Regole del gioco. In questo articolo interpretiamo tre poeti secondo le tre
cantiche della Commedia. Mario Luzi (Paradiso) e Giorgio Caproni (Inferno) si
muovono, per orientamento linguistico, ai poli opposti. L’opera di Carlo
Betocchi è una sorta di Purgatorio. Il Purgatorio della poesia italiana del
Novecento.
*
Cosa vuol dire? Che ci deve essere un terzo perché due ‘campioni’ percorrano le
vie più estreme. Un terzo che si fa pasto, che si fa ponte. Quello che arriva
fin dove la via si biforca: altri la percorrano, nell’ascesa e nel precipizio.
Ci vuole Guinizelli perché accadano Dante e Petrarca; ci vuole Boiardo perché
Ariosto e Tasso ne esasperino le conseguenze liriche; c’è Foscolo alle spalle di
Manzoni e di Leopardi; Carducci a preparare Pascoli e D’Annunzio.
*
Ma questa è scolastica, è grigio schematismo. Il terzo, nel caso di Betocchi, è
colui “che ti cammina sempre accanto”. There is always another one walking
beside you, canta Thomas S. Eliot al termine della Waste Land. E chi è
questo terzo, questo altro? Io direi: Emmaus. Lì è tutto: dubbio,
irriconoscenza, pasto.
*
Emmaus. “L’avevano riconosciuto nello spezzare il pane” (Lc 24, 35). In un
articolo uscito su “La Lettura” del “Corriere della sera”, Daniele Piccini ha
scritto che “il destino di Carlo Betocchi, della sua poesia, [è] stato quello di
disseminarsi, di fare da spora e da seme di tanta altra poesia”, poesia che “si
è ripercossa e rifranta in tante voci, che se ne sono nutrite”. Betocchi è il
poeta che si spezza, come il pane, perché altri se ne nutrano. Nutrimento
necessario per giungere in zone nuove, mai intaccate prima.
*
Poesia purgatoriale quella di Betocchi: che si pone a mezzo tra i diktat
dell’epoca – ermetici, vociani, futuristi –, che appare senza apparente
appartenenza. Poesia purgatoriale perché sta nel linguaggio della creatura, che
è lingua sobria – fatta per sobillare l’anima –, lingua della pena e dello
stupore, che ama ciò che è passato – senza nostalgia né rancore – in virtù di
ciò che verrà. Linguaggio con il premio sempre in fronte; linguaggio che procede
per purificazioni, senza emendare, senza lancinanti slanci. Che resta fedele
all’uomo: senza accensioni astratte o metafisiche, da linguaggio angelicato, né
abissi. L’occasione, in Betocchi, non svela il caos del mondo, il rebus delle
forme, lo stigma dei ‘segni’ da interpretare; è lì per dire la forza – piena,
rivelata, ‘pasquale’, dacché il regno è questo, schiuso dal Figlio – delle cose,
dei “tetti toscani”, del plenilunio e delle rovine, dei giorni perduti e dei
“fiumi meridiani”. Non c’è posa in Betocchi, ma la severità – a tratti
allucinata, a tratti dolcissima – di chi guida.
*
Poesia purgatoriale perché in ascesa. L’esordio – Realtà vince sogno, Vallecchi,
1932 –, così manifesto da tenere per incuranza in un aldilà del cuore le altre,
potentissime raccolte, le Ultimissime (Mondadori, 1974), Un passo, un altro
passo (Mondadori, 1967), le Poesie del sabato (Mondadori, 1980). Betocchi passa
dalla luce infera di Rimbaud – letto con le lenti, fallate, di Claudel – a
quella, piena, di Eliot e dunque di Dante. Lo confessa – purgatoriale:
rettitudine del dire – in Diario della poesia e della rima:
> “…oggi penso che non avrei voluto somigliare a Rimbaud. Da giovane, quando
> l’amavo, non avevo meditato abbastanza la spaventosa aridità
> delle Illuminazioni, il cui splendore lampeggia di superbia… Vorrei invece
> aver somigliato ad Eliot, che nella sua creazione di poesia, rifacendosi a
> Dante, ha restituito alla pietà il trono che le spetta”.
*
Betocchi poeta della vecchiaia, cioè del Purgatorio del corpo. Nessun lamento
sulle antiche spoglie: sono la crisalide dell’uomo nuovo, sempre giovane agli
occhi del Padre, per sempre figlio. Alcuni poemetti – Il vecchio: stravaganze,
sventura, destino; Breviario della necessità, ad esempio – continuano a
sorprendere per audacia di temi, di toni. Qui ricalco la quarta lassa da In
piena primavera, pel corpus domini:
“Non chiamare disperazione
la disperazione,
se non è ancora più forte,
se non è ancora a quel punto
che si spacca,
che s’apre una feritoia,
nemmeno la disperazione
è tua, cèdila
a chi è più forte di te,
attendi, accetta d’esser colmo
del tuo nulla;
scamperai da te stesso,
non saprai come, un altro sarà in te”.
Poesia-viatico: non s’accontenta di sé – porta altrove.
*
Sbaglia chi giudica facile un poeta che si rifà, con ostinazione, a poeti dal
verbo contorto, lebbrosi d’estro – John Donne e Gerard Manley Hopkins, Rimbaud e
Dino Campana –, che opta per la via dantesca rispetto al lirismo di Petrarca:
scalare il Purgatorio chiede audacia, artigliata lingua.
