Nei giorni scorsi su “Pangea” è apparso un articolo di Gianfranco Lauretano e
Salvatore Ritrovato, in cui i due critici letterari segnano i loro punti fermi
intorno al poiein, cioè al “fare” poesia oggi. È un anticipazione de “L’anello
critico 2025” e il loro intervento mi ha ispirato (dopo vari articoli sul tema
che avevo scritto in passato proprio su “Pangea”) a cimentarmi di nuovo intorno
all’argomento del fare poesia, che può apparire superfluo e invece risulta
dirimente se si vuole provare a fare un po’ d’ordine valutativo nella società
della poesia. Società ancora vitale, ma piena di commercianti del do-ut-des,
tifosi e amichettisti (come tuonerebbe Abbate). Ma, a parte questo mio
rigo moraleggiante, Lauretano e Ritrovato pongono alcune questioni – con cui mi
trovo in parte in sintonia – che vale la pena analizzare. Premetto soltanto che
uno dei problemi maggiori per la poesia (come invece hanno cercato di ovviare i
giovani critici che, sotto l’ala di Alberto Casadei, hanno prodotto il saggio La
poesia attuale) è la mancanza di critici tout court. Ma di questo parleremo più
avanti.
Tutto il discorso di Lauretano e Ritrovato è attraversato da una forte critica
alla neo-avanguardia, come punto di cesura con le precedenti voci poetiche
novecentesche, quelle importanti e di riferimento, da Montale a Sereni, da
Caproni a Luzi, Da Bertolucci a Giudici. Ma c’è anche un mancato apprezzamento
di certe nuove contemporanee avanguardie-avanguardie.
Per parte mia non posso negare l’importanza contingente della rottura del
“Gruppo 63” nella storia letteraria nazionale e tuttavia c’è differenza tra chi
innova e chi rompe, come ho anche scritto nella poesia io non vorrei che nanni,
edoardo…, dove si mostrano alcuni stilemi della neo-avanguardia e dove la
conclusione definisce la contraddizione interna al movimento: “loro erano così
impegnati/ che manco si accorsero del/ sacco di palermo, era il 1963”.
Autodichiararsi neo-qualcosa prevede forti velleità, e alla fine c’è sempre
qualcuno più nuovo di te, c’è sempre un gruppo più avanguardista di qualsiasi
avanguardia. Mentre su questa linea io porrei piuttosto il tema abusato del
“contemporaneo” come enfasi di un mondo odierno che non sa più cosa c’era prima
e quindi non può inventarsi un dopo, un futuro descrivibile.
Un altro elemento messo in rilievo da Lauretano e Ritrovato è la necessità per
la poesia di uscire da certi limiti veicolari, dal proprio ambiente, o meglio da
quella che loro chiamano (gaddianamente) ambienza, cioè l’aspetto astratto
dell’ambiente. Certamente non può esserci poesia senza una partenza: serve
abbandonare qualcosa per cominciare a scrivere con le emozioni che andranno a
cementare il lessico profondo in un impegno nella lingua. È il viaggio che non
si è ancora fatto a decretare lo stimolo più tenace. E in questo i due critici
mostrano bene come i circolini e le consonanze artificiose dei gruppi di stile,
delle squadre omogenee di temi, addormentano i versi nella ricorsività.
Ritrovato in particolare spiega che la prima caratteristica della poesia è di
essere contro i tempi. Personalmente non so se la poesia abbia necessariamente
questo compito avverso, penso però che bisogna allontanarsi per capire dove
siamo. In termini militari si pensa che allontanandosi dal campo di battaglia e
mettendosi in una posizione alta, in rilievo, si possa vedere meglio la totalità
della situazione e quindi si possa capire meglio come attaccare il nemico. Nel
caso della scrittura il nemico è lo scrittore stesso che passa le giornate a
scrivere e cancellare, cambiare e ripristinare ciò che ha scritto. È questo un
lavorio nella lingua che il poeta opera nella società che si trova a vivere, ma
da questo parola abusata del contemporaneo, da questo presente egli deve anche
fuggire con uno scarto temporale. Se nella scrittura io fossi
totalmente o’clock non potrei avere lo scarto di visione che mi permette di non
essere qui e ora, e permette ai versi che scrivo di portare con loro un modo
differente, una musica che non andrebbe a Sanremo, per dirla con una
similitudine. Credo che la tensione nella poesia sia – almeno questa è la mia
maniera – quella che tende al classico. Perché c’è uno stile classico che
ricerco sempre, fuori dalla mondanità del regime poetico contemporaneo.
Nell’articolo di Lauretano e Ritrovato si parla di un periodo attuale in cui si
incrocia sempre più un approccio sciatto alla scrittura. Ma non è soltanto la
scrittura, è il mondo attuale a essere sciatto. L’accumulo di informazioni
annulla l’informazione stessa. Questa è pura sciatteria. Oggi, quando leggiamo
una notizia non possiamo chiederci da che parte stiamo, ma se quella notizia è
vera o falsa. Non solo noi non sappiamo più cosa è vero e cosa è falso, ma il
flusso ininterrotto di byte offusca la nostra memoria e pure la capacità
cognitiva del cervello, che non è più in grado di cimentarsi verso
l’inabissamento creativo e lo scavo nella coscienza. Siamo continuamente
sollecitati. Siamo nel periodo in cui il contemporaneo annulla ogni abilità
metacognitiva.
