Prima di accedere al ritiro buddhista di meditazione vipassanā della tradizione
theravāda, dovetti compilare un modulo in cui mi veniva chiesto se in passato
avessi avuto tendenze suicide, se avessi assunto psicofarmaci, droghe, se avessi
sofferto di depressione, se fossi in cura da uno psicologo, e tante altre
domande.
Dopo aver compilato il modulo, lo consegnai agli insegnanti.
Il ritiro iniziò qualche ora dopo. Quasi dodici ore al giorno di meditazione
seduta, intervallate dalla meditazione camminata, dal discorso dei maestri, dal
pranzo, da un paio di pause, dalla cena. Il tutto rigidamente in silenzio per
una settimana. Non era consentito nemmeno guardarsi negli occhi o
salutarsi. Anche durante i pasti lo sguardo doveva rimanere basso. Vietata la
lettura, la scrittura, l’ascolto della musica.
Fu un’esperienza strabiliante. Almeno i primi giorni.
Il quarto giorno iniziai a far fatica a dormire. Chiudevo gli occhi e vedevo
lampi di luce. Mi sentivo molto agitata, come se avessi bevuto qualche caffè. Ma
io non bevo caffè.
Il quinto giorno sentivo che sarei impazzita. Cominciai a percepire una
fortissima agitazione anche durante il giorno, così uscivo a fumare fuori dal
convento. Incontravo sempre un uomo solitario che stava partecipando al mio
stesso ritiro e che sembrava appena uscito da un manicomio o da una RSA; aveva i
calzini grigi, ciabattone, maglioncino aperto e magliettina corta che lasciava
in bella vista l’ombelico e la sua pancia grassa. Era l’unico che quando mi
vedeva accennava un sorriso e un saluto, per poi tornare ad assumere uno sguardo
perso e dirigersi in sala di meditazione camminando pianissimo.
Proseguii senza mollare. Dovevo farcela, ormai era diventata una sfida contro me
stessa. Ero già stata in alcuni ritiri, anche se più brevi, ed era andata bene.
Durante il pomeriggio del quinto giorno presi il mio iPod e ascoltai la musica
ad alto volume. Mi misi a ballare da sola, nella mia stanza, con le cuffie alle
orecchie. Ascoltai le canzoni che di solito sentivo da giovane. Non le ascoltavo
da molto tempo. Erano i brani riservati ai momenti bui.
La quinta notte fu la peggiore. Mi tornarono le ossessioni. Soffro di una lieve
forma di Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC) fin dall’adolescenza. Non dispiego
gesti ripetitivi ed estenuanti per mantenere il controllo, semplicemente il mio
cervello se ne va in loop su dei pensieri totalmente irreali, ma che sono così
insistenti e penetranti da infondermi un senso di puro terrore. Una paura che in
passato si manifestava anche fisicamente: nella mia mente arrivava un pensiero o
un’immagine, iniziavo a sentire un senso di calore e d’irrigidimento nelle mani,
che poi saliva fino al cuore. Il cuore cominciava a battere all’impazzata, e a
quel punto il mio cervello andava in panico.
Quella notte fui invasa da ricordi brutti relativi al passato. Sentivo le
ossessioni arrivare, e con loro una forte tristezza, un’angoscia immensa, e
questo mi fece ancora più paura, perché sapevo che le ossessioni erano sempre
state i cani da guardia di quel buco nero che era la depressione. Mi sentivo
come una bambina che era stata abbandonata da sola in lacrime in una stanza
buia. Dopo qualche ora svenni nel sonno per la stanchezza.
La mattina dell’ultimo giorno mi svegliai e andai a meditare. Nel pomeriggio si
aprì il momento di condivisione tra i partecipanti.
Finalmente.
Com’era andato questo ritiro? Come ci si era sentiti?
Molti raccontarono le loro esperienze mistiche, di pace e benessere. Addirittura
alcuni dissero che non sarebbero più voluti tornare a casa, che pensavano già al
prossimo ritiro, vivevano in funzione di quello.
A un certo punto sentii la necessità di dire la mia. Durante uno dei discorsi di
dharma si era parlato del libro: Una camionata di merda: e altre storie di
quotidiana felicità del monaco Ajahn Brahm, di cui in passato ho letto vari
testi che ho apprezzato molto.
Dissi davanti a tutti che durante il ritiro ero stata investita anche da una
vera e propria “camionata di merda”, giusto per citare quel fantastico titolo.
Bastò dire “merda” per vedere alcune persone trasalire. Percepii gli sguardi e i
giudizi di coloro che in teoria erano lì per comprendere l’equanimità e che non
esiste nessun Sé.
Spiegai cosa mi fosse successo, ma non ricevetti risposte. Era chiaro che ero
lontana da quell’illuminazione che avrebbe dovuto dissipare tutto.
