Nel 1922 Dorothy Ashton, duchessa di Wellington in virtù del matrimonio, mollò
il marito, Lord Gerald Wellesley. Si erano sposati otto anni prima, in aprile;
lei gli aveva dato due figli: il primogenito, Valerian, è morto l’ultimo giorno
del 2014 – pluridecorato, è stato membro della House of Lords fino al ’99.
Riteneva di aver fatto quel che una signora deve fare (impalcare un focolare,
partorire, amare con ritrosia) – i due ritennero di non divorziare.
Dorothy compiva trentatré anni; aveva scoperto di amare due cose su tutte: la
poesia e le donne. Alla prima l’aveva introdotta William Butler Yeats. Dorothy
scriveva da sempre: versi selvatici, redatti con formule faunesche, che hanno
pochi pari nel canone della poesia anglofona. Gli Early Pomes uscirono nel 1913
– per una sorta di pudore coniugale (certe cose non si fanno, non si mettono in
giro, non ci si denuda impunemente con lo scalpello del verso) preferì scrivere
privatamente. Dieci anni dopo uscì Pride, tre anni dopo Genesis: An Impression.
Libri, naturalmente – per una connaturata indole alla sprezzatura – pubblicati
in semi-clandestinità, per amici, per anime affini. Era affascinata dai
primordi, dalle pitture parietali, dalla ferocia e dall’enigma, Dorothy;
scriveva poesie eccentriche, a tratti esoteriche – sortilegi, più che altro.
Capricciosi marchingegni magici, che mal si accodano ai desideri del pubblico,
ai fasti della storia della letteratura. Yeats era sbalordito da tale libertà:
magnificò Dorothy nel suo Oxford Book of Modern Verse (1936), dedicandole un
capitolo – il XIV – della sua estrosa Introduction. Stipata tra T.S. Eliot e
Kipling, tra Hopkins, Auden e MacDiarmid, in verità, è lei, Dorothy, la vera
eroina di quella spregiudicata, bellissima antologia. Yeats le disse che avrebbe
dovuto sacrificare tutto alla poesia – lei, grosso modo, lo fece.
Quanto al secondo aspetto – le donne – la sua Iside fu Vita Sackville-West.
Anche Vita, come Dorothy, era sposata, aveva interpretato la madre, si
barcamenava tra diverse amanti. Insieme fecero un indimenticabile viaggio in
Persia: il marito di Vita, Sir Harold Nicolson, era console a Teheran. La nipote
di Dorothy, Lady Jane Wellesley, ha ricostruito quei mesi in Blue Eyes and a
Wild Spirit: A Life of Dorothy Wellesley (Sandsone Press, 2023).
Da ragazza, Dorothy aveva il viso imbronciato, gi occhi d’acqua, da creatura
elfica; imparò un’eleganza feroce, virile. Dal 1925, Vita intrecciò una
relazione con Virginia Woolf – in questa specie di consustanziale ménage,
Dorothy fu regale: si legò a Hilda Matheson, punta di diamante della BBC (già
amica di Vita). Virginia Woolf era atterrita dallo scanzonato genio di Dorothy,
puro talento naturale, che possedeva un fiuto inimitabile. Insieme, inventarono
per la Hogarth Press, la casa editrice dei coniugi Woolf, la collana “Living
Poets”, “I poeti vivi”, nel 1928. I libri – mirabili – venivano stampati
artigianalmente, in poche copie, su idea artistica di Vanessa Bell, la sorella
di Virginia: puro oro per collezionisti. La “First Series” della collana diretta
da Dorothy Wellesley – che alla terza uscita pubblicò il suo poemetto
capolavoro, estroso fino all’eccidio dei lirici luoghi comuni, Matrix, già
uscito per le edizioni Magog, prossimamente in nuova edizione – aprì con una
raccolta, Different Days, di Frances Cornford: nipote di Darwin, socialista,
eccelleva nella forma breve, epigrammatica. Primeggiavano – una volta tanto – le
donne: furono pubblicati i libri di due assolute esordienti, Ida Affleck
Graves (The China cupboard and other poems, al numero 5 della serie) e Joan
Adeney Easdale (al numero 19). Di quest’ultima, in particolare, fu raccolta
una Collection of Poems “scritti tra i 14 e i 17 anni”: fu la Woolf a forzare la
pubblicazione di quei “canovacci disordinati, manoscritti dall’ortografia
irregolare”, perché “vi intuivo una sorta di infantile fosforescenza… qualcosa
di strano, che mi attraeva”. Col tempo, il talento di Joan – che nei “Living
Poets” editò un secondo libro, Clemence and Clare, nel 1932 – sfinì in oblio –
scrisse qualcosa per la BBC, andò a vivere in Australia. A Margaret Thomas fu
affidato il compito di redigere An Anthology of Cambridge Women’s Verse (n. 20
della serie); con The King’s Daughter, Vita – l’amata da tutti, la formidabile
amante – pubblicò come undicesimo volume della serie.