In un mondo del genere la meravigliosa definizione di poesia data dal poeta
italo-americano Jude Luciano Mezzetta suona ormai beffarda. Lui dice che “la
poesia sono le notizie che restano per sempre notizie”. E io gli credo, ma serve
il cimento di un esploratore indefesso per tenere barra dritta su questo tipo di
poesia. Oggi, infatti, è più semplice scrivere la poesia-facile, al posto della
poesia-poesia (definizioni che ho usato in un articolo uscito su “Pangea”).
Ma come si fa a tenere barra dritta sulla poesia-poesia quando, come raccontano
Lauretano e Ritrovato, gli editori di poesia cercano spesso l’autore con più
like sui social, per tentare di riprodurre quei like in vendita copie? Il
fenomeno del passaggio repentino dai social alla carta stampata (come dai talent
al concerto al Circo Massimo) esprime il nostro zeitgeist.
Loro parlano di un periodo in cui siamo passati dalla “democratizzazione” della
cultura alla sua “plebeizzazione”. È vero che stiamo vivendo un momento di
sconfortante ignoranza (del resto pure Platone nella Repubblica scriveva che
“non ci sono più i giovani di una volta”), ed è questo argomento che cambia il
tema da come si fa poesia a che cosa è la poesia, cioè si passa
dal poiein all’einai, dal fare all’essere. Se è vero che c’è un percorso
immanente al genere letterario della poesia, cioè il genere letterario della
poesia come tradizione da rigenerare ogni volta, è anche vero che esiste un
percorso della poesia in confronto alla cultura presente, cioè a un universo
numerico dipendente, dove quella che qualcuno di noi definisce ignoranza si basa
sulle capacità di muoversi, in maniera più o meno disinvolta, sui dispositivi
elettronici e digitali, più che conoscere a memoria il primo canto della Divina
Commedia o L’Infinito di Leopardi, o anche soltanto capire il legame analogico
che esiste tra l’Iliade, i sentimenti e le relazioni che esprimono e agiscono
nella storia narrata i personaggi di quel poema e la costruzione dei sentimenti
e delle relazione di un adolescente ai primi anni di un qualsiasi liceo.
Ha ragione Lauretano quando dice che questo nostro sistema digitale dei social è
il vero distacco dal Novecento. È anche per questo che i parametri di giudizio
odierni non possono più guardare soltanto a quel sistema critico e a quelle
impostazioni strutturali nel campo dell’analisi poetica.
Ma certo ci sarà ancora un posto per la poesia. E se c’è questo posto non è
nelle leziose antologie amicali o in un fantastico credo buono e oggettivo, ma
nella capacità che si avrà, da parte di chi si occupa di poesia come studioso,
di far emergere alla superficie quelle voci poetiche, quegli autori che stanno
fuori da chiese e segreterie di consorterie poetiche, brillanti come cartelloni
pubblicitari.
Ciò che manca come l’aria oggi alla poesia sono i critici. Tutti vogliono fare i
poeti e nessuno si è ancora piazzato convintamente e soltanto dalla parte della
critica. Si contano sulle dita di una mano coloro che hanno deciso di fare
questo lavoro e sanno farlo. Ma sono come i medici di base: meno ce ne sono più
perdono il senno perché hanno troppi mutuati…
La critica ha dismesso al proprio ruolo. Se ci sono stati grandi poeti è perché
hanno avuto accanto interlocutori autorevoli e competenti. Parlo di personalità
come quelle di Debenedetti, Blasucci, Garboli, Berardinelli, ecc. Critici che
hanno provato a scegliere e consigliare, male o bene, ma almeno hanno indicato
delle rotte possibili. Oggi tutti fanno tutto. E se tutti fanno tutto e nessuno
osa più una scelta precisa di competenza, al di fuori delle accademie, sarà
sempre più difficile fare una adeguata cernita tra il grano e il loglio, tra il
buono e il meno buono nella produzione poetica.
Oggi vediamo tanta poesia-facile pubblicata presso grandi editori. Nessuno nega
che McDonald’s venda tanti panini, ma nessun McDonald’s è citato in una guida
Michelin. Oggi che nessuno si prende più la briga di scrivere per la poesia una
guida Michelin seria (e non amichettistica), chiunque approfitta di equiparare
poesia-facile e poesia-poesia, come fossero la stessa cosa, come avessero la
solita funzione. Non starò qui a ripetere quale funzione abbia una poesia vera.
Ne abbiamo parlato con gli amici Fierro e Tomada su due riviste (“farevoci” e
“Il Ponte”) nei mesi scorsi. Qui provo a difendere un lavoro in poesia che in un
percorso lungo di anni (e non nel furore di un solo libro, o di una carriera
sempre uguale a se stessa) sappia ordinare un discorso ininterrotto e forte con
la tradizione e nel novero di una voce attuale ma separata
dal continuum temporale del qui e ora.