Quando il momento di condivisione finì, mi si avvicinò un’anziana signora, quasi
con il timore di farsi vedere. Mi prese la mano e mi disse: “Grazie, grazie
davvero. Anch’io durante questi ritiri non mi sento solo bene, ma vengo vista
come una matta che non ha ancora capito delle cose e ho paura a parlarne. Quindi
grazie di nuovo per il tuo intervento”.
Avrei voluto abbracciarla. Mi venne da piangere.
Uscii a fumarmi una sigaretta e rividi l’uomo solitario. Ci guardammo, ci
sorridemmo, e di punto in bianco mi disse: “La natura sta dappertutto ma il
silenzio non sta da nessuna parte”.
Lui sì che era un vero illuminato.
Ma ora, finalmente, è uscito un libro pubblicato da Ubiliber, la casa editrice
dell’Unione buddhista italiana, dove si parla degli effetti avversi della
meditazione senza più considerarli un tabù: Le impronte del trauma.
Trauma-sensitive mindfulness e meditazione, scritto dallo psicologo canadese
David A. Treleaven.
Partiamo dal presupposto che tutti abbiamo un’idea sbagliata del trauma. Tutti,
nessuno escluso. Pensiamo che sia traumatizzato soltanto un reduce di guerra, un
terremotato, qualcuno che abbia subìto abusi, stupri, chi abbia visto morire i
propri figli, compagni, genitori. In questo libro c’è una definizione che mette
bene in chiaro che cosa s’intenda con la parola trauma:
> “Col tempo, tuttavia, ho imparato che il trauma, più che il contenuto di un
> evento, riguarda l’impatto, prima immediato e poi prolungato, che l’evento ha
> sulla nostra fisiologia. Come ha scritto Pat Ogden, veterana tra gli
> specialisti in disturbi post-traumatici: «qualsiasi esperienza che sia
> abbastanza stressante da farci sentire impotenti, spaventati, sopraffatti,
> senza scampo e profondamente insicuri è da considerarsi molto probabilmente
> traumatizzante». Dalla violenza vissuta come spettatori o protagonisti, alla
> perdita di una persona cara, fino all’essere vittima di oppressione, si può
> fare esperienza del trauma in molti modi diversi. E, al contrario di quanto
> credevo un tempo, affrontare le diverse forme di trauma personale non
> sminuisce l’importanza di ferite più gravi che hanno ricevuto altre persone.
> Anzi, questo potrebbe addirittura essere il punto di partenza per una
> riflessione sulle condizioni sociali che troppo spesso perpetuano il trauma”.
Ma allora potremmo essere tutti più o meno traumatizzati. Sì, ed è bene non
minimizzare. Per esempio, stare a stretto contatto con due genitori che litigano
non è meno grave di ricevere delle botte. Perché uno schiaffo quando arriva,
arriva; crescere tra le grida, invece, ti fa vivere in uno stato perenne di
allerta e di terrore, perché non sai mai quanto durerà e quando avrà fine.
Vivere tra i litigi può portare il cervello a sviluppare una sorta di stato di
dissociazione. I bambini non sanno come gestire le emozioni difficili.
Il trauma non si esaurisce una volta che è passato. Le sue impronte rimangono a
lungo e nel profondo. È necessario integrare ed elaborare il trauma per
reimparare a fidarci dei nostri sensi. Il professore e ricercatore Van der Kolk,
fondatore del Trauma Center di Brookline, Massachusetts, ha scritto:
> “Le persone traumatizzate non si sentono al sicuro dentro di sé: il loro corpo
> è diventato una trappola esplosiva. Di conseguenza non va bene sentire ciò che
> si sente e sapere ciò che si sa, perché il corpo è diventato il contenitore
> del terrore e dell’orrore. Il nemico che ha iniziato l’opera all’esterno si è
> trasformato in un tormento interiore”.
A volte “non bisogna svegliare il can che dorme”, e cioè andare a stimolare e a
mettere alla prova eccessivamente il nostro corpo e il nostro cervello,
soprattutto se abbiamo subìto traumi. Ecco con che cosa ebbi a che fare quella
notte al ritiro. Come scrive Treleaven, chi non vive l’esperienza della
meditazione o del ritiro come qualcosa di positivo, spesso prova una profonda
vergogna. Il meditante finisce per pensare di aver fallito, di essere sbagliato.
È necessario l’opposto: imparare a riconoscere, ad accettare e a rispettare la
propria finestra di tolleranza. Sempre Treleaven:
> “Comprendere la finestra di tolleranza serve a garantire che le persone non
> superino la soglia di ciò che riescono effettivamente a gestire. Quando ci
> troviamo al suo interno è più probabile che ci sentiremo stabili, presenti e
> regolati. Viceversa, quando se ne superano i confini è più facile sentirsi
> ri-attivati, fuori controllo e disregolati”.