*
Repertori. Mario Luzi ha riconosciuto in Betocchi “il suo solo maestro” (Luigi
Baldacci): tale maestria, tra l’altro, è testimoniata da un epistolario – Luzi e
Betocchi. Lettere 1933-1984, a cura di Anna Panicali – uscito per la Società
Editrice Fiorentina nel 2006. Giorgio Caproni ha scritto che Betocchi era
“italiano all’antico modo romanico”, per via dell’“asciuttezza quasi frustante
del linguaggio”. Il loro legame è riassunto in G. Caproni-C. Betocchi, Una
poesia indimenticabile. Lettere 1936-1986, edito da maria pacini fazzi editore
nel 2007, a cura di Daniele Santero. In una poesia “a Giorgio Caproni”, Per
Pasqua: auguri a un poeta – poesia purgatoriale, cioè che indossa una croce –
Betocchi si fa l’autoritratto: “un poveraccio… che vuole/ ciò che il mondo non
vuole, solo amore”.
*
Per stare in gioco ornitologico. Mario Luzi è l’aquila – Giorgio Caproni la
civetta, agile nel disbrogliare la notte – Carlo Betocchi è il corvo – il Crow
di Ted Hughes – l’uccello psicopompo, che sa comunicare con gli spiriti.
*
Per capire i ‘caratteri’ dei tre è bene leggere Il mestiere di poeta, la
raccolta di “Autoritratti critici” edita da Lerici nel 1965. Il libro, negli
anni, ha acquistato in smalto – più che un reperto archeologico è un frammento
di futuro che ci sorprende, oggi, come un abbacinato presente –: su tutto,
infatti, è l’aura del curatore, Ferdinando Camon, tra i più audaci e
intelligenti scrittori del nostro tempo. Betocchi “siede a un tavolo fratino”,
in uno studio “stretto, lungo, altissimo”; del poeta traluce “l’umanità”, pare
figura estratta dal legno, con l’espressione ieratica e remissiva, da leone e da
bue, che hanno i re dell’anno Mille. Caproni assale lo scrittore sguainando un
“viso affilato e severo”, inchioda alle questioni ultime (“L’unica certezza che
c’è nei miei versi è quella della vita e della morte”), fino a sfiorare gli
inferi: “Oggi come oggi, sento che tutte le strutture (le ‘istituzioni’)
classiche e ottocentesche non reggono più… Oggi dobbiamo rifare tutto da capo,
oserei dire Dio stesso… La mancanza di UNA certezza, più che mia, mi sembra
dell’epoca”. Mario Luzi, invece, come sempre, è sotto angelico manto: “la luce
che gli piove di fianco” illumina “il volto affilato”; lo studio “mi sembra
adatto solo al pensiero e alla meditazione”, il colloquio – come lo è con
un’alterità celeste – “non può essere un colloquio facile”. A differenza di
Betocchi e di Caproni, Luzi parla di sé e della propria opera con appagata
coerenza; parla da un trono, dal cielo di Giove, certo di installarsi nella più
nobile specie della poesia italiana. Mostruosa è la sua consapevolezza. “Non c’è
una progressiva prosasticizzazione, in me, ma se mai l’assunzione anche
dell’indeterminato… al piano della poesia”, dice a Camon, tra l’altro, Luzi.
Indeterminato non più come deterrente, ma come volo.
*
Se uno (Betocchi) dice la creatura nel suo più tenero nome, l’altro (Caproni) ne
sonda le viscere, il cuore maciullato, il cuore nero – il terzo (Luzi) la eleva,
la trasfigura al cristallo.
*
Che è poi la tripartizione del linguaggio usato da Gesù: parlare agli uomini
(agli accoliti e alle masse; Betocchi); parlare alle forze infere (Caproni; fino
a confondersi con esse agli occhi dei più: Mc 3, 22 e Lc 11, 15); parlare a Dio
(Luzi). Chissà quale lingua adotta Gesù nel deserto, quando “stava con le bestie
selvatiche e gli angeli lo servivano” (Mc 1, 13).
*
La nuova via di Caproni nasce con Il muro della terra (Garzanti, 1975), libro
infero fin dal titolo (tratto da Inferno X, 2). La poesia è rarefatta: allo
stesso tempo oracolo e imprecazione, distico sapienziale e sussurro che scatena
le forze del caos. Dio è un rovello continuo, stretto tra ira glaciale e
sarcasmo. “Un semplice dato:/ Dio non s’è nascosto./ Dio s’è suicidato” (Deus
absconditus); “Sta forse nel suo non essere/ l’immensità di Dio?” (Pensiero
pio). In Senza esclamativi, il poeta si puntella nel compito: compitare il
vuoto.
> “Com’è alto il dolore.
> L’amore, com’è bestia.
> Vuoto delle parole
> che scavano nel vuoto vuoti
> monumenti di vuoto. Vuoto
> del grano che già raggiunse
> (nel sole) l’altezza del cuore”.
In esergo, un verso di Hugo von Hofmannsthal (Ach, wo ist Juli und das
Sommerland!), poeta di mefistofelica precocità, che ha svelato – nella Lettera
di Lord Chandos – l’inconsistenza delle parole nel dire le cose, la scollatura,
definitiva, tra detto e atto, impedimento di logos. “Il nome non è la persona.//
Il nome è la larva” (Il nome), scrive Caproni, ed è, il suo, un andare poetico
tra larve, tra spettri verbali – biascichio per inferi, dove l’improvviso, la
rivelazione lampante si tramuta, in un attimo, in cabaletta ctonia.
*
Nell’era dell’inferno vuoto – non si è più degni nemmeno di eterna pena –
Caproni si aggira in un’ecatombe d’echi, si addentra nell’Ade interiore. Così,
nel suo libro più risolto – per compiutezza d’inventiva, coerenza di stile e
stazza etica tra i più alti del Novecento –, Il conte di Kevenhüller (Garzanti,
1986), Caproni scrive che “La Bestia che cercate voi,/ voi ci siete dentro”
(Saggia apostrofe a tutti i caccianti), che “La Bestia che bracchiamo/ è il
luogo dove ci troviamo” (Riflessione), che la vera caccia, allora, è cacciare se
stessi da sé, che autentica cacciagione è questo nostro cuore “perché ogni
intento del cuore umano è incline al male fin dall’adolescenza” (Gen 8, 21). E
Dio? Allo stesso tempo “preda/ mansueta e atroce” e vorace predatore che ci
accerchia, vampiro e Moby Dick, Bestia, certo, che “o era fuggita via,/ o non
esisteva”.
