> Invece della patria
> stringo le metamorfosi del mondo
>
> (Nelly Sachs)
Stamani il cielo tenta una virata, un’imprevista rivolta metamorfica: per pochi
minuti, al diffondersi della prima luce, l’incarnato lattiginoso degli ultimi
mesi si arrende a qualche screzio di colore. Una macchia color mimosa – quel
giallo soffuso di certe albe marine estive – dilaga nella culla tracciata
dall’incrocio dei rami di due querce. Sopra la chiazza, l’opalescente neutralità
dello spazio si tinge di un fragile azzurro, sul cui sfondo spiccano le cortecce
brune degli alberi, ricoperte di licheni verdognoli. Un conversare di tinte,
delicate e discrete, ma capaci di una folata di meraviglia in un’aria che, da
tempo indefinibile, è smorta, ostile. Gli inverni, a Ginevra, possono essere
privi di qualsiasi identità, vocati all’anonimato di una parabola stagionale che
si ripete senza concessioni al fortuito. Inevitabile indagare similitudini con
l’impallidire della propria identità per certi casi della vita.
Un tema, quello dell’identità, che interpella chiunque, e interpella me da
quando ho lasciato l’Italia. L’arma impugnata per far fronte all’esilio – che,
seppur elettivo, ha caratteri di feroce durezza, poiché spariglia le coordinate,
segnando ritmi di (dis)appartenenza – è la pratica ossessiva della lingua
materna, nonostante i miei giorni e le mie notti abbiano sonorità francofone,
con incursioni anglosassoni di tanto in tanto.
Il 28 ottobre 1964, Hannah Arendt, nel corso di una conversazione
televisiva[1] con Günter Gaus (diplomatico tedesco, e giornalista noto, in
particolare, per le sue interviste politiche nella Germania del dopoguerra),
quando le viene chiesto cosa rimanga dopo la perdita della patria, indica, senza
esitazione, la lingua materna. Nonostante negli ultimi anni abbia scritto le sue
opere in inglese, Arendt afferma, più o meno testualmente, che in tedesco può
permettersi cose che in inglese non potrebbe mai permettersi. La frase mi pare
interessante: sprigiona ambiguità, sottende un ardire di cui ignoriamo
intenzioni e confini. Per quale ragione possiamo osare soltanto nella lingua
materna? La risposta, credo, è che tutto si gioca nella sfumatura, nella
minuzia, in quella vena del linguaggio che non sa di pulsare, eppure lo fa.
Perché per quanto si possa diventare pressoché bilingui, per quanto ci si possa
imbevere della cultura nel cui alveo una lingua a noi aliena nasce ed evolve,
per quanto si possa far proprio l’intero armamentario di espressioni
idiomatiche, il gergo giovanile e persino certi arcaismi utilizzati da
generazioni scomparse, per quanto si giunga addirittura a corrompere la fonetica
della propria lingua con un’inflessione straniera, tanto da stranire i propri
interlocutori al ritorno in patria, per osare occorre sempre far ritorno alla
lingua materna.
Osare, in ogni campo, è questione liminare, di soglia, di sfumatura, appunto. Si
osa quando si è predisposti allo sconfinamento, dunque al rischio e all’ardire
di sopportarne le conseguenze. Osare ha a che fare, molto banalmente, con una
libertà non concessa, ma conquistata. La sfumatura, nel linguaggio, permette il
disvelarsi di un’intimità altrimenti impossibile da condividere; e condividere
l’intimità, in qualunque modo lo si faccia, significa essere liberi di
possedersi e di lasciarsi possedere dall’altro.
Immaginiamo, ora, di essere privati, a un certo punto della vita, della
possibilità non dico di comunicare per contingenze di sopravvivenza, ma della
capacità di trascegliere le parole, di concepire fra esse alleanze inedite,
schermaglie audaci, oppure giochi ingenui, argentini, in ogni caso voluti, o
spontaneamente sgorgati dal nostro inconscio, allo scopo di schiuderci
all’altro, in una caleidoscopica pienezza di intenti e inconsce fioriture.
Immaginiamo cosa significhi perdere la libertà di esprimere la propria identità,
poiché in una lingua che non è nostra ci sfuggono le sfaccettature essenziali.
Sempre Hannah Arendt, in Noi rifugiati, scrive che il trauma dell’esilio
consiste nel fatto – tra gli altri – che “la nostra voce non è più ascoltata.”
E, quando la nostra voce non è più ascoltata, si spegne, disorientando, per
l’appunto, l’identità, relegandola in un interludio atemporale di offuscamento.
Eppure, l’agiografia letteraria annovera molti altri autori esuli, oltre alla
filosofa tedesca, che si sono appropriati con accanimento e genio della lingua
del paese di adozione, e, in quella lingua, ci hanno consegnato opere eccelse.
Forse perché, come afferma Sebald, “Per chi scrive la sventura dell’esilio può
essere superata solo attraverso il linguaggio”[2].
Sarà vero? Si può trovare in una lingua adottiva la propria patria e
sopravvivere così, in una terra che non ci appartiene per sigillo di nascita,
alla perdita di tutto, ma soprattutto di se stessi? Oppure siamo destinati a uno
smarrimento definitivo, al perpetuo pencolare fra silenzio, balbettii e maschere
– anche linguistiche – d’occasione, per sentirci, se non noi stessi, parte di
una comunità che ci ha accolti più o meno benevolmente?
Tento una riflessione, poiché una risposta, in via assoluta, ovviamente, non
esista, e lo faccio accostando tre scrittori che hanno vissuto l’esilio in
maniere e con esiti differenti, ma anche con qualche elemento in comune.
Nabokov & moglie (Vera Slonim) mentre giocano a scacchi, a Montreux
*
Comincio da Vladimir Nabokov, il quale, dopo aver lasciato la Russia e
peregrinato fra Londra e Berlino, approda, intorno al 1940, negli Stati
Uniti; prima di allora, pur dichiarandosi trilingue sin dall’infanzia[3], lascia
che sia lingua materna a primeggiare nel gesto della scrittura.
Prendiamo Mašen’ka, romanzo pubblicato in russo per la prima volta nel 1926;
Nabokov narra qui la storia dell’esule Ganin, dimidiato dalla perdita di una
patria amata ed empia – incarnata, appunto, dall’amata Mašen’ka – il quale è
convinto che un “Domani gli sarà restituita tutta la sua gioventù, la sua
Russia”. Anni dopo, nel 1970, lo scrittore deciderà di tradurre il romanzo in
inglese, intitolandolo Mary. Sì, perché dal momento in cui approda in America,
Nabokov comincia a licenziare le sue opere in lingua inglese, un inglese che gli
regalerà la gloria e che, come sappiamo, sfida un virtuosismo pressoché
irraggiungibile.