I traumi rimangono come cicatrici, ma certe situazioni sono capaci di riaprire
le ferite. È questo che si dovrebbe evitare. Come? Usando la consapevolezza per
conoscerci e riconoscere cosa riaccende determinati stati emotivi, per poi
imparare a proteggerci. Anche un profumo, l’odore degli incensi, non rispettare
i confini fisici o dire certe parole possono risvegliare traumi.
Nello studio Adverse Childhood Experiences, una delle più grandi indagini
sull’impatto dei traumi infantili nella salute fisica nel corso della vita, è
emerso che un bambino su dieci si trovava in una casa in cui un genitore veniva
trattato in modo violento e uno su quattro aveva subìto abusi fisici. Il
problema è che seguendo questi bambini nel corso del tempo, lo studio ha anche
rivelato che le esperienze traumatiche precoci si ripercuotono anche una volta
diventati adulti:
> “I bambini con più esperienze traumatiche presentavano una probabilità molto
> maggiore di soffrire di depressione cronica e di avere problemi di salute
> importanti, così come una probabilità da tre a cinque volte maggiore di
> tentare il suicidio”.
Tempo fa mi successe un’altra cosa. Andai a un ritiro di meditazione in un
monastero zen. Scelgo sempre la stanza singola perché so che faccio fatica ad
addormentarmi prima di mezzanotte. Sono una surrenale che preferisce andare a
letto tardi. Si nasce e si muore gufi oppure allodole, non si cambia. Prima di
dormire devo leggere un po’ perché mi rilassa molto; è provato da studi
scientifici che leggere anche solo qualche pagina riduce i livelli di stress. In
quel monastero, però, le stanze singole non hanno dei veri e propri muri a
separare le stanze, per metà hanno del vetro opacizzato. Così, il primo giorno,
una volta andati a letto alle 21, mi misi al collo la mia lucina da lettura per
non dare fastidio a nessuno, ma di lì a poco una signora vicino alla mia stanza
iniziò a lamentarsi e a insultare chi aveva ancora la luce accesa. Una coppia di
ragazzi spense la luce dopo che la signora era andata a bussare e a lamentarsi
alla loro porta. Io non la spensi.
La signora iniziò a inveire contro di me. Di rimando, dall’interno della mia
stanza, le dissi che avevo scelto la singola appositamente per poter leggere e
stare tranquilla e che la luce era davvero fioca. Nulla da fare. Non smise di
lagnarsi e di accusarmi. A quel punto sentii crescere in me una forte
agitazione. L’ansia prese il sopravvento. Per un po’ feci fatica a realizzare
che non ero a casa con mia madre che mi sgridava perché non riusciva a prendere
sonno per colpa del mio raffreddore, della tosse o perché tornavo a casa troppo
tardi la sera.
Probabilmente anche la donna di fianco alla mia stanza aveva subìto i suoi bei
traumi, proprio come mia madre, non potevo farci nulla. Spensi la luce e uscii a
fumarmi una sigaretta guardando le stelle. Era il periodo in cui facevo la
psicoterapia EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing), capii che ero
nel pieno dell’elaborazione del mio passato e la mia finestra di tolleranza era
davvero sottile. Rientrai, feci le valigie e me ne andai. Non avrei mai potuto
sopportare altre quattro notti in quel modo. Non era colpa di nessuno.
Una volta in auto sentii il mio umore migliorare. Misi la musica ad alto volume
e tornai a Milano cantando e sorridendo. Mi ero protetta. Mi ero fatta del bene,
e senza temere giudizi. Il giorno dopo mandai una mail al monastero spiegando
l’accaduto e mi risposero che erano dispiaciuti e che capivano cosa fosse
successo.
Nei miei libri parlo sempre di controindicazioni delle pratiche meditative e
dello yoga, sono una delle poche a farlo. Inserisco sempre un capitolo al
riguardo in ogni mio testo. Lo faccio perché ho vissuto gli effetti collaterali
della meditazione in prima persona, e non vorrei che capitasse anche ai miei
allievi e ad altri meditanti.
La meditazione e la mindfulness (e così lo yoga) possono risvegliare traumi,
causare ansia, disagio, agitazione, inquietudine, stati di dissociazione e non
soltanto durante lunghi ritiri di meditazione. Quindi? Non dovremmo meditare?
Dovremmo averne paura? No, ma le persone vanno informate, gli allievi vanno
avvisati. Per esempio, prima di partecipare a un Protocollo MBSR
(Mindfulness-Based Stress Reduction) è bene chiedere se si è in cura da uno
psicologo, se si stanno assumendo psicofarmaci e, soprattutto, non si devono far
partecipare persone borderline, schizofreniche o che hanno appena subìto lutti.