*
Tra il 1963 e il 1964 Mario Luzi pubblica Nel magma, prima con Scheiwiller poi,
in seconda edizione, ampliata, per il Saggiatore – l’ultima, definitiva, esce
per Garzanti, nel 1966, a testimonianza di una rampicata lirica, di una lirica
rampante. È una svolta: il linguaggio, sigillato di Avvento notturno, Quaderno
gotico, Primizie del deserto, si scioglie; al linguaggio dell’annuncio – per sua
natura chiuso, remoto per troppo affrettata prossimità, a cui si deve soltanto
dire sì – segue quello dell’apocalisse, della rivelazione. Il linguaggio si
esaudisce: l’apparenza prosastica – e tutte quelle continue apparizioni – è
colta in aura di paradiso, ogni dialogo – ne pullulano, a flotte – è definitivo.
Nel magma ottiene, nel dicembre del ’64, l’Etna-Taormina: insieme a Luzi è
premiata Anna Achmatova. Il cammeo del poeta ha la nitidezza del monito:
> “Anna Achmatova non pronunziò una sola parola… Al termine mi avvicinai per
> significarle la mia ammirazione che risaliva ai tempi dell’adolescenza: e
> l’emozione di averla incontrata… Lei ebbe negli occhi la luce di un sorriso,
> ma da una grande lontananza…”.
*
Paradiso che, poi, non significa essere paghi, bensì: magnificare la fame –
flottare nella luce. Né bitume d’ira né irenica inerzia, né pavoneggiarsi tra
gli eredi dei retori, ma: rettitudine. Paradiso: campo da coltivare eternamente;
Dio-vomere.
Mario Luzi è un poeta sempre in picchiata. Nonostante la citazione, sviante – da
Orazio – l’avo è Dante, ovunque. L’India, così, più che altro, è un sobborgo
della Gerusalemme celeste, potremmo dire karma come un provvedere alla
provvidenza:
> “Mario” mi previene lei che indovina il resto. “Ancora
> levi come una spada, buona a che?,
> lo sdegno per le cose che ti resistono.
> Uomo chiuso all’intelligenza del diverso,
> negato all’amore: del mondo, intendo, di Dio dunque”.
*
Su fondamenti invisibili esce per Rizzoli nel 1971. Caproni ne è entusiasta –
“È un libro di grande poesia, se dir grande in poesia è dir qualcosa. È, col
Magma, il più grande libro di poesia uscito in Italia nell’ultimo quarantennio.
A tanta altezza, chi potrà mai più raggiungerti?” –; un testo, Nel corpo oscuro
della metamorfosi, è dedicato “A Carlo Betocchi, ai suoi meravigliosi settanta
anni”. Il dialogo dilaga, la lega del dire è dantesca, più che mai:
> “Prega”, dice, “per la città sommersa”
> venendomi incontro dal passato
> o dal futuro un’anima nascosta
> dietro un lume di pila che mi cerca
> nel liquame della strada deserta.
> “Taci” imploro, dubbioso sia la mia
> di ritorno al suo corpo perduto nel fango.
In qualche modo, Luzi ‘volgarizza’ il linguaggio paradisiaco (Nel magma, cioè:
nella mota di Dante, nel notturno del Paradiso), lo rende mansueto, pieno di
maniglie. È in questo senso – senza afonia di eufemismo – che Caproni parla di
grande poesia: poesia grande perché vasta, che può dare nutrimento a più
generazioni. Poesia che non ammette epigoni – a differenza di quella di
Ungaretti – bensì seguaci, pur sonnolenti. La pratica proposta da Luzi agirà
profondamente in poeti altrimenti dissimili (ne dico alcuni: Vittorio Sereni,
Cesare Viviani, Milo De Angelis, Davide Rondoni, Alessandro Ceni). All’aquila
seguiranno le gazze.
*
L’opera che segue, che sia poema – Viaggio terrestre e celeste di Simone
Martini, Garzanti, 1994, per dire – o raccolta per distratto accumulo – Dottrina
dell’estremo principiante, Garzanti, 2004 – ha la monotonia dei re, un fraseggio
d’ineguagliato lignaggio. Verbo-stilita, anche quando il poeta parla – dantesco
– di politica. Dicono non sia memorabile, Luzi: è vero, la memoria è un
carattere troppo umano; in cielo è inutile orpello, vada in ordalia.
*
Caproni parlava anche di altezza. L’altezza, in Luzi, ha la voracità del
commiato, la destrezza di un addio. E ora?
L'articolo La destrezza dell’addio. Betocchi, Luzi, Caproni: le tre “cantiche”
della poesia italiana proviene da Pangea.
Tag - Dante
Ci sono millanta poeti oggi che millantano la loro poesia: troppi, per
permettersi il lusso di continuare a brucare la terra polverosa e non alzare il
capo al Sommo Poeta, pronto a falcidiarci. Dante, l’insuperabile. Chi non
accetta di scoprire la gola, chi nicchia e cerca di sgamarla, come lo studente
che fa lo struzzo e abbassa gli occhi per non essere interrogato, non è poeta e
non ama la poesia. Chi non accetta la morte non sarà mai immortale.
