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“Una continua ricerca di verità improbabili”. Ermanno Cavazzoni parla di Gianni Celati
> Solo la morte, > che in sé è inesistente, rende assoluto > il tempo ormai concluso: a noi resta > il pensiero di chi è assente, fermo pensiero > stupefatto inerme, che l’immaginazione > trova chiuso. Per questo si ricorre > alla memoria: quel che era mondo aperto > si fa storia e storia che si insedia > nella mente, perché chi non c’è più > sia finalmente sicura intatta > eternità presente. > > Patrizia Cavalli, da Pigre divinità, pigra sorte All’inizio c’era un libricino sull’amicizia di Giorgio Agamben che mi apriva a nuovi interrogativi sul prezioso e sempre oscuro sentimento; domande smarrite nelle filosofie di Aristotele e poi nei secoli di tanti filosofi fino a Nietzsche e il suo “miglior nemico”, l’amico. Agamben parla di “un altro io, più attraente e cordiale di noi: un concedersi una maggiore benevolenza alla vita”. Ecco l’amico e quello che può, personificazione di un riconoscimento di noi stessi meno ostile. Una vita così è salva, quando incontra l’amico, dice il filosofo. Considerando il mistero e il cuore che sostengono l’amicizia, più frequente in gioventù ma ancora possibile in età matura, una sera accendo la radio e mi arriva una voce che non s’impone, si lascia diffondere quieta; pacata cadenza emiliana che riesce in quei soffi dentro le vocali che un po’ le distendono e un po’ le gonfiano; leggera voce che se anche carica di una sua forza, questa è fatta d’aria e di sogno, esce da una favola, come se una favola, inclusa la morte, tutto fosse. È la voce di Ermanno Cavazzoni che racconta alla radio del suo ultimo libro in lizza allo Strega 2026: Storia di un’amicizia, diario aperto, rievocazione intima, racconto dedicato all’amicizia con lo scrittore Gianni Celati.  Mi metto in ascolto. Cavazzoni ricorda il lungo sodalizio con Celati tra commozione e lepida nostalgia; è la stessa voce che ritrovo nelle pagine del suo libro, che è come un docufilm stampato, una cronistoria per dialoghi e frammenti, racconti e visioni di un’amicizia durata quarant’anni, addensata per iscritto attingendo a vecchi appunti, ricordi, immagini custodite nella memoria e ora liberate; ma anche scambi via mail con l’amico, per “lasciare nel mondo il segno di qualcosa che altrimenti starebbe già svanendo, come tutto, specialmente le parole dette, se non vengono scritte”. Dalle onde radio Cavazzoni prende corpo, vedo l’espressione serafica, il sopracciglio sinistro che si solleva e dubita sempre un po’, l’occhio che si sgrana a un’intuizione volante, trova la folgorazione simbolica di un episodio tra i tanti che il libro riporta. Più che nelle storie precedenti, in questo libro Cavazzoni si concede al sentimento con misurata leggerezza, mai stucchevole né celebrativo; ci dona anche un maggiore autobiografismo, forse incoraggiato dallo spirto dell’amico Celati che ha un effetto moltiplicatore sull’io dell’autore. Il ricordare amplifica le immagini, ridesta gli incontri, reinventa aneddoti e fantasie nate tra i due scrittori. L’autore del Manualetto per la prossima vita, nel nuovo libro traspone in forma scritta conversazioni realistiche, divagazioni e storie che suonano verosimili proprio perché estreme; siderali viaggi che fanno immaginare i due scrittori come una coppia stralunata di cantori contemporanei che vaga per il mondo a cavallo dell’Ippogrifo. Pensieri che esaltano il tempo del vuoto – è uno stare assieme ognuno nel proprio solitario comprendere l’altro – e risaltano sul fondo nero, ferale, che si annuncia fin dalle prime pagine: la morte di Celati, avvenuta nel 2022 dopo una lunga discesa in un cunicolo di confusione mentale, disturbi cognitivi, afonia e poi un tumore verso la fine. Subito Cavazzoni anticipa il “mesto finale”, e parte a raccontare con il tempo dell’imperfetto, che è il tempo della fiaba, dell’inconcluso.  Al nostro incontro, pochi giorni dopo la mia lettura del libro, Cavazzoni mi racconta:  > “Quando scrivevo questa storia, anche le cose più allegre mi commuovevano; > sono tutte storie impregnate della morte di Gianni Celati… è come se il > ricordo le amplificasse; è stato un ritornare alle cose che ci facevano ridere > e allo stesso tempo trovarmi con le lacrime agli occhi… Tutto passa, si > estingue. Tutto muore, e se qualcosa si oppone quello è il ricordo… per > contrastare l’oblio che io e Celati in fondo immaginavamo sempre, e tanto ci > consolava appunto, il ricordare, l’appuntare cose anche per il nostro al di > là”. Gli dico che in questo libro sento qualcosa di più lirico del solito, una maggiore spinta alla biografia rispetto ad altri lavori. “Se mi dici lirico – risponde –  io tra i poeti adoro Pascoli ed esce fuori alcune volte nel libro più o meno in modo diretto; l’ho pensato ad esempio al primo incontro tra i pioppi attorno alla casa di Ariosto… Nel ‘favellio dei pioppi’ diceva Giovanni Pascoli, ma è comunque il ricordare che forse produce il lirismo del libro, specie nel finale ma anche nella parte prima, anche se più allegra e più comica”. Leggiamo un libro-documento, che ramifica i ricordi, gli appunti “di zanzara” come Celati definiva la scrittura dell’amico; una serie di incontri nei luoghi dell’anima, tra le distese d’acqua ferma tra i canneti al Delta del Po’ ferrarese, nelle osterie bolognesi oggi scomparse, nelle periferie delle città di pianura, camminando spesso senza una meta, chiacchierando come lo si può fare con sé stessi ma in compagnia di un io maggiorato. A cominciare dal primo incontro, nel 1985, alla casa di Ariosto vicino a Reggio Emilia, a un convegno su scrittura e fotografia dove c’era anche Luigi Ghirri, amico di Celati; nasce lì, dopo un’equivocabile battuta di Cavazzoni sull’essere scrittori o non scrittori, l’amicizia tra i due padani d’Emilia (uno cresciuto a Ferrara, l’altro a Reggio E.), dopo uno scambio entusiasta sul poema d’Ariosto e quello di Boiardo, sotto le fronde dei pioppi nel prato attorno al