Il primo ciclo dei “Living Poets” collezionò ventiquattro volumetti in quattro
anni. L’ultimo libro, New Signatures, uscito nel 1932, è un’antologia curata da
Michael Roberts: spiccano i versi di W.H. Auden, Stephen Spender e Cecil Day
Lewis. Quest’ultimo, in particolare – futuro “Poet Laureate” del regno – ha
‘marchiato’ l’autorevolezza della collana: nel ’29 esce con Transitional
Poem (al n. 9); nel ’32 con From Feathers to Iron (al n. 22); l’anno dopo
inaugura la “Second Series” della collana con The Magnetic Mountain. Tra i
grandi nomi pubblicati nei “Living Poets” – una collana, tuttavia, d’indole
‘modernista’, dunque ‘degenere’, che tende a mescolare i generi, alternando
poesia e prosa, plays e travestimento/travisamento, con una idea decorosamente
rivoluzionaria della poesia – vanno citati almeno William Plomer – esce come
decimo volume, con The Family Tree, nel 1929: sudafricano, omosessuale, fu
eccezionale librettista per Benjamin Britten; come editor scoprì Ian Fleming,
che gli dedicò, per sdebitarsi, Missione Goldfinger – e Edwin Arlington
Robinson, poeta americano per tre volte Pulitzer for Poetry (meglio di lui
soltanto Robert Frost), varie volte nominato al Nobel: tra i “Living Poets”
compare con l’orrorifico Cavender’s House, al numero 14 (era il 1930).
I “Living Poets” non fu soltanto il giardino delle meraviglie del Bloomsbury;
Dorothy Wellesley riuscì ad attirare nella sua collana uno dei poeti più
selvaggi del secolo, un autentico inclassificabile, Robinson Jeffers, che nel
1928 pubblicò uno dei suoi capolavori, Roan Stallion, Tamar and Other
Poems (numero 4 della serie); replicando l’anno dopo con Cawdor (n. 12) e nel
1930 con Dear Judas (n. 15). Amico di Ezra Pound, fautore di una poesia
‘in-umana’, cioè legata ai codici della natura più che alle croci dell’io,
connessa ai cicli del mondo più che alla stagionale emotività dell’uomo, nel
1919 si era costruito da sé, con pietre vive, “Tor House”, la rustica dimora per
la sua famiglia, a Carmel Point, California, sul Pacifico. Aveva fama di essere
antipatico – è stato uno dei rari poeti autenticamente epici del secolo scorso.
In Italia, piacque ad Andrea Pazienza.
La seconda serie dei “Living Poets” segnò uno stallo: dal 1933 al ’37 furono
pubblicati soltanto cinque libri. A curare la grafica – impeccabile, come sempre
– era ora John Banting: intimo dei Woolf, era stato invitato a Parigi da Marcel
Duchamp, a esibirsi tra i Surrealisti. L’ultimo libro, Work for the Winter,
recava la firma di Julian Bell, il nipote di Virginia Woolf, figlio di sua
sorella Vanessa. L’anno dopo, nel 1937, morì sul fronte spagnolo – aveva
ventinove anni.
L’epopea ‘modernista’ – e una certa frivolezza nei costumi, una sorta di
articolata danza sull’abisso – volgeva al termine; dalla primavera del ’38
Virginia Woolf molla la Hogarth Press, con cui aveva pubblicato, in edizione
speciale, i suoi grandi libri (Mrs. Dalloway; To the Lighthouse; The Waves…).