Che poi il giochino viene facile: Dante è laggiù in fondo, nel mito, nel
passato, in un mondo che non c’è più, pigolano i poetini. Oggi siam tanti e gli
spazi di festa son pochi, stai fresco se dobbiamo confrontarci con i classici
(ma stiamo pure all’altroieri: Montale Luzi Zanzotto Sanguineti Caproni e
compagnia briscola). E qui scatta la mannaia di ogni avanguardia,
neoavanguardia, postavanguardia, non-avanguardia-ma-ricerca et similia: fare
tabula rasa. E potrebbe persino essere la volta buona, crollati tutti i punti di
riferimento, per cui si salvi chi può. Chi attraversa la selva oscura della
contemporaneità con cognizione di causa? Accidenti, mi sono tirata la zappa sui
piedi: di poetini che danno la mano, e forse non solo quella, al loro presunto
Virgilio d’oggidì ce ne sono fin troppi. Ma mica si prestano ad attraversare
l’inferno: cercano subito l’ascensore per i piani alti, per gli open space con
vista sui laghetti artificiali. Epperò gli editori pubblicano ciò che vendono,
della poesia non si occupano davvero più, così gli specchi diventano specchietti
per allodole, giusto per ricordarci del settore, dell’angolino in basso in fondo
alle librerie, quello spazietto da riempire tra i classici latini e il
teatro. Del resto si diventa editori per fare affari, e le scadenze sempre più
immediate impediscono di imbastire piani non si dica nemmeno stalinianamente
quinquennali, ma berlusconianamente trimestrali (cento giorni, via). Figurarsi
se i manager della carta stampata pensano al capitale simbolico da accumulare
nel corso dei decenni, al prestigio, alla rendita quando un autore finirà nei
manuali scolastici. I quali, poi, o restano cautamente fermi alla compagnia
briscola di cui sopra o tentano sortite con logiche sempre più vaghe,
confondendo le idee ai già confusi.
Che dite? Il compito di riconoscere i valori in campo spetterebbe ai critici?
No, per carità, smettetela di credere a babbo Natale. I critici non esistono
più. Oppure esistono in queste sottocategorie inutili e perniciose:
a) i critici militanti, i partigiani di una particolare idea di poesia, che poi
resta vaga perché va bene sia la prosa sia il sonetto, sia il testo
iper-retorico sia quello tendente al grado zero dello stile, sia l’approccio pop
sia l’impegno civile, qualsiasi cosa insomma purché si faccia parte di quella
nuvola di scrittori-insetti che continuano a ronzare intorno al capo del capo.
L’importante è che la poesia non sia sincera esposizione delle proprie
entraglie. E ci mancherebbe;
b) critici del post. No, non è questione di post-poesia, non ancora. E nemmeno
di post sui social, anzi. E non parlo nemmeno dei post-critici (in merito
leggetevi la Postcritica di Mariano Croce: vi farà bene). I critici del post
sono quelli che vivono della morte stessa della critica, ma continuano ad
abitarne le spoglie. Sono i critici postumi, quelli che fanno salotto attorno al
ring dove i poeti se la danno di santa ragione, pronti a intervenire solo dopo,
per premiare i vincitori. Sono quelli che ripetono ciò che si sa già (tipo:
Montale è il maggior poeta del Novecento – verità che tra l’altro sarebbe ora di
ridiscutere, ma questo un’altra volta), che non si occupano dei contemporanei
perché non è in caso di compromettersi e di rendersi responsabili,
maieuticamente, di ciò che di buono potrebbe anche venir fuori. Prima si faccia
il canone (con quali criteri: l’amichettismo e i giochi di potere? Io se ci sono
non guardo non vedo non sento non parlo, gesticola il suddetto), poi il critico
del post arriverà a incoronare il poeta e qualunque poesia proponga (tali
critici non hanno gusti difficili, anzi, non hanno gusti punto);
c) i critici accademici che, se animati dalle migliori intenzioni contro “la
cultura in scatola” (leggetevi adesso lo splendido Universitaly di Federico
Bertoni), restano comunque schiacciati dalla pila di libri che si accumula sulle
loro scrivanie e alla fine vanno un po’ a caso, pescando una volta a destra e
una volta a sinistra, una volta in alto e una volta in basso; se invece
ferocemente addestrati alle logiche del loro mondo, evitano la menoma
contaminazione col presente e preferiscono dedicarsi alla raccolta delle lettere
dell’ultimo riesumato futurista di turno, tanto loro sono accademici quindi
patentati e schifiltosi di qualsiasi immersione nella Palus Putredinis
oggidiana, in cui, francamente, non saprebbero affatto destreggiarsi: forse
meglio così, giacché farebbero soltanto danni maggiori;
d) i critici para accademici, che sono indubbiamente accademici e quindi guai a
presentarli con il titolo sbagliato, ma sono anche scrittori e intellettuali
ruspanti, scattanti di fronte a ogni possibile comparsata in tivvù, scattosi nei
social dove danno vita ai loro avatar, con cui non vanno confusi (studiosi del
dadaismo che si travestono e ballano il dadaumpa su TikTok), scazzati nei loro
stessi corsi di scrittura creativa, giacché di tesine scritte con l’IA ne han
già piene le balle o le ovaie, figurarsi di romanzi purtroppo scritti senza
l’IA;
e) i critici massimalisti, che possono sentenziare su chiunque, da Dante
compreso in giù, e affrontare qualsiasi argomento con la stessa reboante
loquacità di Cacciari, tanto i testi li guardano sempre con il binocolo, mica
impiccano lì le loro teorie, mica arrotano i versi come coltelli: qualunque
autore è una brodaglia insulsa, se solo non si adegua completamente al loro
imperscrutabile gusto.
Trovatemene uno che sappia ridimensionare qualche poeta maggiore di oggi, non
dietro l’anonimato di una giuria di premio condivisa con altri, ma con saggi
acuti, con analisi testuali, necessari altresì per addestrare lettori
competenti.