Ricordate Pale fire (Fuoco Pallido)? Se avete avuto la fortuna di leggerlo in
lingua originale, vi sarete accorti che questo libro di illusioni e inganni è un
affresco di minuziosi arabeschi, è ambrosia di verbi dall’allure seducente.
Provare per credere (in nota la traduzione in italiano):
> “My sublime neighbor’s face had something about it that might have appealed to
> the eye, had it been only leonine or only Iroquoian; but unfortunately, by
> combining the two it merely reminded one of a fleshy Hogarthian tippler of
> indeterminate sex. His misshapen body, that gray mop of abundant hair, the
> yellow nails of his pudgy fingers, the bags under his lusterless eyes, were
> only intelligible if regarded as the waste products eliminated from his
> intrinsic self by the same forces of perfection which purified and chiseled
> his verse. He was his own cancellation.”[4]
Insomma, la lingua adottiva è, per Nabokov, patrimonio acquisito sin
dall’infanzia, dunque agevolmente spendibile, e, in effetti, lo condurrà a
scrivere i suoi capolavori più celebri. L’America, inoltre, si rivela una
congeniale seconda patria per lo scrittore, il quale – in un’intervista
rilasciata nel 1962 alla BBC[5] – confessa che non intende più rientrare in
Russia, poiché incapace di cancellare dalla mente “l’ombra grottesca di uno
stato poliziesco”.
> “La Russia di cui ho bisogno – aggiunge – è sempre qui con me: la letteratura,
> la lingua, la mia infanzia […] In America sto meglio che in qualsiasi altro
> paese. È in America che ho trovato i miei lettori migliori, le menti più
> vicine alla mia. Dal punto di vista intellettuale, in America mi sento a casa
> mia. È una seconda patria nel vero senso della parola.”
Insomma, dopo quello londinese e quello berlinese, l’esilio americano assurge,
per Nabokov, a rifugio definitivo, che si tramuta senza troppi indugi in una
dimensione di vita appagante, di successo; ricordiamo che, proprio negli Stati
Uniti, lo scrittore ricopre ruoli di prestigio, come quello di professore di
letteratura russa alla Cornell University.
E la Russia? La Russia rimane la patria leggendaria del passato, un lucore
soffuso, remoto, uno spettro prostrato che sopravvive nella memoria, e, in
particolare, nelle reminiscenze dell’infanzia. È il paese della memoria, una
memoria che ha il volto bifronte della brama e del fiele, di un’esecrazione che
ha radici nel tradimento degli ideali prerivoluzionari.
Dai confini oltreoceano, Nabokov sembra non provare nostalgia verso la terra
natale, ma unicamente verso il suo passato. L’esilio, ancorché vissuto senza
afflizione – come invece fu per Arendt, ad esempio –, semina tracce di quella
nostalgia nelle opere, dove l’infanzia diventa memoria estetica e i personaggi
di certi romanzi appaiono sradicati, labili e malinconici, come le loro
identità.
Ricordate la storia di Pnin? Pnin è un professore di russo emigrato in America,
goffo e grottesco, che – contrariamente al suo inventore – soccombe alla
condizione di emarginazione linguistica e sociale, dopo aver tentato, in ogni
modo, l’adattamento a una nuova civiltà, in cui tutto pare ribellarglisi
contro. Nabokov tratteggia questo personaggio in maniera buffa, ironica, ma non
senza tradire un affetto che scaturisce, probabilmente, dalla condivisione di
certe esperienze e stati d’animo. Ma la vera nostalgia, per lo scrittore, quella
che, nonostante l’appagamento raggiunto in terra americana, fa di lui un esule
come qualsiasi altro, è quella verso la lingua materna; il che pare inverosimile
se consideriamo l’inglese trascendentale cui si è consacrato con deliziosa
acribia. Eppure, leggendo la citata intervista del 1962 alla BBC, scopriamo che
la perdita della lingua russa travolge e turba Vladimir più di quanto il suo
dichiarato trilinguismo riesca a dissimulare.
> “La mia tragedia privata, – afferma lo scrittore rispondendo a una domanda dei
> giornalisti britannici – che non può e non deve riguardare nessun altro, è che
> ho dovuto abbandonare la mia lingua naturale, il mio idioma naturale, la mia
> ricca, infinitamente ricca e docile lingua russa, per una marca di inglese di
> seconda qualità”.
Ecco, dunque, la confessione dell’inconfessabile, il dramma intimo e occulto di
uno scrittore ubiquitariamente venerato che è stato capace di appropriarsi di un
idioma adottivo nel più sofisticato dei modi, che ha affrontato l’esilio con la
mannaia dell’estetismo, ma che non è riuscito a evitare la lacerazione
conseguente alla perdita di una prerogativa essenziale della sua identità. Una
perdita che sanguina proprio nel perfezionismo parossistico, al di sotto del
quale brucia la percezione dell’irrecuperabile naturalezza consustanziale
soltanto alla lingua materna, un suggello ineliminabile, un patrimonio che
precede la nostra stessa nascita e non smette di perseguitarci oltre ogni
geografia immaginabile. Non è un caso che lo scrittore, dopo averli scritti in
inglese, traduca in russo certi suoi lavori (e viceversa), in un andirivieni
linguistico che sempre oscillerà fra caparbietà e smarrimento.
Nel 1961, Nabokov e la moglie Véra Slonim si trasferiscono a Montreux, cittadina
svizzera di lingua francese, pensando di trascorrervi alcuni mesi. Vi
resteranno, invece, sino alla morte dello scrittore, nel 1977, esiliati, questa
volta, fra il gioco degli scacchi e i lepidotteri, in una suite del Fairmont Le
Montreux Palace, da cui lo sguardo precipita in un lago che, fra sbocchi di luce
e increspature, invera la più gloriosa delle solitudini.
*
Parzialmente antitetico rispetto a quello di Nabokov è l’esilio
di Ágota Kristóf, emigrata nella Svizzera romanda per fuggire all’invasione
dell’Ungheria da parte dell’Armata Rossa, insieme al marito e alla figlioletta
di quattro mesi.
