> E quando ha unito l’anima con ciascuna parte del tutto e con le divine potenze
> universe che le pervadono, allora la teurgia la conduce al demiurgo
> universale, la pone accanto a lui, e al di fuori della materia l’unisce alla
> sola ed eterna ragione.
>
> (Giamblico, I Misteri egiziani)
“Gli Egizi, che fanno risalire l’antichità delle loro origini a tempi anteriori
alla stessa storia, raccontano che i loro primi sovrani furono dèi: sette,
precisamente – Vulcano, il Sole, Agathodemon, Saturno, Osiride, Iside e Tifone”.
Così prende avvio il libro dell’abate Jean Terrasson, pubblicato anonimo nel
1731 a Parigi: Sethos, histoire ou vie tirée des monuments et anecdotes de
l’ancienne Égypte, presentato come traduzione da un immaginario manoscritto
greco. Terrasson, docente di filosofia greca e latina al Collège de France,
traduttore di un’edizione di Diodoro Siculo in sette volumi, non esitò a
costruire con astuzia un falso storico che ebbe enorme fortuna nei circoli
massonici dell’epoca. Sethos venne a lungo considerato una fonte credibile sulle
tradizioni e i misteri dell’antico Egitto: raccontava dell’iniziazione di un
principe egiziano, della sua opera di legislatore e infine del ritiro in
solitaria contemplazione.
Il romanzo fu tradotto due volte in tedesco nel 1732 e nel 1777 e raggiunse il
teatro auf der Wieden nei sobborghi di Vienna:
> “Tra quelle mura di legno, Mozart e Schikaneder fecero il loro viaggio in
> Egitto, così come mezzo secolo più tardi Flaubert discese il corso del Nilo.
> Avevano appreso quasi tutte le notizie che il loro tempo conosceva intorno
> all’Egitto ellenistico: mentre l’altro Egitto, quello di Cheope, di Micerino e
> di Ramsete II, giaceva ancora sotto le sabbie protettrici del deserto. Libri
> antichi e moderni stavano aperti davanti ai loro occhi. Probabilmente
> sfogliarono la Biblioteca di Diodoro Siculo e il saggio di Plutarco sopra
> Iside e Osiride: non è escluso che guardassero le grandi raccolte di
> Athanasius Kircher, dello Jablonski, di Montfaucon e del Caylus: consultarono
> il romanzo Sethos dell’abate Terrasson, il saggio di Ignaz von Born sopra i
> misteri degli egiziani; e certo si entusiasmarono leggendo l’ultimo libro
> delle Metamorfosi di Apuleio”.
>
> Pietro Citati
L’entusiasmo di Mozart e Schikaneder, di questi due audaci “egittomani”, non era
di certo isolato. Il Settecento vibrava dal desiderio irrefrenabile di svelare e
ammirare il volto di Iside. Mentre Mozart e Schikaneder attingevano alle fonti
libresche, l’immagine dell’Egitto antico si propagava ben oltre le sale teatrali
e i circoli letterari: dilagava nelle logge, nei riti segreti, nelle
reinvenzioni simboliche dell’esoterismo. Fu in questo clima di febbrile
fascinazione, dove l’arcaico si mescolava al fantastico, che l’Egitto divenne
modello di un nuovo immaginario rituale. Il celebre alchimista Cagliostro tentò
infatti di riformare la massoneria francese introducendo nuovi riti, simboli e
segni mutuati dall’immagine favolosa della terra dei faraoni:
> “Nel 1784 il conte di Cagliostro fondava a Parigi, in Rue de la Sourdière, la
> sua «Loggia Madre dell’Adattamento dell’alta Massoneria egizia.» Il Gran
> Copto, suo spirito tutelare, gli avrebbe ordinato di procedere a una
> riorganizzazione delle confraternite introducendovi un rito nuovo.! La loggia
> possedeva un tempio di Iside in cui officiava Cagliostro in persona, nelle
> vesti di gran sacerdote; l’attività durò fino a che l’animatore fu arrestato e
> condannato per eresia a Roma, nel 1789. L’episodio è comunemente citato dagli
> storici della massoneria. Se uno dei più noti impostori ricorse a quei temi,
> fu perché sapeva quale presa avesse allora l’Egitto sulla fantasia del
> pubblico; anche Ignaz von Born, che in quello stesso anno aveva fondato a
> Vienna il «Journal für Freimaurer»pubblicò nel primo numero un lungo articolo
> sui misteri egizi”.