Tutti coloro che hanno problemi di dipendenza, alcolismo o che stanno
attraversando una depressione grave, vanno accolti con attenzione: solo se sono
seguiti da psicologi – i quali vanno avvisati – o se sono in fase remissiva.
Per insegnare meditazione o mindfulness non è necessario essere terapeuti ma
nonostante questo certi psicologi vogliono far credere che queste pratiche
appartengano a loro, quando invece bisognerebbe controllare che i terapeuti
siano dei meditanti e che conoscano bene queste dinamiche.
Treleaven racconta di aver ricevuto e di continuare a ricevere tantissimi
pazienti e meditanti che hanno riscontrato questo tipo di problemi. La
Mindfulness può essere d’aiuto, ma bisogna essere istruttori certificati capaci
di guidare gli allievi con questo tipo di problematiche, che vanno considerati a
tutti gli effetti dei sopravvissuti. In molti casi è bene interrompere per un
po’ la meditazione e consigliare un percorso di psicoterapia a parte, e dopo un
po’ tornare a meditare.
Le pratiche improntate alla Mindfulness possono rafforzare la consapevolezza del
corpo, aumentare l’attenzione e la capacità di regolare le emozioni, possono
diminuire il volume della materia grigia nell’amigdala – con conseguente
riduzione della reattività ai trigger legati ai traumi – possono contribuire a
un ispessimento delle aree della corteccia prefrontale nel cervello, il che
significa essere in grado di esercitare un maggior controllo esecutivo
sull’impulsività delle azioni generate dal cervello emotivo.
> “La Mindfulness, per fortuna, è in grado di affrontare tutto questo: rafforza
> la nostra capacità di restare presenti di fronte a ciò che sembra
> insopportabile”.
Ma non possiamo dimenticare che in certi momenti la meditazione può anche
peggiorare i sintomi dello stress traumatico, generando flashbacks, aumento
dell’attivazione emozionale e dissociazione, disconnessione tra i pensieri, le
emozioni e le sensazioni fisiche. E questo vale sia in contesti Mindfulness
legati al Protocollo MBSR sia in contesti buddhisti. Bisogna essere pronti a
gestire la situazione di disagio degli allievi, riconoscerla ed evitare la
ritraumatizzazione. È necessario capire che le cose possono essere cambiate
soltanto nel momento in cui si sceglie di affrontarle.
Più volte ho raccontato del mio primo incontro con lo yoga, ormai vent’anni fa.
Ne ho scritto in vari articoli e nei miei libri. Ricordo benissimo quanto stetti
male, quanta ansia e agitazione provai durante la pratica. E mi sentii
sbagliata, perché tutte le persone intorno a me sembravano così tranquille.
Stavo entrando in contatto con le mie emozioni e sensazioni in modo forzato e
insopportabile. Ma io, in quel periodo, non volevo sentire niente. Sarei voluta
sparire. Avrei voluto dimenticare. Eppure, oggi insegno yoga e meditazione, sono
una formatrice e istruttrice mindfulness e del Protocollo MBSR. Non l’avrei mai
creduto possibile. La pratica mi ha cambiato e ha dato un senso alla mia vita.
Scrivo anche libri al riguardo. Ho fondato “L’Approdo”, una specie di “posta del
cuore della meditazione” dove le persone possono scrivermi per parlare di tutti
i problemi e degli effetti avversi che riscontrano durante la pratica. Non
parlare anche delle controindicazioni rischia di far perdere una grande
occasione alle persone che in realtà ne avrebbero più bisogno.
Questa è divulgazione. Questo è dharma. Questa è compassione. Questa è
consapevolezza.
Dejanira Bada
L'articolo Quando la meditazione è un trauma. Piccolo discorso per infrangere un
tabù proviene da Pangea.
Tag - meditazione
Quest’anno ho cambiato la mia vita. L’ho stravolta. E non l’ho fatto grazie a
qualche influencer o guru che mi ha detto cosa fare. Non sono nemmeno tornata
dallo psicologo. Perché non tutte le passioni tristi vanno estinte. A volte è
necessario entrare in contatto con il dolore e camminare come un fachiro sui
carboni ardenti.
Mia madre è morta, e questo mi ha dato la forza di guardarmi allo specchio e di
dirmi che non ero più felice e che quindi dovevo cambiare le cose.
Il tempo è poco.
Ho avuto bisogno di piangere e di abbracciare il turbamento. Mi sono concessa il
privilegio di poter essere infelice. Almeno per un po’.
Ho continuato a meditare. Questo sì. L’arte della ripetizione e dell’esercizio
mi hanno aiutato e confortato. Sono anche entrata in chiesa più volte per
contemplare nel silenzio quell’immagine di distacco e Resurrezione.