Mauriziano. Da quel momento il sanguigno dell’Innamorato, e il sagace ironico del Furioso, diventano gli spiriti guida di tante fughe dei due tra Bologna, Ferrara, Modena e Reggio Emilia, ma anche in Danimarca, Germania, e idealmente anche in India, in Cina, e alla ricerca dell’isola di plastica in viaggio oceanico tra i due poli. E dei poemi cavallereschi s’impregna tutto il libro, a suo modo epico, errante. Seduti a un bar di via Santo Stefano, non abbiamo esordito col bicchierino di Vodka che apriva i pranzi di Celati e Cavazzoni all’osteria bolognese da Angeli, ma siamo comunque a Bologna, sotto i portici vicino alle due torri, davanti a un tavolino rotondo che balla un po’ nel frastuono e tra le anime lungo il corso. > “Ho voluto fare un libro non sui libri o la vita letteraria di Celati, ma su > tutto quello che stava fuori da lì, ritrovando il tempo che abbiamo passato > assieme, un tempo nel vuoto, che è quello più interessante. Tutti quei > racconti che ci siamo appuntati e che ogni volta ci raccontavamo di nuovo > spronandoci a scriverli, a fermarli, invece poi non lo facevamo, così come > quei progetti fantasmagorici di film e viaggi che poi non approdavano a > niente: ecco, di questo racconto soprattutto nel libro, e così racconto > un’amicizia vera, sincera”. È una storia che attinge a una conoscenza ravvicinata e autentica, rifratta dallo sguardo dello scrittore che racconta nell’amico un esponente della letteratura italiana del secondo novecento tra i più inafferrabili, facendo dello stesso un personaggio letterario e teatrale quale in fondo era e voleva essere Gianni Celati: un uomo clownesco, un “pascolante” in cerca dell’inconosciuto, talvolta irruento ma sempre pentito delle sue sfuriate; uno che amava Bartleby, traduceva Joyce, Swift, celebrava gli scrittori falliti e soprattutto uno che ha amato la semplicità nel cambiamento, sinonimo di libertà. In questo nuovo lavoro Cavazzoni resta fedele al suo stile, scrive con quella sua voce cordiale e netta, da un registro semplice ma incisivo, una scrittura dall’autenticità vocata all’umorismo, al disincanto, al fantastico in quei casi che lo prevedano. Escono dalle pagine tanti Celati in uno solo, dall’irruento al riflessivo e ravveduto, dal letterato maniacale al clown gesticolante, il comico, il malinconico, l’inquieto; un uomo in continuo movimento fisico e mentale, smanioso, in fermento d’immaginazione, mai arreso a un’identità letteraria così come a una visione univoca sul senso della vita e dello scrivere, che in lui hanno coinciso. Cavazzoni mi racconta che l’incontro con Celati (scritto sempre col cognome dice “per non farne solo una questione personale ma anche pubblica, riferirsi cioè allo scrittore riconosciuto”) ha significato anche l’inizio di una liberazione definitiva dalle sovrastrutture culturali e politiche che per anni aveva subito… “Quando anch’io per qualche tempo sono stato comunista (sorride), e proprio l’Orlando Furioso è stato un cardine su cui ha ruotato quella liberazione: assieme io e Celati ci siamo liberati dalle manie della politica, da parole transitorie come compagna, compagno, riflusso… Con Celati si chiacchierava di Ariosto e del senso della vita come due tifosi di calcio, ben sapendo che avevamo scelto entrambi la letteratura come viatico di quella ricerca assurda che è il senso delle cose; non ne potevamo più di tutte quelle parole: ideologia, impegno, partito… il poema di Ariosto era il nostro antidoto ad ogni ipocrisia, perché era ironico e sognante assieme, una perla di leggerezza caustica sulle sventure naturali dell’uomo, che già nel ’500 sapeva scherzare anche sul genere cavalleresco… una materia astratta, nuova, che affiora nel Rinascimento dove prima non c’era e non c’era mai stata nemmeno nei secoli precedenti… e che allo stesso tempo aveva un ritmo incalzante, potente, con le sue ottave sonanti, che ti sembra ascoltando di viaggiare su un treno che batte il tempo sui binari dell’esistenza”. Dopo il loro incontro, le vite dei due amici cambiano. Celati va verso una nuova scrittura che rompe con lo sperimentalismo acrobatico e Cavazzoni scrive il Poema dei lunatici che poco tempo dopo colpirà il genio poetico di Federico Fellini portandolo al film La voce della luna, sceneggiato con lo stesso Cavazzoni. “È quel che mi resta di bello, col suo mesto finale, di un’amicizia” scrive Cavazzoni nella prima pagina del libro. Dopo questa premessa, entriamo nel racconto storico ma anche fantastico delle tante avventure dei due amici. Siamo nelle campagne del basso Delta ferrarese quando i due incontrano un tipo strano che si muove in mezzo a una distesa di vecchi elettrodomestici, definito poi un ufologo esaltato in cerca di acquirenti per un frigorifero. Vuole vendere il vecchio arnese, sostiene arrivi dallo spazio, lanciato da una civiltà extraterrestre sulla terra perché ormai esausto: “Ed è proprio andata così – racconta Cavazzoni – ce la siamo vista brutta quel giorno io e Celati, perché quello era proprio un invasato e aveva due occhi come due coltelli”. Sorridendo chiedo: “Ma sono tutte vere le storie che troviamo nel libro?”  “A volte ho preso pezzetti di verità e li ho mescolati all’invenzione, ma in questo caso è una storia vera quella dell’ufologo, al quale siamo sfuggiti accampando scuse e promettendo addirittura di tornare”. Tutto il libro scorre tra presagi di morte e riscatto della vita che di continuo si riscrive; un montaggio di immagini che si fa materia scritta, aneddoti, ma anche storie di letteratura come quella sulla nascita e le riunioni della rivista Il Semplice fondata da Celati e Cavazzoni assieme a Benati e altri amici, le  vivaci sessioni di letture a Bologna, dove gli scrittori venivano talvolta brutalizzati dall’impulsività di Celati, che – mai assolutamente, rimarca Cavazzoni – poteva sottrarsi all’autenticità delle sue reazioni. O la preparazione minuziosa di viaggi esotici come quello a piedi verso la Cina sulla via di un frate medievale strampalato partito da Roma, o la sceneggiatura di un film alla scoperta dell’isola di plastica in movimento nell’Oceano Atlantico. Attraverso i tanti racconti, Cavazzoni ritrae un Gianni Celati dalla mente scapestrata, mobile, cocciuta e onesta sia intellettualmente che rispetto alla sua porzione di follia idealista… “Voglio guadagnarmi il pane onestamente”, dice Celati all’amico dopo essersi licenziato seduta stante davanti al preside del Dams di Bologna negli anni Ottanta. La stessa follia volitiva che porta Celati a lavorare per anni alla traduzione dell’Ulisse di Joyce, verso film e progetti ciclopici come il film sull’isola di plastica, che oggi sappiamo apparire come un’immensa medusa a fior d’acqua, grande cinque volte l’Italia, abitata da ben 42 specie anfibie che vi si sono adattate e lì proliferano. Sorseggiando un cappuccino, Cavazzoni torna a raccontare:  > “Era un uomo buono Celati, per molti aspetti più disponibile di me verso gli > altri, amava stare assieme alla gente, lavorarci assieme. È stata un’amicizia > soprattutto libera e sincera ti ripeto. Eravamo certi di esserci fermati > entrambi e per sempre a un’età giovanile: lui si era fermato a 16 anni, io a > 18 forse 20, diceva lui di me; più di me, lui era un adolescente pascolante, > che voleva sempre esplorare cose nuove, camminare in un mondo che gli fosse > sempre sconosciuto. Fin quando poi se ne andava via ogni volta, scappando > anche dalla sua scrittura come fece proprio a metà degli anni ’80, fuggendo la > maniera di scrivere con cui veniva identificato dai critici come > avanguardista… Proprio quell’anno che ci siamo conosciuti, iniziò a scrivere > in modo diverso, con uno scrittura pulita, semplice, direi quasi francescana… > e così ha aiutato molto anche me, per dare allo scrivere una voce più > autentica possibile, senza l’artificio… in questo senso Celati mi ha insegnato > molto sullo scrivere non letterario… e anche sulla lettura ad alta voce. > Amavamo le scritture che fossero dicibili, che si potessero leggere davanti > alla gente… non è possibile fare lo stesso coi romanzi, suonano subito > finzione”. C’è una forte attenzione al femminile nel libro, penso alla misteriosa rappresentante di cosmetici che arriva nel pieno di una vostra conversazione filosofica all’Osteria del carbone a Reggio Emilia: come l’Angelica di Ariosto, la donna sconvolge l’ambiente circostante, agita i cuori dei cavalieri… All’osteria la sala è vuota, solo voi intenti a parlare di Wittgenstein, la donna entra, si siede vicino e innesca una crisi, con tutto quello che di impensabile poi vi accade nelle ore, di fatto e nei pensieri. Poi ci sono tante altre figure femminili, che possono apparire però secondarie, comparse a fianco di uomini, fidanzate, mete di desideri e di sogni maschili, o mi sbaglio? “No, non sono mai secondarie anzi… pensa alla storia della morte di mia nonna, o alla madre portentosa del tuo concittadino Gian Ruggero Manzoni… e poi c’erano anche delle ragazze alle riunioni del Semplice… oggi siamo nell’ossessione gender ma all’epoca spesso ci si trovava con donne stimate e molto rispettate, anche se c’era sempre l’interrogativo sessuale ovvio, c’è un’ambiguità di fondo che insidia l’amicizia con una donna… ma ripeto, nel Semplice c’erano donne bravissime che a volte si firmavano al maschile, e viceversa uomini che si trovavano pseudonimi femminili… oggi le cose sono molto cambiate, c’è molta più frattura tra i sessi in letteratura, le scrittrici e gli scrittori, e le prime sono molto più ammirate (sorride)”. E prosegue:  > “I veri amici oggi io li conto su una mano… uno è stato Federico Fellini, un > vero amico e ne sono molto fiero; tra le cose divertenti, mi ha fatto > conoscere lui la scaramanzia del mondo dell’arte, che poi ho condiviso con > Celati; a noi piaceva crederci, interpretare i segni e i sogni, e credo ci > abbia spesso salvato quello; pensa che ogni tanto io faccio anche l’I Ching e > mi diverto, appunto mi piace crederci… prendere quel libro, tirare tre monete > che formano una combinazione se tirate per sei volte, così era la vita per me > e Celati, una continua ricerca di verità improbabili, sempre da immaginarci, > perché la realtà è ovvio sia irraggiungibile”. Dal libro sappiamo che Celati ha viaggiato sempre molto, stabilizzandosi alla fine in Inghilterra assieme alla moglie Gillian. “Ci siamo sempre scritti comunque – racconta l’autore – specie quando ha iniziato a stare male. Ho inserito anche testi quasi incomprensibili di sue mail nel libro, ho pensato che lui avrebbe accolto quel gesto, diceva che in fondo tutto passa, ci si dimentica di tutto, e sempre ripetevamo che il senso della vita per noi è stata la pagina scritta, diciamo pure la letteratura”. E oggi, come vivi le tue amicizie? > “Oggi mi sento piuttosto un solitario, ho qualche vero amico ma come dicevo > sono pochi, poi c’è mia figlia che però sta a Monaco di Baviera; ho amici > sparsi in giro fuori Bologna, è strano ma è come se la possibilità di > viaggiare alla fine allontanasse le persone: non si va più al bar a > chiacchierare, la rete si allarga (ultimamente sto sperimentando anche > Facebook dove mi sembra di incontrare più che altro fantasmi) ma siamo più > soli di una volta mi sembra, la raggiungibilità aumentata ci allontana”. Nel libro su questa amicizia si può trovare di tutto, da un professionista del sesso quasi di vocazione umanitaria nella Bologna degli anni ’90, alle ipotesi di paradisi e inferni in vita, diavoli e santi, i primi tra i parenti, tagliatelle memorabili ed escatologie consolatorie. Non manca la figura mitica di Learco Pignagnoli, lo scrittore feticcio onnipresente nelle vite di Celati e Cavazzoni; compaiono così tanti personaggi e così tanti luoghi che non c’è pagina che ogni volta non si giri dentro un nuovo viaggio o un nuovo personaggio, nella fuga continua che era in Celati un tratto distintivo. Nel raccontare il “mesto finale”, Cavazzoni ricorda l’amico con grande delicatezza, sapendo anche qui attingere a una leggerezza e una poetica