>
> Jurgis Baltrušaitis
Il sigillo di Cagliostro, abbeveratosi fra i rettili del Nilo, mostrava un
sinuoso serpente con una mela trafitta da una freccia nella bocca. Nessun
animale più del serpente è la sapienza proibita; figura primordiale, è colui che
arriva sempre appena dopo lo schiudersi del sipario.
Nell’opera di Terrasson, l’eroe Sethos cattura un enorme rettile, misurandolo
prima con calcoli trigonometrico-sperimentali, e lo porta vivo a Menfi. Nella
prima scena del Flauto Magico, Tamino sfugge al serpente soltanto grazie
all’intervento delle tre Dame della Regina della Notte:
> “Aiuto! Aiuto! Altrimenti, io sono perduto, vittima scelta dell’astuto
> serpente.
> Già si avvicina, o dèi pietosi! Ahimè, salvatemi! Ahimè, soccorretemi!”
L’astuto serpente è la forza cieca dell’istinto, la sessualità bruta, il viscido
impulso nemico di ogni progresso fondato su ragione e disciplina. Uccidere il
proprio serpente interiore è il compito di ogni iniziazione e di ogni civiltà.
Sethos fu una delle fonti principali del Flauto Magico. Prima di Schikaneder,
anche il barone Tobias-Philipp von Gebler, consigliere di Stato a Vienna e
massone, si lasciò sedurre dall’Egitto immaginario di Terrasson. A lui si
deve Thamos, König in Ägypten, l’unica sua opera ricordata. Nel 1773 il giovane
Mozart, diciassettenne e in soggiorno viennese, conobbe Gebler tramite Franz
Anton Mesmer, inventore del “magnetismo animale”. Gebler commissionò a Mozart
una musica di scena per Thamos, composta da due cori e cinque intermezzi
sinfonici. L’opera non ebbe successo, ma Mozart tornò su quella partitura sei
anni dopo, ampliandola.
Thamos costituì così un’importante preparazione al Flauto Magico: medesimo è il
contesto simbolico. Gli stessi nomi dei personaggi rivelano la continuità: la
Regina della Notte si chiamava Mirza, Pamina Säis, Tamino Thamos, e Sarastro
Sethos – proprio dal romanzo di Terrasson. Persino il tema del “dolce suono del
flauto” si trova già in uno dei cori di Thamos. Gli stessi intrecci storici e
massonici che portarono alla composizione di questa opera-prototipo, confermano
l’importanza di Thamos nella vita del compositore: nel 1785, quando l’imperatore
Giuseppe II ridusse le Logge viennesi a due, Mozart entrò nella Zur Gekrönten
Hoffnung, la loggia della Nuova Speranza Coronata, guidata proprio da Gebler,
mentre l’altra Loggia, Zur Wahren Eintrachtla, della Vera Concordia era
presieduta da Ignaz von Born, probabilmente colui che gli servì come modello per
il personaggio di Sarastro.
Nel saggio di Furio Jesi, Rilke e l’Egitto, Considerazioni sulla X elegia di
Duino (in: Letteratura e mito, Einaudi, 2025, nuova edizione), l’Egitto è la
“terra della morte”, simbolo della memoria e del visibile che si trasforma
nell’invisibile. Se per Foscolo e Winckelmann il canto greco è già un canto
funebre e lontano, Rilke, nelle Elegie duinesi, riconosce proprio nell’Egitto la
più rivelatrice icona del passato e la patria del nostro inconscio.