Mi sono ritirata nella natura per due mesi, in una casetta sperduta tra le
colline marchigiane, facendo il sugo con i pomodori dell’orto, dando da mangiare
alle galline e alle tartarughe, scrivendo, meditando e andando al mare. Non
volevo più tornare. E in effetti, in un certo qual modo, non l’ho fatto. Per un
po’ sono tornata fisicamente a Milano, ma non sono tornata alla mia vita di
prima.
E mentre mi trovavo in questa sorta di Eden, ho letto un libro del filosofo
Peter Sloterdijk che ha un titolo degno di un libro self-help ma che in realtà
s’ispira a un passaggio della poesia Il torso arcaico di Apollo di Rainer Maria
Rilke, in cui viene declamato il monito: Devi cambiare la tua vita. Qualcosa che
avevo già messo in atto quasi inconsapevolmente, facendo ricorso al mio maestro
interiore, che come ogni degno allenatore può accompagnare verso l’alto soltanto
se l’allievo non smette di desiderare.
L’uomo è un essere abitudinario, ha bisogno della ripetizione per poter
comprendere: “Si fa solo ciò che si riesce, e si riesce a fare solo ciò che
viene continuamente ripetuto”. Chi vuole scrivere non deve fare altro che
scrivere; chi vuole dipingere non deve fare altro che dipingere; chi vuole
suonare non deve fare altro che suonare. Si dice che siano necessarie almeno
10.000 ore per diventare bravi in qualcosa, per rendere una certa attività una
“seconda natura”.
Per imparare, ci vuole esercizio. Per placare l’ansia, ci vuole esercizio. Per
meditare, ci vuole esercizio. È l’opposto di ciò che propone il mondo di oggi,
dove si vuole ottenere tutto e subito. Zero fatica, zero impegno, zero “sbatti”,
per usare il gergo giovanile.
Oggi il vero rivoluzionario è il praticante, colui che si diletta con devozione
nell’arte della ripetizione. È questo rito ad aver elevato le grandi menti della
storia. Il genio non nasce a caso sugli alberi. “Ogni educazione è una
conversione”, scriveva Pierre Hadot, e Sloterdijk aggiunge che è anche una
sovversione.
Apro i social e vedo corsi per diventare insegnanti di meditazione a 99,99 euro;
corsi di yoga per brillare nell’infinito e risolvere ogni problema. E penso che
ho smesso di fare la critica musicale quando nelle canzoni sono scomparse le
chitarre e gli assoli, perché le nuove generazioni non hanno voglia di
cimentarsi almeno 10.000 ore per imparare a suonare discretamente. Meglio il
computer, meglio l’AI, che a breve farà le canzoni al posto nostro. La Corea lo
ha già fatto, una “cantante” generata artificialmente ha firmato un contratto da
cinquanta milioni di dollari con una casa discografica.
Ricordo che una sera sono uscita a fumare una sigaretta nel cortile della
casetta in campagna. Mi sono presa una pausa dalla lettura, e mi sono messa a
guardare le stelle senza fare nient’altro che esserci. E sì, un vecchio maestro
indiano di Ayurveda mi disse che puoi fumare anche se mediti e pratichi yoga,
anche molti sadhu indiani fumano, basta farlo consapevolmente e godersela, senza
fare altro. E infatti non fumo camminando, non fumo facendo cose, non fumo
nemmeno quando scrivo. Quando fumo, fumo e basta.
Poi sono tornata al mio libro e alle tensioni verticali stimolate dalle
riflessioni: “Finiamo di volere ciò che abbiamo sinora voluto”, ha tuonato
Seneca. E ho ripensato alla mia necessità di accogliere la mestizia, il più
grande maestro che potessi incontrare. Totalmente controcorrente, in un mondo
che sente sempre più il bisogno di creare uomini senza refusi, dove la
possibilità di disporre di sé stessi e di avere accesso al proprio universo
interiore non è diventata altro che un’ennesima forma di consumo e produzione e
il lavoro l’unica forma di esercizio accettabile. Che non si perda tempo a fare
gli eremiti. Non c’è più spazio per la preghiera e la meditazione. Serve
manovalanza, nonostante ci sia un eccesso di “superflui”, di persone che in
realtà sono “inutilizzabili”, un “proletariato” condannato alla frustrazione,
che sarebbe meglio iniziare a sedare, educare, punire. E già fin da ora,
figuriamoci con l’avvento dell’intelligenza artificiale. Ma visto che nemmeno in
seguito sarà possibile cambiare la propria vita: “dovrai lasciarti trasformare
fin dall’inizio da noi”, e cioè dallo Stato, il produttore di uomini, che con
l’educazione comincerà a occuparsi di un miglioramento di massa, dato che
l’automiglioramento della minoranza non è più possibile e sostenibile.
> “Quando il senso per il miracolo lascia il posto al senso per il meraviglioso
> nasce la “cultura” moderna”.