Al suo arrivo a Neuchâtel, cittadina abbarbicata attorno a un castello di
ascendenza medievale, da cui lo sguardo spicca, questa volta, verso un lago
turchese con ambizioni marine, Kristóf comincia a lavorare in una fabbrica di
orologi. I risvegli hanno il buio delle albe invernali, i turni sono estenuanti
e la scrittrice, che ancora scrittrice non è, ha una neonata da accudire ogni
sera. Ma, durante il lavoro, al ritmo cadenzato delle macchine – il solo stimolo
che mantiene desta la mente, altrimenti destinata al torpore della penuria di
pensieri – Ágota scandisce i suoi primi versi in ungherese. Riappropriarsi della
propria lingua, facendolo per giunta attraverso la poesia, è gesto di
sopravvivenza, significa rincasare dando vita a un immaginario che scaturisce
nelle retrovie dell’inconscio.
Ágota Kristóf (1935-2011)
L’appartamento dove Ágota vive con la famiglia è di certo più confortevole della
sua casa natale in Ungheria, nel fangoso paesino di Csikvand, un grumo di
abituri privi di acqua ed elettricità, attraversato da una sola strada e
attorniato da seminagioni di grano e mais. Eppure, l’acqua corrente, una stanza
in più, del carbone per scaldarsi e cibo a sufficienza non scagionano la cupezza
di giornate che, immediatamente, sentenziano la condanna dell’esule alla
solitudine, nella dilagante desolazione sociale e culturale della cittadina
svizzera. Ágota, peraltro, non può appagare il proprio ossessivo desiderio di
lettura, poiché ignora il francese, e rarissimi sono i libri che riesce a
procurarsi nella sua lingua materna.
Ma ascoltiamo le sue parole, tratte dall’accorata confessione che ci ha
consegnato nel breve scritto L’analfabeta (i cui passi di seguito ricalcati sono
stati tradotti dalla scrivente):
> “In principio, esisteva una sola lingua. Gli oggetti, le cose, i sentimenti, i
> colori, i sogni, le lettere, i libri, i giornali, erano questa lingua. Non
> potevo immaginare che potesse esistere un’altra lingua, che un essere umano
> potesse pronunciare una parola che io non sapessi comprendere. […] È così che
> all’età di ventun’anni, al mio arrivo in Svizzera, e del tutto casualmente in
> una città dove si parla il francese, affronto una lingua a me completamente
> sconosciuta. È qui che ha inizio la mia lotta per conquistare questa lingua,
> una lotta lunga e accanita che durerà per il resto dei miei giorni. Parlo il
> francese da più di trent’anni, lo scrivo da più di vent’anni, ma ancora non lo
> conosco. Non sono in grado di parlare senza errori, e posso scrivere soltanto
> con l’aiuto di dizionari che consulto frequentemente. È questa la ragione per
> la quale definisco il francese una lingua nemica. Ma vi è un’ulteriore
> ragione, ed è la più grave: questa lingia sta ammazzando la mia lingua
> materna”[6].
Ágota prende l’autobus ogni mattina, incontra sempre lo stesso controllore, la
sua corpulenza è rassicurante, premurosa; eppure, si sente smarrita, tenta di
rendersi invisibile agli altri passeggeri, poiché il dialogo, in quella
cittadina quieta e terracquea, è pur sempre asperità, vetta inattingibile, e le
parole, talismano e infatuazione di un passato dissolto, sono ora una muraglia,
il pungolo di un sentimento di inadeguatezza che la tormenta. Non sono i russi a
spaventare la giovane Ágota, non teme il loro approdo in Svizzera, e non li
avrebbe temuti nemmeno se fosse rimasta in Ungheria (la scrittrice, infatti, non
perdonerà mai il primo marito di averle “imposto” la fuga). Il nemico, per
Kristóf, non ha un corpo, né una carne che può ferire, il nemico è,
paradossalmente, quella sicurezza anelata durante la fuga dall’Ungheria e
divenuta, in breve tempo, fio, apatia, ripetitività, solitudine, inettitudine
all’espressione di sé, ma soprattutto “impossibilità di tornare. Non solo in un
luogo, ma anche in una lingua, in un tempo, in una se stessa che non c’è
più”[7].
Ágota Kristóf, in definitiva, lincia l’esilio, lo bolla come una “malattia
incurabile”. Vive la perdita della lingua materna come un’amputazione che non
può essere risolta ricorrendo a una protesi, l’altra lingua, “la lingua
nemica”. Eppure, la mutilazione svolta in breve tempo in paradosso: con
implacabile tenacia, Ágota diventa scrittrice proprio quando comincia a scrivere
in francese, raggiunge il successo, ed è persino tradotta in altre lingue.
Tuttavia, a differenza di Nabokov, l’autrice ungherese non cerca rifugio
nell’estetismo parossistico, come dimostrazione della propria adeguatezza, non
tende a un perfezionismo che sa, in fondo, esserle precluso; Kristóf fa tana in
una lingua per lei nuova, e lo fa disseccandola, spingendola verso una
semplificazione radicale, epurandola, insomma, da ogni orpello che le
rammenterebbe lo scarto ineliminabile fra l’idioma appreso, seppur in maniera
ragguardevole, e l’idioma naturale che integra, ancor prima della nascita,
l’identità.
Lo strazio dell’esilio traluce, seppur in guisa allegorica, anche dalla sua
opera più celebre, Trilogia della città di K. Nel primo dei tre romanzi (Il
grande quaderno), la prosa di Kristóf – la cui andatura è stata paragonata da
Manganelli a una “marionetta omicida” – riflette la crudeltà che i due gemelli
protagonisti si auto-infliggono, in un esercizio del martirio come strategia di
sopravvivenza alla guerra, all’abbandono materno, alla miseria, alla solitudine,
alla morte, e agli abusi di una nonna-strega che pare sgusciata fuori da una
favola dei fratelli Grimm.
Qui, in questo primo volume della trilogia, già stride la ferita della
frontiera, balena l’idea di fuga per sottrarsi alla sopraffazione dell’esercito
straniero che occupa la città di K; quella ferita e quella fuga che Ágota ha
vissuto e che travasa letterariamente in luoghi indefiniti, innominati, da una
parte e dall’altra del confine; luoghi che sono, in realtà, emblema di una
scissione cui, nella storia, Claus e Lucas, i gemelli, tentano di rimediare
rendendosi inseparabili in un Noi che è anche la voce narrante del romanzo. Ma
la separazione, prima o dopo, accade, e nel secondo capitolo della trilogia (La
prova), la dualità infranta si traduce in una lancinante frattura identitaria
dei singoli, che – ne siamo convinti – è iconografia, ancora una volta, del
percorso esistenziale di Kristóf.
