L’opera di Marosa di Giorgio arriva a noi, ora, felicemente sorgiva, originaria
e inaugurale – fieramente analfabeta. Nel caso di Marosa di Giorgio, intendo,
non è questione di stile, della maniera che porta un autore – poeta o scrittore
che sia – a rendersi riconoscibile, verificabile ai criteri di massima della
letteratura universale – e, in fondo, a mendicare, a farsi merce. Marosa di
Giorgio è uno di quegli autori – rarissimi – che appaiono come una rivelazione,
la cui autorevolezza è conferita dalla capacità di creare mondi più che libri. È
lo sguardo – prima ancora della penna – a sbalordire, a sbandierare un Eden.
Marosa di Giorgio forgia alfabeti dal fango, punteggiandoli con piumaggio
d’angelo.
Che non sia gridata agli angoli delle strade pare assurdo. Marosa di Giorgio –
ovvero: María Rosa di Giorgio Médici: nei rivoli del nome la testimonianza di
parenti italiani e baschi – nasce a Salto nel 1932, muore a Montevideo nel 2004:
nel mezzo, una vita votata al linguaggio – che è poi, in lei, un modo per
dire sortilegio, per celebrare l’alto brigantaggio di sé. Dicono di una voce
ipnotica, durante le letture pubbliche, di una sorta di stregoneria del dire.
Esordì giovanissima, poco più che ventenne, nel 1953, con un fascicolo
autopubblicato, Poemas de Marosa di Giorgio Médicis, di sedici pagine; la
brevissima biografia bordeggiava l’enigma: “Sono nata in Uruguay, a Salto,
probabilmente nel ’32, ho passato l’infanzia ai margini della foresta”. In
effetti, nei suoi testi – prose liriche, per lo più – si sente verbo di felino
endecasillabo, di erbe venefiche, di scalpiccio a piedi nudi – una Alice tra i
giaguari.
Scrisse moltissimo, come in preda a una perpetua trance, Marosa di Giorgio: dal
2000 Adriana Hidalgo editora raccoglie “la obra poética reunida” della poetessa
come Los papeles salvajes. Il libro – quasi settecento pagine – andò esaurito
quasi subito, collezionando, in pochi anni, cinque edizioni in Argentina e tre
in Spagna. Continua a essere pubblicato. Nel libro che inizia a saldare il genio
selvatico e pericoloso di Marosa di Giorgio, Druida (uscito a Caracas nel 1959),
l’autrice complica il proprio referto biografico con parole che restano incise
nell’incenso:
> “Venni al mondo nella fiorita e scintillante Salto, Uruguay, un secolo fa,
> forse, forse ieri, o forse ora, perché rinasco in ogni istante. Era giugno,
> era domenica, era mezzogiorno. Immagino il volto pallido di mia madre, i campi
> arabescati di brina – come il più lieve marmo, quello con cui abbozzare le
> statue degli angeli –, le ragnatele cariche di perle e le arance, come granate
> d’oro. Compivo otto giorni e mi portarono in campagna. La casa dei nonni era
> lunga, bassa, buia; era una casa centenaria, adatta ai fantasmi o ad ospitare
> una qualche strana e bellissima ragazza, o un animale bianco, estratto dal
> miracolo. Intorno ad essa si raccoglievano tutti i fiori e tutte le bestie,
> tutte le ombre e tutti i bagliori. La polvere gialla che si sprigionava dalla
> gola dei papaveri ha impregnato il mio primo alfabeto. Gli esseri che hanno
> vissuto con me in quegli anni – nonni, genitori, zia, cugina, sorella, alcuni
> ormai morti ma mai del tutto – mi sono sempre apparsi iridescenti e
> silenziosi. Mi amavano profondamente – li amo follemente. Ricordo gli animali
> che hanno condiviso la nostra vita: ci hanno donato i loro sacri cuori e i
> loro bellissimo occhi – di alcuni non restano nemmeno le ossa, ma li ritroverò
> tutti, un giorno.
>
> A quel tempo, Dio mi amava – mi ha sempre amata, voracemente. Fin da bambina,
> mi è apparso come una manifestazione della gioia. A volte si travestiva da
> papavero, a volte da cervo. Mi disse che il mio destino era scrivere poesie”.