del sorriso, elegante e al tempo stesso sobria. A cominciare dal 2007, Celati cade lentamente nella malattia, facendosi via via meno presente negli anni, perdendo sempre più lucidità mentale e poi il controllo della parola. Diventerà uno dei suoi più amati personaggi, un Bartleby che vive a Brighton, scrivano eroe del silenzio; in un’intervista Cavazzoni lo immagina come una piantina che continua a crescere tra due mattoni di un muro. Dal 2010 tutto è preludio alla lenta sparizione dell’amico, che di anno in anno comincia ad assomigliare a uno dei suoi miti giovanili, Harpo Marx, il fratello muto di Groucho, che si esprime a gesti come farà Celati alle ultime conferenze, memorabile quella del 4 ottobre 2014; nella piazza di Carpi, davanti a una platea divertita, Celati inventa quasi una performance teatrale: è l’ultima apparizione pubblica a cui ho assistito racconta Cavazzoni. Celati in quell’occasione diventa Harpo, un mimo favoloso, divertente, e anche molto applaudito. “Aveva perso la parola, ma non quella espressiva”, racconta Cavazzoni tornando a considerare come l’amico fosse diventato proprio uno dei suoi personaggi, e come loro era simpatico a tutti, amabile e tuttavia mai del tutto afferrabile. > “E parlavamo spesso dell’aldilà, ci eravamo anche confrontati sulle reciproche > sepolture, lui era per la cremazione io no ad esempio. Io punto a una > sepoltura in terra nuda, senza nemmeno quell’involucro di legno, mi piace > l’idea di lasciarmi piano piano divorare dai vermi, dalle radici del > sottosuolo. Non so se si possa oggi in Italia, magari visto che mia nonna era > ebrea posso informarmi presso un cimitero ebraico. Eravamo convinti io e > Celati che l’inferno e i diavoli fossero già qui sulla terra, tutti i giorni… > che i diavoli fossero quelle persone che non si sa perché ci perseguitano > tutta la vita, a volte è un parente ad esempio, o un tale che non ci dà pace, > ci perseguita e non capiamo perché, forse dobbiamo espiare qualcosa mi dico… > Così per il paradiso, eravamo convinti che l’avesse promesso prima il > comunismo (anche se lì bisognava arrivarci con sacrifici enormi e noi non ci > credevamo più), poi nel mondo occidentale il paradiso erano diventate secondo > noi i giorni feriali, con le vacanze prestabilite o i weekend, che poi sono – > dicevamo io e Celati – dei falsi paradisi in terra”. Come il senno dell’uomo – diceva Ariosto – è tutto sulla luna, così anche il nostro futuro è smarrito in mondi inintelligibili, remoti, che forse lanciano segni giù in terra, questo sembra suggerire il libro, che in questa prospettiva segue le prescrizioni del Manualetto per la prossima vita, scritto da Cavazzoni per Quodlibet nel 2024. Un manualetto che ribadisce l’attenzione ai segnali che sottilmente ci lasciano intuire in vita quello che può accaderci al finale e che quindi dovremmo tenere in conto in una prossima volta. > “A ripensarci oggi – dice Cavazzoni – si poteva indovinare come sarebbe finita > l’avventura di Celati, proprio dalle sue passioni, dalle sue intolleranze, dai > suoi personaggi e da quelle atmosfere di silenzio e di nebbia che lui amava > tanto: lì oggi posso ritrovare tante conferme di quanto è poi gli è successo. > Ma sempre dopo ci si arriva, mai che si riesca a farlo prima… vale anche per > gli storici la stessa cosa, ci spiegano le cose solo dopo che sono successe”. Col senno di poi, come si dice, tutti agiremmo diversamente in vita; nel caso di questo libro, Cavazzoni sparge “quel poi” accumulato lungo le pagine forse a monito per se stesso, trae dall’ampolla biancastra che vediamo in copertina, il suo senno, quello di Ermanno. > “Resto scettico sull’universo – mi dice – penso ai clown che Celati amava > molto, loro non ridono mai, fanno ridere ma non ridono mai… sono la > rappresentazione migliore della condizione umana, e se ci fosse un dio che ci > guarda riderebbe lui di sicuro, e su questo aspetto dell’infimità umana il > libro più bello che sia stato scritto sono I viaggi di Gulliver, lì troviamo > nichilismo e subumanità in una fantastica relazione… Celati l’ha tradotto quel > libro, un libro meraviglioso”. Sotto il portico di via Santo Stefano cominciano a muoversi le ombre della sera, non trattengo una domanda sul tramonto, l’inesorabile vecchiaia. “Oggi si invecchia molto di più, viviamo oltremodo, più di quanto la natura avrebbe concesso; l’ultimo periodo è come se fossimo già morti continuando a vivere; diventi un pezzo di legno, un paziente da assistere, da gestire. Devo dirlo, è terribile la vecchiaia. Gillian (la moglie di Celati) è stata bravissima a seguirlo fino alla fine… Chissà come andrà per me, mi ci vorrebbe la fidanzata robot artificiale che mi assiste e che magari mi fa anche da segretaria… (ho detto una cosa politicamente scorretta?)”. Tra poco vedrai che esisteranno – dico io – potrai affittarne una come si affitta un’auto. “Affittare no, poi sarei geloso…”. (Ridiamo). Nel 2018 Cavazzoni ha l’ultimo incontro con Celati nella sua casa di campagna a Quattro Castella, vicino a Reggio Emilia. Sono giorni estivi, di dolcezza e di svago, camminate e buon cibo, nella deriva cognitiva di Celati che quasi sempre sorride, tace, ha imparato bene a esprimersi con gli occhi e col volto. Al suo rientro a Brighton Celati va incontro alle pagine finali della sua vita, descritte al tempo presente nel libro, dove la moglie Gillian tiene l’amico informato sulla salute del marito. Celati attraversa da quel momento quattro anni di costante peggioramento, specie dopo una caduta davanti a casa che lo porta a un letto di ulteriori sofferenze e progressiva confusione farneticante. Entra in quel “borbottio ininterrotto” che Gillian ascolta con amore e spesso racconta a Cavazzoni, fino al giorno della morte, il 3 gennaio 2022.  