Dorothy Wellesley continuò la sua vita nascosta, abitudinaria al vagabondaggio,
un’estatica tra il salotto e il nulla – Hilda, l’amata, morì per una operazione
alla tiroide, che pareva banale, nel 1940; Yeats era morto l’anno prima;
Virginia avrebbe scelto di morire l’anno dopo. Continuò a scrivere, Dorothy,
refrattaria al mondo – pubblicando, di tanto in tanto, per lo più per dovere
bibliografico. I “Living Poets” diventarono, quasi subito, libri introvabili, in
favore di leggenda. Un poeta, forse, è davvero vivo quando non c’è più –
la vitalità non sta tra le inferriate di una mera cronologia dei fatti. Così,
tra ispirati e spariti, si fonda un’idea editoriale immortale.
L'articolo L’epopea dei “poeti vivi”, ovvero: Virginia Woolf & i “Living Poets”
proviene da Pangea.
Tag - Robinson Jeffers
In un testo “sul fine conforme ai voleri di Dio e sulla vera ascesi”, Gregorio
di Nissa intima ai cristiani di non degradare in Minotauro o Centauro. Il primo,
corpo umano e “testa di vitello”, è l’uomo irragionevole, che “resta in balie di
dottrine idolatre”; il secondo, busto da uomo e corpo da sauro, è retto da
selvaggia “passione per il sesso femminile propria dei cavalli”. Nel suo dire –
in: Gregorio di Nissa, Fine, professione e perfezione del cristiano, Città
Nuova, 1979 –, il Padre della Chiesa stigmatizza il credo pagano, ben radicato
nel IV secolo. Il mito, infatti, insiste sulla ‘confusione’ tra uomo e bestia, è
affascinato dall’unione sacrilega tra umano e animalesco: da qui il proliferare
di chimeriche creature, centauri, minotauri, satiri, sfingi.
Caratteristica del dio, inoltre, è mutarsi in qualsiasi altro essere: per
portare a risultato le proprie seduzioni, Zeus si fa toro e cigno, aquila e
pioggia e nuvola… Nelle Metamorfosi – specie di travolgente epica enciclopedica
del mito – Ovidio insegna che tutto è soggetto al mutamento, che ogni forma
esegue il proprio contrario, per capriccio divino e voluttà. È il desiderio a
muovere l’azione, che sia atto di predazione, predizione, predilezione per
l’ira, l’invidia, la rovina in rabbia. Così: Cadmo e Armonia divergono in
serpenti; Aretusa si muta in fonte (che zampilla a Ortigia); Niobe diventa di
pietra; Dafne si fa alloro; Licaone, sovrano in Arcadia, muta in uomo-lupo – e
così via. Fantomatica araldica di creature sfuggenti, che generano, per
proliferazione, ulteriori forme, fraintesi, inseguimenti. In uno dei “sogni di
sogni” registrati da Antonio Tabucchi, Ovidio sogna di mutarsi in farfalla; è lo
stesso sogno fatto da Zhuangzi, il grande pensatore cinese vissuto tre secoli
prima del poeta latino: “Ma egli non sapeva se fosse Zhuangzi che aveva sognato
di essere una farfalla, o una farfalla che sognava di essere Zhuangzi”.
In sostanza, Gregorio di Nissa insegna a essere integralmente, perentoriamente
uomini. Questo corpo – spirito & carne – donatoci da Dio va restituito intatto,
ben custodito, non più imbestiato – senza alcun merito, aspiriamo a risorgere,
non più a latrato o a ladrocinio. Con il cristianesimo, sembra definitivamente
finito il tempo degli dèi proteiformi – greci o egizi o mesopotamici: con
divinità dalla testa di leonessa e di sciacallo, dèi alati, dee ferine,
continuamente gravide – e delle forme mutanti. Più che altro, sembra separato il
regno umano, di quelli somiglianti a Dio, da quello delle altre bestie. Non è
del tutto vero. L’uomo si incarica di tutte le creature animali – Noè – e ne
assume i paramenti simbolici: Davide ha in sé l’audacia del leone e del lupo, le
bestie che ha imparato a conoscere portando al pascolo il gregge del padre.
L’anima – nephesh, il sé – è paragonata alla “cerva” che “anela ai corsi
d’acqua” (Sal 42, 2). D’altronde, Cristo, “divinamente e umanamente analfabeta”
– José Bergamin, Decadenza dell’analfabetismo, Rusconi, 1972: devo a Tommaso
Scarponi l’aver riportato in memoria, fallacia d’anni, questo mirabile testo –,
abita dove non è uomo, spinto al deserto (erémos; cioè, il desolato, il
selvaggio) dallo Spirito (Pneuma), “stava tra le bestie selvatiche e gli angeli
lo servivano” (Mc 1, 13).