Nell’ultimo episodio della trilogia (La terza menzogna), la scrittrice spariglia
le carte, lasciando emergere addirittura il dubbio sull’esistenza dei due
gemelli; forse uno soltanto è il giovane adulto sopravvissuto a un’infanzia e a
una adolescenza dilaniate dalla ferocia della vita. Forse tutto è menzogna,
allucinazione; in ogni caso, la verità, nelle parole scabre e staffilanti di
Kristóf, si frantuma, alla stessa stregua della dualità gemellare, plausibile
simbolo di ogni identità in perenne smarrimento e ricostruzione, come quella
della stessa autrice.
Dopo tutto, la scelta, stoica e gloriosa, di scrivere nella “lingua nemica” non
ha risparmiato ad Ágota lo strazio della perdita di sé; una perdita così
destabilizzante che, verso la fine della vita, nel romanzo breve Ieri, giungerà
alla blasfemia del proprio Io, scrivendo “Non scrivo più”. Perché la scrittura,
che, per molto tempo, le era parsa il solo luogo d’accoglienza contro lo
spaesamento, le discriminazioni e l’indifferenza di una società “cimiteriale”,
in altre parole, la sola patria possibile, si rivela, in fin dei conti, una
crudele trafittura, l’ossessione che non cessa di alimentare il senso di
abbandono, nutrendo profonde e irrimediabili ulcerazioni.
Scrivere, oserà dire Kristòf, è come suicidarsi.
Ma non si darà la morte, lo sappiamo. Soccomberà, nel 2011, a una lunga
malattia, nella sua casa di Neuchâtel, attorniata dalle placide e ambiziose
acque di un lago che mai ha sentito suo.
*
Rainer Maria Rilke è un viandante, un pellegrino, come il monaco del
lucente Libro d’ore, opera mistica che segna la sua prima fase di maturità
poetica. Trascorre la vita in viaggio, con la frenesia di vivere ogni cosa,
possedendola nella sua oscura e più autentica essenza, in ogni sua appendice,
nell’estasi e nella disperazione.
Dopo aver lasciato la nativa Praga, il poeta, che ancora non sa d’esser tale, si
dedica allo studio delle materie più disparate, dalla Giurisprudenza alla
Filosofia, fino alla Storia dell’Arte; nel frattempo, attraversa un’Europa in
procinto di deflagrare nel primo conflitto mondiale, errando fra la Germania –
dove vive un primo breve periodo di convivenza con la consorte, la scultrice
Clara Westhoff, e la figlioletta Ruth, entrambe poi sacrificate sull’altare
dell’opera – la Francia e l’Italia.
Insieme a Lou Andreas von Salomé, donna ineffabile e apicale che egli amerà
senza tregua, tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, Rainer si
spinge a esplorare più volte la Russia, terra nutrice di spiriti millenari che
gli si manifesta subito come un destino, come la sola patria possibile, anche
se, in realtà, non lo diverrà mai. È la stessa Lou, nel suo amorevole ricordo
del poeta, a declinare le ragioni di questo sentimento di appartenenza alla
terra moscovita.
> “A determinare questo sentimento contribuisce un elemento concreto:
> l’estensione su due continenti del territorio russo, la quale toglie al
> concetto di patria quella limitatezza che trova il proprio presupposto nella
> separazione di un paese da un altro. Qui non si ha mai per così dire
> l’impressione di essere lontani dalla patria, e neppure dalla società umana,
> come se questa fosse già garanzia di una stretta parentela di sangue.”[8]
Attraverso l’esperienza in quell’avamposto estremo, dove il raccoglimento è il
companatico di giorni nevosi e di notti scandite dalle campane del Cremlino,
Rilke avverte l’identità perfetta fra preghiera e poesia, un apprendistato che
confluirà nel già menzionato Libro d’ore, e che sarà il primo passo verso
l’approdo a una patria ultraterrena in terra, id est l’opera poetica. Ma occorre
tempo prima che Rilke varchi quella soglia. Occorre una moltitudine d’altri
esili, non tutti enumerabili in questa sede.
Tornato dai viaggi moscoviti, nel 1902, Rainer si stabilisce, per circa un anno,
a Parigi. Ma la ville française si tramuta in un esilio insopportabile,
annichilente: meglio l’erranza senza sosta del fragore e dell’esagitazione
parigina. In effetti, è proprio nella città francese, crocevia internazionale
letterario, che Rilke, dopo un primo acuirsi dello sguardo creativo, grazie alla
molteplicità di esperienze vissute, comincia ad avvertire lo sfinimento di sé,
quell’angosciosa sensazione di dissanguamento, apatia ed estenuazione che lo
accompagnerà sino alla fine dei suoi giorni.
Eppure a Parigi, nonostante tutto, egli torna ricorsivamente, dopo numerosi,
rinnovati soggiorni in Italia, in Germania e dopo aver abitato, per qualche
tempo, persino in Scandinavia; ed è sempre nella ville française che il poeta
torna per lavorare accanto all’infaticabile Rodin, di cui sfiora l’opera
numinosa in una quotidianità che si fa presto burrasca, separando i loro cammini
(per poi, più tardi, riunirli); ed è ancora a Parigi che Rainer s’imbatte
nell’impetuoso genio di Cézanne, il quale – come afferma il poeta – lavora senza
gioia, in un perpetuo fluire di furore.
Il poeta cammina sul piccolo sentiero che costeggia Muzot, la reggia delle
Elegie
Da entrambi gli artisti, in ogni caso, Rilke apprende un ascetismo
rigorosissimo, e una solitudine che non è soltanto creativa, ma
ontologica. Negli anni parigini, il poeta assimila, da un lato, il vivificante
slancio verso il lavoro, ma, dall’altro, avverte, impellente, il desiderio di
alienazione da una mondanità che alimenta ed esacerba la solitudine urbana, che
è un tipo di solitudine infetta, del tutto inadatta alla creazione; la stessa
solitudine vissuta dal protagonista del suo unico romanzo (I quaderni di Malte
Laurids Brigge), poeta danese che sperimenta l’esilio in una Parigi spietata e
alienante, in cui si soffre e si muore, e in cui egli, arreso al giogo della
poesia, tenta in ogni modo di allenare lo sguardo all’Invisibile.