Sono meno d’accordo quando Lauretano e Ritrovato si soffermano sul fatto che
dopo i grandi autori novecenteschi (Caproni, Montale, Giudici) cade l’interesse
verso la poesia, perché i programmi scolastici arrivano a Pascoli e D’Annunzio,
il resto viene saltato… Insomma, vedo un grande interesse per la poesia, ancora
oggi. Ma è un interesse curativo, un interesse immediato, prêt-à-porter:
interesse per la poesia-facile.
Lauretano e Ritrovato pongono la questione di un dialogo che si è interrotto e
la pongono come dialogo dei poeti di oggi con quelli del Novecento, pensando a
esso come punto di arrivo e caparbio momento di crescita di fronzosi rami
letterari. Per parte mia sono interessato più al dialogo con la lunga tradizione
poetica italiana. Ho avuto la fortuna, da giovane, di poter avere a che fare con
Giovanni Giudici, cioè di avere la faccia tosta di organizzare a Pisa alcuni
incontri e seminari con lui. E tengo al suo lascito per tre cose: il rapporto
creativo e appassionato con la tradizione poetica, a partire dalle origini, dai
trovatori e dai Siciliani in avanti; il lavoro nella lingua, dove una parola non
è soltanto ciò che significa ma significa ciò che è; i principi costruttivi del
verso che ha una sua logica musicale, perché la poesia deve rispondere a una sua
armonia interna che diventa musica nella lettura.
E poi c’è questo “io” poetico, di cui tutti parlano. È un “io” particolare, una
specie di feticcio se trattato “egoisticamente”. Ma non si deve pensare che
questo “io” sia inderogabile. Intanto gli io di uno scrittore, di un’artista,
non sono uno solo, sono molteplici. E poi possono dispiegarsi in altre persone.
Io uso molto il “tu” come protagonista dei miei versi. Il libro Baltico, per
esempio, è quasi un romanzo in versi che racconta, in seconda persona singolare,
il rapporto reale e fantasmatico di un personaggio lontano da casa, col mal di
schiena, che riflette di fronte a uno specchio obliquo in relazione alle guerre
di ieri e di oggi. Quindi qui il mio “io” non è più soltanto io. Siamo in quella
che Caproni chiamava la profondissima zona della poesia in cui un io passa
subito alla pluralità, dove chi scrive diventa un noi, un individuo che parla
universalmente. Anche questa è una dote che la poesia-poesia dovrà tutelare.
Alessandro Agostinelli
*In copertina: un’incisione di Roland Topor (1938-1997)
L'articolo Cosa vuol dire fare poesia oggi? Ovvero: la poesia-facile e l’assenza
dei critici proviene da Pangea.
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Gianfranco Lauretano – Il mantra critico oggi in voga, riguardo alla poesia
italiana contemporanea, è quello della frantumazione: l’impossibilità di
stabilire un canone, l’incapacità di indicare i valori poetici attuali e reali e
gli autori più importanti. La frantumazione, inoltre, segnala una rottura della
trafila generazionale, un’esplosione della tradizione in molteplici direzioni
contrapposte e prive di dialogo reciproco. La poesia attuale è stata definita un
“astro esploso”. Come si fa a ritessere un filo che appare evidentemente
interrotto già a partire dagli anni Settanta? Che ce ne facciamo della
tradizione se tutto deve essere nuovo, adeguato ai tempi; se dobbiamo fare i
libri come se fossero post dei social?
Salvatore Ritrovato – La prima cosa di cui bisogna liberarsi è l’idea che la
poesia debba essere aggiornata ai tempi. La poesia non deve essere aggiornata:
deve essere contro i tempi che viviamo. Deve essere “contemporanea” nel senso
usato da Agamben, per il quale contemporaneo è chi non si lascia accecare dalle
luci del suo secolo, anzi ne scorge la parte in ombra, l’oscurità, e questo buio
sa interpellarlo, cogliendone le pieghe e le contraddizioni; altrimenti non è
che intrattenimento. Se, prima di scrivere, faccio un’indagine di marketing e
scopro che i lettori vogliono poesie su come non si tocchino i sederi nei
supermercati, io scriverò quel tipo di poesia. Ma io non faccio indagini di
marketing: scrivo ciò che ho dentro, ciò che mi brucia dentro: le pomiciate non
mi ispirano, né in metropolitana né al supermercato. La prima caratteristica
della poesia è di essere contro i tempi.
GL – Dunque c’è un rischio: genuflettersi alla mentalità dominante. C’è un
ambiente, una nuvola di temi che devono essere usati a tutti i costi: la “poesia
di ricerca”, la poesia che non deve essere “assertiva”, ecc. Slogan. Espressioni
imposte da chi ha i mezzi per imporlo, da chi controlla editori, premi,
festival…
SR – Invece di “ambiente” userei “ambienza”, come la usa Gadda per indicare
l’astratto dell’ambiente. Ambienza. È questo che si intende quando diciamo che
bisogna essere contro il contemporaneo? Contro nel senso che non mi devo
accomodare nel tempo in cui vivo, ma verificarne i limiti, i nodi, le fragilità,
e guardare oltre, oltrepassare la soglia. Come altre arti, la poesia la smetta
di parlare di sé, abbia il coraggio di trascendersi. Faccio un esempio con…
GL – …tutte le immagini portano scritto ‘più in là’, come dice Montale
riprendendo Rebora.