Dopo la Rivoluzione francese, di cui Mozart è una precoce infiorescenza, proprio
l’Egitto sostituisce la Grecia come repertorio simbolico dell’oltre-vita: non
più l’idealizzato e razionale classicismo greco, ma l’Oriente del mistero
iniziatico, più vicino all’immaginario moderno e ai suoi turbamenti. Dai primi
tre accordi dell’overture del Flauto Magico sino alla parola poetica di
Rilke, l’Egitto emerge come luogo metafisico: spazio di iniziazione, enigma
della morte, passato estremo e radiosa utopia. Un regno dove l’uomo si annulla,
ma non l’umano, dove rimane la speranza dell’assoluta Armonia e le dolci note di
un flauto:
> “Intanto, sulla scena del Flauto magico, accade l’evento che da migliaia di
> anni la terra attendeva. L’antica scissione è conclusa. Il principe venuto dai
> paesi del sole abbraccia la figlia della regina delle tenebre: la luce e la
> notte, il principio maschile e quello femminile si incontrano
> nell’amore. L’harmonia mundi vive finalmente tra noi. Tutto il teatro è un
> sole, Sarastro sta in alto e la gioia delle trombe celebra il trionfo della
> luce celeste. Ma che significa questo trionfo? […] Se l’uomo e la donna si
> amano, se la virtù e la giustizia cospargono il sentiero della nostra
> esistenza, se la dolce calma scende nel nostro cuore, «allora la terra è un
> regno celeste e i mortali sono pari agli dèi». […] Tamino suona, le belve
> corrono ad ascoltarlo o arrestano il loro slancio: i sentimenti tristi
> diventano lieti, gli uomini aridi si innamorano; e la furia degli elementi si
> placa. Soltanto la musica nata dal cuore della notte prepara l’armonia del
> mondo, che tanti uomini hanno invano sognato di contemplare.
>
> Pietro Citati
Tony Vero
*Gli estratti del libretto, della prefazione di Pietro Citati e del saggio di
Jurgis Baltrušaitis provengono dal volume: E. Schikaneder, “Il Flauto Magico”,
Adelphi, 2025.
In copertina: una immagine dal “Papageno” di Lotte Reiniger (1935)
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Mozart e Rilke proviene da Pangea.
Tag - Mozart
C’è qualcosa di più devastante di una vocazione artistica sprovvista del
talento? E secondo quale criterio il talento viene concesso o negato? Certo è
che chi ha la sventura di entrare nell’orbita del genio ne viene risucchiato e
poi distrutto, inesorabilmente. Come l’amico di Glenn Gould immaginato da Thomas
Bernhard, nel romanzo Il soccombente, che si uccide quando scopre che non potrà
mai eguagliare il talento smisurato del pianista canadese, ascoltandolo per la
prima volta suonare le Variazioni Goldberg.
> «Chiunque si sia proposto di diventare celebre e di acquistare una completa
> padronanza del pianoforte – dice il narratore – può riuscire a suonare come
> suonava Wertheimer purché si dedichi allo studio del pianoforte per i decenni
> prescritti, pensai, ma se uno con queste aspirazioni si imbatte in un Glenn
> Gould, e sente suonare un tipo come Glenn Gould, allora, pensai, se è fatto
> come Wertheimer, anche per lui è finita».
Come avrà vissuto la sua amicizia fraterna con Gustave Flaubert lo scrittore di
teatro e poeta Louis-Hyacinthe Bouilhet, compagno di classe al Collège Royal di
Rouen? Flaubert aveva del suo giudizio una fiducia assoluta, lo chiamava la sua
«coscienza letteraria». Fu Bouilhet che incoraggiò Flaubert a scrivere Madame
Bovary, ispirandosi alla vicenda reale di Delphine Delamarre e ne seguì la lunga
gestazione, tra il settembre 1851 e l’aprile 1856. Ma che cosa pensava, quando
ascoltava l’amico che gli leggeva, ogni settimana, le pagine del romanzo? Era
tormentato dall’angoscia, nello scoprire l’inconfondibile marchio del talento, o
animato da una sincera ammirazione? Erano nati lo stesso anno, il 1821, si
assomigliavano anche sorprendentemente, e per questo spesso venivano scambiati
l’uno per l’altro, eppure uno era dotato di genio, l’altro no.