Nel ‘coccodrillo’ pubblicato su “La Nacion” (Marosa di Giorgio, salvaje reina de
las flores), Enrique Foffani ne ricordò la poesia “allucinatoria” e
“amazzonica”, “celtica” e “primordiale”: “Come nessun altro poeta
latinoamericano del XX secolo, Marosa di Giorgia ha saputo contemplare il mondo
dalla prospettiva di una pianta o di una bestia; spiragli grazie ai quali
possiamo intravedere l’innocenza del mondo al di là del crimine che
chiamiamo civiltà”. Negli Stati Uniti – è pubblicata da Ugly Duckling Presse –
la dicono “one of the most singular voices in Latin America”; recensendo I
Remember Nightfall, antologia lirica uscita nel 2017, un giornalista della
“Kenyon Review” l’ha paragonata, per stravaganza, a William Blake. Più corretto,
secondo i critici, ravvisare parentele, in un’opera che non teme
‘corrispondenze’, di urticante originalità, con Clarice Lispector e Alejandra
Pizarnik. Tra i suoi libri ricordiamo Historial de las
violetas (1965), Magnolia (1968), La falena (1987), Rosa mística (2003). In
Italia, va da sé, è inedita.
Intorno al suo talento nacquero leggende. Recitava poesie indossando il bianco,
stringendo un mazzo di fiori, alternando “una voce da oracolo e la timidezza di
un colibrì”. Implacabile nel pudore, “ostile nei riguardi dell’alienazione
provocata dalla società moderna”, Marosa di Giorgio coniugava la venerazione dei
santi a un erotismo da amazzone; dicono che le piacesse prendere il sole, nuda,
al cimitero. Di sé disse, “Scrivo senza progetti né fini. Sono una principessa
scalza, una specie di suora zingara in attesa che qualcosa le cada in grembo dal
cielo”. I suoi testi spalancano un luogo – uno spazio mentale – spesso
abbacinante, in cui è bello spalancare la propria tenda, dove le stelle, abili a
ogni incastro, si mostrano con viso da volpe.
***
A volte, in quel tratto d’orto tra la cucina e l’alcova, mi apparivano gli
angeli.
Alcuni stavano lì, sospesi, a mezz’aria, come un gallo bianco – oh, il suo
gridare – o come una distesa di gigli bianchi come la neve.
A volte, un angelo mi seguiva lungo i sentieri dell’orto, mi sfiorava; il suo
sorriso, gli abiti, ordinari, lo facevano simile a un parente, a un vicino (ma
quel piumaggio, grigio, sinistro, che gli cadeva lungo la schiena, fino a
terra…)
Alcuni sembravano farfalle nere appollaiate al lampadari, sul soffitto, finché
un giorno non si voltarono: la parte inferiore delle ali si è bruciata – le
piume in fiamme – erano un numero innumerabile.
Alcuni erano minuscoli, come mosche o violette, svolazzavano tutto il giorno.
Questi non ci terrorizzavano, no: gli lasciavamo una piccola tazza di miele
sull’altare.
*
I funghi nascono in silenzio; alcuni nascono in silenzio; altri, con brevi
grida, come piccoli tuoni. Alcuni sono bianchi, altri rosa; quello è grigio e
sembra una colomba, la piccola statua di una piccola colomba; altri sono dorati,
o viola.
Ciascuno – è questa la cosa terribile – porta incisa l’iniziale della persona
morta da cui è nato. Non oso divorarli: quella carne delicata è la nostra
famiglia.
Nel pomeriggio, però, arriva il compratore di funghi e inizia la sua raccolta.
Mia madre gli concede il permesso. Li sceglie come fosse un’aquila. Quello
bianco come lo zucchero, quello rosa, il grigio.
La mamma non capisce che sta vendendo i suoi parenti.
*
Quello è il giardino delle mandragore. Era lì ma non me ne sono accorta.
Quello è il giardino degli impiccati. Ho tirato una radice e ho visto la forma
di un uomo.
Ho corso, terrorizzata, nelle stanze da cui non mi sono mai mossa.
Quindi, quello è il giardino degli impiccati.
Una pianta per ogni impiccato. Ho frugato nella mia memoria: nessun indizio.
Ho preso carta e penna: i parenti hanno impiegato tre anni a rispondere.
