La prima sensazione che mi lascia Salisburgo è che sia un luogo kafkiano.
L’aggettivo non è usato a sproposito, dal momento che l’elegante cittadina è
dominata da una fortezza che sovrasta i tetti e i campanili. Un’immagine di
severa austerità si fonde con un senso di oppressione morale. Né il favoloso
paesaggio alpino riesce, con le sue linee di fuga e le ampie vallate, a
stemperare un vagamente ossessivo martellar di pensieri.
All’inizio della sua Autobiografia, Thomas Bernard riporta che Salisburgo
detiene in Austria il numero più alto di suicidi. In questa città è nato Georg
Trakl, sulla cui tomba Paul Celan amorevolmente poserà un mazzo di fiori.
Da tempo ho smesso di credere nelle coincidenze, soprattutto in letteratura.
Forse, è per questa strana associazione di vite e di poeti che, camminando per
le vie di Salisburgo, mi viene in mente Paul Celan.
All’inizio, quando ancora il pallore della carta mi fissava implacabile,
immaginavo di scrivere qualcosa sul dettato poetico di Celan. Ho letto e riletto
le sue poesie, sottolineato i passi più intensi di quel capolavoro che
è Microliti. Nulla da fare, mi rendevo conto che ogni appunto, nota e
osservazione si arrestavano sempre così al di qua delle cose. Tutto quello che
scrivevo mi sembrava superfluo, così esile e disarmato di fronte alla tangibile
ed impronunciabile evidenza della tragedia.
Cosa dire che non fosse già stato detto e ripetuto? Come riuscire a scrivere
qualcosa che non suonasse retorico, falsamente accorato, inerme di fronte
all’impenetrabile dolore di una vicenda storica e ancor prima umana? Con quale
diritto possiamo pensare di entrare nella vita di Celan, esplorarne il mortale
silenzio, misurare infine la traiettoria dell’ultimo salto, oltre il parapetto,
verso le gelide e torbide acque della Senna?
A quel punto, ho deciso di cambiare radicalmente rotta. Ho abbandonato
definitivamente l’idea di scrivere qualcosa di minimamente sensato sulle sue
poesie. Allora, senza tema di essere presuntuoso, ho immaginato che la
sofferenza si potesse trasformare, come nelle incisioni di Escher, in
qualcos’altro, per esempio in una serie di piccole rondini o di pesci dalle
forme bizzarre. Mi sono umilmente avvalso delle forze dell’immaginazione che –
come ha scritto il mio amato Nabokov – alla lunga sono le forze del bene.
Ho pensato a Celan e alle persone che ne hanno costellato l’esistenza. Ho
immaginato che avesse infine trovato conforto e riparo dentro il sorriso della
vita che tutto accetta e rasserena in una calda e commossa intimità. Che
l’incontro con Heidegger gli avesse suscitato quel lampo di complicità che
proviamo quando capiamo di essere stati compresi nel profondo. Che il rapporto
intessuto nel tempo con René Char, fatto di lettere simili a preghiere e
incontri sempre rimandati, gli avesse infine fatto comprendere pienamente il
valore dell’umana amicizia. Che i caldi abbracci delle donne, di Ruth, Rosa,
Ingeborg e Gisele, lo avessero infine indotto a credere nelle linee della mano,
negli oroscopi e nei fondi di caffè. Che, infine, nella lingua tedesca non
avesse trovato solo l’eco dei carnefici ma anche la promessa di un riscatto,
l’ipotesi realistica di una patria.
Ho immaginato tutto questo, e chiedo scusa se qualcuno inarcherà seccato le
sopracciglia.
D’altronde, con Celan accade come con gli esploratori di terre lontane: la sua
poesia è uno stendardo mosso dal vento feroce di lande antartiche, l’orma di un
astronauta su un pianeta remoto. Come a dire: con Celan tutto è finito, almeno
tutto quello che ci sembrava di conoscere. Tutto è da rifare.Ecco perché ogni
suo verso, ogni singola parola, reca in sé l’assordante vastità del silenzio,
vestita di azzurro infinito.