Tabula rasa, allora, dicevamo, poiché editori e critici non fanno filtro. “E se
ci pensassero i poeti stessi?” – filtra l’ultima bava di ottimismo da qualche
irriducibile novecentista caduto nel secolo sbagliato. Prendere atto: quei pochi
poeti che possono permetterselo, appunto perché arrivano fin qui con il
prestigio dovuto alle ultime onde del millennio scorso, di essere padri o madri
letterariamente non ci pensano nemmeno (e forse anche biologicamente arrancano:
intervenga il sociologo a indagare). Loro esercitano con compiacimento il potere
di scegliere, e scelgono con contezza di promuovere i mediocri, per meglio
evidenziare la loro statura letteraria e il loro potere editoriale. Fosse per
loro, applicherebbero la damnatio memoriae sistematicamente su chiunque
rivendicasse diritto di eredità (mica soldi, neh, si parla sempre di poesia) per
più antico lignaggio o per altra, irregolare, intrusione nella casata. Niente
bastardi, insomma. (Vallo a spiegare ai tali che la damnatio memoriae, appena
lasceranno la poltrona, toccherà a loro).
Ah, il malseme di Dante. Sommo poeta, pensaci tu.
*
Ma che significherebbe, oggi, tornare a volgere lo sguardo a Dante? Puro atto di
masochismo, verrebbe da sentenziare, poiché Dante è insuperabile per ovvie
ragioni: egli è la massima espressione di un mondo che non c’è più, capace di
portare a sintesi un’intera cultura. Dopo di lui, con impressionante rapidità
(già Petrarca è moderno) la sintesi si disgrega e passo dopo passo lirica,
economia, politica, scienza, medicina, filosofia e via elencando vanno
specificandosi iuxta propria principia, lungo una serie di rivoluzioni che hanno
portato dritti all’irreversibile agonia del tedio contemporaneo. Copernico,
Darwin e Freud sono i picconatori dell’antropologia occidentale, a cui
aggiungere volendo gli altri filosofi del sospetto per apparecchiarci alle
catastrofi novecentesche. Come non bastasse, appena riemersi dalle apocalissi
storiche e ideologiche, ecco l’avvento del digitale e l’intelligenza artificiale
adesso a consegnarci a una condizione che taluni già definiscono postumana.
Come guardare ancora a Dante, su quali fronti la sua grandezza ci interpella?
Tre questioni su tutte porrei come cartelli sulla strada di chi vorrebbe, da
poeta, tentare almeno di uscire dal labirinto della buona, patinata, mediocre
letteratura che inebetisce, e imbruttisce, l’epoca: l’ampiezza di registro
espressivo, il poema e l’esilio.
Qui, soffermiamoci sulla prima.
*
Varrà la pena ricordare ai versificatori meno avvezzi alla letteratura italiana
che Dante Alighieri non è il modello vincente della nostra tradizione. Ben
presto abbiamo tradito sì gran padre (anche se in tal caso il crimine non è solo
il parricidio letterario di generazioni successive, considerato il trattamento
riservatogli dai fratelli concittadini: del resto i luoghi comuni
dell’intellettuale che non sarà mai profeta in patria e del poeta destinato solo
a gloria postuma in qualche parte hanno radice). Ha vinto, semmai, Petrarca.
Come spiegano quelli bravi, Petrarca ha azzerato Dante (già frastornato
dall’improvviso revival del latino) e, con il beneplacito di quel curiale
grammatico del Bembo, la lirica italiana ha trovato nell’autore del Rerum
vulgarium fragmenta (volgarmente, il Canzoniere) la matrice del proprio
vocabolario. La ragione è elementare: costruire un dizionario della lingua
italiana sul repertorio vastissimo della Divina commedia (capace di aprirsi e
abbracciare tutti e tre gli stili: l’umile, il medio e il sublime) era
impraticabile. La soluzione ottimale, invece, era già pronta all’uso: la lingua
vaga, elegante, sufficientemente generica e allusiva, ma soprattutto
circoscritta, del Canzoniere. Perfetta per imbalsamare l’italiano (scritto) per
secoli, fino almeno a Leopardi, a sua volta capace del prodigio, giunti ormai al
secolo decimonono, di rispolverarlo e farlo suonare persino sorgivo. Roba da
necrofili prestidigitatori. Che poi, certo, in quello stesso secolo Dante torni
prepotentemente in auge in virtù degli umori romantici e risorgimentali è vero,
ma abbiamo dovuto re-inoculare la lingua sperimentale di Dante recuperandola
dalla finestra, via Eliot (senza dimenticare, tuttavia, l’edizione critica
delle Rime dovuta al giovane e talentuoso Contini: ma qui si è nutrita ancora
primariamente la vena lirica, attraverso lo stilnovismo mutante assorbito da
Montale. Del resto la Commedia in quei decenni veniva tagliuzzata da Croce
intento a separare l’oro della poesia dall’ottone della struttura, manco fosse
lui il miglior fabbro del parlar materno).
Dante paradisiaco secondo Moebius
Fatto sta che i conti con Dante si sono riaperti in fondo soltanto di recente.
Ma a giudicare dalla medietà patinata (aurea mediocritas?) e dal lirismo di cui
è ancora impregnato quanto meno il sottofondo comune del diffuso poetare nel
Belpaese, rinomata terra popolata di poeti a ogni latitudine, l’apertura alare
del Sommo all’interno della lingua materna ci relega al ruolo di pulcini in
ombra.