Il benessere è il nuovo lusso. Avere tempo per sé stessi, per cucinare, per
andare in palestra, in piscina, a padel, per rilassarsi, per mettersi le creme
per il corpo, andare dall’estetista.
> “Ora l’individuo sembra piuttosto un allenatore, che cura la selezione dei
> propri talenti e sprona la squadra delle proprie abitudini. Che questo
> atteggiamento venga chiamato “micropolitica”, “arte di vivere”, “autodesign”
> oppure “empowerment”, è solamente questione di gusto”.
Anziché distruggere l’ego, ecco diventare l’Io il nuovo grande progetto,
l’impresa cui dedicare tutta la propria vita. È l’epoca dell’Io S.p.a. Ciò che
una volta era santità, oggi è fitness.
Il dilemma dell’uomo moderno è questo: cambiare sé stesso o il mondo? Oppure
entrambi allo stesso tempo? L’eccesso d’individualismo crea
confusione. L’esercizio, la ripetizione e la fuga dal mondo sembrano ormai volti
soltanto all’autorealizzazione, alla performance interiore, e non a una
preparazione all’arte mistica di morire. E questo perché? Perché la paura della
morte è il segno più eclatante di mancanza di solidarietà tra gli uomini.
I santi hanno lasciato il posto alla società dello spettacolo e al lifestyle. Ma
il buonismo e il relax semplificano la vita a dei livelli estremi e non
rispecchiano la realtà delle cose, demoliscono la tensione verticale e portano
a evitare passione e sofferenza. Per non parlare della frenesia
dell’immortalismo terreno inseguita dai ricchi e agognata dai poveri.
Solo l’arte sembra salvarsi da tutto questo, è lì che sopravvivono residui di
contemplazione, dove la fede si trasforma in stupore e la preghiera in
ammirazione.
> “Che cos’è l’arte, se non una forma del saper patire e nello stesso tempo la
> forma che assume la passione del saper-fare”.
Ma cosa è rimasto, oggi, dell’arte? L’artista è ancora interessato a elevare sé
stesso? Non nel senso della fama, di quell’Io perennemente in costruzione e
strabordante, ma nel senso di saper guardare ancora verso ciò che è in Alto.
E allora, alla fine, ecco cosa mi hanno insegnato la morte di mia madre,
Sloterdijk e il monito di Rilke “Devi cambiare la tua vita”: prendi la tua
strada verso le colline e la via della luce e non fare più ritorno. Avanza.
Preparati alla Grande Catastrofe. Se sarai ancora capace di farlo, cerca il
sublime, l’ultimo disperato appello verso la salvezza, verso l’impossibile,
verso l’elevazione. Non dare precedenza al becero intrattenimento, dalla ai
libri, alla riflessione e ai trasognamenti. Ambisci al sapere senza il timore di
perdere la tua identità. Prendi le cose dannatamente sul serio.Attua una
rivoluzione spirituale contro l’ottusità, l’avvilimento, l’abbruttimento, la
banalità, la cocciutaggine, la semplificazione, la mancanza di rispetto,
l’impazienza e le apparenze che ti hanno infestato il cervello. Assumi buone
abitudini per una sopravvivenza comune e liberati dagli automatismi demoniaci
che ti privano dell’anima.
Le cose non possono più andare avanti così.
Il resto, sono solo chiacchiere.
Dejanira Bada
*In copertina e nel testo: opere di Alberto Martini (1876-1954)
L'articolo Ambisci al sapere. Attua una rivoluzione spirituale contro
l’ottusità. Il resto, sono solo chiacchiere proviene da Pangea.
Dove si trova il silenzio? È una condizione che fa parte di questo mondo o
esiste solo nell’universo siderale? Il silenzio si trova nei cimiteri, ci
riguarda o appartiene a un Altrove?
Esiste il silenzio?
A volte sembriamo cercarlo disperatamente, ne sentiamo la mancanza.
Dove abita il silenzio?
Non è un po’ come chiedersi: dove nasce il vento?
Siamo disposti a viaggiare e ad allontanarci molto per provare a stanarlo.
Lo cerchiamo durante i ritiri di meditazione, dove si rimane zitti per giorni, e
quando poi si può ricominciare a parlare, non abbiamo nemmeno tutta questa
voglia di farlo.
Ma il silenzio non è per tutti. Molti si sentono a disagio quando il mondo tace.
Perché il silenzio è anche un invito all’introspezione. Restare soli con sé
stessi può fare molto rumore. Eppure, come scrive il filosofo Peter Sloterdijk
in Devi cambiare la tua vita, al contemplante basterebbe comprendere una
procedura fondamentale che consiste nella “duplicazione di sé”, un metodo per
stare in buona compagnia anche quando si sceglie di ritirarsi dal mondo;
cogliere che dentro si ha già un partner superiore, un angelo, un monitor
spirituale, un genio, un mentore, un custode, un compagno, un guardiano che
protegge e controlla, che esamina e sostiene, senza cercare fuori qualcuno o
qualcosa che compensi la paura. Un nobile osservatore che sorveglia e fa sentire
al sicuro:
> “Chi vuole essere sé stesso sperimenta la presenza del suo altro interiore.