Leggi la poesia di Celan: all’erta, cerchi l’attimo che incrina il filo
invisibile teso tra le tempie. Oltre il nodo del filo spinato, forse si trova
l’orizzonte della speranza.
Lorenzo Giacinto
L'articolo “Le forze dell’immaginazione sono le forze del bene”. Breve omaggio a
Paul Celan proviene da Pangea.
Tag - Paul Celan
Se esiste un poeta che non può essere raccontato senza nominare l’Europa come
problema, quello è Yvan Goll. Non perché cosmopolita – parola pigra, buona per
salottisti e comunicatori – ma perché la sua opera coincide con il fallimento
stesso dell’idea europea di unità. Yvan Goll non ha rappresentato il nostro
continente: lo ha messo al centro della propria vicissitudine creativa proprio
mentre, a quanto intravvedeva, stava disgregandosi. Soprattutto per questo è
forse il più europeo dei poeti europei della prima metà del Novecento e, al
tempo stesso, uno dei più rimossi. L’Europa infatti ama celebrarsi, ma non ama
chi le mostra il conto.
Nato il 29 marzo 1891 in Alsazia, terra di frontiera e di contesa, Isaac Lang
(Yvan Goll è solo il più longevo dei suoi noms de plume) crebbe con una sorta di
vocazione destinale allo sdoppiamento.Scrisse in tedesco e in francese, abitò a
Parigi e Berlino, e attraversò o prevenne tutte le avanguardie,
dall’Espressionismo allo Zenitismo, senza inginocchiarsi davanti a nessuna. Non
fu semplicemente uno scrittore “tra due lingue”, ma un poeta che aveva intuito
presto come il suo progetto mentale e linguistico non fosse la fusione, bensì la
frizione. Dove altri cercavano sintesi, Goll accettava o inseguiva la
dissonanza. E le dava figura poetica, indossando maschere di rispecchiamento,
che non erano espedienti lirici, né semplici “personaggi”, ma funzioni di una
strategia di sopravvivenza autoriale.
Giobbe, Orfeo e Jean sans Terre, la Trimurti di alter ego nei quali giocò a
dirsi “uno”, sono abiti identitari provvisori, che indossava, smetteva e
riprendeva per parlare sempre da un punto di massima esposizione. Giobbe, per
Goll, è la figura della protesta metafisica senza riscatto, è l’uomo che
continua a interrogare se stesso e Dio dalla casa del dolore (dal corpo “sacro”
per quanto corrotto) sapendo che nessuno gli risponderà. Orfeo, invece, è il
poeta nell’epoca del disincanto: colui che scende negli inferi della modernità
per restituirne il cuore segreto, ma perde Euridice perché la poesia, in quel
non-luogo a procedere, non ha più potere salvifico, solo testimoniale. Jean sans
Terre, infine, è una maschera straordinariamente polisensa. È il senza-patria
per antonomasia, privo di radici e appartenenza; l’esule, l’escluso, il poeta
(ed ebreo) errante e senza identità, teso a oltrepassare tutti i confini, fuori
e dentro di sé, per ritrovarsi ovunque in territori inospitali.
Beninteso e importantissimo, per capirne qualcosa di non estrinseco: in queste
figure Yvan Goll non costruiva un mito personale, ma smontava il piedistallo
dell’io lirico. La soggettività in lui si frantumava in ruoli archetipici perché
il poeta, a suo avviso, quantomeno in Europa (in Occidente), non poteva più
prendere parola in prima persona senza dover assumere una postura finzionale. La
maschera, in Yvan Goll, è un senhal tragico. Non nasconde: espone.
