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Cent’anni di luce verde. “Il Grande Gatsby” o il sogno di una vita impossibile
Rileggendo Il Grande Gatsby sveliamo ogni volta una frase indimenticabile: “Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato”. La conosciamo tutti, l’abbiamo riletta o citata in decine di occasioni, a volte senza nemmeno capire cosa significhi davvero: non si tratta di una chiusura. Anche a distanza di cent’anni, è l’incipit della nostra vita.  Perché nel mondo edificato da F. S. Fitzgerald nessuno si rivolge avanti, tutti guardano indietro – la direzione naturale dell’esistenza è il rimpianto. E Daisy Fay ne è il faro: la luce verde che brilla dall’altra parte della baia. Non soltanto per Gatsby. Ogni personaggio a suo modo suo insegue un tempo che non esiste più. Il Grande Gatsby revoca il sogno della promessa americana. * Si potrebbe cominciare da lei, Daisy, e da come non sia innocente – lo sappiamo –, ma nemmeno possa essere ridotta a mero simbolo dell’opportunismo. Daisy rappresenta l’attimo in cui si cessa di sperare, una linea di separazione tra la giovinezza dall’età adulta.  > “Spero che mia figlia sia una oca. Una piccola, splendida, stupida oca > giuliva”.  La consapevolezza di essersi costruiti un’identità e di non poter mai più diventare altro. Per questo, quando Gatsby le chiede di negare l’amore per Tom, lei esita. Ciò che le viene chiesto è impossibile: riscrivere la propria identità, negare il tempo, rientrare in un abito lontano dalle sue forme. L’amore di Gatsby è una fotografia: la convinzione che nulla sia cambiato. Eppure, Daisy vive. È cambiata. È stanca. E nel suo cinismo nasconde un dolore autentico, la lucidità di chi ha rinunciato a rincorrere ciò che non può più essere. Gatsby non accetta il tempo: edifica, scollegandosi dalla realtà, se stesso per diventare degno del sogno di Daisy. Un’immagine che per esistere necessita di restare irrealizzata. Nell’intreccio è il motivo per cui Daisy – nel momento in cui potrebbe amarlo di nuovo – termina con il rifiutarlo: tornare davvero insieme a Gatsby significherebbe uccidere l’idea di lui, tenuta fino a quel momento viva dentro di sé. Gatsby è l’unico a credere davvero nel sogno americano. E per questo è il solo che merita compassione. Ma anche il solo che non sopravvive. * Nick Carraway insegue il tempo. È lo scrittore che racconta quel momento della sua vita come se fosse l’unico in cui tutto ha avuto un senso. Il romanzo, allora, diviene un modo per abitare ancora una volta lo spazio liminale, il confine tra l’ingenuità e la delusione. Nick scrive perché non può restare. E non può restare perché ha capito. E se Gatsby crede nella luce verde, Nick crede nel ricordo di Gatsby: nel tentativo – vano, quanto umano – di fissare il senso in un mondo che sfugge. Di scrivere per salvarsi. * Tom Buchanan domanda indietro la sua giovinezza. La forza bruta che gli permetteva di dominare gli altri senza sforzo, quella virilità che il tempo e la cultura che cambia gli stanno sottraendo. Tom tradisce perché ha paura: ogni nuova amante è un gesto disperato di riaffermazione. È l’unico che si sente ancora in diritto di possedere il mondo – e il personaggio che più lo teme. Fuggire insieme a Daisy, ricominciare, rappresenta una mera strategia di sopravvivenza. Myrtle Wilson invece guarda indietro con gli occhi di chi non ha mai avuto nulla. Insegue la possibilità di un’altra vita: la scalata sociale, il rispetto, il glamour del sogno americano. Myrtle crede sia sufficiente vestirsi bene e sorridere a Tom per essere ammessa nel mondo che lui rappresenta. Eppure, quel mondo, quando si tratta di dover scegliere, non esita ad annientarla: Myrtle è la tragedia delle classi sociali in un romanzo che parla di sogni costruendo confini. E il suo corpo sull’asfalto concretizza la prova che non tutti possano permettersi un passato differente. * Il Grande Gatsby parla dell’impossibilità di abbandonare il passato e nella sua sospensione si compie un’estetica. Gatsby non sogna il futuro: lo reitera. E la luce verde è un’eco che precede, una prolessi emotiva. E se Nick Carraway scrive è per abitare quella terra interstiziale che Barthes chiamava l’intervallo della memoria, dove il tempo cessa di scorrere per addensarsi. Qui dove si cela l’illusione: mai la promessa di un’esistenza nuova, ma la bellezza, dolcissima e tragica, di una vita impossibile. Nicolò Locatelli *In copertina: Robert Redford come Jay Gatsby nel film di Jack Clayton del 1974 L'articolo Cent’anni di luce verde. “Il Grande Gatsby” o il sogno di una vita impossibile proviene da Pangea.
April 26, 2025 / Pangea