SR – Sì, certo: ogni cosa porta scritto: “più in là”. Prendo l’esempio dalla
Costituzione. Abbiamo la Costituzione più bella del mondo, dicono, non perché
sia perfetta o esauriente, ma perché è “trascendente”: gli estensori sono
riusciti a non dire solo ciò che è giusto o buono, si sono lasciati guidare da
“principi-speranza” (citando Ernst Bloch) come libertà, democrazia, solidarietà,
lavoro, uguaglianza, fraternità. Di fraternità non si parla, non c’è un articolo
che dica “bisogna essere fratelli”, ma senti che quel principio c’è, perché non
serve vedere un aldilà o sperare in un mondo ultraterreno per immaginarsi
fratelli: si tratta di un principio che raccoglie tante leggi ispirate alla
solidarietà. Un principio metafisico, cioè che consente di andare oltre la
“fisica” della normativa. Se la poesia non adotta questo principio, la
letteratura resta ferma all’arte poetica di un Boileau. Una macchina perfetta
che rifonda il classicismo: che cosa bisogna fare per diventare poeti?
Frequentare una scuola di scrittura creativa. Applicare l’arte poetica. Ma quale
importante poeta lesse ai suoi tempi Boileau prima di mettersi a scrivere le sue
poesie? Oggi si vede che nell’ambienza poetica manca l’aria. Si può vivere in
una casa senza finestre? È un bunker, non sai più cosa accade fuori. Prima che
ammuffisca, apri finestre, fai una veranda: affacciati. Capisci che quella casa
è solo un punto qualunque dell’universo. È una casa in cui è facile nascondersi
e morire seppelliti: non resta che uscirne fuori, trascendersi.
GL – Una descrizione simile sembra adattarsi a certi poeti di oggi: la
poesia-bunker, la poesia che mangia se stessa, che si divora. Forse è questa la
poesia di ricerca? ma che cosa vuol dire ricerca?
SR – Se significa ricerca formale, allora la poesia rischia di ripiegarsi su se
stessa. A questo punto, preferisco Prévert, che non amava programmi e proclami:
ammesso che la sua non fosse poesia di ricerca, comunque era poesia vera,
com’era autentico ciò che scriveva e sentiva. Forse la poesia di ricerca è
quella “vera”…
GL – In fondo la ricerca è dovere di ogni poeta, nel senso che deve cercare la
forma più adeguata all’esperienza che vive e che vuole raccontare. Ma non è la
ricerca in sé. Tant’è vero che anche coloro che hanno trovato qualcosa alla fine
della ricerca, poi non ne hanno fatto nulla. Quindi, a che pro?
SR – Certo, non c’è dubbio. È la ricerca senza trascendenza della ricerca a
essere inutile. Guàrdati da fuori, considera la tua ricerca formale e rifletti
su ciò che stai facendo. Vuoi essere un poeta di ricerca: bene. E cosa hai
concluso? Hai cambiato il tuo modo di vivere o quello del lettore? Hai innescato
una metànoia?
GL – Andrea Inglese afferma che gli sperimentalisti storici, quelli della
neoavanguardia degli anni Sessanta, dei Novissimi, compresi i
neo-neo-avanguardisti degli anni Novanta, fino a quelli di oggi, non si
percepiscono come parte di una stessa filiera. La “poesia di ricerca”, nella sua
essenza autoreferenziale, non è nemmeno riuscita a diventare tradizione di sé
stessa.
SR – Non può diventarlo: questo è il paradosso. Se la neoavanguardia si
costituisce come tale, non può diventare tradizione, non può entrare in
un’accademia, istituzionalizzarsi, perché è, o almeno dovrebbe, essere
antitradizionalista. Parlare di “neoavanguardia” significa rifarsi a
un’avanguardia precedente, assunta come tradizione. Ma allora è più
avanguardia? Il gesto si fa una volta per sempre: tale è l’orinatoio di Duchamp
o la “merda d’artista” di Manzoni. Non puoi riproporlo, altrimenti è
maniera. Più vai avanti con le “neo”, più tutto si spegne: è come tentare di
accendere un fuoco solo con la brace; ci vuole legna nuova.
GL – Tu sai però che questo accade soprattutto fra i giovani poeti, magari
laureati. Trovi scritto – non sui libri, che non solo scrivono ma spesso non
leggono, ma su facebook – “La poesia è di ricerca o non è”. In che senso? È un
plagio generazionale mostruoso. Come dicevi tu: ogni “vera” poesia è di ricerca,
anche quella di Saba, che non amava l’avanguardia. La ricerca non è proprietà
esclusiva dell’avanguardia; è anche di Montale, di Zanzotto, di Pasolini, di
Caproni, di Luzi. Nessuno dei quali ambiva ad essere annoverato nella
neo-avanguardia. Oggi, però, non mi pare neanche una moda, ma un atteggiamento
dominante certa “trascuratezza” nei poeti. Non si riscontra un gran lavoro sulla
parola, sulla sua forza di espressione, si preferisce essere trascurati,
sciatti. Tante opere – anche di autori noti, pubblicati da grosse case editrici
– sembrano aver trovato una maniera che consente loro di non rimettere più in
crisi la parola e lo stile acquisiti: con poca fortuna e molto metodo, possono
fare, una dietro l’altra, anche dieci raccolte in dieci anni. Che cosa ne
pensi?