Anche il romanzo-non-romanzo breve Die Eurokokke (Eurococco, 1927) può essere
letto, in fondo, come una maschera allegorica di un’Europa esausta, giunta per
davvero «à la fin de la décadence». Poema grottesco, canto scomposto e degenere
di un continente in via d’estinzione, Eurococco mette a nudo l’Europa come
simulacro esausto: come un idolo di cartapesta che danza, ignaro, mentre, sotto
di sé, le sue basi stanno cedendo. Con quest’autopsia di un’Idea in forma di
fiaba politico-morale, il trentaseienne Yvan Goll dimostrava di aver capito
prima di molti che l’Europa fuoriuscita dalla Grande Guerra era il cartonato
farsesco di un gran progetto andato a male; e l’homo europaeus un antieroe
nichilista, che stava morendo inciampando nella sua stessa retorica.
A bilanciare la maschera grottesca di Eurococco c’è però l’altro volto della
poesia di Goll, quello in cui l’alogica e la satira cedevano il passo a una
solennità spezzata ma non meno radicale. Requiem für die Gefallenen von
Europa (Requiem per i morti d’Europa, 1917) e Paris brennt (Parigi brucia, 1921)
ricordano con accenti apocalittici che gli sberleffi e l’ironia non bastano per
esprimere la sostanza tragica della realtà. Qui l’Europa non è un fantoccio
colto in limine mortis: è ormai un continente-cimitero, attraversato da un lutto
che non trova più una liturgia atta a elaborarlo.
Esaurita la stagione delle avanguardie e della poesia militante degli anni ’20,
segnata dalla denuncia della crisi europea, a partire da Les Cercles Magiques,
del 1926, e poi con maggior risolutezza negli anni ’30 e ’40 (gli anni del suo
esilio in America), Goll compì una svolta verso ragioni e sragioni
dell’interiorità, ampliando le sue conoscenze di alchimia e mistica, in
primis della Kabbalah. Nei suoi testi migliori, alla polemica storico-sociale
subentrò l’indagine metafisica: la poesia virò verso l’ontologia e si fece
strumento di conoscenza simbolica. Raccolte come Le Char Triomphale de
l’Antimoine (Il carro trionfale dell’Antimonio, 1949), Traumkraut (Erba di
sogno, pubblicata postuma nel 1951) e Neila, Abendgesang (Neila, canto del
vespro, uscita anch’essa postuma, nel 1954) sono i vertici estetici di
quest’ultima stagione, agita con un linguaggio spoglio, visionario ed
essenziale, che conferisce alla sua poesia un tono testamentario. Sul piano
biografico, l’approfondimento spirituale andò di pari passo con l’incedere della
leucemia, che accompagnò anima e corpo del poeta dal 1943 al 27 febbraio del
1950, data della sua morte a Parigi.
Yvan Goll e la moglie, Claire Studer
La traiettoria esistenziale e la storia della ricezione di Yvan Goll appaiono
oggi costellate da una lunga serie di avversità che, tuttavia, non hanno nulla
di casuale. Goll è stato il più sfortunato fra i poeti eccellenti del suo tempo
perché si è trovato sempre dalla parte sbagliata del consenso... e anche perché
ha unito la sua vita a quella di Claire Studer (1890-1977), donna e scrittrice
iper-polemica e ingombrante, la ribalderia a più livelli della quale favorì il
suo progressivo isolamento in vita e il suo rapido (benché relativo) oblio in
morte.
Emblematica e storicamente “imperdonabile” è la vicenda della sua avventura
surrealista. Fin da subito, Goll fu quasi-interno al surrealismo, ma non
allineato; arrivò, anzi, ad anticipare Breton, nel 1924, inventandosi una
rivista, “Surréalisme”, nel primo e unico numero della quale osò pubblicare un
suo Manifesto del Surrealismo, qualche mese in anticipo rispetto all’uscita
pubblica del testo legiferante del “Papa”. Fu un surrealista apostata ancor
prima che il Surrealismo fosse riuscito a registrare il proprio atto di nascita,
insomma, perché andava proponendo una restituzione poetica dell’immagine e del
sogno che rifiutava la mala pratica dell’automatismo psichico. Mentre Breton
costruiva il suo partito, Goll sceglieva la poesia: la lirica
mitico-immaginativa innervata d’esperienza consapevole. Fu una scelta che
equivalse a una condanna. Il Surrealismo, come fa ogni chiesa laica, non
tollerava gli eretici che ne condividevano l’intuizione ma non il catechismo.