Le ultime pagine sono un concentrato di livida poetica commozione, capace in poche righe di siglare nella morte il suo ribaltamento fantastico, con un finale da gran romanzo. Non riuscendo a raggiungere la piccola cerimonia funebre a Brighton in quel periodo invalidante che il Covid ha imposto, Cavazzoni affida alla figlia Emma un biglietto da leggere, che sarà poi bruciato assieme alla salma. In quel biglietto “io gli davo appuntamento” scrive l’autore. Potrebbe finire qui tutta la storia, in quelle parole, se non fosse che quell’invito a ritrovarsi dopo la morte, è stato un altro dei refrain più arditi tra i due, dibattendo sulle alternative sepoltura/cremazione post mortem e sul dove e come ritrovarsi poi: se a Copenhagen o al ristorante Barabba di Quattro Castella, che mezzi prendere per ritrovarsi nel mondo dei vivi, il treno o l’autobus. La prospettiva poi si allargava a tutti gli amici, colleghi e affini che una volta defunti si sarebbero potuti ritrovare in qualche convegno; l’immaginazione prende poi il volo, sempre più slancio vitale: Cavazzoni dice all’amico  “Saremo ombre, sbiadiremo fino a diventare impalpabili chiazze traslucide […] e formeremo bande che infestano le case abbandonate, le ville disabitate da secoli…”.  Così lui ogni volta esponeva la sua visione dell’aldilà all’amico che si mostrava però più incerto e come in altre occasioni rispondeva: “Scrivilo tu.” E tutto ora è scritto, le ceneri di Celati sono al sicuro con la moglie Gillian, che ritorna nelle parole finali del libro, protagonista dell’ultimo ricordo al tempo imperfetto, riavviando così la storia, il suo movimento, sui passi della donna a fianco del compagno: “Camminavano a braccetto, nei giorni felici”. Michele Montanari *In copertina: Gianni Celati ed Ermanno Cavazzoni nel 1995 L'articolo “Una continua ricerca di verità improbabili”. Ermanno Cavazzoni parla di Gianni Celati proviene da Pangea.
May 15, 2026 / Pangea
L’Unico e la sua immanenza: viaggio verso Ivan Fantini, cuoco dimissionario & anarchico
> Tu non ti distingui dagli altri uomini per il fatto d’essere uomo, ma per il > fatto di essere un uomo unico.  > > Da “L’unico e la sua proprietà”, Max Stirner Preambolo  “Si crede di non poter essere più che uomini, piuttosto non si può essere meno”, così Max Stirner quasi due secoli fa, e la questione Uomo resta voragine aperta. Alla domanda del saggista La Porta “Chi dovremmo ammirare oggi nella vita?” in un episodio radiofonico dedicato all’umanità ordinaria, segue questa riflessione su chi siano gli eroi di un presente aggressivo-passivo, magniloquente-misero, estremizzato a oltranza sull’idea di grandezza e sul recupero di una spiritualità latente. Così mi è venuto alla mente un uomo dal nome che tanti dei nostri padri davano al figlio maschio in omaggio all’ideale rivoluzionario. Si chiama Ivan Fantini, classe 1971, da chef d’alto profilo negli anni 2000, oggi è definito da poeti e artisti che l’hanno conosciuto un “cuoco dimissionario eterodosso”; poco più che quarantenne lascia l’osteria del suo sogno esaudito e comincia a disboscare e zappare un declivio di terra sotto una casa impennata sulla collina di Gemmano, piccola frazione nel ventre della Valconca. Boscost’orto è il nome s-composto che Ivan Fantini (da qui solo Fantini) ha dato al perimetro verde da cui è ripartito, non per produrre, ma per coltivare una vita dimissionaria, un altro stare al mondo. Siamo in una provincia ricca della Romagna felix, Rimini, ma dovremo intenderci meglio su cosa significhi la ricchezza oggi. * Mentre  Sento vagare nell’aria parole come dimissionario, anarchico, eterodosso, riferimenti a una progressiva estinzione del rapporto tra l’individuo e l’ordine sociale ed economico. Altre espressioni: anima cosmica, rivoluzionario, spirito libero. Tutte queste espressioni, invocazioni portate ovunque dalla bocca di tanti nell’ebrezza di affrancarsi da una vita imposta e sacrificata, da quando ho coscienza dei disagi che la società vetero-capitalista aggiunge a quelli naturali del vivere, tutte queste parole mi suonano vane, ricreative, consolatorie. Parole simulacro che di rado conducono all’uscita reale (o anche solo a una prova d’uscita) da un’esistenza agiata ma agitata, sempre più agita e automatica, meno povera ma miserevole, prolungata oltre la vita media di un secolo fa, ma nel dubbio – noi – di esser vivi, di aver dato corso anche a una vita dopo la nascita.  Sono pochi – una minoranza significativa – quelli che rompono le ordinate previste dal diagramma capitalistico e deviano a una personale diagonale anarchica. Fantini è tra questi pochi, che vanno testimoniati, sostenuti come si sosterrebbe un germe di nuova umanità.  Esiliato nel mio privato, inidoneo a definizioni identitarie, seguo questi spiriti anarchici con la tensione di un discepolo infedele. Sono uomini e donne che mi confortano e mi addolorano per quanto rivelano della mia possibile resa, di una ripresa personale che richiede altra fatica; sono i cuori impavidi che quelle parole sopra poi “le agiscono”, le onorano. Reagiscono al sopruso e alla violenza del circo economico con uno spirito ritrovato scavandosi nella carne, stanando nel sangue la linfa vitale, contro le paure sociali, i biasimi di una coscienza ereditata e poi estromessa, ma dura a morire. Quei pochi che riscrivono un compromesso con la storia corrente, da una terra che dona loro alimento, e dalle botteghe degli sprechi cui dare valore. E riscrivono un accordo ma a loro favore, proteso alla libertà e alla fede personali, a nutrimento dello spirito, dei loro intimi bisogni; a detrimento di consumi indotti, legami futili, compensi consolatori. Sono quelli che Max Stirner richiama all’Unico, nel solo testo che scrisse nel furore di un delirio anarchico dalle velleità universali. Persone esempi di un umano possibile oltre il dettato dello sviluppo; sembianze di umano che si sono fatte Uomini, evolute da individuo a coscienza viva; persone che si danno poi alla comunità, alla pluralità, solo dopo aver riscritto il loro codice d’anima. Vivono ai margini meno contaminati delle periferie, da lì risaltano a noi, in serafica semplicità.  