Ho urlato – inutile. Nell’archivio, dentro la credenza, soltanto scatole di
caramelle, formaggi rosa e azzurri, ciascuno con un topo dentro.
I giornali? Non dicono mai nulla di vero.
Ho chiamato le domestiche. “Aline”. Si chiamano tutte Aline e hanno un paio di
minuscole ali vicino alle spalle.
Ho chiesto: Ditemi, è vero che sono stati impiccati?
Nascosero il viso, presero a volare, planando furtive vicino al pavimento.
*
Mia nonna aveva un dono speciale nel catturare e cucinare gli insetti; li
serbava vivi per la gioia e lo stupore dei suoi clienti o convitati.
Di sera, ci sedevamo intorno ai tavolini, in giardino, con piatti e saliere.
Intorno a noi, cespugli di rose, rose uniche, immobili, nivee.
Sentivamo il ronzio degli insetti, legati con cura, un po’ storditi. I clienti
parlavano come se fossero in un nascondiglio: alcuni chiedevano lucciole, le più
costose – ah, quelle luci! –, altri farfalle color crema, grosse, con una
fogliolina di menta e una minuscola lumaca.
Ricordo ancora quando servimmo una grande farfalla nera: sembrava di velluto,
sembrava una donna.
*
In quegli anni furono molti i crocefissi. Nella tormenta, spiccavano le sottili
nere croci. Giungevano urla dal vento; altri morivano dolcemente. A casa, mi
intimarono di non incrociare i crocefissi: il vento li avrebbe fatti a pezzi.
Mentre andavo a scuola, avevo paura; mi guardavo intorno, m fermavo a guardare
dietro di me. Gli orti di lattuga splendevano senza sosta, quelli dei cavoli
grigi e blu come il fumo, le rose incendio, le stelle dorate. In lontananza, si
scorgevano i crocefissi.
Lavoravo sotto l’occhio vigile della maestra: il mio cuore si sentiva piccolo
come quello di un agnello, grande come quello di mio padre.
Tra i numeri e le lettere, vedevo, dalla finestra, la foresta lontana, il
pallido orizzonte trafitto dai crocefissi.
*
La mia anima è un grosso vampiro nero, dal pelo morbido. Si nutre di molte
specie e di una sola. Le cerca di notte, le trova e le succhia, goccia a goccia,
rubino dopo rubino.
La mia anima è audace e timorosa. È una grande bambola con i riccioli, indossa
un vestito azzurro.
Un colibrì la vuole e fa l’amore con lei.
Lei grida e piange.
Ma l’uccello non si ferma.
*
Nacque con le scarpe. Rosse, piccole, con i tacchi alti, una disperazione per
noi che vivevamo tutti insieme a quel tempo.
Sul viso, diversi cerchi di denti; indossava occhiali azzurri come il fuoco.
Quando camminava, la sera, sembrava l’angelo divoratore con piedi rubini.
In verità, amava la luce del sole. Mangiava ciliegie afferrandole una a una con
la bocca.
Temeva – e amava – il Signor Tigre che di notte veniva a cercare fanciulle.
Non la scelse mai.
*
Il coniglio si era appollaiato su un masso, poco prima del bosco. Orecchie di
garza, tre o quattro perle conficcate nel muso. Ruminava prezzemolo e frutti
selvaggi.
Gli andai di fianco, in totale silenzio; mi tirai i capelli perché il vento non
li conquistasse. Ma il coniglio mi fissava, con i suoi denti in fiore.
Da lontano, le Alpi sembravano flottare, fluttuava l’Italia con tutti i miei
parenti.
Prima che venisse notte, il coniglio se ne andò. Saltava in modo buffo. E
drammatico.
Nell’immensa distesa apparvero case, mucche, case, sconosciute.
Nessun posto in cui tornare.
*
Il carro volta sopra il prato di violaciocche: non spezza neppure uno stelo,
come se fossimo immobili, come se non dovessimo andare da nessuna parte.
Sopra di noi c’è il cielo dove tubano le colombe.
Più in alto, c’è il cielo in cui vivono le aquile, di cui prevedo il volo.
Più in alto ancora, c’è il cielo degli angeli e dei santi.
Fa freddo anche se l’estate è prossima.