Goll restò così, da solo, in una terra di nessuno: troppo libero e sfrontato per
essere accolto, troppo coerente per essere perdonato. Il velenoso conflitto con
Breton – che culminò, una sera, con una scazzottata pubblica a teatro – non fu
un semplice episodio d’antipatia reciproca: fu il sintomo di una guerra per il
controllo del potere d’influenza. Goll non perse perché avesse torto (direi
anzi: tutt’altro), ma perché non aveva il carisma affabulatorio e guerrigliero
del suo “rivale”. O, più semplicemente, perché non apparteneva alla fazione
giusta. Così come ai nostri giorni, cent’anni or sono la storia della poesia è
(stata) spesso una questione di alleanze.
Il capitolo più cupo della sfortuna di Goll riguarda Paul Celan. Dopo la sua
morte, la vedova Claire accusò Celan di plagio, dando origine a una delle
vicende più tossiche della storia letteraria europea. Al di là della verità
testuale, che pende nettamente a favore di Celan, resta l’amarezza di un destino
che continuò a rigirarsi contro Goll anche quando Yvan Lazang non era più di
questo mondo. Non per sua colpa, Yvan Goll diventò così un’arma impropria, lo
pseudonimo triste di un semisommerso della poesia franco-tedesca, che era stato
portato alla ribalta della società letteraria internazionale per mettere in
dubbio l’autenticità del talento di un giovane amico e collaboratore – abile,
forse, più di lui a dar corpo memorabile a un’interrogazione poetante che
affidava alla parola un valore a un tempo sapienziale e rivelante.
“Relazionalmente” scorretto, stilisticamente e qualitativamente disuguale, Yvan
Goll non è considerato un gigante come Celan. Ciononostante, ha lasciato un
tesoretto testuale e ha costruito un itinerario individuale di conoscenza che lo
colloca in una posizione di rilievo nel panorama poetico dello scorso secolo.
Massimo Morasso
**
Lied der Unbesiegten
Schwarze Milch des Elends
Wir trinken dich
Auf dem Weg ins Schlachthaus
Milch der Finsternis
Man gibt uns Brot
Weh! Es ist aus Staub
Unser Schrei steigt rot
Aus dem Schlachthof auf
In unsrem Höllenwein
Aus der Reben Glut
Aus Schädeln und Bein
Gärt Luzifers Blut
Aus den Augen wächst Klee
Den Mord zu beweinen
Und der Ahnen Armee
Wacht unter den Steinen
Uhu der Dunkelheit
Wird den Racheruf schrein
Wölfe werden die Söhne sein
Reißende Grausamkeit
Schwarze Milch des Elends
Wir trinken dich
Auf dem Gang ins Schlachthaus
Milch der Finsternis
*
Canto degli invitti
Latte nero della miseria,
ti beviamo,
sulla strada per il mattatoio,
latte delle tenebre.
Ci danno pane –
ah! è fatto di polvere.
Il nostro grido sale rosso
dal mattatoio.
Nel nostro vino d’inferno,
dalla brace delle viti,
da teschi e ossa
fermenta il sangue di Lucifero.
Dagli occhi cresce il trifoglio
per piangere l’assassinio,
e l’esercito degli avi
veglia sotto le pietre.
Il gufo dell’oscurità
urlerà il grido di vendetta.
Lupi saranno i figli,
rapace crudeltà.