> Per sapere come sta quest’ultimo, occorre un quotidiano esame interiore”.
Il passo successivo, in particolare nei percorsi spirituali orientali, sarà la
fusione con questo Grande Altro o l’eliminazione della dualità tra Sé reale e Sé
ideale.
*
Io stessa ho cercato il silenzio nelle sinuosità del deserto dell’Oman. Ho
esplorato il Negev, il Sahara, il Thar, il Wadi Rum e i deserti americani. E
poi, durante un viaggio nella mia terra natìa, le Marche, ho capito che non
c’era bisogno di andare così distante per sentir dialogare soltanto le stelle
nella notte oscura. Là fuori, lontano dalle città, recuperare il silenzio
diventa di nuovo un’opzione possibile ma che pochi sembrano intenzionati a
perseguire. La maggior parte ha scelto di abbandonare i borghi e le campagne e
di conseguenza il silenzio, perché in pochi hanno ancora insito in sé il
contatto primordiale con la natura, quel luogo dove la solitudine può diventare
contemplazione, dove le parole non servono, perché è più interessante ciò che ha
da dire il mare.
Pensiamo che vivremo meglio silenziando il dolore, non capendo che solo
ascoltandolo e accogliendolo potremo elaborarlo ed evolvere. Ma tutto ciò
diventa possibile solo frequentando il silenzio e lasciando essere le cose così
come sono. È questo a creare fiducia, come scrive la poetessa Chandra Livia
Candiani ne Il silenzio è cosa viva:
> “La maggior parte di noi inizia un percorso meditativo in cerca di pace. Ma
> ben presto ci accorgiamo che quello con cui entriamo in contatto è il caos
> della nostra mente e la ristrettezza del nostro cuore. La pace non è la
> quiete, è piuttosto l’accoglienza dell’irrequietezza”.
Tutto sta nella possibilità di aprirsi a quel conoscere senza pensare.
Ma silenziare il caos vuol dire anche appropinquarsi ad assaporare la morte, la
lacerazione con ciò che consideriamo vita, con l’inizio e la fine di tutte le
cose, con il loro apparire e scomparire, con l’ingannevole sicurezza e l’ignoto.
Non troviamo il silenzio perché siamo distratti.
Viviamo in una società iperconnessa e industrializzata che mette a dura prova il
nostro sistema nervoso. Non siamo più in armonia con la vita, come scrisse la
filosofa e maestra spirituale Vimala Thakar ne Il mistero del silenzio. Se siamo
seduti in silenzio e la mente fa resistenza anche soltanto al suono del pianto
di un bambino, si crea una frizione, che genera irritazione e una reazione, una
resistenza alla vita stessa. Cerchiamo rifugio nella meditazione, nella
concentrazione, ma spesso non basta a trovare sollievo dal trambusto.
Dovremmo soggiornare in uno stato di osservazione consapevole che dovrebbe
accompagnarci durante tutta la giornata per essere in grado di trovare il
silenzio interiore, una condizione di non verbalizzazione, di sradicamento dei
dogmi, dei simboli, di teorie e d’ideologie, di opinioni, credenze e affezioni,
di nomi, di forme, d’identificazioni e di sentimenti; oltre l’io, il me, il mio,
oltre il tempo e lo spazio:
> “Perché il silenzio possa diventare vivo, la totalità del movimento cerebrale
> deve disattivarsi volontariamente”.
Il silenzio giace al di là del noto e dell’ignoto, di ciò che è visibile e
invisibile. Il regno del silenzio è il regno dell’inconoscibile. Come nella via
apofatica del misticismo cristiano di Meister Eckhart e Angelus Silesius,
dell’Anonimo Francofortese e di Margherita Porete, la quale dichiarava: “Il mio
Dio è colui di cui non si può dire parola”. La loro era una via di silenzio e di
contemplazione, dove al massimo si poteva asserire cosa non fosse Dio. Perché se
dici Dio, non è già più Dio, come dichiarava Sant’Agostino.
*
È possibile trovare il silenzio nell’immobilità, nella non-azione, nel
non-pensiero. Ma come si raggiunge il non-pensiero? Con il senza-pensiero,
quando: “Pur essendo di fronte a tutti gli oggetti circostanti, la mente rimane
pura ed incontaminata”, come scrisse Daisetsu Teitarō Suzuki, professore di
Filosofia Buddhista dell’Università di Kyoto in La dottrina zen della
non-mente. Per “oggetti circostanti” s’intendono la coscienza e l’Inconscio:
> “cioè uno stato in cui né pensieri, né coscienza, interferiscono col
> funzionamento spontaneo della mente. Far sorgere pensieri verso gli oggetti
> che ci circondano e trastullarci con false idee su questi pensieri, questa è
> la fonte delle preoccupazioni e delle immaginazioni”.