SR – Una volta esisteva la sprezzatura: una della più raffinate invenzioni del
nostro Rinascimento. Era un modo per non enfatizzare le proprie abilità: io so
scrivere versi divini, ma non devo ostentarlo, anzi questa qualità deve apparire
naturale, anche se è frutto di uno studio, l’artificio non deve sentirsi. Tutti
volevano la sprezzatura, ma pochi potevano permettersela: tra questi, Torquato
Tasso. È probabile che oggi, lontani da quella civiltà delle corti, per non
cadere nell’ostentazione, visto che la sprezzatura è impegnativa, si preferisca
la sciattezza. Oggi, il fenomeno che tu descrivi lo inquadrerei più
sociologicamente che stilisticamente. Penso ai ragazzi che per il giorno della
laurea indossano vestiti firmati ma con le scarpe da ginnastica: quasi a dire
“sono elegante, ma non ci credo”; e magari le scarpe costano più del vestito.
Allo stesso modo, scrivere in maniera sciatta risponde all’esigenza di far
capire al lettore che l’autore scrive poesie ma non si considera un poeta, come
se la poesia ormai appartenesse ad altri secoli. Se l’imperativo è stare al
passo con i tempi, allora perché scrivere poesie che vendono solo poche
centinaia di copie? Una volta il poeta pubblicava le sue Poesie scritte col
lapis (per citare una raccolta di Moretti), ma i suoi endecasillabi erano
eleganti, mai leziosi, persino facili; ora i titoli sono più complicati, a volte
cerebrali, e i versi sciatti. Un punto di non ritorno fu segnato da Satura di
Montale: “Ok, mi trattate già come un classico, ma per favore non chiamatemi
Poeta”. Montale entra in polemica con se stesso. Ungaretti non avrebbe condiviso
questa posizione: maggiore solo di pochi anni sembra appartenere a un’altra
epoca, com’è vero che muore nel 1970, e Satura è del 1971. Montale risente di
tutto il clima del ’68, dei processi di rivolgimento e riforma: cerca di
smorzare i toni, non è più il Montale che conoscevamo. Si potrebbe dire
che Satura è il suo esercizio di sprezzatura? No, non proprio. Tratti di
sprezzatura si vedono già nella Bufera. Satura contiene ancora una fede nella
parola poetica, indipendentemente da metro e rima. Il messaggio fu frainteso e,
a un certo punto, nessuno si sarebbe vergognato, davanti a un ospite, di
lasciare i panni usati in giro per casa, e i piatti sporchi nel lavabo, i letti
sfatti. Questo è confermato dal discorso del Nobel: Montale pare non creda più
in nulla, nemmeno nella poesia, ancor meno nel premio che riceve. Ora, una cosa
è che questo avvenga al culmine della parabola di un grande autore; un’altra è
che venga assunto a priori. Così non c’è più ricerca: si prende come dato
l’approdo amaro e disilluso di un grande autore e lo si adopera come stile
personale. La poesia-verso-la-prosa diventa maniera, moda, e se si va in questa
direzione, ci si adegua. Ma no! Che ciascuno trovi il suo passo. Una volta mi
hai fatto notare che una mia poesia era alquanto montaliana: una bella trappola
che avevo preparato a me stesso. Ci sono subito tornato al lavoro, è
fondamentale trovare un segno personale. Del resto, anche la moda si fossilizza
nell’arco di una generazione, dal momento che antropologicamente i cambiamenti
sono molto più lenti. Capita che chi scrive invece di an dare contro i propri
tempi, si adegui e magari si ritiri, si chiuda. La risposta,
minimal-crepuscolare, può suonare così: “Non scrivo più col lapis, tanto meno
con la macchina per scrivere, ma con la tastierina di un cellulare; pertanto mi
basterà parlare di cose infime scrivendo in modo infimo per non spaventare il
lettore il quale, a sua volta, scrive con il cellulare… Se questi trova una
parola come “ermo” o “erta”, si domanderà sgomento che sarà mai questo ermo?
Dovrà andare sul vocabolario, poverino! La poesia sciatta, invece, offre grandi
vantaggi: avversando la temuta tradizione, è altresì lontana da ogni brama di
ricerca, insomma si presenta come un altro polo deteriore della poesia di oggi
(avere la pretesa di scrivere su tutto, anche quando non vale la pena o non si
ha niente da dire).