Nel 1911, dopo essere stato in Egitto, in Algeria e in Tunisia, Rilke torna in
Italia, questa volta a Duino, accettando l’invito della principessa Marie von
Thurn und Taxis a soggiornare nel suo castello incastonato su di una rupe
bianca. Qui il poeta si esilia fra la sua stanza e il sentiero di frutici che
costeggia le numerose falesie calcaree a precipizio sull’Adriatico; e sempre
qui, come sappiamo, scriverà il dirompente principio delle Elegie Duinesi, opera
che, più tardi, lo consacrerà nell’empireo dei poeti di lingua tedesca.
Ma è in un castello ancora più appartato, spartano (quello di Muzot), e in un
esilio ancora più claustrale – quello finale – che Rilke, dopo altre
peregrinazioni, giungerà a infrangere la maledizione della caducità, portando a
compimento le Elegie e contestualmente scrivendo, in un deliquio di qualche
settimana, I sonetti a Orfeo. Qui, in Svizzera, per qualche anno, poco prima di
morire, tradurrà Paul Valéry in tedesco e scriverà anche alcuni cicli di poesie
in un francese di raro nitore (ricordiamo, in particolare, le
raccolte Vergers e Quatrains Valeisans).
In ogni caso, quel tonfo finale in una poesia capace di sconfiggere persino la
morte pone fine all’erranza di Rilke, non soltanto perché il 29 dicembre 1926
morirà in una clinica nei pressi di Montreux per una leucemia fulminante, ma
perché egli avrà trovato finalmente tutto il mondo in sé, realizzando così
l’opera alla quale ha sacrificato la vita.
Rilke è stato un esule impenitente, perenne, forse fra i più radicali. È stato
esule in ogni terra che ha abitato, e lo è stato persino nell’amore, fra le
innumerevoli peregrinazioni sentimentali sempre interrotte per consacrarsi alla
poesia. Nessun luogo è stato patria, nessun amore, neppure quello per l’eterna
Lou, neppure quello per la figlia Ruth. Rilke non ha abitato nessuna dimora,
nessun castello, ne è stato semmai accolto. Rilke, coerentemente con una vita
all’insegna di un generalizzato e incessante parossismo, è riuscito a esiliarsi
persino da se stesso. Ma in ogni cosa e in ogni luogo del mondo egli ha trovato
quello che sempre è andato cercando: la poesia.
Anni prima, scrivendo il Libro d’ore, lo diceva così:
“Vivo la mia vita in cerchi che si allargano,
che passano sopra le cose.
L’ultimo, forse, non potrò portarlo a compimento,
ma voglio protendermi, tentare.
Giro attorno a Dio, alla torre antica dell’inizio,
le giro attorno da migliaia d’anni:
e ancora non so: sono un falco, o una tempesta,
o un canto, forse – e grande”[9].
*
Abbiamo ricordato Rilke per ultimo, poiché, forse, a differenza degli altri, ha
incarnato con lucidità l’esilio, vivendolo non già come perdita, ma come
condizione stessa della letteratura, la quale si muove, per sua stessa essenza,
in una zona friabile, un luogo di non appartenenza. Lo scrittore, nel gesto
creativo, esilia sempre se stesso, in qualunque lingua decida di scrivere.
E la patria d’origine, come sabbia, scivola via, è uno spettro sfocato, che si
illumina forse soltanto nel ricordo. Ma l’appartenenza, per uno scrittore, che
si tratti di una lingua, di un lago, o di un luogo, è un’illusione. La parola è
il cristallo in cui si specchia ogni identità, poiché entrambe mutano insieme
davanti a ogni nuova pagina bianca.
In fin dei conti, la patria di uno scrittore è sempre e soltanto quella pagina
bianca.
Maura Baldini
*In copertina: Lycaeides melissa samuelis abbozzata da Vladimir Nabokov
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[1] L’intervista è reperibile nel volumetto intitolato La lingua materna – La
condizione umana e il pensiero plurale, a cura di Alessandro Dal Lago, Hannah
Arendt, Mimesis, Piccola Biblioteca (2019).
[2] W.G. Sebald, Tessiture di sogno, Adelphi, 2022.
[3] Nabokov conosceva, sin da bambino, oltre al russo, l’inglese e il francese.
[4] “Il viso del mio sublime vicino possedeva qualcosa che l’occhio
avrebbe potuto gradire, se fosse stato soltanto leonino o soltanto irochese; ma,
per sfortuna, la combinazione delle due cose ricordava semplicemente la faccia
di un grasso beone hogarthiano di sesso indefinito. Il corpo deforme, quel
ciuffo grigio e folto di capelli, le unghie gialle, le dita massicce e tozze, le
borse sotto gli occhi velati erano intelligibili solo considerandoli come i
materiali di scarto eliminati dal suo io intrinseco, ad opera di quelle medesime
tensioni perfezionistiche che purificavano e cesellavano i suoi versi. Egli era
l’obliterazione di se stesso”. Vladimir Nabokov, Fuoco Pallido, a cura di Anna
Raffetto, traduzioni di Franca Pece e Anna Raffetto, Adelphi, 2002.
[5] L’intervista è inclusa nel volume Intransigenze, Vladimir
Nabokov, Biblioteca Adelphi, Vol. 294, 2015.
[6] La versione in ligua francese è tratta da L’analphabète – Récit
autobiographique, Àgota Kristòf, Éditions Zoè, 2021, Genève.
[7] Da L’analphabète – Récit autobiographique, Ágota Kristóf, Éditions Zoè,
2021, Genève.
[8] Lou Andreas-Salomé, Rainer Maria Rilke – Un incontro, a cura di Amelia
Valtolina, Edizioni SE, 2012, traduzione di Chiara Allegra.
[9] Rainer Maria Rilke, Libro d’ore, a cura di e tradotto da Lorenzo Gobbi,
Servitium, 2008.
L'articolo “Abbandonare la mia lingua”. Nabokov, Kristóf, Rilke: scritture
dall’esilio proviene da Pangea.
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Anche se continuiamo a chiamarla «la banalità del male», il male non è mai
banale. Il male è complicato, tortuoso, tende a negare sé stesso e ha una sua
diabolica intelligenza. Del resto, la parola diábolos in greco vuol dire
«dividere», o «colui che divide». E andrebbe inteso non tanto come calunniatore
o seminatore di zizzania, quanto piuttosto come colui che scinde sé stesso in
una doppia personalità: quella che commette il male e quella che rimuove il male
commesso, oppure tende a cercare alibi, o più semplicemente a nasconderlo.