Oh, certo, di sperimentatori e di avanguardie si fa ricco il Novecento, ma
l’impressione è che vengano alla fine sempre spinti ai margini del canone,
mentre risultano vincenti ancora gli autori riconoscibili e brandizzabili, dallo
stile complessivamente monocorde, costante dall’inizio alla fine, che procede al
più per piccoli, equilibrati adattamenti. Facile, troppo facile motivare questa
tendenza, qualora fosse verificata (o storicamente, anche per pigrizia,
avallata): l’identità di un poeta si costruisce attorno all’autenticità di una
voce e per mezzo dell’abbandono di ogni orpello retorico, di ogni posa, di ogni
“canto” oggi insostenibile. Siamo nell’epoca del tono basso, dell’assenza di
pubblico, del poeta che si rivolge a un tu (in cui spesso si rispecchia sé
stesso). Siamo nell’epoca del relativismo, del pensiero debole, del male di
vivere. E siamo perciò rassegnati ai mugugni, pronti semmai a puntellare le
nostre rovine. Di costruire altre cattedrali non se ne parla nemmeno.
Diverrebbero in breve tempo chiese sconsacrate da riempire di libri insulsi, non
più in grado di consolare la carne triste dell’umanità inebetita sui display.
Siamo nell’infinita fine occidentale. Se mai passasse di qui un nuovo poeta
visionario, lo spediremmo subito all’esilio, spernacchiandolo a dovere. Dante,
più che insuperabile, è irraggiungibile. Lo si innalza, per imbalsamarne il
busto e rimuoverlo nella sua aura di perfezione. Italia, terra non solo di
poeti, ma anche di santi, ricordi che cosa scriveva Joseph Roth nella Cripta dei
cappuccini?
> “La Chiesa romana […] in questo marcio mondo è l’unica ormai in grado di dare,
> di conservare una forma. Anzi, si può dire, di dispensare una forma. In quanto
> racchiude nella dogmatica, come in un palazzo di ghiaccio, l’elemento
> tradizionale delle cosiddette ‘antiche usanze’, procura e concede ai suoi
> figli tutt’intorno, fuori di questo palazzo di ghiaccio che ha un ampio e
> spazioso vestibolo, la libertà di coltivare l’indolenza, di perdonare
> l’illecito, e anzi di commetterlo. Mentre statuisce i peccati, già li perdona.
> Non ammette assolutamente uomini perfetti: questo è il suo contenuto
> eminentemente umano. I suoi figli perfetti essa li santifica. Con questo
> ammette implicitamente l’imperfezione umana. Anzi, ammette l’inclinazione al
> peccato nella misura in cui non considera più come umani quegli esseri che al
> peccato non sono soggetti: questi diventano beati o santi. Con ciò la Chiesa
> romana dà testimonianza della sua fondamentale propensione al perdono, alla
> remissione. […]”.
Ridotta a parrocchia periferica zeppa di epigoni, la poesia italiana innalza
Dante e concede plenaria indulgenza a sé stessa. Così, tra nani svetta chi ha la
sigla editoriale più spessa, e per ciò stesso si potrà legittimamente
autoinserire nelle antologie, mentre rigira per l’ennesima volta la frittata dei
propri versicoli strascicati.
Ahi, serva Italia.
Andrea Temporelli
*In copertina: William Blake, The Circle of Corrupt Officials: The Devils
Tormenting Ciampolo, 1825 ca.
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L'articolo Dante, l’insuperabile. Ecco perché la poesia italiana è una
parrocchia periferica zeppa di epigoni proviene da Pangea.
Ne nacque un affare diplomatico. Nel 1968, per L’Herne di Dominque de Roux,
l’editore dei reprobi, Witold Gombrowicz aveva pubblicato un saggio Sur
Dante (uscito, in Italia, da Sugar nel 1969 e da Dante & Descartes nel 2017). In
direzione contraria ai pur formidabili libri del genere – chessò, i saggi
danteschi di Thomas S. Eliot e Conversazione su Dante di Osip Mandel’štam –,
Gombrowicz scrive che Dante non gli pare granché; la Commedia, poi, è una boiata
pazzesca. Davanti a Piero Sanavio, indimenticato giornalista hemingwayano,
Gombrowicz rincarò la dose:
> “Se Dante mi annoia e se mi considero superiore a lui, lo affermo senza paura:
> è un mio diritto”.
(A proposito: vale la pena ristampare lo studio di Sanavio edito cinquant’anni
fa da Marsilio, Gombrowicz: la forma e il rito, è più brillante di troppi,
mortificanti saggi odierni, è fitto di frasi bellissime, come questa:
“Gombrowicz vivo l’ho sempre incontrato in giornate di pioggia”; il polacco,
d’altronde, scriveva con furia d’acquazzone).
Giuseppe Ungaretti s’incazzò e scrisse a De Roux una lettera piena di spine (“Il
libretto su Dante di quel polacco è vergognoso. È un fatto senza senso, idiota,
che questa calunnia sia stata stampata”); nel Diario, Gombrowicz annota:
“l’addetto dell’ambasciata italiana a Parigi ha annunciato una sua visita”.
Siamo nel 1969; Witold morirà poco dopo; per L’Herne era da poco apparso
un Cahier dedicato a Ungaretti, a cura di Sanavio.
La disfida – diciamo così – tra Gombrowicz e Dante durava da qualche anno. Già
nel 1966 Gombrowicz squartava il Poeta con caustica acribia:
> “La Divina Commedia non mi basta. Vi cerco Dante senza trovarlo… A scuola e a
> casa ci hanno insegnato solo a rispettarli e venerarli, mentre in realtà il
> nostro rapporto verso i Grandi è di due tipi: da un lato ci prosterniamo e li
> adoriamo, dall’altro li trattiamo con condiscendenza e disinvoltura”.
Comprendiamo l’euforica ira di Gombrowicz: l’anno prima, a Firenze, si era
celebrato il trionfo di Dante; scoccavano i settecento anni dalla sua nascita.