GL – Penso, in questo contesto, a un libro come Trasumanar e organizzar. Quando
vi arriva, Pasolini non è un poeta sciatto: lui vuole scrivere bene, in modo non
di rado sontuoso e concettoso: sa scrivere, compone versi perfetti: le poesie di
Casarsa sono stupende…
SR – In Trasumanar e organizzar Pasolini sceglie la sciatteria come stile
eversivo contro ogni stile aulico o simil-aulico o anti aulico (come quello del
Montale di Satura): uno stile fortemente connotato, quasi a rovesciare o a
deviare in maniera definitiva la sua opera. Dopo questa raccolta che cosa
avrebbe ancora potuto scrivere Pasolini? Temo ben poco. E d’altra parte quello
stile rischia di diventare una moda. Trasumanar è una dichiarazione di poetica,
anzi un’ammissione di disperazione. È come se il poeta si domandasse se nel
mondo di oggi – con la vittoria schiacciante della società dei consumi, della
borghesia, della comunicazione, dell’informatica, dell’algoritmo ecc. – valga
ancora la pena faticare per trovare le parole giuste. Il mondo non lo merita. E
allora non resta che scrivere in modo sciatto, ma senza la stessa densità di
pensiero che Pasolini usa nei suoi libri. Se per Pasolini è un punto d’arrivo,
per molti altri invece è un punto di partenza. Così Cucchi, che vi è arrivato
sin dal Disperso, anche se poi è stato catalogato in una inossidabile linea
lombarda, contraffazione ideologica di uno slogan stilistico che Anceschi
adoperò, decenni prima, nel tentativo di cogliere un minimo comun denominatore
fra alcuni giovani poeti, destinati a un mercato editoriale nel quale non c’era
più spazio per la poesia.
GL – Vorrei porti una domanda sul Novecento, perché tu hai affermato che è un
secolo diverso dagli altri per vari motivi, a cominciare da quell’idea di un
canone minimo che riserva tre grandi poeti per ogni epoca; canone dal quale si
può dissentire, previa una proficua discussione. Ma hai anche osservato che il
Novecento è il primo secolo della storia umana in cui si verifica
un’alfabetizzazione di massa, e che questo comporta una moltiplicazione delle
esperienze poetiche, delle esperienze di scrittura e di lettura, perché molte
più persone hanno avuto accesso all’istruzione. Il Novecento ha quindi
registrato, in modo ampio, la presenza di una varietà di esperienze e dunque una
ricchezza inedita della poesia. Vorrei capire: secondo te, come bisogna guardare
al Novecento? Come possiamo riprenderlo in mano e valorizzarlo?
SR – Mi viene in mente una similitudine: c’è un albero il cui tronco,
all’inizio, cresce diritto, con qualche ramo che devia rispetto al ceppo
principale; a un certo punto si irrobustisce tanto che i rami si estendono in
ogni direzione, e sopra quei rami ne crescono altri, e poi rametti, foglie, e
così via. Il Novecento è come un albero maturo nato sul tronco della tradizione,
arricchitosi via via con nuovi innesti e ibridazioni. A irrobustirlo ha
senz’altro contribuito l’alfabetizzazione di massa. Al di là dell’acquisizione
dei diritti politici per tutti, insieme alla rivendicazione di una pari dignità
sociale (che non può esistere finché non sanno tutti leggere e scrivere, come
diceva Don Milani), l’alfabetizzazione ha permesso il recupero di vissuti ed
esperienza private maturate a livelli sociali e culturali diversi. Un esempio:
fino al Cinquecento e, in realtà, fino all’Ancien Régime, chi arrivava alla
letteratura, anche se di umili origini, poteva percorrere il cursus studiorum,
dalla formazione di base a quella universitaria, tra salotti e corti, a costo di
gran di sacrifici e solo con un po’ di fortuna. Nel Novecento, invece, anche chi
ha un’istruzione elementare può arrivare comunque alla scrittura (come prova la
messe di diari e memorie dei tanti soldati reduci dalla Grande Guerra); anzi,
non è necessario essere laureati – vedi Montale – per diventare poeti. Occorre
avere qualcosa da dire, e perciò è importante conoscere la letteratura, ma
soprattutto saper attingere alla propria o altrui esistenza come a un retroterra
di esperienze familiari, culturali, sociali ricche di verità umana. Pensa a
Rocco Scotellaro, il cosiddetto “poeta contadino”: definizione infondata, ma
utile a far capire come nella sua poesia – cólta a tutti gli effetti – vi sia il
recupero di una società, di una famiglia, di antenati ai quali sentiva di
appartenere, pur avendo compiuto studi importanti. In questo modo entra nel
sistema della letteratura non solo l’immaginario delle élites dominanti, ma
anche quello di altre classi, in estinzione o in ascesa, a lungo emarginate,
deprezzate, dominate. Se un tempo regnava una divisione fra letteratura alta,
letteratura bassa, paraletteratura, letteratura popolare, letteratura riflessa,
letteratura dialettale, e così via, nel corso del Novecento salta tutto. Chi
sceglie il dialetto non lo fa perché non sa scrivere in lingua, o per nostalgia
o per istinto regressivo, ma deliberatamente, nella consapevole ricerca di una
strada alla poesia. A cosa può servire cercare, per il Novecento, i tre poeti o
scrittori più importanti? Bisogna avere un’altra immagine del Novecento, cioè
non più una cima unica, ma un albero fiorente in cui ci sono rami che piacciono
di più a me, altri che piacciono più a te, altri ancora che piacciono a qualcun
altro, alcuni più robusti ma meno belli, altri più teneri e non meno
interessanti. Dobbiamo cambiare radicalmente l’immagine della letteratura.
