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Tommaso, uomo
Dal Vangelo secondo Giovanni La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome. (Gv 20,19-31) Tommaso fissato a simbolo eterno dell’incredulità. Tommaso patrono di coloro che non credono fino a quando non toccano. Tommaso il discepolo mancante (perché non era con i Dodici quando il Risorto decise di farsi presente la prima volta?) Tommaso è il discepolo che Gesù non ha aspettato. Tommaso il discepolo che sfida gli amici con una frase perentoria “se non vedo non credo”. Tommaso dietro cui ci facciamo scudo quando facciamo fatica a credere, quando ci sembra poco credibile la resurrezione. Tommaso e la sua pretesa di sprofondare nel segno dei chiodi. Tommaso che la mano, alla fine, non la affonda nel costato di Cristo. Tommaso che crolla ai piedi del Maestro. Tommaso e la sua fede.  Avvicinarsi alla figura evangelica di Tommaso è sempre una sfida, ognuno legge un frammento diverso, qualcuno proietta una propria debolezza, altri ne traggono provocazioni o rassicurazioni ma Tommaso sfugge sempre. È vero, è la grammatica del Vangelo, colui che non si lascia addomesticare dall’uomo è innanzitutto Gesù di Nazareth, eppure Tommaso stupisce sempre, ci mettiamo al suo fianco, spesso ci mettiamo al suo posto e sempre le interpretazioni divergono molto. L’impressione è che confrontarsi con il discepolo che per tanto tempo è stato paladino dell’incredulità, una sorta di antesignano del positivismo, non sia altro che un gioco di specchi, un labirinto. Si cammina sospesi tra la simpatia provata per l’uomo che grida la sua fatica di credere nelle apparizione del Risorto e l’ammirazione per quello stesso uomo che, dopo poco, frana ai piedi del Risorto. Approcciare Tommaso è accettare che il suo volto si moltiplichi, è non fermare le innumerevoli interpretazioni, è sovrapporre il suo volto al nostro, è perdersi, ritrovarsi, tornare a perdersi. È cercare le ferite, ritirare la mano, tornare a elemosinare di poter affondare il nostro dito nel Suo costato. La fede di Tommaso è la nostra fede, è il tentativo di liberarci dal nostro io incredulo per naufragare finalmente nella sicurezza del credente. Tommaso lo sentiamo comunque vicino. Sempre. Tommaso parla, e la sua storia si moltiplica, all’infinito.  * TOMMASO, TUTTO DOVREBBE ESSERE DIVERSO. > “Non solo dunque incredulità, ma anche ostinazione a non credere. Dov’era > Tommaso in quei giorni? per dove ha girato in quel tempo di passione, > l’incredulo, il più smarrito forse, colui che più di tutti potrebbe > rassomigliarci. Perché questo è il problema: se noi davvero crediamo che > Cristo sia risuscitato da morte. Pur andando in chiesa, chissà se tu ed io ci > crediamo davvero che Cristo è risorto. Perché se si crede a questo, tutto > dovrebbe essere diverso, il modo di pensare, di agire, soprattutto il modo di > morire”. > > (David Maria Turoldo, Tempo dello Spirito, Gribaudi, 1966) Il Tommaso di Turoldo assomiglia a Turoldo. È ostinato, friulano e concreto. Si può essere ostinati a non credere ma anche a credere, è un modo come un altro, molto contadino, di affrontare la vita. Il Tommaso di Turoldo non c’era quel giorno, l’assenza però non denota una mancanza ma una scelta. Era l’incredulo, nobile postura, che ha fatto suo il tempo di una personalissima Passione.  Turoldo non ha mai manifestato troppa tenerezza verso una fede borghese da cristiano della domenica, il suo Tommaso infatti è l’emblema di un altro modo di credere. Perso per scelta, non si rinchiude per paura dietro alle porte chiuse di una sacrestia, la sua assenza è denuncia, il suo smarrimento un merito. Turoldo, si capisce, spera di somigliargli. Poi il poeta sembra prendere il discepolo per il bavero, sembra portarlo a forza tra i suoi, in chiesa, e solo lì lo interroga: ma se crediamo alla resurrezione non deve essere tutto diverso? Non deve essere diverso il pensare, l’agire, il credere? Non dovrebbe essere tutto diverso? Anche il morire. E allora perché non lo è? Turoldo sembra interrogare Tommaso, il Tommaso che si porta dentro. Il Tommaso orgoglioso e ostinato, il poeta figlio di contadini, il discepolo con le mani enormi, possenti. Il poeta dalla voce profonda chiede a Tommaso perché lui non vede ancora i segni della fede con chiarezza. Perché è così difficile vivere e morire da cristiani? Perché sembra tutto ancora uguale a prima della Sua resurrezione? Nel Tommaso di Turoldo ci specchiamo fino