Latte nero della miseria,
ti beviamo,
in cammino verso il mattatoio,
latte delle tenebre.
***
Unwirklicher als Nebel im lautlosen Getriebe der Nacht
Fließt dein Gesicht vorbei mit den Segeln des Mondes
O Neila, blauer Opferrauch
Die roten Gesänge der Väter verhallen in deinem Mund
Ein goldenes Tierhorn der Inbrunst
Meldet dich dem Schicksal
Ich höre rauschen mit ihrer dunklen Magie
Die alten Meere der Mitternacht
Ich weiß, du bist keine Menschentochter
Unirdischer du, jenseits von Blut!
Neila, meint dich der Duft von Jasmin
Wenn er von den Geistern der Tiefe kündet?
*
Più irreale della nebbia nel silenzioso ingranaggio della notte
il tuo volto scorre via con le vele della luna.
O Neila, azzurro fumo sacrificale.
I canti rossi dei padri ti si spengono in bocca.
Un corno d’oro dell’ardore
ti presenta al destino.
Sento gli antichi mari della mezzanotte
rumoreggiare con la loro oscura magia.
E so che tu non sei figlia dell’uomo.
Tu, ultraterrena, al di là del sangue!
Neila, parla di te il profumo del gelsomino
quando annuncia gli spiriti d’abisso?
*
Die Nacht trinkt ihre rote Blüte aus deinem Herz
Sie rankt zurück bis zum ersten Kuß
Mit dem wir Erinnerung spielen
In meinem Pulsschlag halt ich das Gedächtnis fest
Es wehrt sich wie ein erschrockener Vogel
Stärker als Liebe vergißt es nie
Durch dein Aug fällt die Zeit wie ein grüner Stern
Tochter des Mondes du beleuchtest für mich
Die Ruinen der Welt
*
La notte beve il suo fiore rosso dal tuo cuore,
si riavvolge fino al primo bacio
con cui giochiamo a ricordare.
Nel mio battito tengo stretta la memoria:
si difende come un uccello spaventato,
più forte dell’amore, non dimentica mai.
Dai tuoi occhi il tempo cade come una verde stella;
figlia della luna, tu illumini per me
le rovine del mondo.
***
L’arbre Sepiroth
Dix sont les fruits aux bras de l’arbre Séphiroth
Dix les métaux du corps recelant la Splendeur
Dix les sels de l’esprit nourriciers de la Fleur
Qui prépare mon âme aux puissances d’Azoth
La pomme du pouvoir rondit en mon cerveau
Et le vin de mon cœur inspire l’Infini
Les yeux de l’émeraude aux yeux de chair unis
Allumeront en moi les fibres du Flambeau
Descendez Séraphins l’escalier vertébral
Où la nèfle du foie et le soufre natal
S’oxyderont un jour pour créer la Beauté
Cèdre de ma Rigueur Arbre de Royauté
Par tes racines monte un alcool jamais bu
Ta Couronne me ceint du suprême attribut
L’albero Séphiroth
Dieci sono i frutti sui rami dell’albero Séphiroth
dieci i metalli del corpo che celano lo Splendore
dieci i sali dello spirito fecondi del Fiore
che prepara la mia anima alle potenze di Azoth.
La mela del potere mi si gonfia nel cervello
e il vino del mio cuore ispira l’Infinito.
Gli occhi di smeraldo agli occhi di carne uniti
accenderanno in me le fibre della Torcia.
Scendete, Serafini, dalla colonna vertebrale
dove il nespolo del fegato e lo zolfo natale
si ossideranno, un giorno, per creare la Bellezza.
Cedro del mio Rigore, Albero di Regalità,
per le tue radici sale un vino mai bevuto.
La tua Corona mi cinge del supremo attributo.
Traduzione di Massimo Morasso
L'articolo “Tu illumini per me le rovine del mondo”. Yvan Goll, il poeta che ha
cantato la fine dell’Europa proviene da Pangea.