Li osserviamo da dentro un’esistenza assopita, ritmata da rituali di consumo e di spreco, silenziosamente corrosa dal digitale, da quello che ormai chiamare stress è un eufemismo, c’è chi dice burn-out, implosioni che affiorano in disagi di ogni genere; combustioni che fanno di un giardino-vita terra arsa. Tanta gente letteralmente scoppia, deflagra in bestialità e scompare in inferni privati; pressurizzati dentro un oblio stordente, con lo scompenso che si specchia e si deforma sullo schermo o nella chimica della sertralina coi suoi effetti desiderati.  Assecondiamo lo scorrimento dei giorni, increduli della vita e delle sue insipienze, accontentandoci di un’approssimativa identità civica, un ID una SPID, dispensandoci dalla polis, credendo di fare politica con la carta di credito o con lo slogan del momento, senza una fedeltà a nulla che non sia d’immediata ricompensa. Ci votiamo però a resistere, e non sappiamo più nemmeno a cosa e perché. Una resistenza passiva, impassibile. Ma sembra ancora meglio così, perché lottare contro il presente è fatica vana, e una volta più liberi cosa mai potremmo farcene di tutta questa libertà? Riempirla costerebbe troppo. Ivan Fantini photo Elisabetta Tura * L’incontro Dissidente culinario, rivoltoso della buona tavola e della buona vita, antagonista del surrogato industriale e culturale, da oltre dodici anni Fantini vive un’esistenza povera che fonde la pratica della terra alla dedizione a una cucina spartana, selvatica, ma curata sotto ogni aspetto: cibo solo dai cicli di natura, che viene condiviso senza che si metta mano ai soldi, cibo che si spartisce con l’ospite, con lo sconosciuto e con gli animali. Sono andato al Boscost’orto, a osservare il coraggio di essere interi e con la lucida intenzione di far germogliare un orto in pendenza, tra lastre di calcare, infestanti di bosco e parassiti. Pochi giorni prima, ho riletto un articolo di Goffredo Parise sulla povertà, un pezzo rimesso in circolo sul web fa tra gli anticorpi alla desertificazione mentale che la rete prevede e allo stesso tempo scongiura. Lo scrittore de Il padrone e de Il sapore del sangue – in questo articolo del 1974 – parla di povertà come qualità e misura, opportunità di salvezza; povertà come risveglio, come ideologia positiva, antidoto al superfluo, conoscenza di necessità. “La povertà è un segno distintivo infinitamente più ricco, oggi, della ricchezza”, così conclude Parise il suo scritto. Povertà come filosofia esistenziale, retrocessione da consumi indotti, abiti usa&getta assemblati in Pakistan o Bangladesh, dalle stesse ideologie e dai frasari confezionati dai media; dalla ristorazione di massa, dai supermercati onnipresenti, dall’ossessione del food in tutte le declinazioni (street food, junk food, take away, food delivery) oltre alle app per mangiare ovunque e di continuo, sempre, per sedare uno scompenso chimico-emotivo, per stabilizzare la serotonina e poi dover ripiegare su diete fantasiose, a caro prezzo. Siamo masticatori ossessivi, feticisti del cibo, lo pensiamo, lo fotografiamo, lo stocchiamo dappertutto nelle nostre dispense piene di chimica e di plastica nonostante l’ossessione della green economy; lo adoriamo e non possiamo far altro che scegliere il vegetarianismo o il percorso alimentare biocalibrato per dar sollievo morale all’astinenza da endorfine. Questo fenomeno bulimico assieme all’iperofferta di cibo ovunque, Parise lo aveva già notato mezzo secolo fa e da allora ad oggi l’ossessione del food si è articolata in intrattenimento, moda, broadcasting. Parlo di un articolo del 1974, scritto per un giornale reazionario da un letterato a sua volta dimissionario, che ha vissuto gli ultimi anni di vita solo, in una casa di campagna, scrivendo i Sillabari a congedo dall’umanità. Con questo idillio pauperistico nella testa e i segni del bracciante sui palmi, sono andato verso la Valconca, al Boscost’orto di Fantini.  Un ampio sorriso mi ha accolto mentre ero ancora dentro l’abitacolo in pendenza di parcheggio; il sorriso di un uomo che riconosce un altro uomo, che dà fiducia e dispone più alla fratellanza che al contegno. Seduti di fronte al bosco in quiete estiva, una bottiglia di Trebbiano da far scorrere, i gatti intorno a sacralizzare, un ulivo secolare folgorato da una bomba bellica o da un fulmine, Fantini si racconta tra ciò che è stato e ciò che è diventato. Nessuna concessione al futuro, nessuna parola rivolta oltre il respiro del momento. Mentre parla vedo l’uomo e l’animale, inselvatichiti entrambi, rinsaviti entrambi all’esistenza; passano nel racconto il bambino caparbio e il giovane ribelle ma solerte lavoratore, l’uomo e le sue spoglie del prima, i lampi di un daimon irriducibile, riconosciuto e poi domato a nuova vita. La sua storia è nota, il racconto biografico è già negli archivi del web, basta un accenno. Come tanti – si potrebbe dire – Fantini ha incontrato una crisi nel mezzo della vita, un rivolgimento esistenziale, ma diversamente da tanti, anziché lasciarsi disidratare dal suo intestino, lascia alle spalle la vita da chef blasonato della Rimini bene, trova per se una casa e un pezzo di bosco pendente e ricomincia da lì, disboscando e dissodando, riponendo in se stesso nuovi semi di vita: la scrittura, un orto ostico, la raccolta di scarti dalla campagna e dalla macelleria, la loro trasformazione in cibi da consumare e preparati da barattare.  