a quando il discepolo non decide di pronunciare quelle parole di sangue e di miele: “mio Signore e mio Dio”. Quel “mio” è una cesura, in quel momento il discepolo non è più nostro, è solo Suo, ed è un mistero insondabile quel legame di vitale appartenenza. Turoldo uomo di fede e di poesia lo sa, lo sa bene. Forse solo il drago che ne minerà la salute lo porterà a pronunciare la definitiva professione di fede. Ma non lo sappiamo, il Tommaso di Turoldo resta solo suo. Anche Turoldo ora, resta solo Suo. A noi di contemplare l’ostinazione che, nel frate, diventa un valore. Una caratteristica divina. Dio, l’ostinato. Sperando di diventare anche noi solo suoi. San Tommaso secondo Simone Martini * TOMMASO, CEDILO QUESTO TUO IO! > “Ti devo sopraffare. Non ti posso risparmiare di pretendere da te la cosa più > cara che hai, la tua malinconia. Dàlla via, anche se ti costa l’anima e il tuo > io crede di morire. Butta via questi idoli, il freddo grumo di pietra nel tuo > petto, e io ti darò al suo posto un cuore nuovo di carne, che batterà secondo > il polso del mio. Cedilo questo tuo io, che vive del fatto di non potere > vivere, che è malato perché non può morire: lascialo perdere, così comincerai > finalmente a vivere”.   > > (H.U. Von Balthasar, Il cuore del mondo, 1994; da Lectio Divina per la vita > quotidiana vol 14, Queriniana, 2009) Il Tommaso di Von Balthasar è travolto da Dio, si lascia sopraffare dal Risorto. Immagine potente, da mistico. Il Tommaso di Von Balthasar è un pensatore che non può più pensare, un teologo che non può più teorizzare, un filosofo che non può più dedurre, è un uomo che si lascia travolgere, che si abbandona. Per qualcuno è davvero difficile lasciarsi andare, abbandonarsi, consegnarsi. È l’approdo di una vita di fede, di una lotta: la resa. Il Tommaso di Von Balthasar è vittima consegnata al predatore, il Dio avvoltoio si scaglia sul tesoro conservato nel romantico cuore del teologo: ne preda la malinconia, la parte più preziosa. Un buon allenamento avrebbe permesso di cibarsi di nobile tristezza fino al giorno della morte, su quel sentimento si sarebbe potuto costruire una buona e nobile antropologia. La malinconia è probabilmente moneta più facile da scambiare al banco degli intellettuali, sicuramente molto più accettata della speranza, così infantile e ingenua.  Il Tommaso di Von Balthasar è affezionato al suo cuore di pietra, in esso trova scolpite le regole da seguire, e poi è resistente, impermeabile all’amore. Il cuore di carne invece è troppo vivo, è animale, non si può addomesticare, per questo fa paura. Il cuore di carne è pericoloso, batterà secondo il polso dell’Eterno, sarà per Tommaso come vivere con un cuore straniero. Il Tommaso di Von Balthasar è spietato, perfetta la diagnosi della tentazione, il tuo cuore di pietra “vive del fatto di non poter vivere”, è il Tommaso che spera che tutto rimanga sotto l’ombra della morte, che la pietra rimanga a sigillare il sepolcro, è l’uomo che ha paura di vivere perché vivere è perdersi, innamorarsi, soffrire, sbagliare. Vivere è volgare. Morire è perfetto. Il Tommaso di Von Balthasar non è semplicemente un incredulo convertito, è malato, “malato perché non può morire”. E forse non lo vuole. Comprende che togliere la pietra dal sepolcro è condannare il mondo intero ad essere un cimitero. È obbligare ogni uomo a morire. Senza morte non si dà esperienza di Dio. Il Tommaso di Von Balthasar ha paura della morte, ma sa bene che è l’unico pertugio per accedere alla consapevolezza dell’Eterno.       * TOMMASO, RESITENZE RAGIONEVOLI  > “Il Signore mostra di non offendersi dell’incredulità di Tommaso, ma ne fa > anzi un argomento per la nostra fede. Non è vero che al Signore dispiacciono > certe nostre resistenze. Quando sono resistenze ragionevoli. (…) È vero che > egli si è mostrato contegnoso e renitente, e che prima di gridare: «Signore > mio e Dio mio», ha voluto essere sicuro della piccola garanzia che offrono i > sensi, ma, adesso, il Signore sa che può contare su di lui più che sugli > altri, che quel grido è un credo che verrà continuato anche davanti al > martirio. Tipi come Tommaso ci mettono un po’ ad inginocchiarsi, ma, quando si > inginocchiano, si inginocchiano veramente, quando amano, amano veramente. > Quando Tommaso si offre, è un uomo che si offre. E se offre a Cristo il > proprio cuore, è un cuore d’uomo che si offre. E se china la sua testa davanti > a lui, è una testa d’uomo che si china. Così comincia l’adorazione «in spirito > e verità»”.   > > (Primo Mazzolari, La parola che non passa, 1984; da Lectio Divina per la vita > quotidiana vol 4, Queriniana, 2000) Il Tommaso di don Primo Mazzolari ha fatto la resistenza. Una resistenza che, agli occhi del prete scrittore, non può che essere ragionevole. Il Tommaso di don Mazzolari si relaziona con un Dio che apprezza le persone di carattere. Il suo Signore ama i figli che non si abbandonano a facili sentimentalismi, che non credono perché devono credere, che si oppongono al potere, che mettono al primo posto la libertà. Il Dio del Tommaso di don Primo assomiglia molto a don Primo.  Il Tommaso di Mazzolari è un uomo che è cambiato radicalmente e, proprio in virtù di quella faticosa e cristallina conversione, è diventato il discepolo più affidabile. Il Tommaso Mazzolariano è l’alleato perfetto per tentare di convertire i rudi contadini della Bassa. È il modello che potrebbe tramutare la condizione di una prima chiusura al mistero in santità. Il suo Tommaso rassicura le mogli inginocchiate in Chiesa avvolte dai veli: i vostri figli e i vostri mariti, increduli, possono diventare addirittura tra i più affidabili discepoli del Cristo. Il Tommaso di Mazzolari è simbolo dell’uomo vero, onesto, coerente. In lui nessuna ombra di doppiezza, una volta che ha deciso di fidarsi non si tirerà indietro, mai. Il Tommaso di Mazzolari è un uomo compiuto. Il Tommaso di don Primo racconta il bisogno di partorire al mondo il profilo di un credente coerente e maturo. Nel Tommaso di Mazzolari si legge la speranza per un Chiesa diversa finalmente battezzata in spirito e verità.  Matthias Stom, Incredulità di Tommaso, tra il 1630 e il 1640 * TOMMASO SORPRESO E INQUIETO > “La qualità spirituale di quelle porte chiuse è illustrata con molta efficacia > dall’undicesimo discepolo, che la prima volta non c’era. Incontrando i > compagni, li trovò così aperti e loquaci da esserne sorpreso, e anche > inquietato”. > > (Giuseppe Angelini, “Se vuoi essere perfetto…”, Glossa, 2007) Nel Tommaso di Giuseppe Angelini ci sembra di ritrovare tutte le persone che rischiano di smarrirsi per eccesso di fede, altrui. Il suo Tommaso incontra i compagni ma trova in loro troppa apertura, troppe parole, troppa speranza, troppa facile felicità. Come quando siamo appesantiti da un lutto e ci sentiamo quasi in colpa perché chi va in chiesa, proprio perché Cristo è risorto, non dovrebbe più soffrire, dovrebbe credere. Ci sentiamo vicino a questo Tommaso, siamo con lui, con il suo essere fuori tempo e fuori posto, con il suo ritardo ma, soprattutto, siamo al suo fianco nella critica che rivolge a certe testimonianze cristiane che non hanno imparato la pedagogia paziente del Maestro, che non sanno rispettare i tempi della conversione, che non sanno tacere. Il Tommaso di Angelini è smarrito davanti all’apertura e alla loquacità di chi sembra aver dimenticato il dramma del Calvario. Sembra quasi che sia l’eccesso d’entusiasmo dei discepoli a spingere Tommaso a chiedere di ritornare alle ferite. Il Tommaso di Angelini è travolto da una testimonianza che non solo sorprende ma arriva ad inquietare. È una descrizione forte questa. La sento come una critica verso tutte quelle manifestazioni di fede che smarginano in sicurezze troppo esibite, in felicità che non prevedono ombra, in dogmi che annientano dubbi. Il Tommaso di Angelini sembra voler mettere in guardia i convertiti, le persone travolte da eccesso di fervore, una testimonianza che brucia i tempi, che non si mette in umile ascolto dei tempi dei fratelli rischia di diventare dannosa. Più ancora, una testimonianza anche sincera non può convincere, può solo accompagnare fino alla soglia. E sulla soglia ritirarsi, e immergersi nel silenzio, e lasciare al fratello di poter fare esperienza personale del Vivente.   *   TOMMASO VOLER NON VEDERE > “C’è un’espressione Zen molto nota che dice: «Se incontri Budda, uccidilo» (…) > Dobbiamo essere infintamente grati a Tommaso, cui Gesù non ha fatto un favore. > Lo ha lasciato lì in mezzo al guado, e del resto non poteva far altro: > l’ultimo tratto Tommaso doveva farlo da solo, come ognuno di noi. Ma, grazie a > lui, Gesù ci trasmette a parole l’insegnamento che comunica direttamente con > l’insegnamento buddista. Leggiamolo come è scritto nel testo greco: «Beati > coloro che non (mi) vedono e sono credenti». La beatitudine consiste nel non > vedere Gesù e, proprio perché non è visto, credere. Proprio perché non vedo > Cristo, l’oggetto Cristo, Cristo è vivo in me; proprio perché Budda non lo > incontro, sono vivo in Budda. Eppure noi, stolti come Tommaso, vogliamo vedere > Cristo, vogliamo incontrate Budda, e pensiamo che allora e solo allora la > nostra fede sarà completa: rischiamo di fare della fede un giocattolo che > prima o poi, per forza, dovremo rompere”. > > (Jiso Forzani, Il Vangelo secondo Giovanni e lo zen, Edizioni Dehoniane, 2001) Il Tommaso di Jiso Forzani è Zen. Se incontri Budda uccidilo, anche di Cristo occorre privarsi, del “Cristo oggetto”, anche lui occorre uccidere. Nel Tommaso di Forzani non c’è spazio per il discepolo incredulo, per lui Tommaso è l’uomo di una nuova beatitudine, quella di non aver visto Gesù. Si può credere solo in ciò che non si può vedere, sembra questo il messaggio incarnato nell’esperienza di Tommaso. O comunque nell’esperienza di un cristianesimo che tenta un dialogo fecondo con dottrine orientali. Se non vedo Cristo, Cristo è vivo in me. Tommaso diventa così il difensore di una fede che non cerca di impossessarsi di un concetto, di una immagine, di una teoria, il Cristo di Forzani sembra non esistere se non nell’esperienza del discepolo, siamo noi Tommaso e Cristo non esiste se non nelle nostre carni, siamo ostensori, corpi che rendono visibile l’invisibile. Il Tommaso di Forzani chiama stolto il Tommaso che vuole vedere Cristo, che vuole toccare le sue ferite, e noi con lui, quando stoltamente facciamo di Cristo un giocattolo. Eppure le ferite rimangono, nel Risorto, sono lì, ben visibili, come a rimandarci ad un sepolcro oggettivamente vuoto, forse a ricordarci che Cristo non vive solo nell’illuminazione spirituale dei discepoli.  * TOMMASO, LE RAGIONI PER CREDERE > “Sì, beati noi, che possiamo dire con Tommaso, divenuto credente «Mio Signore > e mio Dio!». Infatti se crediamo che Cristo è vivo non è solo perché altri > testimoni veritieri hanno visto; qualunque sia la necessità della loro > testimonianza, essa è conseguenza di un riconoscimento personale del Signore > risorto; conseguenza di un atto che trascende ogni prova, ogni logica. Cessare > di essere increduli per diventare credenti? Un cammino difficile, certo, ma > non la conclusione necessaria di una «prova». Abbiamo ragioni per credere, > ognuno può elencare le sue. Ma alla fine dobbiamo riconoscere che nessuna di > queste è «la» ragione della nostra fede”. > > (Robert Gantoy e Romain Swaeles, Commento delle letture domenicali, Edizioni > Paoline, 1993) Il Tommaso di Robert Gantoy e Romain Swaeles è l’uomo che non si accontenta di credere perché altri hanno creduto, perché altri glielo hanno testimoniato. Per anni questo aiuta, si individuano testimoni credibili, maestri da emulare, ci si fida e affida al pensiero di saggi, santi, sapienti, testimoni. Poi, un giorno, non basta più. Neppure immergersi in libri, in spiegazioni, in trattati, perché credere non è “la conclusione necessaria di una prova”. Non ci sarà mai la prova definitiva, non per noi, non per i testimoni che avevamo incoronato a patroni della nostra tranquillità. Il Tommaso dei due monaci è l’uomo che è partorito da un incontro personale. A questo siamo chiamati. Doloroso e liberante parto. Il loro Tommaso è l’uomo maturo che davanti ai dubbi di fede non si accontenta di fidarsi di altri e allora ecco la sfida: elenca le tue ragioni per credere. Saranno tue e solo tue, non saranno mai definitive, saranno sempre fragili e indispensabili, saranno il tuo rosario, la tua preghiera, la litania della speranza quando tutto sembra crollare. Saranno inutili nel loro non arrivare mai a conclusione e saranno, insieme, essenziali, proprio se accettano di non arrivare mai a conclusione, non ora, non qui. Ma non saranno vane solo se fioriranno in una relazione. Elencare le ragioni per credere ma farlo dando del “tu” a Dio, cercando di scovarlo, implorando, parlando, interrogando, come Giobbe, in verità impaziente, ma salvo solo per il suo non sfilarsi mai dalla relazione con il Signore. Tommaso dice “mio” e quel legame vitale è l’unica sfida, l’unica “prova”. Siamo suoi. Ieri, oggi e sempre.  E lo dice perfettamente il Tommaso di un altro teologo, Severino Dianich: > “L’ultimo atto di coerenza dei discepoli, nel consegnare la loro speranza per > il destino del mondo a Gesù, è la estrema professione di fede, che troviamo in > una delle ultime pagine dell’ultimo dei vangeli, pronunciata da Tommaso > davanti al risorto: ‘Signore mio e Dio mio!’