Secondo tradizione, Gesù è l’Agnello, Agnus Dei, e “il leone della tribù di
Giuda” (Ap 5, 5); nei bestiari medioevali è pellicano e cigno, pavone e pantera.
Non si disgiunge il divino dall’animalesco, quasi che quella fosse la sua
vera figura, l’esattezza. Anche gli evangelisti – incarnazione del tetramorfo
(Ez 10, 14), sono leone e angelo, toro e aquila. Pienamente uomo – cioè: altro.
Allo stesso modo, l’ibrido inietta un fascino sovrannaturale. Il lupo che
allatta l’uomo – Romolo & Remo nella plaga Palatino; Mowgli nella giungla
indiana –; la donna che dà latte alla bestia. Ogni nascita ‘speciale’ ha
specificità ferina – oppure, a contrasto, virginea sprezzatura. In alcune
raffigurazioni, la Vergine è affiancata dal Bambino e dall’agnello, simbolo di
Giovanni Battista: nulla vieta che offra il suo portentoso latte a entrambi. In
Amazzonia le donne Awá-Guajá sanno allattare alcuni cuccioli animali rimasti
orfani come le Baccanti, secondo Euripide, offrono il seno a cuccioli di lupo e
di cervo – le menadi che a nude mani squartano la bestia e di carne cruda si
nutrono, hanno ruolo centrale nei misteri di Orfeo, che riguardano il linguaggio
dei primordi, la poesia.
Potenza che lacera, quel latte: biancore a colpi d’ascia, tra la Via Lattea e
l’addentare, l’adorare quel bianco-bianco, quell’avorio, tesoro a piena bocca,
di gioiello e di mela.
In una delle poesie più belle, Fawn’s Foster-mother – raccolta in Cowdor and
Other Poems, 1928 – Robinson Jeffers racconta di una signora che ha allattato,
da neomamma, un piccolo di cervo. L’ha fatto con naturalezza, con ruvida gioia.
La signora abitava con il marito nell’odierno Garrapata State Park, poco lontano
da Big Sur, California, e da Carmel, dove il poeta aveva costruito, nell’arco di
cinque anni, dal 1919 al ’24, la sua mitologica casa, “Tor House”, in pietra,
per sé e la sua donna, Una, secondo lo stile dei castelletti irlandesi. Nessun
simbolo aliena la poesia di Robinson Jeffers da una quotidianità lattescente,
pugnace: pare che la donna abbia amato quel cerbiatto più dei suoi figli. La
poesia è tra le predilette da Ted Hughes, poeta di corvi, lupercali, lupi; un
autentico bardo che ha imbastito bestiari per tutta la vita; un poeta-Chirone,
un poeta-sciamano che sa auscultare le viscere e le stelle.
Di ogni poeta, d’altronde, non cerchiamo l’anima, ma il dire animalesco.
**
La madre adottiva del cervo
La vecchia siede davanti alla porta, su una panca,
litiga con la megera figlia, pallida, depressa.
Una volta, passando di lì, l’ho vista ridere, sola, al sole:
mi raccontò di quando si era appena sposata,
stava in una vecchia fattoria in cima al Garrapatas Canyon.
(Ora quella casa è vuota: il tetto crollato
muraglie di tronchi tra le vive pietre; le sequoie
sono state abbattute ma le querce reggono ancora;
il luogo è più solitario che mai).
“Allattavo il mio secondo figlio; mio marito
trovò un cerbiatto nascosto in un bosco di felci;
era giorno, me lo portò, gli misi il muso al seno;
piuttosto che lasciarlo morire di fame, pensai: avevo
latte a sufficienza per tre bimbi. Come succhiava
quel piccolo frugolo: affondava i piccoli zoccoli
nel mio stomaco come fossero aculei.
Mi ha dato più gioia lui di tutti gli altri”.
Il viso, deformato dall’età, sembra una strada
disfatta dai carri, è roso dalla meschinità e dall’incuria.
Cella di pelle secca, pura superficie che molto presto
si staccherà dalle palpebre della terra: eppure,
ha avuto anche lei la sua primavera, ha vissuto nelle arterie
che fecondano il mondo, nella musica della montagna.
Robinson Jeffers
*In copertina: Jean-Léon Gérôme, La Baccante, 1853
L'articolo Intorno a uomini-bestia e a donne che allattano lupi e cerbiatti
proviene da Pangea.