Dopo la morte di Bouilhet, oltre che preoccuparsi della ristampa delle sue opere
e della messa in scena del suo teatro, Flaubert scrisse la prefazione
alle Dernières chansons, unico suo testo critico, e per anni si batterà per un
monumento a Rouen in memoria dell’amico, che oggi, però, nessuno più ricorda.
E Dino Frescobaldi, il poeta stilnovista amico di Dante, che lesse i primi canti
autografi dell’Inferno, trovati per caso in un quadernetto custodito in un
forziere in casa Alighieri, come reagì alla rivelazione del capolavoro scritto
dall’amico lontano? L’episodio ci è raccontato da Boccaccio. Circa cinque anni
dopo l’esilio di Dante, la moglie Gemma Donati cercò di ottenere le rendite che
le spettavano sui beni confiscati. Incaricò per questo un parente di cercare i
documenti necessari alla causa in un forziere che nei giorni del bando aveva
portato via da casa, per salvare «certe cose più care» da eventuali saccheggi.
Nel forziere, tra vari documenti, fu ritrovato anche un «quadernetto» che
conteneva i primi sette canti dell’Inferno. Non capendo di cosa si trattasse, la
donna decise di dare in visione quegli scritti a Frescobaldi, che naturalmente
vide subito la grandezza di quei versi e l’eccezionalità dell’opera iniziata: ne
fece alcune copie da distribuire agli amici e spedì il manoscritto a Moroello
Malaspina, in Lunigiana, dove Dante era ospite in quegli anni, affinché il poeta
fiorentino potesse continuare in esilio il capolavoro interrotto.
Che cosa deve aver provato Frescobaldi nel leggere quei primi canti
della Commedia? Si sarà portato il «quadernetto» a casa, furtivo, come se avesse
con sé un tesoro? Passò l’intera notte sveglio a lasciarsi incantare dalla
bellezza di quei versi? Forse sarà stato tentato, per qualche momento, di
rubarli, di plagiare l’amico, di approfittare della sua lontananza forzata, ma
subito dopo deve aver prevalso l’animo dell’intellettuale appassionato, la
certezza che rendere possibile la continuazione di quell’opera per mano del suo
autore sarebbe stato il dono più importante che avrebbe potuto fare all’umanità
intera. Erano suoi i primi occhi che si posavano su quei versi che milioni e
milioni di volte sarebbero stati letti nei secoli a venire. Lui ne fu il primo
ammiratore. E solo grazie a lui, al suo ritrovamento casuale, forse, Dante
riprese a comporre il suo capolavoro smarrito.
Max Brod (1884-1968)
E Max Brod, scrittore mediocre e amico fraterno di Franz Kafka, come visse la
fama postuma del genio di Praga, al di là della sua dedizione totale alla
diffusione pubblica della sua opera? Passò la vita nella convinzione di lasciare
un segno con la propria scrittura, ma oggi lo ricordiamo solo ed esclusivamente
per la sua amicizia con Kafka, e per non aver distrutto quei testi che l’amico
in punto di morte gli aveva chiesto di bruciare. Il suo vero talento fu in
effetti quello di fiutare il talento degli altri, di riconoscerlo e sostenerlo
con generosità. L’unico clamoroso errore che fece fu quello di non intuire che
proprio lui ne era sprovvisto.
Ed Heinrich Köselitz, il segretario di Nietzsche, dal filosofo ribattezzato
Peter Gast, modestissimo compositore che per tutta la vita sognò di diventare
famoso, ma che dedicò tutto il suo tempo alla trascrizione dei manoscritti di
Nietzsche, quante volte maledisse il giorno in cui ebbe deciso di trasferirsi a
Basilea per seguire i corsi di quell’eccentrico professore, o forse quello ancor
prima, quando un amico gli ebbe messo tra le mani una copia della Nascita della
tragedia, folgorandolo per sempre? Divenne il segretario personale del filosofo,
forse fu l’unico ad averne intuito la grandezza, ma la sua ambizione di
diventare un compositore fu distrutta dalla dedizione assoluta che riservò al
genio di Nietzsche.