. Se la fede cristiana non > giungesse all’affermazione della divinità di Gesù, tutta la considerazione del > valore salvifico della sua morte e della sua resurrezione resterebbe priva > della sua condizione essenziale di plausibilità. Infatti quel rapporto > esistenziale, interiore e profondo, per il quale il credente si sente assunto > nel mistero della sua morte e della sua resurrezione e così rinato ad una > esistenza nuova e destinato alla vita eterna non sarebbe in alcun modo > pensabile. Solo con Dio infatti è possibile un rapporto di questo genere, in > forza della sua trascendenza onniavvolgente, nella quale, ben prima di > qualsiasi consapevolezza o qualsivoglia decisione di fede, noi tutto ‘viviamo, > ci muoviamo ed esistiamo’”. > > (Severino Dianich, Il messia sconfitto, Piemme, 1997) Alessandro Deho’ *Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata, forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo stare. In copertina: Caravaggio, Incredulità di San Tommaso, 1600-1601  L'articolo Tommaso, uomo proviene da Pangea.
April 12, 2026 / Pangea
Tra malinconia e inganno. Pensieri sul corpo, l’incarnazione e il costato. Ovvero: sulla disperata vitalità di Cristo
Questa mattina, uscendo di casa, ho notato che c’era un topo, fermo sotto la pioggia, in mezzo alla corte interna di casa mia. Credo fosse ferito, perché non è scappato al mio passargli di fianco, e il pelo, fradicio di pioggia, era sporco di sangue. Stava immobile in mezzo al cortile, solo inclinava la testa su e giù, davanti a una pozza d’acqua e di sangue; ed era come se con quel movimento esprimesse un lamento, o una richiesta di aiuto. Al vederlo gli sono passata di fianco quasi di corsa, inorridita ed impietosita allo stesso tempo. Ho pensato, come forse è probabile, che qualche gabbiano avesse tentato di prenderlo, e che lo avesse ferito. I gabbiani, qui a Venezia sono una sorta di piaga. Sono molto grandi, sempre in cerca di cibo. Più volte mi è capitato vederli nutrirsi di topi, di pesci presi dalla laguna, o addirittura di contendersi il corpo senza vita di qualche piccione. In Campo Santa Margherita, a Venezia, dove abito, ce ne sono sempre moltissimi, soprattutto la mattina, quando i pescatori allestiscono il banco del pesce. Spessissimo li vedo planare dall’alto in direzione di qualche malcapitato turista – ignaro di questa assurda problematica veneziana   e strappargli dalle mani una fetta di pizza, o un panino, o un gelato.  Superato il corpo del topo, uscita dalla corte interna sono sbucata nel campo, e l’ho attraversato, per dirigermi verso la biblioteca. I gabbiani stavano sempre lì appostati attorno al banco del pesce. Ce n’erano tre o quattro radunati in un cerchio, tenevano le ali aperte come in posizione di sfida, e emettevano quell’orribile e raggelante garrito che in continuazione si sente nel cielo sopra Venezia. La loro vista e quel suono mi hanno gelata nel sangue, e sono passata per il campo a testa china, camminando velocemente sotto la pioggia. In quel momento il mondo mi è sembrato essere di un’ostilità fredda e inquietante, ed era come se tutto mi fosse nemico, pronto a rapirmi. Ieri sera invece, durante una delle mie solite camminate serali, avevo provato tutto l’opposto. A un certo punto mi ero fermata, come spesso faccio, a bere a una fontanella che si trova a un crocicchio di calli, subito dopo la basilica della Madonna della Salute, la cui cupola troneggia sopra le case. Una di queste calli è, piuttosto, un lungo viale che conduce verso la fondamenta, il cui centro è occupato da un filare di alberi. Per tutto l’inverno, al passarci davanti durante le mie passeggiate, li avevo osservati, tanto più perché a Venezia la natura non si impone con forza, e si deve, mi pare, prestare una certa attenzione per poterla notare. I rami di quegli alberi erano stati, per tutto l’inverno, spogli, secchissimi e scuri. Ieri sera invece, dopo aver bevuto alla fontanella, qualcosa mi ha spinta, chissà perché, ad alzare lo sguardo, e ho notato che i rami avevano preso colore: erano di un marrone più chiaro, e come più gonfi. Tutta la loro lunghezza era intessuta di piccoli germogli, di un verde vivo ed acceso. Ho spostato lo sguardo dall’albero che avevo sopra la testa, e ho osservato, in un solo colpo, tutti quelli che stavano in fila lungo viale. Erano tutti così: vivi ed accesi allo stesso modo. Io, immobile e in piedi di fronte a loro, mi sono immaginata la linfa che vi stava scorrendo all’interno, la terra umida che li nutriva da sotto, e tutto un processo vitale, invisibile e sconosciuto ai miei occhi, ma che segretamente si stava svolgendo in quello stesso momento; e mi è sembrato che tutto l’universo, in quel momento, lodasse e celebrasse la vita. Un profondo e solenne silenzio si è fatto strada nell’aria, si sentiva solo lo scroscio lieve dell’acqua che dalla bocca della fontanella cadeva di sotto. Poi, dalla basilica della Salute, un solo rintocco di campana è suonato. Erano le otto.  