Cosa vuol dire senza-pensiero?
> “Vedere tutte le cose eppure mantenere la propria mente libera da macchie e
> attaccamenti. Obbligare la mente a non dirigersi verso qualsiasi cosa, questo
> è ‘estirpare i pensieri’”.
Astensione dalle discriminazioni. Pura presenza. Qualcuno potrebbe dire che in
questo modo si rischia di cedere all’annichilimento. Ma l’annichilamento non è
ancora forma e parola? Un grande insegnamento del maestro zen Mazu Daoyi,
parlando di cosa fosse l’illuminazione, fu: “Quando ho fame, mangio e quando
sono stanco, vado a dormire”.
Eihei Dōgen, filosofo, monaco e poeta zen fondatore della scuola Sōtō-shū, in
una poesia scriveva:
> “In primavera i fiori
> in estate il cuculo e
> in autunno la luna.
> Nel freddo inverno
> la neve chiara e pura”.
Ecco l’essenza della vita, la necessità di smettere di classificare,
concettualizzare, teorizzare e interpretare. D’altronde, anche William
Shakespeare in Romeo e Giulietta scrisse: “Romeo, perché ti chiami Romeo? Cambia
il tuo nome. In fondo, che cos’è un nome? Quella che noi chiamiamo una rosa, con
qualsiasi altro nome, profumerebbe altrettanto dolcemente”.
Cosa? Perché? Dove? Come? Queste non sono domande utili per la comprensione
della vita. Non sarebbe più utile prendere una tazza di tè seduti nel silenzio
del senza-pensiero anziché inseguire le deviazioni della mente? Guardando fuori,
poi dentro, poi di nuovo fuori, e capire che non c’è frammentazione.
Il silenzio è una forma di libertà e una via di vulnerabile accuratezza.
*
Il compositore John Cage – famoso anche per il brano 4’33, in cui l’orchestra
non deve suonare – ha sempre inserito lunghe pause tra le note, pause che
ricordano anche i momenti di sospensione tra un respiro e l’altro, tra
un’inspirazione e un’espirazione, come a evidenziare la rilevanza del silenzio.
Un silenzio che, in realtà, non esiste, non è mai esistito e mai esisterà. Anche
in una camera anecoica completamente insonorizzata c’è sempre qualcosa anziché
nulla: non ci sono rumori esterni di nessun tipo… ma ecco il suono del nostro
respiro, del sangue che scorre nelle vene, il battito cardiaco, il ronzio nelle
orecchie, magari anche un acufene.
Il silenzio non esiste. Perlomeno la totale assenza di rumori. Ma può esistere
il silenzio della mente, e Cage, con le sue pause, ci fa cogliere proprio questa
consapevolezza: la presenza mentale e la pace, giacciono in quello spazio vuoto,
in quella pausa tra un pensiero e l’altro, tra la nascita e la morte di un
giudizio. Solo una mente non discriminante può provare l’ebrezza della calma.
Ci sediamo a meditare, e veniamo invasi da pruriti, dolori, pensieri nefasti,
immagini, ricordi, idee. Nel libro Silenzio, John Cage scriveva: “Un complesso
d’archi, un tramonto, ciascuno agisce”. Si tratta di accettare che un suono è un
suono e un uomo è un uomo, senza illusioni sull’ordine e orpelli estetici che
abbiamo ereditato. Si tratta di considerare profondo l’ascoltare così come lo
starnutire. Si tratta di saper vedere, e cioè riconoscere, comprendere, sentire
nel cuore, sperimentare in prima persona.
*
E allora, dove cercare il silenzio? L’unica risposta plausibile è di non
cercare. Questa è la via maestra dei meditanti più esperti. Può sembrare troppo,
incomprensibile, ma intanto – per una volta – proviamo a incamminarci senza
pensare alla meta. Una via di apparente improvvisazione che in realtà cela un
programma di allenamento degno della più alta acrobatica spirituale. Perché
dietro alla capacità di tacere e di silenziare i condizionamenti mentali, c’è
sempre molta prassi ed esercizio, c’è dedizione e vocazione, intenzione ad
abbandonare e a lasciar andare. La capacità di assaporare un vero silenzio
interiore è direttamente proporzionale al saper camminare sulla fune della
meraviglia del vuoto.
Dejanira Bada
*In copertina: Philippe Petit durante un servizio fotografico nel dicembre del
1989 ritratto da Annie Leibovitz
L'articolo Camminare sulla fune, ovvero: esercizi per assaporare il silenzio
proviene da Pangea.