Artista-segretario fu anche Niccolò Franco, al servizio di Pietro Aretino, che
lo accolse nella sua casa sul Canal Grande nel 1537 e inizialmente lo apprezzò
molto. Si valse della sua conoscenza del latino per collaborare proficuamente
alla stesura delle opere di Aretino, del quale fu anche compagno di bagordi. Ma
Franco si logorava segretamente d’invidia per il successo del suo signore, al
punto che decise di mettersi in proprio e di pubblicare anche lui un
epistolario, emulando quello dell’Aretino alla quale aveva collaborato. Aretino
non gradì. E l’affronto del plagio fu pagato con il volto sfregiato da una
coltellata sferrata da un sicario.
Mozart/Tom Hulce nel film di Milos Forman, Amadeus (1984)
Morì, invece, nel rogo di una clinica psichiatrica Zelda Sayre, la moglie di
Francis Scott Fitzgerald, autrice di un non memorabile romanzo Lasciami l’ultimo
valzer, e frustrata dall’immenso talento del marito. Le camere d’albergo
sfasciate, i fiumi di gin, i litigi furiosi, le feste, le scenate di gelosia,
tutto contribuì a renderli una coppia mitica. Ma lei sacrificò la sua vita al
sogno di gloria di lui. Anche Lucia, la figlia di James Joyce, ballerina di
grandi promesse, è morta in manicomio, impazzita per un autodistruttivo processo
identificativo con il padre. I primi segni della sua pazzia iniziarono nel 1930.
A trentatré anni aveva già fatto il giro dei manicomi europei. Fu presa in cura
da Jung, ma resterà il grande dolore di Joyce, il suo cruccio segreto e perenne,
e secondo alcuni critici la sua vera fonte di ispirazione. Quando lo scrittore
morì e gliene fu data notizia, Lucia commentò così:
> «Che sta facendo sottoterra quell’idiota? Quando si deciderà a uscire? Sta
> sempre a sorvegliarci».
Pure lo scrittore Klaus Mann, figlio di Thomas, conobbe il disagio psichico di
avere un padre come genio, il terribile Mago, che lo disprezzava per via della
sua omosessualità mai nascosta (a differenza della propria, che tenne segreta).
La sua vita fu segnata dall’uso costante di droghe (morfina soprattutto), che
raccontò nel romanzo Il vulcano. Morì suicida a Cannes, schiacciato
dall’ingombrante figura paterna. E infine Antonio Salieri, il compositore di
corte a Vienna, fu, secondo la fantasiosa versione del dramma di Puškin, ripresa
poi dal film di Miloš Forman, Amadeus, talmente invidioso del genio di Mozart da
arrivare all’omicidio. Realtà o fantasia non conta. Quel che conta è la
silenziosa tragedia che si consuma nei cuori dei mediocri. Magari, se non
avessero avuto la sventura di riconoscere il genio fuori di loro, accanto a
loro, avrebbero continuato a vivere coltivando l’insana illusione che quel genio
potesse dimorare anche dentro di loro, e – chissà – avrebbero potuto perfino
convincere gli altri. E invece no. Ecco che il destino, non contento di avergli
negato il bene più grande cui ambivano, gli mette sulla strada qualcuno che lo
costringe a guardare in faccia la verità.
E dunque, che cosa scatta nell’animo di un artista mediocre che entra in
contatto con un genio? L’amico o rivale o parente diventa la manifestazione
concreta dei suoi sogni di gloria infranti, delle sue ambizioni frustrate, di
tutto ciò che avrebbe voluto essere e avere, e non è stato e non ha avuto. In
quell’incontro con il genio egli entra, così, come scrive Bernhard, nella
«trappola mortale della sua vita». E una volta scattata la trappola, non può
uscirne esce.
Fabrizio Coscia
*In copertina: Glenn Gould (1932-1982)
L'articolo L’incontro con il genio (o della disgrazia di essere mediocri)
proviene da Pangea.