A quel rintocco il mio animo si è ridestato dall’incantesimo in cui era caduto. Sono tornata in me e ho ripreso la mia camminata. Camminando ripensavo a quel passaggio di Guerra e pace che avevo letto la sera prima, in cui il principe Andrèj attraversa in carrozza il bosco di betulle che fioriscono in primavera, e si riscopre incapace di apprezzare la sua armoniosa e celebrativa bellezza. Nota, piuttosto, una vecchia ed enorme quercia, la cui oscurità si impone in modo sgraziato nel mezzo del bosco, e pensa che solo lei, solo quella quercia, ha capito cosa davvero è reale, e che con la sua bruttezza sembra schernire l’ingenua gioia celebrativa delle betulle. Scrive Tolstoj:  > Sul ciglio della strada si ergeva la quercia. Era probabilmente dieci volte > più vecchia delle betulle che costituivano il bosco, dieci volte più grossa e > due più alta di ogni betulla. Era una quercia gigantesca, ci volevano due > uomini per abbracciarne il tronco, con dei rami già da tempo spezzati, la > corteccia strappata in più punti, segnata da antiche ferite. Con le sue rozze, > enormi braccia e dita che si divaricavano sgraziatamente, asimmetricamente, > essa si ergeva come un mostro vecchio, sdegnato e sprezzante tra le sorridenti > betulle. Soltanto lei non voleva cedere alla seduzione della primavera, non > voleva vedere la primavera, né il sole. > > “La primavera, l’amore, la felicità!”, sembrava dire la quercia. “Com’è > possibile che non vi sia ancora venuto a noia questo sciocco, insensato > inganno! È sempre la stessa cosa, ed è tutto un inganno! Non esiste la > primavera, né il sole, né la felicità. Guardate questi morti alberi > schiacciati, sempre solitari, guardate come anch’io ho disteso queste mie dita > spezzate, scortecciate, dovunque siano cresciute, sul dorso o sui fianchi. Io > sto sempre così come mi sono cresciute, e non credo alle vostre speranze ai > vostri inganni.”  Ora, a scriver di questo, mi vengono in mente quelle parole di Pascal, che nei suoi Pensieri scrive che nulla, nell’ordine dell’universo, permette di dedurre l’esistenza o l’inesistenza di Dio. Tutto nella natura, sia umana che non, è intriso di una rete inestricabile di contraddizioni, di miseria e grandezza. Una mia professoressa, per spiegarci questo a lezione, ci riportava l’esempio di Leopardi, il quale diceva che al guardare un bellissimo albero in fiore, nel mezzo di un bosco, non ci accorgiamo che sul suo tronco magari si muovono e proliferano migliaia di tarme, che divorano la sua corteccia e lo conducono verso la morte. Niente del mondo o dell’animo umano garantisce per la convenienza o meno di aver fede in Dio. Forse, semplicemente, non si deve aver fede per convenienza, ma per speranza, per passione, e per amore.  Ieri sera però, nel dirmi così, mi sono anche detta che stavo facendo, di nuovo, il medesimo errore di sempre, e che di nuovo pretendevo che quel sentimento d’amore potesse bastare a se stesso, e darmi lui solo tutta la linfa vitale di cui avevo bisogno. La verità però è che la vita costringe sempre alla verità di una mancanza incolmabile, una malinconia, che si traduce in un nobile anelito di ricerca, uno slancio verso qualcosa. Quel qualcosa credo sia il corpo. Di questo credo d’essermene resa conto poco tempo fa, quando ho letto un passaggio de I fratelli Karamazov in cui “I due fratelli fanno conoscenza”, e Ivan e Aleša hanno quella lunga e bellissima conversazione, che avevo atteso fin dall’inizio del libro. Al di là di ciò che vien detto in essa, una frase in particolare, al termine della conversazione, mi aveva colpita. Sono le parole che Ivan rivolge ad Aleša, quasi come una provocazione, dicendogli:  > “Ti ho portato alla mia confessione, perché essa serve soltanto a te. Non hai > bisogno di Dio, hai bisogno soltanto di sapere come vive il fratello al quale > vuoi tanto bene. E io te l’ho detto.” Ed