Saint-John Perse, il poeta e diplomatico francese, diplomato Nobel nel ’60,
tenne un discorso inaugurale, Pour Dante, prontamente stampato da Gallimard;
c’era anche Ungaretti, a rimarcare l’abissale grandezza dell’Alighieri. A
Gombrowicz irritava l’atteggiamento ossequioso – e ipocrita – dei poeti verso il
Poeta. Della Commedia, non salvava neanche l’Inferno:
> “I tormenti dei suoi dannati sono talmente rozzi, poveri, logorroici! E tutti
> quei predicozzi enunciati tra un tormento e l’altro…”.
Questo andazzo da Lucignolo – o, per restare in tema dantesco, da Cecco
Angiolieri – celebra, sotto la superficie, un’idea guerresca della letteratura,
mai assisa sugli allori – sui quali, invece, in perpetua acquiescenza, ronfano i
critici sornioni e i poeti in carriera. La stessa idea, in fondo, è professata
da Leopardi nelle Operette morali, dove si dice (siamo all’altezza del Parini o
della Gloria) che le opinioni dei critici e degli storici sono corrotte da
“consuetudine ciecamente abbracciata”. I lettori non mettono mai in discussione
ciò che le accademie e il pregiudizio impongono; eppure, i grandi scrittori,
proprio perché tali, devono essere interrogati e sfidati di continuo, fino a
sfrattarli dal trono. Così – è ancora Leopardi – “a me interviene non di rado di
ripigliare nelle mani Omero o Cicerone e il Petrarca e non sentirmi muovere da
quella lettura in alcun modo”.
Per continuare sulla scia del Gombrowicz “leopardiano”, bisogna
leggere il Diario (ora in unico tomo per il Saggiatore, nella traduzione di
allora, di Vera Verdiani, quando lo stampava Feltrinelli, in due tomi, usciti
nel 2004 e nel 2008; medesima anche l’introduzione di Francesco M. Cataluccio, a
parte lievi modifiche nel primo paragrafo) dal fondo, dalla formidabile
allocuzione Contro i poeti. Gombrowicz ridicoleggia lo statuto dei poeti che
“ormai non cantano più per la gente, ma per se stessi”, stigmatizza “il poeta
come un essere che non può esprimere se stesso perché è costretto a esprimere la
Poesia”. In sostanza, il Witold scatenato sbugiarda l’idolo della Letteratura,
la menzogna della Cultura. Scrivere, dice Gombrowicz, vuol dire azzerare tutto,
soprattutto se stessi, fare della penna il proprio plotone di esecuzione,
rifuggire dai riti dei letterati e dai premi, rifulgere nella rinuncia.
Contro i poeti era stato preparato per un discorso pubblico accaduto a Buenos
Aires nel 1947; trasferitosi nella capitale argentina dal 1939, Gombrowicz ha
scritto lì, da reietto, da “eremita sepolto vivo in Argentina”, le pagine più
violente del Diario. Malsopportava Victoria Ocampo, “un’anziana aristocratica
piena di milioni”, e i galoppini d’intelletto fino che ronzavano intorno a “Sur”
– Paul Valéry, Bernard Shaw, Keyserling – galvanizzati da “quell’insistente
sentore di soldi aleggiante attorno alla signora”. Impossibile per uno scrittore
“affascinato dagli strati inferiori del paese” entrare in contatto con Borges,
> “un artista che il caso aveva fatto nascere in Argentina, ma che avrebbe
> potuto altrettanto bene, e forse meglio, essere nato a Montparnasse”.
Il Diario di Gombrowicz è tutt’altro dai pur mirabili Journal che i francesi
hanno prodotto a frotte – quelli, ad esempio, di André Gide, di Marcel
Jouhandeau, di Julien Green. Lì la suprema raffinatezza rispecchia l’impero
dell’egotismo, l’energia di una schifiltosa interiorità; qui, invece, è
l’audacia dell’individuo che dilania se stesso, sono le dighe disintegrate, i
tombini bombardati, il dio del caos in casa. Gombrowicz disprezzava la
letteratura dello show, la letteratura “sfrattata dallo spirito individuale”,
che
> “diventa preda di fattori extra-spirituali e puramente sociali. Premi,
> concorsi. Celebrazioni. Associazioni professionali. Editori. Stampa. Politica.
> Cultura. Ambasciate. Convegni”.
Il Diario è un antidoto a quest’epoca esangue, retta dall’autocensura e dal
perbenismo della correttezza. In spiaggia, per dire, a Piriápolis, Uruguay, è il
1962, Gombrowicz inveisce contro le grasse, contro lo “svaccato stravaccamento
di quello schifo sfacciatamente sfrontato”, quel “donnesco baobab di donna dal
debordante didietro… e chi lo trova un macellaio capace di venirne a capo?”.
Terrorizzato dai grandi numeri – che annientano l’io allo sbadiglio, a uno
sbaglio, allo zero – Gombrowicz disorienta il mito della fedeltà coniugale: come
faccio ad amare un’unica donna se “non so chi sono io” e lei è
> “una delle tante femmine che abitano il globo terrestre, una delle tante
> vacche… un miliardo di vacche, un miliardo di femmine?”.
Ha scritto che “l’arte è aristocratica fino al midollo, come un principe di
sangue reale. È negazione dell’uguaglianza e culto della superiorità”. Resta il
fondatore di un’eresia letteraria senza seguaci – per chiunque scriva, Witold
Gombrowicz è un San Paolo: ci ha messo la croce addosso, aprendoci la via del
tormento e della gloria.
L'articolo “L’arte è aristocratica fino al midollo”. Witold Gombrowicz contro
tutti proviene da Pangea.