Quando la filosofa Hannah Arendt sottotitolò La banalità del male il suo celebre
reportage sul processo al criminale nazista Adolf Eichmann, per spiegare come le
persone più ordinarie possano trasformarsi in carnefici e partecipi di un
sistema totalitario, possano cioè diventare funzionali a un ingranaggio
mostruoso di sopraffazione e sterminio, non poteva immaginare né che quella sua
definizione sarebbe stata così inflazionata in seguito, né che essa nasceva da
un clamoroso equivoco. Seguendo in veste di giornalista per il “New Yorker” il
processo contro Eichmann, l’ex tenente colonnello delle SS, nel 1961, Arendt si
trovò di fronte un grigio burocrate, inetto e poco intelligente. O almeno così
le sembrò. Eichmann, il pianificatore della Shoah, colui che aveva organizzato
il traffico ferroviario per il trasporto degli ebrei nei Lager, era
caratterizzato, agli occhi della filosofa, da un’«assenza di pensiero». Eichmann
non aveva nulla di demoniaco, né possedeva il carisma del male. Era un impiegato
incolore, il prototipo del burocrate, incapace di «mettersi nei panni degli
altri». Le sue frasi interminabili al processo suonavano terribilmente noiose e
il suo ritornello di aver agito su ordine e prestato giuramento di fedeltà lo
facevano apparire come un uomo «spaventosamente normale».
Ma Arendt era caduta nella trappola tesa da Eichmann.
All’epoca non si conoscevano, infatti, tutti i documenti che sono emersi
successivamente sul gerarca nazista. In particolare, le cosiddette «carte
argentine», ovvero gli appunti dell’esilio, e i dialoghi e le interviste
integrali di Willem Sassen registrate sui nastri, da cui emerge un Eichmann ben
diverso: uno spietato, perverso criminale che al processo si finse «banale»,
mise in atto cioè una interpretazione, con notevoli doti da attore, per tentare
di sfuggire alla condanna a morte (tentativo, peraltro, che si rivelò inutile,
poiché i giudici israeliani non gli credettero). Quella «banalità» era, in altre
parole, una maschera.
Quando Eichmann afferma al processo di «aver obbedito a precisi ordini
superiori»; quando insiste nel dire di «non aver nutrito alcun odio personale
per le vittime», anzi, di aver addirittura dovuto mettere a tacere la propria
«sofferenza», sta solo recitando. Rimase, infatti, fino all’ultimo suo giorno
fanaticamente fedele all’ideologia nazista e antisemita. Eichmann era presente
alla Conferenza di Wansee, nel gennaio 1942, quando si decise, a tavolino, che
la questione ebraica dovesse essere risolta con lo sterminio totale. La
organizzò, quella Conferenza, e ne stese i verbali. Ne approvò le conclusioni.
Non è vero che non aveva fatto altro che «temperare le matite a un tavolo in
disparte». Eichmann era un uomo assetato di potere, che in Argentina, dove si
era rifugiato per eludere il processo di Norimberga, si vantava con i suoi
sodali nazisti superstiti, e il suo pubblico di affezionati, di aver mandato al
gas sei milioni di ebrei, cifra che lui stesso aveva ricavato tenendo la
contabilità dei trasporti. Totale era la sua abnegazione al genocidio, sadici i
suoi festeggiamenti per i progressi della Shoah (sorseggiava cognac davanti al
camino in compagnia dei suoi superiori), diffuso il terrore che seminava tra i
prigionieri dei Lager.
La capacità di Eichmann di calarsi in un ruolo dimesso e anonimo, la sua abilità
di manipolatore sociale ingannò, dunque, anche una mente sopraffina come quella
di Arendt, che, basandosi sui verbali del processo, sugli interrogatori,
raccontò a milioni di lettori un Eichmann fasullo. E, soprattutto, con quella
sua nozione di «banalità del male», ha provocato interpretazioni riduttive e
fuorvianti sulla natura stessa del nazismo e dei suoi crimini, soprattutto se si
confronta con quella che emerse invece dieci anni dopo da un altro libro, uno
sconvolgente libro, forse il più importante sulla Shoah, In quelle tenebre di
Gitta Sereny. La giornalista e storica austriaca-britannica, di origini ebree
ungheresi, raccolse i colloqui avuti nel 1971 – più di sessanta ore – nel
carcere di Düsseldorf, con Franz Stangl, il boia austriaco comandante del campo
di sterminio di Treblinka, dove più di un milione di persone trovò la
morte. Sereny, a differenza di Arendt, non si ferma all’apparente «banalità del
male» dell’ex comandante, ai suoi racconti spesso vittimistici – per quanto
Stangl fosse un individuo molto più ordinario di quello che volle dar mostra di
essere Eichmann –, ma sceglie di stanarlo e sondarlo, quel male, di guardarlo in
faccia, di confrontarsi con esso.
Sereny registra ore e ore di conversazione con Stangl, intervista a lungo anche
la moglie, e le figlie, conquistandosi la loro fiducia, e altre SS che lo hanno
conosciuto, e i sopravvissuti al Lager. Ci sono pagine insostenibili in questo
libro – alcuni racconti dei carnefici e delle vittime – perché ci immettono
dentro la macchina della morte al lavoro, senza risparmiarci nulla di
quell’orrore. Eppure, Sereny, che non deroga mai dal suo giudizio morale, che a
volte vacilla di fronte ad alcune rivelazioni sconcertanti, che non smette di
incalzare e pungolare il suo interlocutore, si lascia andare ad alcune
considerazioni inaspettate, tipo questa: riferendosi al legame di Stangl con la
moglie e al suo affetto incondizionato per le figlie, scrive: «non c’è dubbio,
qualunque cosa egli sia divenuto, ch’egli sia stato capace di amore». E a
conferma di questa intuizione, Frau Stangl, molte pagine dopo afferma:
> «Paul era un padre incredibilmente buono e amoroso. Giocava sempre con le
> bambine. Gli faceva delle bambole, e poi le aiutava a vestirle. Lavorava con
> loro; gli insegnava una quantità di cose. Loro lo adoravano tutt’e tre. Era
> sacro, per loro…».