erano state queste parole, queste parole che ho segnato in corsivo, a colpirmi violentemente, come una folgorazione. In quel momento ho avuto la sensazione di capire ciò di cui forse, più di tutto, avevo sofferto per tutta la vita. E quel qualcosa era la mancanza, nello sguardo degli altri, di Dio, e dell’amore. È stato nel dirmi questo che ho capito, allora, l’importanza del corpo, che non è altro che l’importanza degli altri, del loro amore, e della storia; non è altro che la speranza che i propri desideri e speranze possano prendere corpo all’esterno, e che non siano invece destinati a rimaner chiusi nel proprio cuore. Forse, più semplicemente (ma non banalmente), è la speranza d’essere amati, e non solo d’amare.  Cima da Conegliano, Incredulità di san Tommaso col vescovo Magno, 1505 ca. Dicendomi questo, a quel punto, ero anche riuscita a spiegarmi un fatto che nei mesi precedenti avevo notato, che mi aveva molto stupita, e che tuttavia non riuscivo a comprendere. Notavo infatti che nell’approfondire lo studio del quarto Vangelo (il Vangelo di Giovanni), come stavo facendo, la mia attenzione si soffermava su certi passaggi, o su certi episodi, che avevano tutti in comune una stessa caratteristica, ossia il fatto di essere potenziali indizi circa la veridicità storica dei fatti narrati. Mi ero stupita, ai tempi, di notare in me questa cosa, e mi dicevo: perché insistere sulla questione storica? Se venisse fuori che Cristo non è mai nemmeno esistito, che il Vangelo di Giovanni è il vangelo di un ciarlatano, continuerei ad avere fede? Continuerei ad amare Cristo pur sapendo che si tratta in realtà di una figura inventata? Di un personaggio di finzione? Leggendo Il signore degli anelli, L’idiota, o I fratelli Karamazov, mi sono innamorata profondamente delle figure di Gandalf, di Frodo, del Principe Myskin, di Alëša. Queste figure hanno edificato in me l’amore e la fede, con estrema efficacia (anche pratica), e non ha avuto per me alcuna importanza che queste siano state il prodotto della mente del loro autore. Ma perché allora con Cristo io sento che qualcosa è diverso, che a questo dettaglio il mio animo non è in grado di rinunciare; che se venisse fuori che egli non è mai esistito il mio cuore e tutte le sue speranze sarebbero ridotte in frantumi? Solo successivamente, leggendo quel passo de I fratelli Karamazov, ho capito che il punto di Cristo era proprio questo: che il Verbo si facesse carne.  Quando ho riportato tutti questi pensieri a un mio professore lui mi ha fatto notare che, al centro di tutto questo, c’era l’evento della resurrezione; che è forse l’unico e reale aspetto irrinunciabile del cristianesimo. E, nel dirmi questo, mi ha riportato le parole del suo maestro, che mi sono così tanto rimaste in mente, secondo il quale, se si venisse a sapere, con assoluta certezza, che in realtà la tomba non era vuota, e che per davvero al suo interno giaceva il corpo di Cristo morto, allora certamente il cristianesimo avrebbe fine.  Per settimane, dopo quella nostra conversazione, mi sono tormentata all’inverosimile. Leggevo con avidità il libro che mi era stato dato, La tradizione storica nel quarto Vangelo, di Harold Dodd, e mi pareva d’esser caduta dentro una rete infinita di indizi e dettagli, al cui centro stava un mistero impossibile da districare, e che io mai, mai assolutamente sarei giunta a toccarne e comprenderne la natura. Mi pareva di star precipitando in un vicolo cieco, ed era come se tutta la terra mi venisse sottratta da sotto i piedi. In continuazione, in quei giorni, ho pensato a Tommaso, e alla scena descritta nel Vangelo di Giovanni, in cui il discepolo è invitato a metter la mano nel costato ferito di Gesù risorto. Nel leggere per l’ennesima volta quel passaggio del testo avevo pensato, con sconforto, che io non ero affatto Giovanni, bensì ero Tommaso, e che, senza la prova del corpo, non avrei mai ceduto.  