Dopo le prime parole, sono usciti a parlare due occhi lupeschi, capaci di attraversare le stesse contraddizioni della vita che comunque la rivolgi è una condanna a soffrire, ad amare; le incrinature necessarie che ogni posizione eterodossa porta in sé in lui paiono motivo di un superamento continuo del conflitto interiore. A un certo punto ho capito che qualcosa di muto e potente mi avrebbe interrogato nei giorni. Oggi, a distanza di due mesi, chiamo quella cosa “tensione umana”, fede dell’uomo di superare sé stesso, di convertire un destino assegnato in un nuovo corso; di oltrepassare un confine di paure, spingersi al di là del tempo e lì trovare una luce somigliante alla gioia. Quella forza vitale che passa dal dolore e dal buio gelato di tante solitudini, è quella che mi ha chiamato (ci chiama in molti) al Boscost’orto nonostante ogni riserva razionale e qualunque facile obiezione da benpensanti. Quella tensione umana che oggi attrae molte persone la vogliamo vedere, sentire e assorbire, ne vogliamo far parte, anche da inetti, anche fradici di web e di timori borghesi: vogliamo tenderci un po’ più in alto del tubo digerente, a una forza che insidia la caducità e la morte stessa. Fantini racconta che le persone arrivano da lui e portano viveri da condividere, portano arte, poesia, musica, stanno a Boscost’orto qualche tempo e ripartono – come è capitato a me – con la voglia di raccontare l’incontro. Cura rapporti di scambio e di sostegno con alcuni produttori locali e assieme organizzano cenacoli, convivi, momenti sociali di confronto ma anche di dibattito serrato sui temi del contemporaneo. Lo chiamano a raccontare la sua vita diverse rassegne di cultura eterodossa, così come associazioni culturali e sociali sparse in tutto il paese. Lui va, parla, legge passi dai suoi testi, mostra ai giovani come si può ricavare un pranzo con quello che si trova nei campi e nei boschi intorno, e i suoi compensi li chiede in natura: frutta, verdura, olio, vino, caffè, tabacco. Sono davanti a qualcuno che posso riuscire ad ammirare, mi sono detto; un uomo che l’ironia più caustica non riesce a svilire. Continuando a parlare assieme ho pensato che lo stesso Parise – che allora denunciava lo spreco, le mode ottuse del consumo- oggi condannerebbe anche gli stessi poveri, colpevoli di essersi abbandonati a una miseria interiore, al lamento passivo, alla elemosina di stato. Non sono più i “poveri che hanno sempre ragione” che sollevarono sullo scrittore orde infamanti da parte dei media: sono sempre più i poveri d’animo, i poveri di spirito, i “poveri ricchi” che sognano il denaro come sognano d’esser felici. Una massa di frustrati che agognano il denaro e che vorrebbero eliminare anche gli stessi anarchici, simboli viventi di libertà, vessilli di rinuncia e di rivolta. Il paradosso del lusso della povertà è lo stesso che induce l’opulenza della società capitalista verso il disagio psichico e un’infelicità impotente. Ivan Fantini a Crisalide22 * Digressione  La famigerata decrescita felice di Latouche e il fiorire di tendenze ecologiste sempre più esaltate si sono fermate prima di convincere di una reale decrescita delle logiche di produzione e consumo, trasformando piuttosto la fede green in una nuova ondata di prodotti sempre più green ma non evergreen, da sostituire ai grigi (ma più resistenti) prodotti degli anni ’80 e ’90. Ricordo momenti di esaltazione collettiva sia in senso ecologico, sia in senso strettamente politico, intervalli della recente storia sociale che hanno illuso molti rispetto a cosiddetti modelli alternativi di stato democratico a guida popolare. Illusioni, demagogie, infantilismi della politica, da cui siamo tornati alle briglie di una destra riabilitata al governo, reazionaria e nazionalista quanto basta per avere ampio consenso di massa. Ripenso all’uomo dimissionario di Montaigne che La Porta cita nel suo libro “Elogio della vita ordinaria”: l’uomo dalla vita elementare, esiliato dalla storia; l’uomo di sola sussistenza, che non partecipa alla dialettica temporale, che si esclude dal corso del progresso, si estromette dai gironi umani che hanno scritto conquiste e immani scoperte ma anche infamie e disastri ammantati da utopie; quest’uomo indifferente ai dogmi sociali, alla ricerca di se stesso, è sempre esistito ed è stato sempre osteggiato sia dal potere che dalla massa, indispettita dal doversi confrontare con una simile – insostenibile – libertà. Biasimato, combattuto e perseguitato per l’indecenza di obbligare gli altri a sentirsi dei rinunciatari davanti a lui, l’uomo dimissionario continua a sottrarsi, cammina avanti, anche a costo della propria vita.  Molti si riducono, riparano a margine dei conflitti della società civile, e da quel confine osservano chi riesce maggiormente a divincolarsi dal determinismo economico-digitale. I marginali, a cui si orienta il mio stoicismo rudimentale, hanno dignità di renitenti, di disertori, ma restano ostaggio del rammarico di non aver vissuto a pieno la propria natura. Si sono dimessi, ma restano passivi, nei casi più brillanti dei sognatori, dei lunari ispirati.  Accordata ai ritmi della propria biologia, al ciclo delle stagioni, alla terra, la vita dei dimissionari anarchici è una vita eroica, che avvicina l’uomo al mito, spostando un po’ più in alto la “questione umana”. Sono Unici e sono umani, sono pochi ma possono muovere tanti. Ci insegnano il coraggio di sottrarsi e rinunciare al conforto della materia e lo fanno senza nessuna ostentazione, senza far altro che vivere come vivono. Siamo lontani dai contemporanei influencer del web, dai guru della spiritualità post-cristiana, maestri confezionati dai social per mitigare il disagio diffuso dello smarrimento spirituale con le pratiche on line. Portiamo i nostri mali esistenziali in terapia per potergli dare un nome. Così diamo anche ai disturbi una loro economia: l’economia del disagio, che provvede a fornire pillole della felicità e surrogati di umano in forma di pixel. Bisogna resistere, starci dentro a tutti i costi, perché se ti allontani dall’ordine devi essere straordinario e pronto, o rischi di soccombere. Così tanti svaporano mentalmente quando non fisicamente, scompaiono all’improvviso attraverso misteriose rotte asiatiche o africane, finendo in pasto alla cronaca locale e al broadcasting psicho-noir. L’over-digitalizzazione intanto vende, uniforma cervelli e ottunde; crea una dipendenza consolatoria e annichilente. Mentre avanziamo verso la robotica dell’essere dopo quella dell’avere in una vertigine disperata e afona, internet è diventato in vent’anni l’onnipresenza di noi stessi dentro un mondo che indifferenziandoci ci esalta. Intanto al Boscost’orto osservo da vicino qualcuno che è