È un giorno pieno di nuvole, un po’ allegro, un po’ triste.
Andiamo alla fiera.
Papà, nei tuoi occhi imperscrutabili e tristi si spezza il mio destino.
*
Esmeralda. Si chiamava così una delle amiche di mia madre. Veniva ogni sera, al
crepuscolo, appartandosi in un angolo. Io leggevo e ricamavo.
Esmeralda portava i capelli sciolti o raccolti in uno chignon dove accomodava un
garofano; portava papaveri nella scollatura.
Anche se stavo in disparte, prevedevo i suoi discorsi. Credo che si sentisse
molto sola, sognava pretendenti principeschi e città che non avrebbe mai più
rivisto. A volte la conversazione era semplice; parlava dei sentieri che si
diramavano in giardino, delle piccole creature con il loro fardello. Di piccoli
fiori.
Un giorno, Esmeralda si perse per sempre nella notte del giardino.
I suoi capelli arrivavano fino a terra, erano di un bianco pallido e
abbagliante: il suo addestramento riguardava le formiche e i boccioli di rosa.
Marosa di Giorgio
L'articolo “A volte mi apparivano gli angeli”. L’opera selvaggia di Marosa di
Giorgio proviene da Pangea.
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Che ennesimo magnifico libro ha appena pubblicato Riccardo Corsi, un uomo che
sembra estratto di peso da un’agiografia, da un album del bene, capace di
avventatezze borgesiane. Per le sue Edizioni degli Animali è uscita una raccolta
di saggi di José Lezama Lima, Le ere immaginarie (introduzione di Alberto
Manguel, traduzione di Gianna Marras e Silvia Sichel): la “Stella di sabbia”
tratta dal thesaurus di Albertus Seba, in copertina, conferisce al libro
un’energia oceanica.
Di José Lezama Lima c’è poco da dire se non che ha scritto uno dei libri totem
del Novecento, Paradiso, nel nostro Paese – affetto, per lo più, da cronica
incuria – pressoché introvabile tramite i comuni canali di vendita. Pubblicato
nel 1966, dopo quasi vent’anni di scrittura alchemica, laboriosa, incessante, il
romanzo garantì a Lezama Lima l’ostracismo da parte del governo ‘rivoluzionario’
cubano: dissero che si trattava di “un’opera ermetica, morbosa, indecifrabile,
pornografica”. Aggettivi che risultano, in fondo, un empireo, puro elogio per
uno scrittore che aveva un concetto della scrittura come estasi e catabasi.
L’autore morì all’Avana – da cui si era mosso di rado, quasi in esilio da sé –
nell’agosto del 1976, cinquant’anni fa; durante le riunioni della mitica rivista
“Orígenes”, che aveva fondato con José Rodríguez Feo e su cui pubblicavano, tra
i tanti, Albert Camus e Wallace Stevens, Juan Ramón Jiménez e Paul Claudel, lo
si vedeva spesso divorare un poderoso sigaro. Per lui, credo, la letteratura era
un incrocio tra Minotauro e Plotino – qualcosa che al contempo reclude e libera,
soffoca e ascende.
Le ere immaginarie uscì nel 1970; nella Prefazione Lezama Lima compila una
specie di ‘credo’:
> “Che cosa ammiro di più in uno scrittore? Che manovri forze che lo travolgono,
> che pare finiscano per distruggerlo. Che s’appropri di tale sfida e dissolva
> la resistenza. Che distrugga il linguaggio e crei il linguaggio. Che durante
> il giorno non abbia passato e durante la notte sia millenario… Che s’accosti
> alle cose per appetito e che se ne allontani per ripugnanza”.
Le ere immaginarie non è un libro da leggere; lo si serba, se ne leggono alcuni
paragrafi come si compulsano gli apocrifi, certi che la cecità provocata è un
tono dell’illuminazione. L’immaginario di Lezama Lima, la concretezza delle
visioni, a tratti impaurisce – spesso è folgorante. È come credere di stare in
un luna park mentre si è nella bocca di un giaguaro: qualcuno – l’autore,
l’interprete di dio – ci mastica. Ha ragione – come sempre – Riccardo Corsi:
“Lezama è innanzi tutto un poeta, e nella sua prosa saggistica ciò si avverte
con particolare forza. Sono poesie in forma di saggio”.