Poi, nei giorni seguenti, è accaduto qualcosa. Mi è capitato infatti, di avere una lunga conversazione con un altro dei miei professori, e di parlargli di questi miei ragionamenti. Parlando stavamo seduti su una panchina del cortile interno della biblioteca di Padova, subito fuori dal roseto che gli è stato posto nel mezzo. Sopra di noi il cielo di marzo, dal terso azzurro di quella mattina, iniziava a diventar grigio, e una brezza profumata e frizzante iniziava a farsi strada nell’aria. Gli uccelli, in sottofondo, continuavano il loro docile ed ipnotico cinguettio. Il mio professore parlava, e già in quel momento, ascoltandolo, mi rendevo conto che nulla di quelle sue parole sarei riuscita in alcun modo a ripetere successivamente, e che avrei dovuto solo lasciarmi trasportare dalla loro forza gentile e segreta, e dalla loro limpidezza. Nell’ascoltarlo infatti, per quanto intendessi ogni cosa, avevo allo stesso tempo la sensazione che dietro le sue parole vi fosse una chiarezza ben più profonda, e una verità indicibile che in quel momento l’attraversava, e attraverso di lui si faceva strada verso di me, come alitandomi addosso. D’un tratto, mentre lui continuava a parlare, sono stata invasa dalla fortissima sensazione di trovarmi dentro alla verità, e che per quanto io non fossi davvero capace d’afferrarla completamente lei comunque stava avvolgendo, e abbracciando, la mia intera persona. È stato in quel momento che mi sono tornate in mente le parole che il principe Andrèj sente sorgere nel suo animo, all’udire le convinzioni dell’amico Pierre riguardo a Dio, all’amore, e alla verità della vita. Tolstoj scrive in quel passo:  > Il principe Andrèj stava in piedi appoggiato al parapetto della chiatta e, > ascoltando Pierre, guardava, senza staccarne gli occhi, i rossi riflessi del > sole sull’acqua azzurrastra. Pierre tacque. Regnava un completo silenzio. La > chiatta era stata attraccata da un pezzo e si udiva soltanto il fievole > sciabordio della risacca che batteva contro il fondo del battello. Al principe > Andrèj parve che lo sciabordio della risacca si unisse alle parole di Pierre > nel dirgli: ‘è la verità, prestagli fede’.  È stato a quel punto che il mio professore ha concluso il suo ragionamento dicendo, d’un tratto, che se io mi ero innamorata, e sentivo che quella era la verità, allora quella era l’unica strada che avrei dovuto seguire, perché a Dio in nessun altro modo sarei arrivata, se non per quella via che è l’amore. Dopo tutto questo, ieri, sono tornata a casa con un profondo senso di gratitudine addosso, e con la profonda sensazione che di nuovo qualcosa fosse irreversibilmente cambiato dentro al mio animo, che un altro strato della corazza fosse andato in frantumi, e che io fossi ancor più vicina a qualcosa di enorme, infinito, che sta nascosto dentro al mio cuore.  Matthias Stomer, Incredulità di San Tommaso, 1645 ca. Appunto, però, quest’amore non può bastare a se stesso: ha bisogno di un corpo, ha bisogno dell’altro, ed è, in quanto tale, strutturalmente segnato da una mancanza. Questa mancanza può essere, tuttavia, ciò che attiva il desiderio e l’amore o ciò che ne segna la condanna e l’impedimento. Questo vale con Dio, così come nelle relazioni tra le persone. Questa mattina presto pensavo a tutto questo. Mi trovavo ancora nel letto, la sveglia non era ancora suonata ma io avevo già perso sonno. Fuori il sole sorgeva alle spalle di un muro di nuvole grigie, dalle quali cadeva una sottile pioggia di marzo. Ancora avvolta dal torpore del sonno mi lasciavo trasportare, per l’ennesima volta, da questi pensieri; e avevo la sensazione che anche nel corso dell’intera nottata mi avessero occupato la mente: era come se li avessi sognati. In quel momento pensavo di nuovo a Tommaso, e mi sentivo sempre più in sovrapposizione con questa figura. Questa sovrapposizione però non mi pareva più, come mi era sembrato all’inizio, una tragica e disperata condanna, bensì era come se segretamente, come con gentilezza, cercasse di suggerirmi qualcosa.  Ho pensato, infatti, che, nonostante le numerose rappresentazioni pittoriche di questa scena (forse la più nota è quella di Caravaggio), Tommaso, stando all’andamento narrativo del passo, non mette il dito dentro al costato, è solo invitato a farlo, ed è come se, solo grazie a questo invito, egli cedesse, e credesse. Ed io, al risveglio di questa mattina, mi sono sentita esattamente così, e ho pensato che, per quanto fosse importante quel corpo risorto, toccarlo non sarebbe stato decisivo per la mia fede. Decisivo è solo l’invito, una chiamata, fatta immemorabile tempo fa, in un tempo antico e avvolto dentro al mistero; e con lei la risposata, che credo ciascuno, nell’intimità segreta di ogni mattina, è chiamato a dare.  Bianca Cesari *In copertina: Caravaggio, Incredulità di san Tommaso, 1600-1601 L'articolo Tra malinconia e inganno. Pensieri sul corpo, l’incarnazione e il costato. Ovvero: sulla disperata vitalità di Cristo proviene da Pangea.
April 8, 2025 / Pangea