenuti in un volume dedicato ai grandi maledetti dell’Ottocento e
del Novecento; uno di essi mi aveva fatto scoprire Aleister Crowley,
figura orrifica semmai ve ne furono, cultore di Satana e dell’occulto, perciò
quando seppi che Maddamma avrebbe pubblicato un romanzo dell’orrore ne fui più
che interessato. È infatti una scrittrice molto peculiare, Manuela Maddamma:
appassionata di autori dalle vite tormentate e tragiche, studiosa e traduttrice
di Giordano Bruno, è una di quelle ottime stiliste che tendono a pubblicare
pochissimo e che dunque bisogna seguire con attenzione. Il suo primo
romanzo, Lascia che ti guardi, è del 2005. Ora, vent’anni dopo, esce il suo
secondo romanzo, L’affascino. Vent’anni sono molti.
L’affascino è un abile gioco a incastri che rende il lettore non più mero
spettatore di ciò che legge bensì parte attiva della storia narrata. Emilio
Della Torre è un giovane antropologo che viaggia in Salento per fare delle
ricerche sul tarantismo, rituale magico-religioso un tempo molto in voga nel Sud
Italia. Il racconto comincia in prima persona e, come in ogni vicenda horror che
si rispetti, non mancano le chiese e i preti, Dio e Satana, sebbene in seguito,
sfogliando dei rosari, Emilio osserverà che le preghiere e le croci non sono
altro che “una delle geniali trovate della superstizione, di quella religione
cattolica che da duemila anni mastica tutte le superstizioni precedenti”, come a
dire che ciò di cui si occupa lui – e di conseguenza la storia raccontata da
Maddamma: L’affascino – è ben più misterioso e terribile delle ordinarie
liturgie cristiane.
L’affascino è un romanzo che tratta del Male e dei morti e quindi dei fantasmi
che ospitano le nostre paure più ancestrali. La struttura del libro è in gran
parte binaria, alternando il diario di Irma, una bambina di tredici anni, ai
resoconti di Emilio, che dovrebbe prendersi cura di lei ma che è troppo
terrorizzato per farlo. C’è il “vecchio tema del doppio”, come lo chiama Borges
ne Il libro di sabbia, perché Irma – la bambina – è anche Mira, sua madre, o
forse soprattutto l’altra Mira che la perseguita: il bianco spettro di una
bambina che compare pure a Emilio e che di fatto regge il pathos dell’intero
romanzo.
Ci sarà un esorcismo. Ci sarà un tentato suicidio. C’è una casa infestata e c’è
una maledizione. Tuttavia c’è anche molta letteratura, dai grandi modelli
ottocenteschi (soprattutto Poe, Stevenson e James) fino a La Tigre Assenza di
Cristina Campo, perché a un certo punto Emilio si dice: “Non sono vane le parole
della poetessa, quando conia la definizione di Tigre Assenza. Cos’è infatti,
l’assenza della persona cara, se non un essere immondo, dal passo leggero e la
stretta definitiva?” Ogni fantasma è quindi un essere immondo. Ogni morto non
può che essere una Tigre Assenza.
Chi afferra la massima irrealtà plasmerà la massima realtà, recita il titolo di
uno dei capitoli del libro, riprendendo Hofmannsthal, quando Emilio si dispera
di non poter combattere il Male e la piccola Irma continua a deperire davanti ai
suoi occhi. Emilio però non vuole che la bambina fugga la casa maledetta,
egoista nel proprio terrore come se fosse anch’egli un fantasma. Così scrive:
> “Ho sbirciato nel Diario che da un bel po’ tiene nascosto sotto il materasso;
> nessun piano di fuga per ora. Tracce della piccina sì, non smette di
> tormentarla. Ieri non ha potuto dormire perché dal cuscino le arrivava la sua
> vocina ad augurarle la malanotte, una voce prima fievole e poi più nitida e
> acuta a rivelarle un sortilegio e infine assordante a urlarle: ‘È una strega
> malvagia!’ Allora si è tirata su e ha acceso la luce della lampada per
> pregare, ma le parole si ingarbugliavano.”
La piccina è il Male, lo spettro che infesta la casa e il funesto doppio di
Irma. La bambina si salverà? E Emilio? Cosa vuole dirci la frase di
Hofmannsthal? Se i morti non sono reali, in quale malefica irrealtà possono
condurci? L’innocente purezza di Irma, come lo spavento del lettore, è destinata
a soccombere al Demonio?
L’accavallarsi del diario di Irma e dei resoconti di Emilio portano la tensione
narrativa al culmine, in un crescendo emozionale e stilistico che – nel momento
della rivelazione del Male, ossia della maledizione e dell’invocazione al
Maligno – ci regalerà quel brivido di terrore proprio della grande letteratura
gotica di cui tanto sentiamo la mancanza.
Manuela Maddamma scrive e pubblica poco, forse memore della lezione di Cristina
Campo (“Ha scritto poco, e le piacerebbe aver scritto meno”), ma ciò che scrive
ci turba e ci piace. L’affascino è un romanzo dell’orrore che merita di essere
letto e che inquieta anche dopo la lettura. Gli innocui spaventi delle serie tv
e dei best-seller di genere sono lontani, per fortuna. Dalle profonde tenebre
dei nostri cuori ammaliati dal racconto, Satana sa ancora sorprenderci.
Edoardo Pisani
*In copertina: Gerard David, Il giudizio di Cambiase, 1488
L'articolo Nonostante la degenerazione del genere horror, ciò che scrive Manuela
Maddamma ci turba e ci piace proviene da Pangea.