Tra i saggi, sono partito a leggere quello che parte a pagina 195: “la
biblioteca come dragone”. Lezama Lima comincia a parlare degli Annali di Goethe,
per inoltrarsi in una lunga dissertazione sull’I Ching, “il libro dei
mutamenti”, l’antico testo oracolare cinese, estorto dalle brume della leggenda.
Impossibile riassumere il vagabondaggio mentale di Lezama Lima: i suoi saggi –
pura opera di teurgia linguistica – non vanno ‘compresi’, l’apprensione richiede
un denudamento totale. Bisogna danzare – occorre dare stelle marine e stelle
celesti in pasto al cervello.
Per fare un buon esperimento ‘critico’ occorre leggere i saggi di José Lezama
Lima insieme a quelli di Jorge Luis Borges e a quelli – più tardi – di Pietro
Citati. In quest’ultimo caso, troviamo i meandri dell’erudizione: uno sfarfallio
condannato a lasciarci infine indenni. Nel primo caso – Borges – è l’ardore
letterario, il rebus in piazza, mantica bibliografica. Per Lezama Lima, invece,
la strategia intellettuale fa parte della “Grande Opera”: qualcosa, nel
ribollire degli elementi, accade; le parole sono alambicchi, i concetti sono
uova di drago; il lettore, in questo caso, è l’apprendista e l’operaio. Insomma,
leggere Lezama Lima è sempre un rischio – spesso capitano esplosioni.
Delle domande che mi hanno assillato leggendo il saggio – metafisiche o
‘tecniche’, ad esempio: di quale versione spagnola dell’I Ching si abbeverava lo
scrittore? – quasi tutte sono rimaste inevase, irrisolte. Ad alcune ho trovato
riscontro – si gioca a sistemare in armonia la casualità – sfogliando Fragmentos
a su imán, l’ultima raccolta di poesie di José Lezama Lima, edita postuma.
Alcune poesie – almeno una, Sobre un grabado de alquimia China, appuntata nel
giugno del ’75 –, tradite in calce, aiutano a penetrare il velo – non certo a
squarciarlo.
Soprattutto, i libri di Lezama Lima – in quanto opera alchemica – sono anche un
omaggio ai sodali. Da Le ere immaginarie spicca un saggio dedicato a Rayuela, il
capolavoro di Julio Cortázar, che è poi un inno alla scrittura come labirinto –
“nel labirinto viene offerta un’infinita, inarrestabile antropofania”.
Introducendo Fragmentos a su imán, Octavio Paz ferma José Lezama Lima in un
lirico cammeo:
> “Non ci siamo mai visti, io gli inviavo i miei libri, lui i suoi – quando ci
> scrivevamo, usavamo sempre il ‘voi’, come si faceva un tempo. […] Ho scorto,
> tra i liquidi pioppi delle ‘l’ e le magnetiche vette delle ‘m’, assediato
> dalle vocali – mancava soltanto la ‘u’, chiocciola della malinconia, cervo
> innamorato della luna – José Lezama Lina, appoggiato al suo bastone
> poliglotta, pastore di immagini”.
José Lezama Lima gli aveva dedicato una poesia senza nominarlo, parlando del
“guerriero giapponese schiavo del suo silenzio”, della “furiosa divinità
messicana” e del “Padiglione della vacuità”. Anche Octavio Paz, come lui, era
affascinato dall’Estremo Oriente – era stato console in Giappone e ambasciatore
in India. Quando scrive che “tutto, ovunque, è agguato”, capiamo di essere al
preludio di una poetica; l’ultimo distico – “Solo il fuoco rispecchia/ la
silenziosa disciplina del naufragio” – impone una via sapienziale. Octavio Paz
intitola il suo omaggio a José Lezama Lima “Confutazione degli specchi”.
Nel libro in versi – a proposito: quando una traduzione della poesia di José
Lezama Lima? – il grande scrittore cubano scrive anche di María Zambrano: la
loro amicizia è testimoniata, tra l’altro, dalla Corrispondenza pubblicata nel
2023 dalle Edizioni degli Animali.
> “María è ormai così trasparente
> che la vediamo allo stesso tempo
> in Svizzera, a Roma e all’Avana.