trasceso a sé stesso, è uscito dalle guide prestabilite, ha disertato il proprio passato e annientato l’ansia del futuro. Qualcuno che davanti al bivio tra il morire dove la vita lo aveva portato e uscirne a rischio sì di cadere ma anche di tornare vivo, sceglie di uscire, ricominciare dalla terra, dalle proprie mani. Si è unita poi al tavolo anche Paola Bianchi, silfide in nera eleganza, danzatrice e performer attivista emersa da tempo alla scena contemporanea e compagna di vita di Fantini; abbiamo cenato assieme, sentendomi così accolto non più da una ma da due anime affini. “Ecco il lusso della povertà” dice il cuoco sparecchiando verdure e cibi cotti che non saranno buttati perché così si manterranno a lungo. La povertà – torno di nuovo alle lontane parole di Parise – “è un segno distintivo infinitamente più ricco, oggi, della ricchezza. […] è una ricchezza, un capitale: il solo capitale nazionale che ormai, ne sono convinto, salverà il nostro paese”. C’è qualcosa di utopico in tutto questo, di folle e di illusorio, profondamente umano? Forse. Forse all’utopia occorre la povertà, la voglia estrema di cambiare il mondo – diceva Emil Cioran – viene solo al disperato. Ma esiste ancora, questo sì, una disperazione brillante, facoltosa. Una disperazione in rivolta. Anonimo fra gli anonimi (Edizioni Barricate) è il titolo del primo libro di Fantini quindi il suo primo manifesto, a riconferma di un’idea dell’uomo che si fonde e si confonde nello scorrere dei cicli e delle stagioni; l’uomo senza nome e senza più un passato, che onora una vita semplice, separata dai rumori e dalle lusinghe del presente. Mi racconta di una comunità di persone, amici, estimatori, artisti che negli anni più duri gli è andata incontro, lo ha sostenuto e ancora lo sostiene. Oggi quella comunità si è allargata a tanta gente comune e lo accompagna nel suo cammino verso una forma di autarchia da baratto, da saccheggio di beni esposti al cielo, tra i boschi, ai confini di aie agricole o sui campi a fine raccolto. Quella di Fantini è un’anarchia autarchica, pacifica, ispirata – con riserva e forte senso critico – all’Unico di Max Stirner, all’uomo che trova in sé stesso il governo del proprio mondo, senza propaganda, senza intenzioni politiche né pedagogiche. Se si farà mito, maestro, sarà per interposta azione di un destino inviolabile o della storia, madre ignara dei suoi eroi negletti.  Dalle sue parole comprendo che questo cuoco dimissionario oggi cercato da svariati soggetti della ristorazione, non cede al successo e alla celebrazione della sua figura; respinge ogni proposta a rischio di ricaduta nell’economia di mercato, si astiene dai social, diffida di qualunque incensamento che lo ascriva al ruolo di “mental coach” o di “leader”. Semplicemente si espone, si dà corpo e anima alla gente, si lascia raccontare dagli altri, a rischio di parzialità e fraintendimenti. Poco si può aggiungere a ciò che Fantini va dicendo da anni rispetto alle sue scelte con una coerenza e un’onestà spietate, intransigenti. Bisogna guardarlo in faccia, negli occhi, per capire che si è davanti a un uomo in rivolta costante, a un tronco d’albero radicato nel sottosuolo dostoevskiano; che non si può razionalizzare su nulla di quanto dica, senza sporcare di volgarità anche le più consapevoli ingenuità di un anarchico di questo tipo, che per giunta vive in Italia, in questi anni consegnati al “Vuoto”, “all’Abisso” dai residui filosofi contemporanei. Si è davanti a un corpo e una mente che portano le stimmate della fatica, dell’impegno, del dolore. Finché lo sguardo si fa bambino e sorride al mio stupore davanti alla piccola cucina esterna, cabina in legno affollata di pentole e utensili d’arte culinaria, con dentro ogni arnese per trasformare il fortuito del giorno in un pasto. “Quella l’ho fatta io assieme agli amici Under Mungo e Nico”, mi dice con lo sguardo rivolto a quello che sembra un laboratorio d’artista più che una cucina. Lui prepara dentro quei pochi metri di terra battuta le cene e i pranzi che condivide con chi lo va a trovare, portandogli sempre qualcosa da spartire assieme, soprattutto portando umanità, smarrimento, a volte solo ascolto. C’è un furore giocoso nelle parole di quest’uomo che ha l’occhio mannaro e il sorriso dell’infanzia, e c’è anche un cristo inverecondo e disobbediente al padre, a qualunque vangelo imposto; un cristo irriverente, abdicato a sé stesso, fiero delle sue croci che sono le assi e le mensole della sua stiva. Nel gesto e nella cura del dettaglio che fa di un vero cuoco un officiante del rito, un alchimista del sapore, con un’attenzione e una cura proprie dell’animale che nutre e sa, senza saperlo, anche pregare. * Conclusione inconclusa Oggi la povertà di massa invia più il senso di un minor accesso al superfluo che della vera mancanza di un sostentamento minimo. Vorrei ascrivere Fantini, tutti i Fantini che seguono la via autarchica e dimissionaria, all’espressione di “poveri privilegiati” nel senso più alto del termine: persone rinsavite all’essenzialità e all’umanità che ancora pochi si possono permettere: per il timore di “fallire peggio” e precipitare oltre, per la mancanza di fede nell’Uomo e i suoi Angeli, e per non avere sofferto fino in fondo e con piena coscienza le oppressioni del presente; di averle in qualche maniera integrate, digerite, assieme a tutto quello che si ingurgita di continuo. Ivan Fantini assieme a Paola Bianchi – simbolo di unione virtuosa e resistente – mi hanno mostrato e continuano a rivelare che il vero lusso è liberarsi del superfluo e non rimpiangerlo più: non avere cancelli e porte blindate per difendersi dai propri simili, non doversi soprattutto proteggere dalle proprie scelte, accoglierle e dar loro nutrimento e forza, radicarle sotto i passi di danza e di vita. Michele Montanari *In copertina: Ivan Fantini ritratto da Giancarlo Tonti L'articolo L’Unico e la sua immanenza: viaggio verso Ivan Fantini, cuoco dimissionario & anarchico proviene da Pangea.
December 12, 2025 / Pangea