Come spiegare questa assurda dicotomia? Stangl ha iniziato la sua carriera nel
nazismo occupandosi del “Programma Eutanasia” varato dal regime (detto anche
Aktion T4), che sperimentò pionieristicamente le prime morti per gas sui
disabili, come ampliamento di una legge del 1933 sulla sterilizzazione coatta;
poi fu nominato alla direzione del campo di sterminio di Sobibór e infine a
Treblinka. Una vita dedita allo sterminio di esseri umani, compresi centinaia di
migliaia di bambini. Eppure, era un padre amorevole, un marito premuroso. E le
sue figlie lo adoravano, e hanno continuato ad amarlo anche quando hanno
scoperto chi era e che cosa aveva fatto.
Stangl è irritante nelle sue reticenze: per tutti gli incontri si ostina a
negare le sue responsabilità, sostiene che non poteva fare altrimenti, che fu
costretto dalle circostanze, scende continuamente a patti con la sua coscienza,
svelando a Sereny il meccanismo psichico schizofrenico di difesa, «i due uomini
che era diventato» per sopravvivere, evidente in maniera agghiacciante quando si
compiace a un certo punto di aver reso Treblinka un posto «veramente bello», con
uno zoo, le panchine, i fiori. Anche la moglie, che per tanto tempo ha preferito
non sapere, rimuovere la verità, ci appare intollerabile. Eppure il metodo
perseguito da Sereny – la strategia del ragno che tesse paziente la sua tela per
bloccare la sua preda – alla fine del libro risulta vincente.
L’ultimo giorno in cui ha intervistato Stangl riesce finalmente a ottenere
un’ammissione da lui. O almeno il massimo dell’ammissione che un uomo del genere
poteva fare. «La mia colpa è di essere ancora qui. Questa è la mia colpa» dice,
dopo un’estenuante pausa in cui ha riconosciuto per la prima volta la sua
responsabilità nello sterminio. Il giorno dopo, il 28 giugno 1971, Stangl muore
in prigione per un attacco di cuore. Come se l’ammissione della sua colpa lo
avesse letteralmente schiantato.
Questo malore mi ha fatto venire in mente una scena di un recente film, La zona
d’interesse, di Jonathan Glazer, che racconta Auschwitz dall’altro lato,
letteralmente, concentrandosi cioè sui carnefici, non sulle vittime: quello che
vediamo non è il Lager, ma ciò che succede nei suoi paraggi, accanto, a ridosso,
ai margini, ovvero la vita del comandante del campo Rudolf Höß e di sua moglie
Hedwig che insieme ai loro cinque figli e il cane (oltre a una numerosa servitù
locale) abitano in una casa e in un grande giardino in un terreno adiacente al
muro del Lager. Un idillio ai confini dell’inferno. Lui va a pesca con i figli,
racconta loro le fiabe per farli addormentare, lei cura le aiuole, riceve le
amiche. Insieme organizzano feste con rinfreschi e bagni in piscina. Dall’altra
parte del muro, intanto, rigorosamente fuori scena, proviene un paesaggio sonoro
attutito, ma che non si interrompe mai: grida, pianti, lamenti, colpi di mitra,
latrati di cani, ordini urlati, e soprattutto un rumore di fondo, continuo,
incessante, un borbottio metallico che si presuppone provenga dai crematori,
accompagnato da alcuni dettagli visivi che emergono dalla quotidianità della
«famigliola» tedesca: il fumo delle ciminiere e quello dei treni in arrivo che
si scorgono ai margini superiori di certe inquadrature, i bagliori notturni dei
forni che si intravedono di notte alle finestre velate dalle tende della casa
del comandante.
Il comandante ricorda molto Stangl, anche lui realizza il male con spietata
freddezza, separando il suo ruolo di criminale da quello piccolo-borghese di
padre di famiglia benevolo e marito premuroso, che persegue la sua piccola dose
di felicità, fatta di benessere, status, sicurezza, carriera, rivalsa, una
felicità molto kitsch, che si regge su un baratro di colpe, omissioni,
indifferenza, omertà. Ma mentre la moglie è inamovibile nel non voler sapere e
vedere (al punto che nasconde il muro del campo con gli alberi del suo
giardino), tutta concentrata a mantenere ciò che possiede, lui a un certo punto
del film ha un crollo fisico. Dopo aver ricevuto l’incarico di dirigere
l’“Aktion Höß”, un’operazione a lui intitolata che consiste nel trasporto di
800.000 ebrei ungheresi nei diversi Lager, partecipa a una festa con le alte
sfere del nazismo. Alla fine della serata è colto da conati di vomito sulla
scalinata interna del palazzo, ed è costretto a sostare nel buio, nascosto,
preoccupato che qualcuno possa vederlo.
A differenza di Stangl, Höß non prende consapevolezza di nulla, né si pente di
nulla, ma quel vomito indica la verità del corpo contro una mente che tacita le
sue colpe. È una verità fisica, che si ribella ai mascheramenti della coscienza.
Quando ha riassunto il suo tempo passato con Stangl, Sereny non ha avuto dubbi
nel dire che sentiva di «essere in presenza del male». Eppure Stangl era morto
ammettendo una sua colpa, o forse a causa di quello, mentre in Eichmann non ci
furono pentimento né ammissione alcuna. Ancora poco prima di essere processato
si augurava che gli egiziani e gli arabi continuassero con Israele il lavoro
iniziato da lui, sperava che i musulmani completassero lo sterminio totale che a
lui era stato impedito. Sereny non ci offre una soluzione alla «divisione»
diabolica che il male attua in chi lo compie: il male per lei resta un mistero.
Come se calasse sull’umanità dall’alto.
> «Io non credo che tutti gli uomini siano uguali, poiché la nostra
> caratteristica essenziale è proprio di essere individuali e diversi – scrive
> nell’epilogo del libro –. Ma l’individualità e la differenza non sono dovute
> soltanto alle qualità che ci capita di avere alla nascita. Dipendono
> altrettanto dalla misura nella quale abbiamo potuto liberamente svilupparci.
> V’è un nucleo essenziale del nostro essere, ancora mal definito e mal
> compreso, che, godendo di questa libertà, sorge e si sviluppa, quasi come il
> nascere, e che ci libera e ci separa da influenze intrinseche, e in seguito
> determina la nostra condotta e il nostro sviluppo morale. Io credo che un
> mostro morale non sia tale dalla nascita, ma sia prodotto da interferenze nel
> suo sviluppo. Io non so che cosa sia questo nucleo».