Questo apparirà vero a chi voglia descrivere il secolo attuale, in cui siamo già
al venticinquesimo anno. Le cose si complicano perché non solo è possibile
accedere alla letteratura attingendo al proprio retroterra esistenziale e
familiare, ma si può addirittura portare sotto gli occhi di tutti, in modo
istantaneo, il proprio pro dotto tramite la rete. Ci sono siti che permettono di
pubblicare seduta stante ciò che si è scritto, ritenendo immediatamente che sia
letteratura. Alcuni di questi siti sono visitati da case editrici che
selezionano testi particolarmente apprezzati – che hanno molti likes – e li
trasformano in libri o romanzi. Così, uno si sveglia la mattina e scrive un
romanzo, o un racconto. Non esiste più alcun filtro critico: chiunque si
improvvisa poeta, scrittore, intellettuale, tuttologo. E su Internet quanti
tuttologi ci sono?
GL – Su questo affondo negli attuali mezzi di socializzazione mediatica mi
sembra che siamo già in un’altra fase rispetto al Novecento. La critica è
completamente evaporata. La poesia esiste ancora, e talvolta è molto buona, ma
la confusione dei mezzi di comunicazione, che sento chiamare “democratizzazione
della cultura”, è in effetti una plebeizzazione della cultura, ha prodotto una
massificazione che ha dissolto la virtù critica. Ha fatto decadere il gusto a un
livello tale per cui non siamo più capaci di riconoscere e definire il valore,
se non in termini sociologici – “questo libro è piaciuto a tanti, dunque vale”
–, o addirittura merceologici. Secondo me la frattura si produce con l’avvento,
su larga scala, del primo grande medium di massa: la televisione, negli anni tra
la fine dei Sessanta e i Settanta. Lì si spacca il Novecento, secondo le
indicazioni di Pasolini, il quale vide ciò che stava accadendo: il grande
cambiamento antropologico degli italiani, del popolo italiano, che è anche un
grande cambiamento nella poesia. Non a caso – e su questo ti chiedo un parere –
gli anni Settanta sono anni-chiave. Da una parte vi pulsa il grande Novecento,
perché negli anni Settanta ci sono ancora Montale, Bertolucci, Sereni, Luzi,
Caproni, Cattafi, Sinisgalli, Gatto, Betocchi, e molti altri. Dall’altra è il
periodo in cui esplode la neoavanguardia e in cui si affermano i nuovi autori:
penso ai neo-orfici, alla Conte e alla Milo De Angelis, e ai prosatori delle
“passioni grigie” alla Cucchi.
SR – Sì, è il periodo della “nuova poesia”. Sono anni di forte fulgore anche per
l’editoria poetica, che dopo un periodo di diffidenza riscopre la poesia, a fine
anni Settanta. Nascono tante riviste, dalle tendenze più diverse, e collane come
quelle di Guanda, e continuano a fiorire la ‘bianca’ Einaudi e “Lo Specchio”
Mondadori, senza dimenticare le prime antologie femministe e quelle di genere,
regionali, generazionali. E poi antologie diventate celebri come La parola
innamorata di Pontiggia e Di Mauro e Il pubblico della poesia di Berardinelli e
Cordelli.
GL – Sembra un periodo di gloria; si cita sempre la vicenda di Castel Porziano,
sopravvalutata. Ma in realtà la morte di Pasolini segna l’inizio della crescente
irrilevanza della poesia. Da una parte, come hai detto, l’alfabetizzazione di
massa avrebbe potuto far accedere alla poesia – se ben indirizzate – milioni di
persone. Quale occasione migliore di dire “Leggete poesia, vi insegniamo come”
nella scuola e nell’università? Dall’altra parte, però, si proponevano
Balestrini o Cucchi, che secondo me rappresentano l’inizio della fine della
poesia, fino all’irrilevanza odierna.
SR – Accade di tutto negli anni Settanta. Occorre sigillare la frattura già
indicata dalla neoavanguardia con una poesia che viene dopo, come
sopravvissuta: da un lato autori che chiedono alla poesia una parola salvifica,
orfica; dall’altro lato autori che si proiettano su un piano
ideologico-intellettuale, per cui conviene arrivare muniti di strumenti
raffinatissimi per capirli, e magari, una volta capiti, apprezzarli. Ma un
versante problematico, per inquadrare la crisi della poesia è anche la scuola.
Noi siamo frutto della scuola degli anni Settanta-Ottanta. I programmi
presentavano un Novecento parziale e incompleto ma bene o male arrivavano a
Pavese. Per accostarsi alla poesia bastava fermarsi tra Leopardi e Pascoli.
Asincronie, rispetto al presente, che hanno prodotto un sostanziale disinteresse
nei confronti della poesia, relegata alla voce, seppure alta, altissima, di
uomini appartenenti ad altre epoche. Se Pasolini può essere considerato il poeta
realmente ucciso – l’Orfeo sacrificato non più da baccanti, ma da criminali –,
questa discrasia temporale fra i programmi scolastici, fermi ai primi decenni
del Novecento, e un “secolo breve” sempre più aggrovigliato, sia pur
agonizzante, rappresenta una seconda morte, didattico-pedagogica. Qual è
l’effetto collaterale? Non si forma un nuovo pubblico della poesia. Hai parlato
giustamente dell’evaporazione della critica: ma la critica evapora se non ha un
pubblico a cui rivolgersi. I critici parlano tra loro un linguaggio sempre più
arcano e autoreferenziale. Il pubblico manca. Manca qualcuno che sappia dire:
“Perché dovrei leggere Edoardo Sanguineti? Perché non dovrei leggere Margherita
Guidacci?” La scuola non ha formato questo pubblico; l’università ha
temporeggiato dando vita a strane combutte amicali. I poeti stessi tendono a
costruire conventicole, parrocchie, club esclusivi. Così, alla fine del Duemila,
la lunga spinta del Novecento – Sereni, Fortini, Luzi, Zanzotto, ecc. – si
esaurisce con la loro scomparsa. I poeti nati negli anni Quaranta-Cinquanta non
riescono a proporre un nuovo modello perché non hanno un pubblico reale, e
ricevono sporadicamente il sostegno di lettori benevoli e accondiscendenti.