Gli editori hanno avuto un’indubbia influenza sulla mia vita, in un modo o
nell’altro. A Milano, molti anni fa – e sono davvero molti – mi ritrovai a cena
con due amici e un alto funzionario della narrativa Mondadori. Questi amici che
intendo ricordare erano lo storico del cristianesimo Remo Cacitti e l’editore
Mario Guaraldi. L’uso dell’imperfetto è d’obbligo, poiché Remo è passato dal
tempo all’eterno il 3 marzo 2023, Mario ha intrapreso lo stesso viaggio lo
scorso 2 febbraio.
A quella sorta di convivio pensavo lo scorso 2 febbraio viaggiando verso Rimini,
dove il più lungimirante editore che io abbia conosciuto, Mario Guaraldi, stava
morendo. Di lui scrisse allora Davide Brullo qui su Pangea. Non mi soffermerò
quindi su ciò che è già stato scritto, e “con miglior plettro”. Ricorderò solo
qualcosa di quell’episodio dove Remo e Mario si incontrarono per la prima ed
ultima volta, poiché in seguito non ci sarebbe stata un’altra occasione.
Quella sera io avevo letteralmente le ore contate, nel senso che dovevo fare
rientro da una certa licenza (niente affatto poetica!) entro la mezzanotte, come
Cenerentolo, poiché a quell’ora finiva l’incantesimo della libertà. Si parlò di
molte cose, ed io, come al solito, più che alto rimasi ad ascoltare. Ma ad un
certo punto si fece il nome di Tolstoj, e qui trovai la forza di vincere la
timidezza. Parlai di Guerra e Pace, che avevo letto e riletto, in vari momenti
della mia vita, persino in francese e in inglese (conservo le edizioni Gallimard
e Collins), non avendo potuto leggerlo in originale. E, in particolare, mi venne
in mente e parlai di quelle che stimo alcune tra le più ispirate pagine della
letteratura universale: quelle della morte del principe Andrej. Pagine che –
chiunque le abbia lette – difficilmente può dimenticare. Ricordate, lettori?
Ferito nella battaglia di Borodino, il principe Andrej Bolkonskij viene
trasportato via da Mosca e una notte, in una isba, mentre la sua amata e
ritrovata Natascia lo veglia al lume di candela, in apparenza concentrata a far
la calza, egli si assopisce e sogna. Sogna una “cosa” che vuole entrare nella
stanza, e lui che la teme, però si sente impotente di fronte ad essa. Scende
giù dal letto e striscia sino alla porta e cerca di impedirglielo. Ma “quella
cosa” sembra onnipotente mentre l’energia vitale del principe Andrej è al
lumicino. Così la porta cede alla forza e “quella cosa” entra nella stanza e si
disvela: è la morte. Ma in quello stesso istante, il principe Andrej apre gli
occhi e intuisce che la morte è un risveglio.
Voglia Dio che lo stesso sia accaduto alle anime generose di Remo e Mario.
Ricordo che quella sera milanese l’editore Guaraldi sfogliava un post-libro che
aveva pubblicato col titolo Due viaggi di Ulisse. Conteneva un mio breve
racconto seguito dalle due versioni del viaggio: Pound che omaggia Dante col
XXVI canto dell’Inferno, dopodiché questi gli recita la versione contenuta
nei Cantos. Mario aveva voluto dedicare questo reciproco riconoscimento poetico,
non solo immaginario, alla figlia di Pound:
> “Si ringrazia Mary de Rachewiltz per essere stata al gioco di questo ideale
> dialogo fra Dante e Pound”.
L’alto funzionario intanto sembrava sorpreso (glielo leggevo nello sguardo) che
uno con la mia storia, un “ex combattente e reduce” della sinistra più
guerrigliera e sinistrata, potesse provare empatia per uno scrittore che – di
certo a sua insaputa (!) – era diventato l’icona dei buzzurri di Casa Pound.
Mario mi liberò dall’imbarazzo dicendo che io i Cantos li avevo letti e
apprezzati per davvero e che Mary de Rachewiltz non vedeva l’ora di liberare il
nome del padre incatenato in quella casa di tortura. (A tal fine, anni dopo Mary
de Rachewiltz avrebbe intentato persino una causa legale.) Remo Cacitti
intervenne ricordando un memorabile incontro che Pier Paolo Pasolini aveva avuto
nel 1968 a Venezia col grande vecchio e poeta maledetto.
Qui concludo il mio breve ricordo di quel convivio con i miei amici con poche
righe tratte dai Due viaggi di Ulisse.
> “Quando lo spirito di Ezra Pound dalla bella Venezia giunse al Limbo, qualcuno
> in cielo sentì una fitta all’anima. Era il suo pupillo T. S. Eliot, che in
> vita mortale gli aveva dedicato il poema La Terra Desolata: ‘Al miglior
> fabbro!’ Allora costui si alzò dal suo posto nella Rosa paradisiaca e si mise
> a girare tra gli altri beati con una petizione il favore dell’antico maestro.
>
> Anche Dante era pronto a firmare. Ma quando T. S. Eliot gli fu davanti rimase
> con la penna d’angelo sospesa in un dubbio, o forse era soltanto il desiderio
> di conoscere l’autore dei Cantos di Babele, prima di firmare per la salvezza
> della sua anima. Così decise e così si accinse a fare, dopo aver pregato
> l’Autore della vita affinché gli permettesse di lasciare il suo scranno per
> ritornare un poco nel Limbo dei sospiri. Poi che gli fu concesso, già esperto
> della strada in breve si ritrovò fra le tenebre dell’Inferno, nel primo
> cerchio: vide subito la ‘ghianda di luce’ dov’erano gli spiriti magni. Pound
> si aggirava nel settore orientale come Alice nel Paese delle meraviglie, a
> fare la conoscenza dei ricchi di scienza e arte…”
Enzo Fontana
L'articolo In memoria di due amici (e dell’incontro mistico tra Dante e Ezra
Pound) proviene da Pangea.