L’umiltà di Sereny nel non voler definire quel «nucleo» fa la differenza con
l’approccio di Arendt. Sereny rifiuta i documenti – quelli su cui invece si
concentra la filosofa – o almeno rifiuta di farne il centro della sua ricerca,
per affidarsi invece all’ascolto della parola. In questo il suo metodo è simile
a quello che Claude Lanzmann avrebbe utilizzato per il suo documentario Shoah,
uscito nel 1985. Anche Lanzmann non crede nei documenti, in particolare – da
regista – nelle immagini d’archivio. Nel suo documentario radicale, estremo,
lungo quasi dieci ore, parte da un assunto etico rigorosissimo, da cui deriva
anche un’estetica altrettanto rigorosa, ovvero quello dell’irrappresentabilità
della Shoah, dell’impossibilità di restituirne l’immagine. Da qui la polemica
con Steven Spielberg per Schindler’s List e il giudizio severo su La vita è
bella di Benigni, film che considerava entrambi detestabili perché
menzogneri. Per Lanzmann, in effetti, non c’è nulla da vedere nella Shoah – in
particolare nei campi di sterminio di Chelmno, Belzec, Sobibór, Treblinka,
Birkenau – nessuna immagine può riprodurre l’evento della «catastrofe». Un bel
paradosso per un’opera filmica, che sceglie di rinunciare al materiale di
repertorio.
Lanzmann lavora undici anni per raccogliere le testimonianze dei sopravvissuti
(soprattutto dei pochissimi Sonderkommando scampati alla morte), ma anche dei
testimoni, più o meno indifferenti (i contadini di Treblinka, gli abitanti di
Chelmno), i collaboratori-complici, più o meno forzati (i conduttori dei treni,
i ferrovieri, gli autisti delle SS), i carnefici stessi, e lo fa affidando alla
parola l’unica forma di restituzione possibile, proprio come aveva fatto Sereny,
spesso intervistando le stesse persone che abbiamo incontrato nel libro In
quelle tenebre (come il notevole Richard Glazer, superstite di Treblinka). Pur
sapendo che i «salvati» non hanno potuto fare realmente esperienza del Lager,
non essendo entrati nelle camere a gas, come sosteneva anche Primo Levi, e
nemmeno gli stessi «sommersi» (poiché sono morti appena arrivati, per la
stragrande maggioranza), la parola, all’interno di un simile paradosso, mantiene
la funzione fondamentale di ricostruzione della memoria. È una parola – quella
della testimonianza dei sopravvissuti – sacralizzata attraverso la sua
dissacrazione. Una parola che bisogna ascoltare insieme ai silenzi, alle
incertezze, alle interruzioni provocati dagli improvvisi crolli emotivi, con il
regista-intervistatore che incalza, incoraggia a continuare, a dire
l’indicibile; una parola accompagnata dalle lente zoomate della cinepresa su
quei volti segnati dall’inferno vissuto, quei volti che portano impresse,
indelebili, le cicatrici dell’esperienza, volti di chi è sopravvissuto, sì, ma
in qualche modo è anche morto dentro, nonostante una vita che è proseguita.
Le interviste avvengono spesso sui luoghi stessi dello sterminio, oppure, quando
il testimone si trova altrove, sono montate con le immagini di quei luoghi, così
che parola, volti e luoghi sono continuamente in dialogo tra loro. I luoghi,
però, sono come appaiono adesso (ovvero al momento della realizzazione del film,
nel 1985) e sono ripresi senza voci fuori campo, senza colonna sonora, senza
commenti aggiuntivi: le lunghe, estenuanti carrellate che riprendono i prati, i
boschi, le radure, le stazioni di Auschwitz, Treblinka, Sobibór, non
testimoniano ciò che è stato, ma ciò che è rimasto. Anche quando la macchina da
presa si inoltra all’interno dei Lager, e riprende i forni crematori, le docce,
i cortili, è il vuoto che riprende. Ma indagando quel vuoto, che fa da
contrappunto alla parola del ricordo, alla parola-testimonianza, certificando
cioè quella irrappresentabilità dell’evento raccontato (quello che è successo
non puoi vederlo, oggi non ci sono più in queste radure le montagne dei
cadaveri, il fumo dei crematori, i nazisti, gli ebrei, non c’è più niente di ciò
che stai ascoltando in quello che vedi), se ne evoca la verità con ancora più
forza.
In fondo è questa la potenza del cinema di Lanzmann: quel montaggio così
ipnotico, quei piani-sequenza, quegli indugi sugli spazi vuoti sono un racconto
a parte, il vero nucleo di quel racconto, capace di farci percepire la memoria
che i luoghi, ancor prima che le persone, conservano di ciò che è stato, con
tutto il dolore e l’orrore della Storia di un intero popolo e dei suoi singoli
individui. Ed è, forse, l’unica forma possibile di memoria su cui oggi – oggi
che i sopravvissuti stanno scomparendo – possiamo contare. Ma se il metodo di
Sereny sembra simile a quello di Lanzmann, le prospettive sono opposte. Basti
confrontare, ad esempio, le interviste alla SS Franz Suchomel, detenuto nel 1963
e processato insieme ad altre dieci guardie di Treblinka. Lanzmann e Sereny
attivano una diversa focalizzazione sulla stessa persona: mentre Lanzmann
mantiene sempre un gelido distacco, un inflessibile rifiuto morale nei confronti
dei carnefici («Signor Suchomel, non parliamo di lei, ma soltanto di Treblinka»
gli dice a un certo punto, bloccando i suoi tentativi di giustificare il fatto
che al momento della destinazione nessuno gli avesse detto che si trattava di un
campo di sterminio), Sereny mostra invece sempre il tentativo intellettuale di
accedere al cuore dei carnefici attraverso la ragione («La posizione che
Suchomel ha adottato come ammiratore degli ebrei è altrettanto notevole della
sua memoria, e psicologicamente interessante»). Proprio la ragione, così come la
misura, e lo sforzo di comprendere l’incomprensibile, e la considerazione
terenziana dell’«homo sum», rendono il libro di Sereny una degna risposta etica
all’orrore, l’unica possibile forse, per evitare, come avvertiva Nietzsche, che
lottare contro i mostri possa trasformare anche noi in un mostro.
Fabrizio Coscia
*Nota: dobbiamo allo straordinario lavoro documentale della filosofa e storica
tedesca Bettina Stangneth, raccolto nel volume La verità del male. Eichmann
prima di Gerusalemme (pubblicato nel 2011 e tradotto in Italia nel 2017 dalla
Luiss University Press), la demolizione del ritratto di Eichmann compiuto da
Hannah Arendt.
L'articolo Il mostro morale. Perché è sbagliato parlare di “banalità del male”
proviene da Pangea.