Siccome siamo nella “società dello spettacolo”, conta che anche la poesia goda
delle sue occasioni collettive: festival, salotti, premi. Ricordo un poeta di
quella generazione che lamentava anni fa di non essere mai invitato in
televisione. Gli suggerii di fare un corso da presentatore o di iscriversi a un
partito, se proprio ci teneva. E però non riesco a immaginare Fortini o Pasolini
che dicono: “non mi invitano mai in televisione”.
GL – Come faccio, oggi, a capire chi sono i poeti che valgono? Per la situazione
creata nella società italiana dagli anni Settanta in poi – spegnimento della
scuola, dell’università, dell’editoria, che funzionò finché Sereni dirigeva “Lo
Specchio” e Fortini lavorava in Einaudi –, e dall’altra parte il caos e la
frantumazione critica, poi aggravata dai social, io propongo questo criterio:
contano i poeti che hanno continuato il dialogo con il grande Novecento. Finché
sono stati vivi, è stato possibile incontrarli e poi leggerli “in presenza”,
fino ad oggi. Finché loro sono stati tra noi, eravamo ancora in continuità.
Diciamolo: i nati negli anni Quaranta-Cinquanta – Cucchi, De Angelis, Conte,
Mussapi – hanno scritto per reagire alla neoavanguardia. Persino qualcuno più
giovane, come Stefano Dal Bianco, con Scarto minimoreagiva alla neoavanguardia.
Poi è arrivata un’altra ondata di poeti, che invece se n’è infischiata e ha
ripreso il dialogo con il Novecento, quello che ha permesso alla poesia di
sopravvivere e le dà ancora qualche possibilità di riscatto. Io propongo questa
distinzione, tra chi ha tentato di innestarsi nella colonna vertebrale del
Novecento e chi l’ha interrotta, magari con uno scopo buono: salvare la poesia
dal tentato assassinio della neoavanguardia.
SR – Sì, ma qui occorre sfatare un annoso cliché che non saprei come definire:
la convinzione che la storia della letteratura sia marcata da un progresso
inesorabile. Non è vero: la letteratura attraversa le epoche per salti, scatti,
inversioni, sprofondamenti, riemersioni. Lo diceva anche Montale in una sua
poesia sulla storia. Non è vero che l’Occidente progredisce in modo continuo: ci
sono tramonti, aurore, deviazioni. È vero ciò che tu dici: io non ho cominciato
a scrivere confrontandomi con la neoavanguardia, che mi sembrava già inerme
sotto teca, ma alla ricerca del filo d’oro del Novecento. Un Novecento cui hanno
dato un contributo non solo le avanguardie, le correnti, le scuole, ma anche le
significative posizioni isolate di tanti autori. Un secolo progressivamente
imbalsamato, nonché vituperato e seppellito, con cui non abbiamo ancora fatto
bene i conti. Quando Luzi o Bertolucci scrivevano negli anni Trenta, ogni loro
testo aveva un significato che oggi, a noi, rischia di sfuggire: da una parte è
opportuno comprendere il loro punto di vista di ventenni che cercano una via
d’uscita da una società nella quale era rischioso esprimere la propria opinione;
dall’altra parte bisogna sintonizzarsi con i loro versi, tentare di comprenderli
alla luce di domande giuste, corrette, non anacronistiche. Una critica come
espressione di un dialogo libero e schietto. Così entriamo nel senso di una
letteratura nella quale un giovane poeta allora credeva sottraendosi alla
retorica del regime. Dialogando non metto da parte il mio punto di vista
soggettivo e non sottovaluto quello del testo che oggettivamente ho davanti.
Altrimenti non resta che tornare a vagheggiare il ritorno di Orfeo che però non
riesce, pur fornito di google-maps, a trovare l’accesso all’Averno. Come non
posso fare il neo-neo-avanguardista, così non posso fingermi, con tutta la buona
e ingenua volontà, neo-ermetico. Oltre un certo limite, la poesia invita a
buttare la maschera per andare incontro al lettore e costruire insieme una
comunità critica, alla ricerca di una parola che ci responsabilizza e in fondo
ci affratella.
*Il dialogo tra Gianfranco Lauretano e Salvatore Ritrovato, qui pubblicato in
anteprima, anticipa l’uscita de “L’anello critico 2025. Annuario della poesia
italiana contemporanea”
Le immagini in copertina e nel testo sono di Grandville, tratte da “Un autre
monde”
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Gianfranco Lauretano & Salvatore Ritrovato proviene da Pangea.