> Accompagnata da Araceli
> non teme il fuoco né il ghiaccio. […]
> María è per me, ora,
> pari a una sibilla
> a cui ci si avvicina incerti
> certi di udire il centro della terra
> e l’empireo che dilaga
> oltre i visibili cieli”.
In fondo, è nella tessitura delle amicizie – tessere di un unico volto, quello
che, divinato dal caos, vuol dire vita – la vera opera alchemica, la vera
letteratura.
Ma questo non è che uno scritto parziale, senza supporto, dal pelo ancora
ignobile – uno scritto che non guarisce.
***
L’impercettibile
È l’impercettibile:
non possiamo sapere se le foglie
si affollano e frullano mentre
la lucertola impicciona
si aggrappa a una di loro.
Ci sfiora la fronte
e crediamo sia un fazzoletto
che copre gli occhi.
L’oro cammina
verso la foglia
e la foglia penetra nella casa
vuota dell’autunno dove l’impercettibile
abbraccia l’invisibile
in un silenzioso gesto di gioia.
L’impercettibile
si gode il volo delle foglie
si riposa tra l’albero immobile
e il fiume della memoria che muta.
Mentre l’impercettibile agguanta
il suo regno, la casa oscilla
ma il suo cuore resta intatto.
Una scintilla si unisce
all’impercettibile
e comincia a bruciare di nascosto
sotto il suono molteplice dello specchio.
La casa ritorna alla sua immobilità
e ricomincia a navigare.
**
Intorno a un trattato cinese di alchimia
Sotto il tavolo
si vedono tre porte
sono piccole fornaci
dove ardono pietre e legni:
il nano sbuca, mastica
semi per disseminarsi nel sonno.
Sopra il tavolo
si vedono tre cuscini grigi e blu
su due di essi spiccano alcune figure
incise con uova indistruttibili.
Accanto, un vaso disadorno.
Pezzi di legna sul pavimento.
Un uomo manovra una bilancia
pesa una cesta di mandorle.
La bacchetta di ebano
raggiunge subito la cifra.
Il venditore teme
le tre piccole fornaci
nascoste sotto il tavolo.
Da lì sorgeranno
le figure sperate
quando il pesatore
toccherà il centro del cesto.
Alla sua destra, un uomo contempla
assorto colui che pesa:
gioca con gli uccelli.
*
Cina, battaglia
Divisi dalle dolci colline
due eserciti mascherati
lanciano incessanti urla di guerra.
Un generale, nella tenda da campo,
interpreta la furia ancestrale del popolo.
L’altro fissa il corso del fiume
vede la sua ombra in un altro corpo, irriconoscibile.
La musica cresce nel sangue
precipita la marcia verso la morte.
I due eserciti, come avvolti in una nuvola,
si addormentano dimenticando quelle fugaci schermaglie.
I due generali sono ormai di pietra.
Più tardi, le ombre fuggite dai corpi diranno
di corpi fuggiti lungo il fiume.
Soltanto uno degli eserciti mantiene
unita l’ombra al corpo
il corpo alla natura fugace del fiume.
L’altro è vinto dall’immenso deserto
del sonno.
Il generale cede la sua spada con orgoglio.
*
Ascendere
La scala sull’albero
e l’albero della casa
si levano dal centro
della bianca tovaglia che dorme.
Lungo la scala c’è una formica
a lei si appoggia il cervo
con il palco molato dalla luna.
Una moltitudine ascende
ma la scala è insensibile
al peso dei piedi che inciampano
e somma corde e gradini.
Dove pesa di più, equilibra
le braccia, infine sale
cancellando la scala.
La sua testa penetra nel tetto
la mano percepisce, con occhi
sigillati, la pelle setosa
del pipistrello, il suo sguardo da ragazzo
concreato con l’alba.
Il pipistrello si muta negli occhi
che cominciano a saltare sui pioli.
Rinforza i vuoti ascendenti
gli occhi contorti dal battito d’ali
che annienta le fatiche del corpo.
La scala si impenna come una lancia
il cappello marcito in soffitta annuisce.
Lì, un tuono testimonia il braccio
i gradini sono l’unica linea d’orizzonte.
José Lezama Lima
L'articolo “Che distrugga il linguaggio e crei il linguaggio”. Nell’opera
alchemica di José Lezama Lima proviene da Pangea.